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mercoledì 1 dicembre 2021

Due horror ambientati in collegi femminili

18:14
Quando facevo arrabbiare la mamma (cosa che accadeva di rado, devo ammettere, sono la coscienziosa sorella maggiore) la cosa che mi ripeteva più spesso era Guarda che ti mando in collegio.
Se non fosse che poi, per motivi che non dipendevano dalla sua volontà, in collegio ci sono finita davvero, per un anno e mezzo, e da allora la minaccia è scomparsa nel nulla. Dopo la mia esperienza questo fascino verso questo genere di ambienti mi è rimasto, come se rivivere dall'esterno esperienze del passato mi aiutasse a metterle meglio a fuoco. Ora, nel collegio in cui sono stata io non è morto nessuno, che io sappia, non c'erano fantasmi, e nemmeno preti pedofili, però c'era Suor Colomba, nome di battesimo Jolanda, che è stata la persona che mi ha inflitto quel lieve trauma che per me è stata la prima visione de L'Esorcista. 
Sono stati lei e mio padre a lasciarmi questa ossessione per l'orrore, ma ho come la sensazione che per lei sia stato involontario. Temo anche che la Colly oggi non sarebbe poi troppo fiera di me, se sapesse che persona sono diventata. Meglio non pensarci. 

Negli ultimi giorni, insomma, mi sono vista due film ambientati in collegi femminili, e ho pensato di parlarne un po', perché in modi diversi sono state due visioni che hanno lasciato il segno.


il mio collegio non era proprio proprio così, ecco



Darlin'




Ma vi ricordate quando è uscito The Woman, nel 2011? Alla fine del film eravamo così incazzate ma così empowered che avremmo distrutto il mondo a mani nude. Il problema era che lo avevamo visto troppo in poche. Ecco, la Woman stessa del titolo, Pollyanna McIntosh, non aveva ancora finito di massacrare i maschi, e ha deciso che il terzo film della sua saga se lo sarebbe fatta per conto suo. Qui McIntosh recita, scrive e dirige. 
Questa volta il focus è su Darlin', la ragazzetta che già conosciamo dal film precedente. La cosa non vi faccia allontanare dal film se non avete visto i primi due, è una pellicola perfettamente autonoma, e i richiami al film precedente sono comunque ben comprensibili. Io non ho ancora visto Offspring, il primo, per esempio.
Insomma, Darlin'. La donna che è con lei (la Woman, appunto, di McIntosh) la accompagna in ospedale per motivi che all'inizio non ci sono chiari. Lo staff si trova di fronte un caso mai visto prima: la ragazza è in uno stato animalesco, sporca, non verbale, molto aggressiva. Le premure di un infermiere, Tony, la renderanno lentamente più gestibile, al punto che si decide di affidarla alle cure di un orfanotrofio a gestione religiosa. 
Il vescovo prende Darlin' come una sorta di missione personale, il cui punto sia dimostrare i miracoli di cui la sua struttura, grazie alla fede e all'amore dell'altissimo, è capace. La donna, però, non smette di cercarla.

Io mi aspettavo qualcosa di molto forte, crudo, doloroso. Non fraintendetemi, lo è, in parte, per motivi di cui parleremo in zona spoiler. Eppure questo è proprio un film girato da una donna, e mi perdonerete se questa ultimamente è la mia ossessione. Il femminismo è diventato la mia lente per leggere il mondo e il cinema viene di conseguenza. Dico che si nota la mano femminile perché in mezzo a storie molto intime e strazianti (è pur sempre un orfanotrofio), il film è una potentissima storia di rivalsa, che ha saputo trovare un equilibrio perfetto tra momenti molto duri e altri che pur mantenendo l'importanza dei temi sono sinceramente divertenti. La donna incontra un gruppo di gentili signorine, matte come dei cavalli imbizzarriti (detto nella miglior accezione possibile), pronte a darle la loro sorellanza nonostante questa sia così lontana da loro. Questa strampalata famiglia di donne dimenticate dalla società perbene, che vivono ai bordi della strada, è dolcissima e potente. La conoscono da 3 minuti, lei non ha rivolto loro una mezza parola se non i suoi grugniti, e loro non l'hanno solo accolta, ma l'hanno resa una di loro, e hanno sposato la sua battaglia. Sul finale del film, vederle entrare tutte insieme, spettinate, scomposte e armate, in chiesa, è un momento da applausi a scena aperta. Sono delle matte totali, e le si ama da ammattirsi con loro. 
Nello stesso momento, anche Darlin' impara cosa significhi creare dei legami con delle sorelle, e lo fa nel modo adatto alla sua età, che è un modo più viscerale. Basta ascoltare la stessa musica insieme, ballare sulla stessa canzone senza chiedersi dove una abbia preso le sigarette e dove l'altra abbia lasciato la sottana, basta stringersi la mano per un po', e il legame è già bello che formato.

