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sabato 14 luglio 2018

Ingmar Bergman Day: Luci d'inverno

14:19
Il solo pensiero di fare una recensione di un film di Bergman mi fa venire il mal di testa.
Le recensioni dei suoi film al massimo se le faceva da solo, io non ho alcuna capacità.
Accade però che oggi sia il centenario della sua nascita, e se è vero, come si dice dalle mie parti, che piuttosto di niente è sempre meglio piuttosto, allora è il caso che oggi, a modo mio e umilmente, si parli di Sua Altezza Reale Ingmar Bergman.
Non sono sola a farlo, in fondo al post trovate i link degli altri blogger che oggi hanno preso un momento per cantare canti di lode e gloria.


Quando ho constatato la data da ricordare e l'ho proposta agli altri, un solo film mi è lampeggiato in mente: Luci d'inverno.
Prevedo post menoso, portate pazienza con la povera vecchia che scrive.

La storia è quella di Tomas, un pastore protestante.
In seguito alla morte dell'amatissima moglie, la fede di Tomas si è andata sgretolando, riducendolo a dire messa recitandola come la preghiera imparata a memoria in quarta elementare. (Che immagino per tutti, Tomas compreso, fosse Il Cinque Maggio, giusto?)
Proprio durante una messa lo conosciamo, mentre svolge il suo lavoro di fronte ad una chiesa piccola, cupa e semivuota. Di quella chiesa quasi si sente l'odore, guardandola.
Dopo la cerimonia, alcune persone entrano in sacrestia, per parlare con Tomas. Succede molto poco altro: si parla tanto, e non serve altro.

Mai come quest anno mi sono sentita vicina a Tomas. Non per la perdita della fede, per quella ormai non c'è rimedio, ma per la perdita delle fondamenta. La morte della moglie lo ha privato della sostanza che lo sorreggeva, che gli dava la forza per essere il pilastro della comunità, ruolo spesso richiesto alla figura sacerdotale. La fede è sparita e il vuoto che ha lasciato è immenso. Ruota tutto intorno a quello, a qualcosa che c'era e ora non c'è più, e che si è portata con sè la speranza. La consapevolezza di essere azzoppato, di non essere più di alcun valore, è quasi più atroce, per Tomas, che la scomparsa della fede stessa.
Non c'è niente di più spaventoso del non riconoscersi, che è un po' il motivo per cui i film di possessione sono quelli che mi terrorizzano anche quando sono brutti: la perdita di sè, l'annullamento dell'identità, l'oscurità. E questo gelo con cui il film è girato e narrato sono perfetti proprio perché glaciale è spesso lo sguardo che si ha su questo nuova identità che non si riesce a riconoscere. L'analisi è lucidissima ma il risultato un incubo.
Perdersi è complicatissimo e niente viene accettato in soccorso. Così per Tomas l'amore di Marta, non ricambiato, è inutile. Non dà sollievo, non allevia le sofferenza, non fa chiarezza nelle tenebre che la mente ci costruisce intorno.

Eppure, per chi ha fede, nessuno può dare più consolazione di Gesù. Gesù si è sentito abbandonato nel momento del bisogno estremo. Gesù è stato messo alla prova. Gesù, meglio di tutti noi, ha sofferto del famoso 'silenzio di Dio'. E se lo ha sentito lui, il silensio, che speranze ha un povero sacerdote di provincia?

Se speranze ce ne sono state, per Tomas, non ci è dato saperlo. Quel che è certo è che per tutto il suo percorso di smarrimento questo film è stato capace di mettere nero su bianco un malessere che spesso non si riesce a mettere in parole. Lui, di parole, ne ha usate tante, e non ce n'è una che non serva.
Buon Compleanno, Maestro.
E grazie.


Le altre candeline sulla torta per Bergman:
Obsidian Mirror - L'ora del lupo
Non c'è paragone - Il settimo sigillo
Solaris - Un'estate d'amore
Il Bollalmanacco di Cinema - Fanny & Alexander


(Edit: i link non funzionano perché la blogger scema è da cellulare, rimedio appena a casa, ma googlate questa gente perché ne vale la pena)

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