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mercoledì 7 aprile 2021

I 200 di Rue Morgue: 3 in 1

19:19

 Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il momento in cui avrei unito più film di questa rubrica in un solo post, e quel giorno è oggi. Nelle scorse settimane sono stata un po' in balia delle cose della vita e non mi sono messa a scrivere un post singolo per questi tre film, che ora poveri si ritrovano in un post cumulativo. 

Temo accadrà sempre più spesso.



Riflessi sulla pelle è un film che sta sul confine tra i generi, ma che mi piace definire, come fanno proprio nel trafiletto dedicato a lui nel numero di Rue Morgue protagonista di questa rubrica, un "prairie goth". Con questa premessa aveva tutta la probabilità di piacermi, perché anche solo l'estetica in questione mi appaga la vista e mi mette in pace col mondo. Purtroppo non è andata proprio così.

Seth ha 7 anni, un papà un po' perso nel suo mondo, una mamma ossessionata dal pensiero del figlio maggiore che sta nell'esercito e due grandi amici. Ha anche una vicina di casa, Seth, che si chiama Dolphine, che agli occhi del bambino è quasi certamente una vampira. Quando il fratello torna e si innamora proprio di Dolphine, Seth non la prende benissimo, soprattutto perché i suoi amici hanno iniziato a scomparire.


Questo film, come tanti altri in questo genere paxxerello che tanto ci piace, usa creature soprannaturali per dire quanto schifo facciamo noi che soprannaturali non siamo. Riflessi sulla pelle tira indirettamente in ballo vampiri e compagnia danzante, ma li mette negli occhi di un bambino, e sullo sfondo mostra i peggiori predatori che possiamo concepire. Avrebbe potuto essere un film molto intenso e commovente, ma io, e lo dico con un enorme dispiacere, l'ho solo trovato noioso. 

Ora, io ho 30 anni e ho accettato il fatto che spesso i film li devo guardare a rate perché il mio corpo mi tradisce e mi fa addormentare a metà. È una triste realtà con cui convivo. Di questo film mi sono ampiamente goduta la prima parte per crollare come un'infante nella seconda. Quindi mi sono svegliata, ho mandato indietro per recuperare quello che mi ero persa, ho ripreso. Addormentata di nuovo. Ripreso da dove avevo perso. Addormentata di nuovo. Ci ho messo un sacco di ore e alla fine non mi è piaciuto come avrei voluto. Peccato.

Voleste comunque dargli una possibilità, nel momento in cui scrivo sta su Prime.




Questo è un film che conoscevo di fama ma che ancora non avevo recuperato. Su Shudder sta alla categoria A good scare e questo francamente mi ha deluso più del film in sè, perché non mi ha fatto paura mai e per me questa è una rarità, io ho sempre paura.

Parla di un uomo che è sopravvissuto ad una terribile tragedia: ha perso moglie e figlia in un incidente sulla neve. Alcuni amici, per aiutarlo a superare il periodo, gli offrono un lavoro in un'università e lo aiutano ad affittare una casa per l'occasione. La casa è uno splendido edificio che appartiene ad una società storica, e ovviamente è infestata.


Quando sono le storie di fantasmi a non piacermi proprio me la prendo sul personale. Sono le mie storie preferite, piango tanto e ho tanto paura. Questa non era solo una storia di fantasmi. Questa è la storia di un fantasma bambino. Con una disabilità. Ci ha proprio messo il carico da undici per provare ad emozionarmi, e invece non è successo niente. Questi occhi lacrimevoli sono rimasti asciutti anche alla vista della carrozzina che si sposta da sola. È come se non si andasse mai veramente a fondo con la storia, che si mantenesse una comoda distanza di sicurezza che però allontana anche me spettatore. Questo non è un peccato, è un peccato 3 volte. Uno, perché avrebbe potuto essere il mio punto debolissimo e invece zero. Due, perché essendo così dimenticabile sminuisce anche l'interessante interpretazione del suo protagonista. Tre, perché non mi puoi mettere una cosa nella categoria di quelle spaventose e invece no. 

Una ragazza avrà pur diritto ai suoi sacrosanti salti sul divano, o no?





Arriviamo infine alla mia visione più recente, Behind the mask: The rise of Leslie Vernon, che ho giusto finito prima di iniziare a scrivere questo post.

Si tratta di un mockumentary, nel quale 3 ragazzi seguono Leslie Vernon, un giovane uomo il cui obiettivo è seguire le orme dei più famosi serial killer della storia: Jason, Michael e Freddy. Nella sua realtà non sono solo esistiti, ma sono la sua più grande ispirazione. Non è che sia matto, esistono proprio nell'universo del film. Leslie ha tutto: la cittadina, il luogo isolato, il dottore che lo segue, un vecchio mentore, la maschera, l'arma, ha già la sua final girl, ed è pronto a colpire.


Questo è decisamente il film migliore del trio. La usiamo la frase più inflazionata di internet? Usiamola: è una lettera d'amore al cinema slasher. Anzi no, forse non una lettera d'amore. Una tesi di laurea sul genere. Un dottorato di ricerca. Ogni singolo istante di questo film è un'analisi di quello che è un sottogenere storico (e che non accenna a morire, con nostra immensa gioia). E noi quelle cose qua le guardiamo sempre con gli occhi a cuore. Dico noi perché mi assumo la responsabilità di parlare un po' a nome di tutti, perché come si fa a non amarle, quelle operazioni qua? Sono così appassionata che diventano contagiose, e se quell'amore lì ce l'avete già è come trovare finalmente un collega che ascolti la vostra stessa musica. 

Un film divertentissimo, che unisce due dei sottogeneri per i quali la Vostra ha un debole per tirarne fuori un esperimento ben più che riuscito. 