Da qui in poi spoiler.

In mezzo a queste storie di affetto femminile, McIntosh ci piazza lì come una bomba la pedofilia tutta clericale. Il vescovo è un miserabile verme che abusa delle anime fragili di cui dovrebbe prendersi cura e fa la sola fine possibile: viene impalato sul suo sacrissimo altare. Io di scene goduriose al cinema ne ho viste tante, ma ben poche così. E si gode così tanto non solo perché la pedofilia è uno di quei reati così prepotentemente contronatura che biologicamente ci ispira le peggiori vendette, ma per il modo in cui viene raccontata. L'uomo in aria di santità non solo molesta le ragazzine, ma le ricatta, se le tiene vicine, le manipola con la loro stessa fede. E le aggredisce psicologicamente, come naturalmente finisce a fare con la nostra protagonista quando scopre che è incinta. Darlin' è distrutta da questa gravidanza, è un ritratto estremo della paura che si prova davanti al più immenso dei cambiamenti. Per lei il bambino è il diavolo in persona, che sta dentro la sua pancia pronto a distruggerla. Finalmente capace di parlare, implora di essere liberata, e quando nessuno la ascolta prova a pensarci da sé, convinta anche dalla reazione del vescovo di avere qualcosa di profondamente sbagliato addosso, e di esserselo procurata da sola. 
Darlin' ha sofferto per due vite intere, ma nel momento di dolore più intenso è in grado di prendere la sua creatura e affidarla all'unica persona, a parte Tony, che si sia mai presa cura di lei, la donna. 
Non solo un finale perfetto, ma un film potente, bellissimo, indimenticabile. 


Seance





Questo, di collegio, è una scuola prestigiosissima per giovani bitch viziate e promettenti che giocano ad evocare fantasmi e finiscono malissimo. La Edelvine è una scuola di quelle per cui l'apparenza è tutto, ma in cui le persone iniziano a morire in modi che non fanno proprio benissimo alla pubblicità. Ed è anche infestata, perché non vorrai mica farti mancare la presenza soprannaturale.
Camille è la nuova arrivata. Come ci si aspetta in questi casi, le mean girls della scuola cercano di farle capire subito chi comanda, ma Camille non è disposta a sottostare ai piccoli giochi di potere dell'Accademia. Entra nella loro cerchia, in qualche modo, ed è molto interessata alla storia di Kerrie, la ragazza recentemente morta suicida di cui lei ha preso il posto. 

Non fatevi ingannare dal mio tono ironico: Seance è bellissimo. 
Quella che parte come una storia di dinamiche studentesche, gruppetti e simpatie, diventa presto una storia misteriosa e accattivante, che in più momenti mi ha ricordato (sì, lo sto per dire davvero eh!) l'indimenticato Picnic ad Hanging Rock. Non solo per la forte componente estetica che contraddistingue, seppur in modi diversi, i due lavori, ma per l'aria di minaccia imminente che si respira lungo tutta la pellicola. 
Le promesse della Edelvine sono delle malefiche stronze a cui si vuole un gran bene, perché sono coraggiose e atroci, attrici nate, lontane dai vincoli del mondo esterno (per tutto il film c'è una sola telefonata ai parenti) e allo stesso tempo chiuse in una delle più sigillate delle micro società. Sono brutali e allo stesso tempo solidali l'una con l'altra, si detestano e si vogliono un gran bene. E nel frattempo, cadono come mosche. 
La storia inverte rotta sul finale in un modo che forse avevamo visto arrivare ma che non per questo è meno succoso. Seance è una storia d'amore e vendetta, di fantasmi nel senso di presenze soprannaturali ma anche nel senso di vicende del passato che non vogliamo lasciar andare. 
Una gran bella visione, inaspettata e per questo ancora più gradita.




Al momento in cui scrivo Darlin' si trova su Prime, con l'iscrizione al canale di Midnight Factory, mentre Seance non c'è sulle piattaforme italiane. Però vale la pena della ricerca tra i torrenti, se posso permettermi. Oppure è su Shudder.



Forse alla Colly farei vedere entrambi. Si arrabbierebbe un sacco, temo.

martedì 30 novembre 2021

Nuovi Incubi: Inside

11:10

 



Scalpitavo nell'attesa di parlare di questo film dal momento in cui abbiamo deciso che la prima stagione di Nuovi Incubi sarebbe stata sulla New French Extremity. 

À l'Intérieur è un film potente, e non parlo dei livelli di violenza. In mezzo ad alcune delle scene più forti che vi capiterà di vedere sullo schermo ci sono due straordinarie rappresentazioni femminili. La donna e Sarah sono personaggi di grandissimo impatto, e due splendidi e intimi ritratti della maternità.

Il film è indubbiamente un capolavoro, e noi ce l'abbiamo messa tutta per rendergli giustizia.

Potete ascoltarci qua: https://open.spotify.com/show/4r6iwFgmVkZTrYb83MLUAI

lunedì 29 novembre 2021

Le live di novembre

14:28

 Eccoci al consueto post di riassunto del mese trascorso su Twitch. 

Ormai mi sono lanciata anche con le live da sola, perché prima o poi gli ospiti finiranno ma non voglio finisca l'esperienza, e ogni settimana continuo a difendere i film con una fama che non si meritano. 

Spero i video e le nostre chiacchierate vi possano tenere compagnia e come al solito l'invito è aperto: se volete parlare insieme a me di un filmettino dell'orrore, basta scrivermi da qualche parte, i contatti sono tutti qui di fianco.



Avvocato d'ufficio: Incubo finale - I still know what you did last summer




Le due notti dei morti viventi con The Crystal Lake Girl






Avvocato d'ufficio: The ward - Il reparto





Hellraiser con Sara Mazzoni





Avvocato d'ufficio: Sorority Row  - Patto di sangue




Con l'anno nuovo (o forse da dicembre? Chi può dirlo se non i miei turni di lavoro?) vorrei anche introdurre una rubrica per parlare delle novità, delle uscite sulle piattaforme, cose di questo genere. Un tg dell'orrore, un Unomattina sugli squartamenti, la Barbaradursata delle persone che si fanno male. Una delizia, no? Come mio solito.



Se vi fa piacere, vi aspetto su Twitch, il link è qui di fianco!

lunedì 22 novembre 2021

La manutenzione dei sensi, quella dolce

20:58

 


Eccomi qua, dopo la bellezza di nove mesi – più o meno. A quanto pare, la costanza non è il mio forte, ma nel mezzo sono successe innumerevoli cose. Si è aperto e chiuso un altro lockdown, ho compiuto gli anni – rigorosamente chiusa in casa per il secondo anno di fila, alla riapertura ho fatto tante camminate faticosissime in montagna, ho scritto una tesi sulla mia dolce Natalia e sono riuscita anche a laurearmi in presenza, con emozioni e angosce connesse. Ho passato le mie ferie estive in un posto meraviglioso, una piacevole sorpresa e ho conosciuto persone che rimarranno nel mio cuore.


Ho fatto corsi di editoria, uno tutt’ora in corso, ho guardato tanti film – la maggior parte distrattamente – e tante serie tv. Ho vissuto il mio primo Salone Internazionale del libro e sono diventata una bambina che va per la prima volta a Disneyland. Ho letto tanti libri, gran parte dei quali collegati alla mia tesi. Di tutti gli altri, una piccola parte rimarrà ancorata e incollata nei miei pensieri. Alcuni sono stati troppo intimi per condividerli con qualcuno, e quindi li ho tenuti per me.


Erano mesi che preparavo qualcosa di scritto e, invece, ieri pomeriggio ho finito questa dolcezza, in un viaggio uggioso di ritorno da Pavia. Mi sono resa conto che ai libri ci si affeziona senza un vero e proprio motivo; a volte, ci sono delle virgole nascoste che rimangono latenti e che, quando chiudi un libro, alla fine, ti viaggiano per il cervello, ti scavano.


«A cosa stai pensando?», mi aveva chiesto, proprio quando il mio pensiero stava per essere archiviato nel cassetto della registrazione.
«Al fatto che mi piacerebbe abbracciarti». Ero stato sorpreso dalla mia sincerità. «Non lo faccio solo per non darti noia», avevo aggiunto cercando di ostentare indifferenza.
Lui non aveva risposto, rimanendo con le labbra serrate per un po’. Poi mi si era premuto contro, puntando la testa sotto la mia ascella e cominciando a dare piccoli colpi. Un pulcino che vuole uscire dall’uovo, vedere finalmente al di là delle membrane lattiginose che avvolgono l’interno del guscio. Finché era sbucato dall’altra parte, appoggiando la guancia contro il mio petto.
Lo avevo fissato.
«Mi sono abbracciato da solo», aveva detto con l’espressione buffa delle occasioni insolite.