Forse queste sono state le prime volte in cui i consigli del numero speciale di Rue Morgue mi hanno un po' delusa. La strada per arrivare in fondo alla rivista però è lunga, e mi mancano più film di quanti mi piace ammetterne, quindi nel dubbio mi preparo a tutto.

venerdì 26 marzo 2021

Horrornomicon: The Shape Lives

12:43

 Parlando di Wandavision avevo raccontato di come le relazioni di lungo corso finiscono per far mescolare i gusti e le passioni. Ecco, se io mi sono guardata ore ed ore di onde energetiche lanciate dalle mani di persone con i mantelli, Erre ha dovuto tollerare un numero di film dell'orrore ben superiore a quello che avrebbe voluto. 

Sono serviti esperimenti, tentativi, errori, ma finalmente ho trovato qualcosa che gli piacesse davvero. 

La saga di Halloween lo ha conquistato. Sono una donna più felice per questo? Sì. La mia missione è solo all'inizio, ma presto sarà uno di noi, uno che smetterà di chiedermi che film ha fatto Brian De Palma oltre a Carrie. E pure per fargli ricordare quello ci ho messo un po'.




Questo post conterrà spoiler su tutti i film della saga. Tutti, anche La resurrezione. Anche quelli di Rob Zombie. 


Non scriverò la trama di nessuno dei film credo, ma soprattutto non scriverò quella del primo. Se siete su questo blog lo avete certamente già visto, ma se siete qua per caso e ancora non avete avuto l'immenso piacere, non rovinerò in nessun modo la vostra esperienza.

Perché guardare Halloween, quello del '78 diretto dal Sempre Sia Lodato John Carpenter, continua ad essere un'esperienza unica nel suo genere e dio non voglia che ve la rovini io solo perché voglio scriverci su un post. Se anche conoscete Michael Myers di fama e di aspetto, guardarlo tornare ad Haddonfield per la prima volta è proprio tutta un'altra cosa.


Lo dico prima ancora di cominciare a parlarne, per dimostrare subito la persona seria che sono: con l'ovvia eccezione di quelli girati da Rob Zombie, a me i film della saga dell'ombra della strega piacciono tutti. Ho detto tutti quanti. Mi piace quando a Michael tagliano la testa e poi non era lui, quando fanno diventare Laurie sua sorella, quando diventa un reality show, quando assoldano Ant-Man (smettila, internet, di idolatrare Keanu Reeves, il vero immortale è Paul Rudd), quando ci mettono di mezzo le sette e persino quando si dimenticano di metterci Michael e fanno un film diverso. Il mio è amore appassionato. La mia è devozione. Non posso resistere a quella maschera vuota e spenta, mi emoziona. E il motivo per cui non posso resistergli è che a me, signori, Michael Myers fa una paura maledetta. 

Mi piacciono gli slasher proprio perché genericamente hanno un fattore spavento relativamente basso e posso propinarli ad Erre ogni volta che voglio senza doverlo prima preparare a quello che lo aspetta. Michael no. Il Boogeyman per eccellenza mi ha regalato ancora adesso un paio di notti di tensione. Il suo incedere lento, la sua ineluttabilità, il suo silenzio, sono gli elementi che lo rendono il più affascinante di tutti, ma anche il più spaventoso. 


Ma dicevamo, Halloween del 1978. Un film girato da un uomo giovanissimo, in manco un mese, con 5 euro nel portafoglio e una sceneggiatura buttata giù di corsa in poche settimane. Risultato? 40 anni dopo ancora fa scuola, e soprattutto fa soldi.

Se si riconoscono tutti i meriti di chi è venuto prima di lui e gli ha spianato la strada, è anche giusto dire che Carpenter, col suo film, ha creato un genere. Ha scritto le regole che vent'anni dopo Craven avrebbe selvaggiamente preso per i fondelli con quello Scream che giustamente tutti amiamo di un amore romantico, ha aperto la strada ad un'epoca del cinema dell'orrore che ancora oggi diverte come se non fosse passato un giorno. E lo fa con un film che è la dimostrazione di come anche l'orrore a basso costo possa essere allo stesso livello del cinema d'autore. Perché quello che rende il primo film così straordinariamente superiore a tutti quelli arrivati dopo, che vi ricordo io adoro lo stesso, è il suo autore. Che Carpenter sia la storia di un genere non lo devo certo spiegare io a nessuno, è uno di quei nomi a fronte dei quali ci si leva il cappello.

Mi piace pensare che sia questo il film che più di tutti lo eleva al rango di Maestro, perché forse con Il seme della follia sarebbe troppo facile. Quella è roba complessa, lovecraftiana, di quelle che alla fine ti fanno cercare su google la spiegazione del finale. Halloween aveva tutte le carte in regola per essere un film semplice: ha una trama che più minimal di così non si può. Un uomo scappa da un manicomio e uccide delle adolescenti. E invece lui ne tira fuori un opera immensa.