Estrapolata dal contesto di queste 250 pagine, sembra uno scambio di battute da niente, quasi melenso, dolciastro, un po’ appiccicoso. Un’effusione un po’ fastidiosa. E invece no, perché questo abbraccio Leonardo lo aspetta da tanti anni, aspetta che venga spontaneo da un piccolo – ma ormai un po’ cresciuto – Martino, mio dolce omonimo, che non ama gli abbracci. Non ama il contatto fisico, le cose fuori posto, i rumori molto forti. Martino ha la sindrome di Asperger e Leonardo lo scopre solo dopo qualche tempo che Martino fa parte della sua famiglia. Un’appartenenza, in realtà, provvisoria perché è in affido temporaneo, intanto che i servizi sociali cercano una famiglia tutta per lui.


Correrò il rischio di sembrare estremamente ripetitiva, ma la dolcezza di questo romanzo è infinita. È in ogni personaggio, in ogni pendio delle montagne tra cui Martino diventa un uomo, in ogni descrizione e in ogni pensiero di un papà che diventa genitore per una seconda volta: per caso, distaccato per non rischiare di affezionarsi ma, infine, incredibilmente papà. È la dolcezza di un bambino che cresce con la consapevolezza di essere diverso dagli altri sulla carta e lo accetta, sentendosi comunque accomunato a ogni persona che lui e Leo ospitano nella loro appartata casa di montagna. È la dolcezza di un uomo di cinquant’anni che durante una notte insonne, in un letto diviso con il vuoto, decide di lasciare Milano per trasferirsi nella casa dei sogni della sua Chiara. È la dolcezza di Augusto, un padre, un montanaro, un nonno acquisito, un uomo dalle poche parole, con le mani rovinate dal lavoro, ma un’anima aperta a questo bambino, di cui non conosce niente, ma lo sente un po’ come lui. È la dolcezza di Leonardo, che spera che i servizi sociali abbiano dimenticato i documenti dell’affido temporaneo e che il tempo si sia dimenticato di scorrere e di far scoccare la lancetta nel diciottesimo compleanno di Martino. È la dolcezza di papà Leonardo, che si sente così lontano dalla comprensione di questo figlio non suo, che Augusto capisce così bene.

Io non lo so se ho le parole giuste per trasmettere la dolcezza, l’inadeguatezza, la sincerità e l’affetto che ho riversato e ritrovato in questo libro. Faggiani sì, e le ho lette tanto bene. 



Franco Faggiani, La manutenzione di sensi, Fazi, 2018

martedì 16 novembre 2021

Nuovi Incubi: Ils

12:00

 Dopo la scorsa puntata, in cui ci siamo rivoltate nel marciume dell'umanità, per questo terzo episodio di Nuovi Incubi abbiamo deciso di andarci leggere.

Siccome però è pur sempre di New French Extremity che parliamo, la leggerezza di questa settimana è gentilmente offerta da Loro sono là fuori, un home invasion franco - belga - romeno che cava letteralmente il fiato, parlando di due adorabili sposini che vengono sorpresi nella notte da qualcuno pronto a prendersi gioco di loro.


Se si va di ascoltarci parlare di francesi colonizzatori, ragazzini nell'età peggiore della vita e di quanto detestiamo il sistema capitalistico, lo potete fare qui.



venerdì 12 novembre 2021

Shook

14:35
Alla veneranda età di 31 anni ho capito che i cinemini dell'orrore mi piacciono praticamente tutti. Se sono bruttarelli mi accontento che mi regalino un po' di divertimento, se sono belli meglio ancora, se sono capolavori piango di gioia, ma indicativamente mi godo quasi ogni visione che faccio. È l'intero senso della neonata rubrica Avvocato d'ufficio su Twitch.
Ci sono solo due possibilità che fan sì che io scelga di sedermi, tirare fuori la mia tastierina rosa nuova fiammante e volutamente scriva un post negativo: il film mi deve avere presa per i fondelli o mi deve aver fatta incazzare.
Mettetevi comodi, Shook sta nella seconda categoria.




 In una città agitata dalla presenza di un assassino di cani, Mia, amatissima beauty guru, sceglie di aiutare la sorella e farle da dog sitter per un po'. La famiglia di Mia è stata colpita dalla malattia della madre, a cui la sorella Nicole ha fatto da care giver, e ora la ragazza sente di doversi sdebitare, perché per la malattia della madre è stata assente. Durante la prima notte a casa di Nicole, però, Mia comincia ad essere tormentata al telefono da qualcuno che ha intenzione di prendersi gioco di lei, e le vite dei suoi amici sono in pericolo.

Io la sto adorando la piega social che il cinema dell'orrore sta prendendo. Ho un debole per i film screenlife, che stanno dimostrando di sapersi giocare spesso molto bene la carta della tecnologia, e in ogni caso il cinema non poteva continuare oltre ad ignorare che il mondo della comunicazione è cambiato, che esistono nuove professioni, che i social hanno modificato l'aspetto del mondo. Non è certamente un cambiamento a cui sono ostile, anzi, mi sta divertendo molto vedere come questi nuovi mezzi sono ritratti al cinema. 
Ho adorato Slaxx, per esempio, che parla sì di jeans assassini ma anche di marketing (e influencer marketing), di novità che non devono trapelare sui social, di instagram stories, ho trovato molto carino Superhost, i cui protagonisti sono due travel blogger che recensiscono vari Airbnb, mi divertono molto anche i due ben più famosi Unfriended. Quindi, quando qualcosa mi piace e arriva un guastafeste a rovinarmela, io mi arrabbio.

Temo che il post sarà pieno di spoiler, ma non credo sia particolarmente rilevante in un caso come questo. Avviso per correttezza.

All'alba del 2022 sono un pochino stanca di alcune cose. 
Partiamo dalla cosa più seria. Sono secoli che ci dicono che dobbiamo essere curate, belle, sistemate, a postino. Secoli che quando usciamo struccate ci chiedono se siamo malate, secoli che ci dicono che se non ci depiliamo non siamo igieniche, che se non abbiamo i capelli a posto siamo disordinate. Ad un certo punto, alcune donne hanno capito che internet poteva essere un modo per monetizzarla, questa cosa qui. Sono nate le beauty guru, persone che in giro per il mondo consigliano proprio quelle cose che la società vuole che usiamo. Solo che le beauty guru suddette sono diventate potenti. Hanno iniziato a smuovere una quantità di denaro spaventosa, a spostare il mercato a loro piacimento. Andate a vedere persone come NikkieTutorials, Jeffree Star, Zoella. Smuovono i milioni. 
Eh, allora così no. Allora ecco che le donne che parlano di smalti e mascara e piastre per capelli sono frivole, superficiali, finte. 
Non sarà mica che vi rode il culo a vederci, ogni volta, riappropriarci di quello che pensavate di averci attribuito voi?
Ecco, vi chiederete cosa c'entra questo col film. C'entra perché per tutta la pellicola Mia è trattata come una povera scema. Una povera scema che pensa solo ai capelli (che non è una carriera di grande successo, no, è solo roba frivola) mentre la povera Nicole si sacrificava a casa con la mamma malata (e poi torniamo anche su questo). Lei e le sue amiche sono ritratte con lo snobismo di chi ancora si ostina a pensare "Ma trovatevi un lavoro vero". Parlano solo di followers, si invidiano, sono stupidelle.
Però quella rappresentazione qui ha stancato. Anche basta indignarsi per le chiareferragni sulle copertine dei giornali. Basta parlare di persone disposte a tutto pur di avere like, dai. Smettetela di fare i boomer, perdio.