Quello che fa il film è rendere questa cosa così apparentemente lineare molto più interessante di così, e lo fa regalandoci il villain più iconico di tutti, con buona pace di Jason e gli altri. Scusatemi, sono sempre di parte. Michael ha sembianze umane, e pare che il suo DNA lo renda proprio uno di noi. Eppure, quella dell'uomo è solo una forma, la Shape, appunto, perché quello che c'è dentro non ha nulla di umano. Come il povero dottor Loomis cerca di spiegare in ogni benedetto film per tutta la durata della saga, Michael Myers è il Male. Non ha scopi, non ha motivazioni, non ha emozioni (poi magari ne riparliamo), non ha nulla. Dietro la maschera c'è solo il vuoto, e un vuoto che uccide. Così d'impatto è la sua presenza che non serve altro. Non pronuncia mai un solo verso, non ha un volto, non ha nemmeno un solo attore che lo interpreti per tutto il tempo, tanto questo è insignificante: Micheal Myers è il Male, e tanto ci basti sapere. Non hanno alcun interesse Carpenter e Debra Hill, a spiegarci cosa e perché, perché non ne esistono. L'anti spiegone per eccellenza, paradossalmente in un film in cui si parla molto. Loomis è molto, molto verbale su quello che Michael rappresenta e su come sia il peggior pericolo che la cittadina di Haddonfield abbia mai incontrato. Loomis spiega, parla, agita, ma è tutto quello che può fare. Oltre ad un ormai iconico monologo che rappresenta l'essenza vera del film. Accanto a lui, la final girl per eccellenza, una Jaime Lee Curtis così appassionata del ruolo che ancora oggi ne parla piena di orgoglio. La sua Laurie è, insieme alla Sidney del sopracitato Scream, la mia preferita.

Halloween è un film pacato ed elegante, che non mostra più sangue di quanto sia necessario e che non sbrodola mai in nulla che non contribuisca a renderlo uno dei più grandi di sempre. 


Potrei parlare solo di lui, del suo sconvolgente inizio e del suo bellissimo finale e di tutto quello che ci sta in mezzo, ma poiché i film sono tanti, meglio passare al suo primo sequel, Halloween II - Il signore della morte. 

Rientra tra quei sequel che a me piacciono molto, ovvero quelli che riprendono le file della storia esattamente da dove le avevamo lasciate, ed è infatti ambientato la stessa notte. Laurie è in ospedale, e ha da qui inizio la faccenda che la vede sorella di Michael. Ne avremmo fatto a meno? Possibile. Eppure alla fine io a questa storia mi ci sono affezionata e mi diverte sempre sentire che lo chiama "mio fratello". Faccio così anche io quando il mio, di fratello, mi fa incavolare, lo privo del nome proprio e lo chiamo "mio fratello", esattamente con il tono sprezzante che Laurie riserva a Michael in 20 anni dopo. 

Il due è una bella e concitata caccia alla Laurie, per quanto ci tenga a ricordare che concitata si intende per gli standard Myersiani. Michael è una personcina composta, non corre, non salta se può evitarlo, al massimo si prende delle gran mazzate. 

Ultima volta che vediamo il duo Carpenter - Hill all'opera, il secondo capitolo della saga è per me godibilissimo, che soffre del confronto impietoso col suo predecessore ma che tutto sommato si difende dignitosamente. Non fa niente se non piace manco a Carpenter stesso, gli voglio bene io per entrambi.


Poi succede una cosa strana. Esce un film che si chiama Halloween III - Il signore della notte. Si chiama così, ha il numero 3, tutto farebbe pensare che sia un sequel comune. E invece no.

Un Halloween senza Michael, un ritorno alla saga senza Laurie, senza Loomis, senza proprio lo slasher. Un caso di scambio in culla? Un errore di battitura? No, lo volevano proprio chiamare così. Ci offendiamo per ben altro, da queste parti, quindi prendiamo questo buffo episodio per quello che è, un film che col tempo è stato molto rivalutato e che rappresenta una di quelle belle critiche al sistema capitalistico che lo stesso Carpenter a sua volta sa fare bene come pochi altri. Il signore della notte non raggiunge certo i picchi di grandi film sociali e politici che il cinema dell'orrore ci ha spesso regalato, ma è piacevole e ha una di quelle canzoncine che alla fine del film ti fanno venir voglia di sbattere la testa contro il muro, sintomo che evidentemente sono efficaci.


Si ritorna alla nostra cittadina preferita con Halloween 4, per il quale ho proprio un debole. 

Dopo la parentesi del terzo film, bisognava inserire un elemento di novità alla saga originaria, per non continuare a riproporre sempre la solita faccenda, e si sceglie di inserire una bambina. Una dolcissima Danielle Harris interpreta la piccola Jaime, figlia della defunta Laurie, e quindi nipote di Michael. 

Io questo film l'ho proprio adorato, ben consapevole dei suoi vari limiti. Il mio cuore, però, si scioglie sempre davanti ai bambini dei film dell'orrore, piccoli nanini inconsapevolini e fragilini. Jaime è proprio da canone di cuore sciolto: orfana, ma di nuovo amata dalla famiglia che l'ha adottata, tenerina e ben interpretata. Il film poi è proprio innamorato di quello del '78. Non c'è solo un uso sempre bello della colonna sonora mitologica (ma quella ci accompagnerà fino alla fine), ma c'è anche il costumino da pagliaccio, e soprattutto c'è il finale. Ah, mi dispiace, detrattori di questo film. 

Quel finale lì è proprio un gran bello. Michael vive, anche nelle bambine di manco dieci anni.




Vive anche letteralmente, perché come abbiamo ormai capito nessun tentativo di farlo fuori, nemmeno quelli più coreografici, funziona mai. Micheal torna di nuovo, e questa volta lo scopriamo perché è Jaime stessa, la nipotina, lo sente e lo vede. Ne percepisce la presenza e ha vere e proprie visioni. Come la madre biologica prima di lei nel suo secondo capitolo, è rinchiusa in un ospedale. Non che Myers si sia mai fermato di fronte ai nosocomi, e infatti quello che abbiamo è l'ennesimo film in cui i giovani vengono selvaggiamente ammazzati dal Nostro. Diverte che il film diventi una sorta di meta-Halloween, in cui il nostro killer diventa per la prima volta anche un effettivo travestimento da halloween, e diverte l'infelice sorte che tocca a questi adolescenti, che sono francamente i peggiori dall'inizio della saga. Si sposta un po' in là l'asticella, perché questa volta quelli che Michael cerca di uccidere non sono più solo adolescenti ma anche una coppia di bambini. In più, è in questo film che viene introdotta la questione della famigerata setta, che incontreremo ufficialmente nel film successivo. Forse è la sola volta in cui un film della saga sembra venir scritto dando per scontato che un sequel ci sarà, perché la questione della setta viene introdotta solo come la schiena di un personaggio ignoto che compare ogni tanto e libera Michael alla fine, dopo che Loomis era riuscito a farlo arrestare.

Non sono così pazza da considerare questo film uno di quelli da storia del genere, ma è riuscito comunque a divertirmi tantissimo, e da una saga slasher non chiedo altro.


Certo, poi arriva Halloween 6, e ammetterò che anche il mio amore folle qui ha vacillato. Arrivare al nipote di Laurie comincia a sembrare un pochino azzardato anche a me. Del resto Michael a questo punto non è più di primissimo pelo, e il film è proprio stanco. Vuole aggiungere nuovi elementi, che però iniziano l'opera di distruzione della base della mitologia della saga (la posso chiamare così?). Insinuare di culti e maledizioni e druidi e tribù priva di senso tutta la narrazione che ci viene fatta di Michael dal primo film. Che è poi l'imperdonabile errore che fa Zombie nei suoi film. Non mi interessava dare un approfondimento psicologico al passato di Michael, non le volevamo delle motivazioni soprannaturali. Potete lasciarci un killer cattivo e basta senza metterci ste sbrodolate? Che noia.


Bisognava solo portare pazienza, però, perché era questione di pochi anni e Laurie sarebbe tornata a renderci felici. Siamo nel 1998 ed esce Halloween - 20 anni dopo. Il film ignora tutto quello che è successo prima e si colloca dopo il secondo. Laurie ha finto la sua morte per andarsene da Haddonfield e vive ben lontano da lì, con il suo unico figlio ormai adolescente e una bella dose di ansia che le è rimasta da quello che le è accaduto. Sì, si può dire che a grandi linee il film somigli a quello del 2018. L'ultimo, però, è molto più riuscito, decisamente la cosa migliore mai successa al franchise dopo la sua nascita. Quello di metà anni '90 è un film figlio della sua epoca, di grande intrattenimento ma con ben poca profondità. Jaime Lee Curtis ogni volta che riveste i panni di Laurie è brava e si vede quanto se la gode. Il film regala momenti di sincera ilarità (a me, che faccio una gran fatica a ridere), come l'indimenticabile estintore in testa. Non che a Michael un estintore in testa possa causare alcun danno, ma mi ha comunque spaccato dalle risate. 

Ha un grande difetto, però, H20. Ha portato ad Halloween: Resurrection. 

Siamo in un'era del cinema dell'orrore che definirei complessa, i primi anni Duemila. Bisognava portare di nuovo a casa la pagnotta con un franchise che ormai stava in piedi da più di vent'anni. Cosa fare? Inserirci il reality show. Se si ama il trash, questa è poesia. Un gruppo di adolescenti partecipa ad un reality show prodotto da Busta Rhymes e Tyra Banks (in caso aveste qualche dubbio sull'anno di realizzazione del film, ve l'hanno chiarito così, sono proprio i primi Duemila). E non sono manco ironica, son proprio loro. Devono entrare, armati di telecamere e microfoni, all'interno di casa Myers, quella in cui si è verificato l'omicidio originale, quello in cui Michael ha ucciso la sorella. La prima, di sorella, perché Laurie muore all'inizio di questo capitolo. Lo fanno e ovviamente lui non è contento manco per niente, anche perché sembra che in quella casa lui di fatto ci abiti, quindi è pure una discreta violazione di domicilio. I giovani finiscono mediamente male, ci mettono dentro una morte che è ormai tradizionale del Nostro (la persona pugnalata e appesa a muri o porte con i coltelli), il reality show diventa la chiave per salvare la vita, mediante un sistema di messaggistica alquanto originale, ai suoi partecipanti. 

Questo è un brutto film, dai, lo possiamo dire. Se prendessi la faccenda sul serio potrei pure essere indignata che si chiami proprio Halloween. Però siccome sul serio non la prendo, mi godo questa robaccia come il film trash che è, e mi ci diverto come una matta.  


Sono molto più severa, invece, con i due film di Rob Zombie che hanno avuto la sventurata idea di chiamare proprio Halloween. Se con i film precedenti sono sempre disposta a perdonare tutto, con questi proprio non ci siamo. Partivo già maldisposta, perché a me lui non piace. Se trovo molto carino La casa dei 1000 corpi, ho quasi odiato tutto il resto che ho avuto la pazienza di guardare, e di conseguenza ho pure smesso di provarci. Io e Rob non ci capiamo, e va bene così, lo accettiamo entrambi serenamente. Quello che fa con il film è completamente snaturare il concetto che della saga sta alla base: Michael non ha un passato traumatico. Anzi, da quel poco che ci è mostrato nel film di Carpenter, arriva da una famiglia per bene, che vive in una bella casa in un bel quartiere, sembrano persone normali. La famiglia disfunzionale e malsana che ritrae Zombie è un'altra cosa. È cercare un'origine a qualcosa che per definizione un'origine non ha. È volergli dare una ragione. E a me non sta bene, mi fa proprio sedere in un angolo imbronciata con le braccia incrociate sul petto. Potrei pure accettarlo e passare sopra a quella che proprio prendo come un'offesa personale, ma è il prendersi così sul serio che non perdono. Anche il sesto film snatura un po' il concetto stesso di Michael Myers, ma è un film cazzone, sotto sotto si fa voler bene. Brutto è e brutto resta, ma lo prendiamo per quello che è, come quell'amico che al bar ti mette sempre in imbarazzo perché fa troppa cagnara ma poi all'aperitivo lo chiami lo stesso. Zombie invece col suo crederci così tanto, col suo sentirsela quasi autoriale, mi fa ancora più rabbia. Oltretutto, il film alla fine è debolissimo, manca di tutta l'atmosfera che si vede ha cercato di metterci. È riuscito ad ammazzare una scena che avrebbe potuto essere piena di pathos, ovvero il ritrovamento della maschera con la colonna sonora originale. Mi ha comunicato il nulla, e soprattutto non fa mai mai mai mai un briciolo di spavento. E questo, a un film in cui c'è l'ombra della strega, non lo posso perdonare. Il suo sequel manco l'ho riguardato, la vita è troppo breve. 