Mia è una persona amatissima sul web, la più amata del suo gruppo di amici. La cosa naturalmente non poteva passare liscia, giusto? Perché non sia mai che facciamo un bel film sulla sorellanza, su amiche felici per il successo delle altre, no. Quindi ovviamente i suoi amici pensano di farle un bel prank che finisca sui social (ricordate? tutto per i like). Solo che qui arriviamo alla seconda parte che mi ha fatto incazzare. La persona al telefono ha in ostaggio gli amici propone a Mia un gioco: se rispondi correttamente a tre domande, loro sono salvi. Le domande riguardano nozioni di primo soccorso e informazioni personali sulla morte della madre. Domande a cui Mia non sapeva rispondere in modo pronto e immediato, perché della madre se ne è sempre occupata Nicole. E io questa moraletta del cazzo al cinema non la voglio vedere. Quello del caregiver è un ruolo serio, fondamentale, e il tema della malattia e dei familiari morenti è un argomento tragico e profondo, che tassativamente non posso tollerare di veder liquidato con "sorella che resta buona, sorella che se ne va cattiva". 
Questo concetto, mi perdonerete il LaRochellismo, anche molto italiano che se non ti sacrifichi per la famiglia ti meriti tutta una serie di brutte cose è così viscido, e superato, e disgustoso, che mi ha fatto imbufalire. Sei una brava ragazza solo se molli tutta la tua vita per restare vicino alla mamma malata, se no sei una stronza superficiale che pensa solo ai follower su instagram. Fare il caregiver è una cosa devastante, e ci sono persone che non hanno scelta. E se non hanno scelta è sempre, sempre, colpa di un welfare insufficiente e di uno stato assente e nessuno al mondo mi farà mai cambiare idea su questa cosa. Quando qualcuno però ce l'ha non è cattivo se sceglie di investire prima di tutto sulla propria vita. 
Quando ho sentito quali domande il telefonatore stesse facendo a Mia avrei voluto interrompere la visione. 
Poi non l'ho fatto, principalmente perché dovevo finire di stirare e mi serviva compagnia, e la fine mi ha fatto ancora di più girare le palle. Come era ovvio fin dall'inizio, sia il prank degli amici che l'attacco vero e proprio sono stati orchestrati da Nicole stessa, incazzata come un'aquila con la sorella di successo e frustrata per la propria vita. Ribadisco quanto detto sopra, perché di loro si parla sempre troppo poco: le persone che accudiscono i familiari malati gestiscono situazioni molto complesse, e questa narrazione è superficiale, deleteria, frustrante.

Mi fate un favore? Vi guardate Relic che parla dello stesso tema in maniera ben più elegante ed efficace? Sta su Prime. Grazie. 

sabato 6 novembre 2021

Ultima notte a Soho

17:20

 I post su un film singolo sono sempre più rari da queste parti. Capita più spesso che io vomiti le mie opinioni in qualche video su instagram, ultimamente. 

Eppure questo è l'ultimo Edgar Wright, e chiunque abbia mai letto anche solo un paio delle baggianate che scrivo qua su sa che la mia ossessione per lui è senza fine. In mezzo agli altri registi del mio cuore, che sono poetici e drammatici e dolorosi e mi spaccano il cuore ogni volta, Wright è la mia nota felice, il mio tocco di colore, la mia vivacità.

E poi ha fatto Ultima notte a Soho e io ho capito che allora devo proprio avere un debole per quelli che prima o poi finiscono per farmi un po' del male, anche quando sono i più frizzanti, creativi e colorati registi della loro generazione.




Ellie è una giovanissima aspirante stilista che viene accettata in un prestigioso istituto di moda a Londra. Parte dal suo piccolo villaggio in Cornovaglia, in cui viveva sola con la nonna a seguito del suicidio della madre, per iniziare a vivere il suo sogno. Ellie, però, ha anche il dono di vedere chi non c'è più e questo preoccupa la nonna, che teme che l'esperienza della grande città possa essere un po' troppo per la nipote, e che la conduca alle estreme conseguenze che l'hanno resa orfana. Dopo un inizio burrascoso, però, Ellie inizia una vita felice a Londra, fatta di nuove conoscenze, un monolocale come lo aveva sempre sognato e soprattutto le visite notturne di Sandy. Ellie inizia a vederla in sogno e a ripercorrere la sua vita nella Swinging London degli anni '60: locali, danze, uomini avvenenti, musica da sogno e soprattutto tanti sogni da realizzare. Peccato che per una donna, negli anni '60, in un mondo complesso come quello dell'intrattenimento, esaudire i propri sogni sia rischioso, e sia Ellie che Sandy lo impareranno a proprie spese.


Ellie ci viene presentata come una sorta di Pollyanna, troppo ingenua e "all'antica" per potersi davvero sentire a proprio agio in mezzo allo spumeggiante mondo di un istituto di moda. Le ragazze la snobbano, la città è tanta, troppa, e la nonna lo sente che la sua nipotina non se la passa proprio benissimo. E qui Wright mi poteva cadere nel primo tranello che invece schiva con la maestria di cui è capace. Ellie è una diversa, ha vestiti che le compagne 2 cool 4 school trovano imbarazzanti, ama cose che i suoi coetanei attribuiscono alle nonne, non conosce competizione, sembra una sprovveduta. E per qualcosa come 25 secondi cadono quasi le braccia, per questi ritratti così stereotipici della gioventù (disse lei, vestita da signor Burns che fa quello young con la maglietta col teschio). E invece Ellie non solo non è una sprovveduta, ma è anche una persona che dalla sua diversità è stata in grado di trarre enorme forza. Non appena esce dallo studentato così lontano da lei ed entra nel monolocale così affine alla vita che aveva sempre sognato, ricomincia a sorridere. Non appena la Londra degli anni '60, che lei ha sempre guardato con la nostalgia dolcissima che si ha verso qualcosa che non si è mai sperimentato, entra nella sua vita attraverso i suoi sogni, lei diventa più ispirata negli studi e nelle sue creazioni, si cerca un lavoro e pertanto si ritaglia il suo posto nella società. La piccola Pollyanna della Cornovaglia cambia colore di capelli e si sente un'altra, finisce a lavorare in un pub in mezzo a ubriaconi e uomini dalle mani lunghe, crea abiti magnifici e si addormenta la sera sorridendo. Diventa se stessa abbracciando quello che solo pochi giorni prima la faceva sentire inferiore, la metteva a disagio. Accogliendo se stessa, diventa più consapevole, più forte, più adulta. Fino al finale, di cui parleremo in zona spoiler, che è il perfetto coronamento di un percorso magnifico, in cui una ragazza diventa donna prima di tutto permettendosi di essere quello che desidera essere. Una storia che già così sarebbe eccezionale.


La storia, però, ovviamente, non si ferma qui, e Sandy entra in scena. Il contrasto tra le due è potente tanto quanto quello tra Mila Kunis e Natalie Portman ne Il cigno nero. Una dimessa, quieta, con un grande sogno ma ancora senza la grinta di realizzarlo e l'altra invece sicura di sé, del proprio carisma, della propria personalità, sicura che i sogni per lei siano ad un passo dall'essere realizzati. Thomasin McKenzie ha il faccino piccolo e pulito di chi viene troppo facilmente preso di mira dai bulli, Anya Taylor-Joy la più peculiare e affascinante faccia della Hollywood di oggi. Nello specifico, e so che è un'ovvietà ma voglio essere anche io a sottolinearla, in questo film Taylor-Joy è di una bravura fuori dalla norma. I suoi occhi, solo i suoi occhi, nelle due ore di film attraversano un gigantesco range di emozioni: determinazione, passione, sicurezza, innamoramento, frustrazione, dolore, rassegnazione, disperazione. Ha il viso irrigidito da quello che le accade ma con gli occhi spazia in modo infinito, e lo sguardo della scena finale è così forte da valere la visione intera.


Insomma, fino a ieri Wright ha parlato solo di uomini: cazzoni, brillanti, scemoni, teneri, falliti, maschi inglesi. Le donne dei suoi film sono sempre state marginali, spesso sono state o le compagne scassacazzi o la grande passione di un uomo disposto a tutto per la sua donna. Individui irrilevanti.

Questa volta ha deciso che voleva parlare di noi e quanto vorrei che lo avesse fatto prima. I ritratti di tutte le donne coinvolte sono profondi, intelligenti, mai banali. Parlano di una e di tutte, universalizzando l'esperienza femminile in un mondo che ancora non è pronto a darci lo spazio che invece noi siamo da sempre pronte a prenderci. La storia di Sandy è la storia di una donna che ha tutte le carte in regola per farcela: è bellissima, ha carisma, ha tanto talento. Quello che le manca è lo spazio, e per quello deve affidarsi ad un maschio, Jack (persino il nome è banale, perché è uno, ed è tutti loro. Un Jack qualsiasi). E quando di un maschio hai bisogno, non finisce mai bene. Ne diventi la bambola, la marionetta, la pedina. Non è certo un caso che nel suo primo spettacolo Sandy sia proprio questo: una di quelle bambole con il grosso ingranaggio sulla schiena. È già nelle sue mani. 

(Dettaglio assolutamente superficiale, ma che devo dire: io Matt Smith lo amo da quando gridava "Geronimo!" con un fez sulla testa, ma bello quanto in questo film credo di non averlo visto mai. Ha il viso particolarissimo ed ambiguo che lo rende la sola scelta possibile credo per questo personaggio. Così come perfetto il suo Charles in The Crown. Questi ruoli controversi gli riescono che è una meraviglia e i suoi lineamenti anomali giocano sempre a suo favore.)