E infine, il film del 2018, che è bellissimo e a differenza di quello qua sopra fa bene a crederci. Perfettamente inquadrato nel suo momento storico si apre con due podcaster true crime che vogliono intervistare Michael (che anime candide). Gli fanno girare la uallera, però, perché hanno la pensata di tirar fuori la sua maschera. Questo viene trasferito, scappa di nuovo, cerca Laurie. Perché sì, torna spettacolare come sempre la nostra preferita, una Jaime Lee Curtis invecchiata con una grazia che può avere solo lei. Ed è come sempre il suo personaggio il cuore della saga. Si vede cosa succede alla final girl dopo che il film è finito, e quello che succede non è bello. Come una reduce dal Vietnam, Laurie ha uno stress post traumatico che l'ha resa una madre ansiosa e complicata. Beve, si trascura, e soprattutto vive nell'attesa che Michael torni. E lui, chiaramente, torna. Lei, però, non ha passato questi anni senza prepararsi. Nonostante la figlia non la prenda sul serio, Laurie si è attrezzata, ed è pronta a fare a fettine sottili il culo del fratello. 

Questo primo film della nuova trilogia è davvero bello. Arriva dove tutti gli altri non sono riusciti a fare, è intenso, appassionato, scritto in maniera intelligente e girato bene. Non è chiaramente un film fatto cavalcando l'onda del momento, ma fa parte di un'operazione ben pensata e ben sviluppata. Parla di traumi, di paure, di rapporti familiari complessi, di adolescenti, e lo fa benissimo. 


Ed è, per me, la prova che quando lo si mette in mano ad addetti ai lavori sapienti e capaci, nessun franchise è morto. Ci saranno sempre nuove cose da dire, nuovi aspetti da esplorare, nuovi personaggi da approfondire, nuovi momenti storici da sfruttare. 

E io sono pronta a vederli arrivare tutti.

martedì 16 marzo 2021

Un'altra novità?

17:21

 Lasciate che apra questo post con i soliti fatti miei, questa volta un po' più miei del solito.

Ho iniziato questo anno con tutta una serie di buone prospettive ma soprattutto con un passo importante: io e Erre stiamo comprando casa insieme. 

Lo stesso giorno in cui la banca ci ha comunicato che le nostre pratiche erano messe bene e che avevamo fatto uno step in più verso l'obiettivo mi arriva una seconda telefonata, che mi comunica una brutta diagnosi per mio papà. Da quel giorno lì, poi, anche con la casa le cose sono andate male, abbiamo avuto diversi problemi di natura burocratica e le cose non stanno filando liscio come sembrava stessero andando.

Ah, poi, sì, una pandemia mondiale. E io sono lombarda. 

Nel momento in cui scrivo la situazione è questa: sembra che abbiamo preso la malattia di mio papà in tempo e forse (sottolineo, evidenzio, marchio FORSE) stiamo facendo passi avanti con la casa. Per quanto riguarda la pandemia, invece, le cassiere sono completamente escluse dal dialogo sui vaccini. La sinceramente vostra cosa fa? La cassiera.


L'insieme di queste cose simpatiche come i miei gatti quando si arrampicano sulle gambe nude mi sta facendo questo effetto: ho sempre mal di testa, mi alleno come una maledetta per sfogarmi poi non cammino per giorni, dormo peggio del solito ma soprattutto non metto a tacere la testa.

Quando la testa non tace inizia a pensare, progettare, muoversi come un criceto impazzito per rimandare il più possibile i pensieri utili. Pensare a come risolvere il problema di una perizia sbagliata? Ma quando mai. 

Pensare a novità per il blog o per i miei libri che mi ruberanno ancora più tempo e per le quali mi sentirò sempre inadeguata? Sempre pronta.

E quindi eccoci qua.


Caspar Camille Rubin on Unsplash


Ho questa idea che mi balla in testa da un po' e che pian piano è diventata una conversazione più seria e adesso se la metto sul blog vuol dire che ci devo davvero iniziare a lavorare su.

L'idea è questa: voglio aprire un canale su Twitch per fare live a cadenza settimanale a tema cinema, preferibilmente dell'orrore. Twitch, per chi non la conoscesse ancora, è una piattaforma che permette di fare video in diretta, usata in gran parte dalla community del gaming. Ha però una fetta di persone che la usano solo per fare due chiacchiere, e questa è la fetta in cui mi vorrei inserire. Anche perché è proprio meglio per tutti se non metto online me stessa mentre gioco, sono imbarazzante. 

L'idea di farlo da sola, però, non fa per me. Quello che vorrei fare è ospitare ogni settimana un blogger diverso, fargli scegliere un film e fare due chiacchiere insieme per un'oretta. 

Le live sono temporanee, non sono come video Youtube. Chi è nuovo sulla piattaforma mantiene online le sue dirette per 14 giorni, agli utenti vipppps è concesso un tempo più lungo. Non ho le idee chiare su cosa farei con queste live per non perderle, o se le lascerò andare nell'oblio dell'Internet, non ci ho ancora pensato.