Prima di inoltrarmi in zona spoiler, una breve conclusione per chi non può ancora proseguire nella lettura: Ultima notte a Soho non è solo la conferma che Edgar Wright sia una delle voci più brillanti della sua generazione. È un film potentissimo, in cui la sua cifra stilistica è ovviamente ben evidenziata (e d'altronde oggi quell'estetica qui ce l'ha solo lui) ma che stavolta è applicata in un film che pur avendo i suoi momenti si allontana dal grassissimo divertimento che da lui ci aspettiamo. Questo è un film doloroso, in cui le parole delle donne sono messe in discussione, le loro esperienze zittite, ma che in qualche modo traggono dalla loro esperienza tutto quello che serve loro per diventare più potenti, più sicure. Una storia che parla di come si fa a diventare quello che vogliamo essere, di come spesso non sia possibile, con una messa in scena che ci fa solo sognare tutto quello che Wright ci potrà dare in futuro. È un film dalla bellezza sfolgorante, che rappresenta l'ennesimo passo in avanti di un tizio che francamente le cose splendide le fa da sempre. I film di Edgar Wright sono le opere di un genio. Un genio che gioca con le immagini, che le sfrutta come pedine per rendere non solo i suoi lavori esteticamente superiori a quasi tutto il resto, ma anche per rendere la visione un'esperienza unica.

Per amore del cielo, e per amore del cinema, Edgar Wright andatelo a vedere in sala. Se ne esce ubriachi, dell'ubriacatura più bella possibile.


Ma adesso parliamo anche della fine del film, che è stata così criticata a Venezia e che è invece così importante. Da questo momento, naturalmente, l'allerta spoiler è massima.


In una scena tra le più potenti che ho visto al cinema di recente Ellie assiste all'omicidio di Sandy, ormai costretta da Jack a prostituirsi, proprio per mano del suo sfruttatore. Sul finale, però, in un cambio di rotta straordinariamente ben giostrato, scopriamo che Ellie non ha visto quello che è realmente accaduto, ma che anzi è stata Sandy ad uccidere Jack. Non solo, però: Sandy col tempo è diventata una serial killer, che ha ucciso tutti i ripugnanti uomini che le usavano violenza.

Sì, perché il sex work è lavoro e da queste parti rispettiamo le sex worker. Quelle volontarie, però. Quelle costrette, per abusi di potere, bisogni economici, vigliaccheria, soprusi, relazioni violente, sono vittime. E Sandy, per un po', vittima lo è stata. Seduta sul divanetto del locale a fingere di dover conquistare uomini che già ben sapevano di poter disporre di lei come credevano, che inscenavano una farsa di flirt per sentirsi meno viscidi, per convincersi che lei, in fondo, lo voleva. Fino a che ha deciso che era il momento di smetterla, e tutti quegli uomini che avevano abusato di lei sono diventati i fantasmi senza volto che abitavano gli incubi e le giornate di Ellie. La scelta di privare questi uomini della propria identità è perfetta. Sandy è stata privata della propria molto tempo prima. Non solo non era più la persona piena di vita e ambizione che era sempre stata, ma era diventata la marionetta nelle mani di qualcun altro. Poteva presentarsi con ogni nome, perché la sua identità era irrilevante. Poteva essere Alex, Alexia, Lexi. Non sarebbe mai stata lei. E per loro, per gli uomini sul divanetto intenti ad offrirle un drink, non aveva nessuna importanza. E lei li ha ripagati con la stessa moneta, annullandoli. Perché quegli uomini lì, quelli bianchi, pieni di soldi, sicurezza e potere, sono tutti la stessa cosa, ed Edgar Wright ha dimostrato di saperlo molto bene. Sono tanti, ma sono sempre lo stesso. E Sandy li ha uccisi tutti. Riprendendosi il suo nome, la sua autonomia, la sua vita. I suoi sogni non si sono realizzati, no, ma con ogni probabilità non si sarebbero realizzati mai, non senza un atroce prezzo da pagare. Sandy, Alexandra, è tornata libera, e chissà quante altre come lei sono state liberate dai suoi omicidi. Almeno nei suoi locali, tra le sue colleghe, nella Londra degli anni '60. Le altre, di Sandy, ci stanno ancora combattendo, contro i loro Jack, ma lei, almeno sullo schermo li ha ammazzati tutti, in un tripudio di sangue, rivendicazione, liberazione, catarsi. E quando, nell'ultimissima scena, Ellie  e Sandy si guardano di nuovo, lo sguardo non è più disperato, non è rassegnato: è potente. 

È potente Sandy, che è morta libera, ed è potente Ellie che libera ci vive. Libera da chi la vorrebbe diversa, libera dal sospetto di essere matta, libera dalla paura. 


Ultima notte a Soho è magnifico, ma in fondo che ve lo dico a fare.

Lo sapevamo già.

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