Ma quindi, se non ho ancora deciso nulla, perché scriverci già un post sul blog? 

Per invitarvi.

Alcuni generosissimi amici blogger mi hanno già dato la loro disponibilità (grazie, ragazzi!), ma ho contattato solo quelli che partecipano alle varie giornate celebrative della blogosfera. Non ho ancora iniziato a segnare una vera e propria programmazione, voglio solo guardarmi intorno e capire quante persone effettivamente sarebbero interessate a partecipare. Si tratta di metterci la faccia, un film a scelta, la voglia di farci su due chiacchiere con la sottoscritta. Due settimane dopo la faccenda è sparita dall'internet!


Direte voi, che siete più bravi di me: ha senso pensare a questa cosa con (SE TUTTO VA BENE) un trasloco imminente e di conseguenza internet che per un po' sarà più inagibile di un cantiere?

Ma certamente no, solo che quando la testa parla così non la so far tacere fino a che non faccio quello che dice lei, e quindi eccoci qua. 

L'invito è aperto a chiunque: blogger, ex blogger, futuri blogger. Gente che scrive solo sui social, gente che ha webzine, gente a cui piacciono i cinemacci brutti e che si diverte a parlarne.  


Può anche essere un'occasione interessante per far conoscere al web la vera star di casa: Augusto Sirius Daolio, il mio cane.





giovedì 11 marzo 2021

WandaVision

19:27
WandaVision è finito, e con lui le scorte di lacrime che avevo a disposizione per il mese.

La facciamo la solita premessa? Ma facciamola.
Come sa chiunque sia in una relazione di lungo corso, si arriva ad un punto in cui le passioni si mescolano. Lui viene sottoposto a più film dell'orrore di quanti ne voglia tollerare e io mi sono guardata tutto l'MCU. Poi è successo che mi sono affezionata ai tizi in calzamaglia (ma che modo di dire vintage è? bellissimo) e ho letto un paio di fumetti. Poca roba, giusto le cose più cattive tipo Planet Hulk. 
Questo per dire che su questo blog in generale, e quindi in questo post, troverete le opinioni di una che ha fruito praticamente solo dei film.
E, adesso, di una serie che l'ha ridotta ad uno straccio.
Ma non è bello venire sulla Redrumia e trovare solo cose scoppiettanti di allegria? 



Breve accenno di trama, perché poi andiamo in FULL SPOILER MA PROPRIO FULL FULL FULL.
Wanda e Vision sono una felice coppia fresca di casa nuova, e sono i protagonisti di una cotonatissima sit com anni '50. Sembrano usciti dai migliori manuali per signorine dell'epoca, ma ci è chiaro da subito che qualcosa non va, soprattutto perché arriviamo alla serie sapendo che Vision è morto, e che cosa sia lo scopriamo ripercorrendo la storia delle più famose sit com familiari della storia della tv. 

Avevo già scritto un lunghissimo post sulla serie, ma rileggendolo mi sono accorta che era una sbrodolata logorroica su quanto tragico fosse il personaggio di Wanda, sulla sua infelice sorte, su quanto ero triste per lei e su quanto era stato doloroso. 
Nulla di falso, sia chiaro. Ho davvero sofferto come una cretina, ma forse è il caso di argomentare un po' meglio. Diciamo che metterei un trigger warning per i cuori sensibili perché si piange davvero, ma giuro che poi mi fermo qua.

Anche perché quello che ho amato di WandaVision e del suo finale è che non si tratta di una delle sdolcinate faccende con la morale del "Se non ti uccide ti rende più forte". Wanda esce da Westview e sembra tutto ok (per quanto possibile, sia chiaro), fino a quando la vediamo nelle scene post credits. Wanda non solo non è guarita dai lutti della sua vita, ma è più incazzata che mai. E chi la biasima.
Quando Scarlet Witch ha fatto la sua comparsa Erre, che è la persona che mi fa da guida nell'esorbitante mondo dei supereroi a fumetti, mi aveva detto da subito che era in poche parole la più figa di tutte. Nasconderò al mio ego il fatto che probabilmente parlasse anche della bellissima Elizabeth Olsen per concentrarmi sul fatto che i poteri di Wanda sono strepitosi. Non solo sono impressionanti, ma sono anche inseriti in un personaggio molto umano e facile da amare, il che la rende ancora più forte. Anche Capitan Marvel ha una forza senza senso, ma è un'intollerabile snob, quindi non c'è proprio gara.
La serie non solo mette bene in mostra di cosa Scarlet Witch sia capace (cosa impressionante di per sè), ma mostra come i fenomenali poteri cosmici siano pericolosi in mano ai sentimenti umani. 
Wanda è ferita, soffre tantissimo, ed è anche incazzata durissima. L'enormità di quello che crea, assoggettando al suo dolore i suoi poteri, è impressionante. Ho adorato le scene in cui le persone prigioniere riprendevano conoscenza, perché erano la prova di quanto fosse crudele quello che Wanda stava facendo. 

Quindi, collegandoci a questo e in virtù della scena post credits: Wanda è la cattiva della serie?
Non dirò mai niente di cattivo contro quella che è diventata la mia preferita, scusatemi. Più un personaggio soffre più me lo sento vicino e mi ci affeziono e lei soffre come una dannata. Non credo però sia la villain, perché come nei più felici standard marvelliani, il vero cattivo è l'uomo bianco etero preferibilmente con un ruolo in una agenzia governativa. A fianco a lui, all'esterno di Westview, ci sono i comprimari della serie, che ho ricollocato nei propri film di provenienza solo grazie all'intervento del sopracitato Erre. Tranne Asian Jim, quello l'ho riconosciuto da me. (Sì, mi manca ancora The Office.)
Sono personaggi secondari deliziosi, che riempiono bene senza invadere lo spazio dei protagonisti, simpatici e interessanti. Ben scritti.
Poi, però, parlando di comprimari, succede il patatrac. Il vero fallimento della serie. Pietro Maximoff. Fan in visibilio, nerd di tutto il mondo uniti con bandierine celebrative pronti a festeggiare (finalmente!) l'arrivo degli amati X-Men nel MCU. Io faccio parte del gruppo, perché preferisco di gran lunga i mutanti agli Avengers, Giorni di un futuro passato è uno dei miei cinecomic preferiti. Evan Peters è arrivato calandosi dal cielo con ali angeliche a farci sognare. Prima di tutto perché il suo cazzonissimo Quicksilver è un adorabile cretino, e poi per tutte le implicazioni della sua presenza nella serie.
E invece no. La Paraculata Suprema. La Faciloneria Mephistofelica (Erre, sto diventando brava?). Il Martyrs dei finali dei cinecomics. (scusate, questa era esagerata.) Pietro non era davvero Pietro e i nostri cuori si sono infranti, di nuovo. In una serie struggente non ce n'era davvero bisogno, 'nfami. 
C'era gente che era scesa in cantina a ripescare spillati incellophanati a cercare risposte, c'erano forum infuocati, i server di internet rotti. Scusate, mi faccio prendere dal mio iperbolismo. Però mi dispiace, poteva essere una cosa bellissima e invece proprio no. 

Insomma, Pietro non era davvero Pietro, Vision e i bambini sono morti e Westview è tornata alla normalità, con quella frase di Monica che è stata peggio di una spolverata di sale su un graffio: "Non sapranno mai a cosa hai rinunciato per loro."
Vuoi altro, Marvel? Hai sentito che ho goduto un po' troppo per la dipartita dell'odiato Iron Man e hai deciso di punirmi così? Lo accetto. 

La serie finisce, negli episodi finali, per tornare ad essere un classico prodotto Marvel, con la sua battaglia bella grossa e importante e il resto che passa in secondo piano. Non la parte che ho preferito, come non è mai la parte che mi interessa dei film, però nel complesso è un prodotto ben più che godibilissimo. Non esattamente la ventata d'aria fresca che speravo restasse fino alla fine, ma mi sono comunque ritrovata in lacrime a soffrire come una cretina per un personaggio di finzione quindi immagino che abbia funzionato alla perfezione.

Concedetemi di concludere con una riflessione di parte e assolutamente superficiale: le supereroine donne sono le più forti di tutti, non c'è proprio gara. Ora, non so se anche questo sia parte del retaggio culturale per il quale una donna per far parte di un mondo maschile deve essere assolutamente superiore a chiunque o per lei non c'è posto, ma io penso di apprezzarlo. Tra Carol Danvers, Wanda, ma anche Wonder Woman. Non c'è spazio per la mediocrità, tra le donne supereroine.
Devo riflettere su come la penso su questa cosa, ma la bambina che è in me gongola e vorrebbe vederle spaccare tutto, nello specifico i culi dei compagni maschi. 


martedì 9 marzo 2021

#novecento italiano: di cosa parliamo quando parliamo di Resistenza?

18:29

 


Eccoci finalmente con il mio primissimissimo articolo. E' un post da archivio, perché in realtà è pronto dall'inizio di febbraio, ma aspettavo di aver pronto tutto per poter cominciare. Quindi, intanto, vi delizierò con questo. E dunque, introdotto dal mio bel faccione in grafica...

Io e la mia amica Marika, qualche mese fa, abbiamo sapientemente deciso di cominciare a recuperare i classici imperdibili della letteratura italiana del Novecento. 

Ho scritto una frase e sono già necessarie delle precisazioni… Il “sapientemente” è giustificato dal fatto che, entrambe, abbiamo delle lacune in materia paragonabili solo al Gran Canyon. Ci rendiamo conto che selezionare tutti i libri che, nel corso di questi anni, si sono guadagnati l’appellativo di “classici” per affrontarli e, nel frattempo, cercare di mantenere le buone abitudini come mangiare, dormire – io tanto, lei poco – e avere anche delle relazioni sociali, è quasi impossibile. Quindi, da brave maniache degli schemi e dei programmi – che mai riusciremo a rispettare – abbiamo preparato un programmino. Programmino… abbiamo mescolato in un pentolone tutto ciò che ci veniva in mente, e poi l’abbiamo suddiviso in categorie, per autore, per tema, per anno… insomma un programma pieno di sub-programmi.

L’esordio di Calvino, però, non è il primo che abbiamo affrontato. Visto che non siamo per niente masochiste, abbiamo deciso di cominciare con Menzogna e Sortilegio della Morante – un libricino niente male che si aggira intorno alle 700 pagine. Bello, magari qualche punto in più e qualche frase più corta, ma… Ce l’avremo fatta ad empatizzare con i personaggi come piace a noi? Ovviamente no. E questo è un forte punto in comune con Il sentiero.

Facciamo un salto indietro: di cosa parla questo libro? In una frase – e quasi banalmente – ha come soggetto principale la Resistenza e la lotta partigiana durante la Seconda Guerra mondiale. Come ho già accennato poco sopra, si tratta dell’esordio di Italo Calvino, colonna portante soprattutto della seconda parte del Novecento letterario italiano. Chi di Calvino ha letto anche altro – vogliamo fare qualche esempio? Il barone rampante, Se una notte d’inverno un viaggiatore, e tanti altri… - noterà una grossa differenza, soprattutto nello stile. Per la mia esperienza personale, questa lettura nello specifico non rientrerà nell’olimpo dei libri “della vita”. Poco male. Parto dal presupposto che non sono in grado di lasciare andare e troncare la lettura di testi che non mi convincono e che, in alcuni casi – fortunatamente pochi – non mi piacciono proprio. Allo stesso tempo, sono convinta che, nella maggior parte dei casi, ogni universo letterario a cui ci approcciamo riesca ad arricchirci in qualche modo. Ma parlare di ciò, ci porterebbe ad aprire un’enorme parentesi, difficile da chiudere…

Cosa facciamo io e Marika quando leggiamo, in sincro – più o meno – i libri che scegliamo? Se non ce ne scordiamo – e questa volta era successo – ci troviamo e ne parliamo. Ultimamente solo virtualmente perché non ci siamo viste per mesi, complice il simpatico periodo storico che stiamo vivendo. Passiamo circa quindici minuti a parlare dei fatti nostri, e poi cominciamo a parlare del libro “ospite” dell’incontro. Dedichiamo una media di dieci minuti, a essere generosi, ad analizzare elementi prettamente tecnici: l’ambientazione, lo stile, i personaggi, la trama, etc.… Non abbiamo competenze vere e proprie in materia, siamo solamente due grandi lettrici che nel tempo libero, o in quel poco che ne rimane, preferiscono (non dirò rispetto a cosa…) stare in compagnia di un libro. E poi? Il delirio, per lo meno questa volta. Ne è venuto fuori un brainstorming incredibile: da me, il termine più appropriato per definire quello che abbiamo fatto è “misturotto”.

La cosa che mi ha affascinato di più e da cui siamo partite è lo sguardo di bambino. Sì, perché l’elemento peculiare di questo romanzo non è tanto l’aver raccontato della Resistenza, quanto l’averlo fatto attraverso gli occhi di un bambino. Avete presente il punto in comune con il romanzo della Morante di cui parlavo prima? Idealmente, un personaggio di questo tipo proietta nella mia mente l’immagine di qualcosa di candido, innocuo e non corrotto. Il protagonista di questo romanzo non è decisamente descritto in questo modo e non è stato in grado di suscitarmi alcunché, men che meno compassione. Forse, non era nemmeno l’intenzione dell’autore. Nonostante ciò, rimane uno degli espedienti che più ho apprezzato durante la lettura. Sì, perché dopo la fine della guerra, tantissimi autori si sono cimentati con il racconto di esperienze – spesso anche personali – della Resistenza e della lotta partigiana. Quanti, poi, effettivamente rimangono nella memoria del lettore?  
Pin, il protagonista, non è il mio preferito – e s’era capito; ma il suo occhio di bambino ci fornisce una visione di uno dei più terribili e paurosi momenti della storia in una maniera completamente diversa e inedita. Come la conosciamo la Resistenza? Di cosa parlano gli innumerevoli libri presenti sul mercato? Per me è sempre stato un movimento prettamente intellettuale – visione, come è ovvio, errata – fatto principalmente di personaggi già noti prima e ancora più noti dopo. È stato sicuramente questo, ma non solo. La Resistenza è stato il movimento del civile; un insieme di tante piccole battaglie personali. I contadini, gli operai, gli abitanti dei paesi non avevano, molto probabilmente, la minima idea dei grandi ideali intellettuali e filosofici, ma alla Resistenza ci si sono uniti lo stesso. Perché? Perché era la loro guerra personale, per un’infinità di motivazioni diverse. La Resistenza, fatta di persone semplici. Non posso sapere se fosse proprio questo l’obiettivo di Calvino; per me è stato così: un rendere più reale, più concreto e più umano un movimento così lontano dal mondo dei giorni nostri.
A proposito dello sguardo innocente di bambino, Marika – che ha decisamente più memoria di me – ha fatto un pregevolissimo accenno e collegamento con il romanzo Il buio oltre la siepe, di Harper Lee, mettendone in luce le analogie ma, soprattutto, le differenze. 

Il brainstorming di cui parlavo prima era composto di tantissimi altri spunti di riflessione che, più o meno, abbiamo cercato di approfondire. Abbiamo accennato alla sospensione del giudizio e, soprattutto, di umanità in una circostanza come la guerra – situazione che modifica profondamente l’animo di una persona. Chiamato alle armi come essere umano e congedato come automa. Questo ci ha portate a parlare della guerra in Vietnam e, più in generale della Guerra Fredda e, poi, della psicanalisi, del disturbo da stress post traumatico. Spunti allegri e leggeri da affrontare il mercoledì sera dopo una giornata di lavoro. Nonostante ciò, ne siamo uscite abbastanza soddisfatte.

Quale sarà il nostro prossimo salto nel vuoto?

Spoiler: in realtà il salto nel vuoto l'abbiamo già fatto. Il titolo seguente è stato Le ambizioni sbagliate, di Alberto Moravia. Per me è no, ma lo sapevo già... 

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno



lunedì 8 marzo 2021

I classici del femminismo: Donne, razza e classe

16:05

Sorelle, compagne, amiche, buona Giornata Internazionale dei Diritti della Donna. 

La Redrumia è uno spazio femminista, ma non solo. Femminista, comunista e antirazzista, perché, checché se ne dica, le tre cose non possono essere separate. Sapete chi lo ha detto prima e molto, molto meglio di me?

Angela Davis.

Ѐ di lei e del suo testo più famoso che parliamo oggi, per fare una dovuta celebrazione della giornata. 




Come sempre, un disclaimer. Con questi post non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno, figuriamoci recensire. Quello del femminismo è un mondo ampio e che merita e necessita di uno studio approfondito.  (Andrebbe fatto nella scuola dell'obbligo, dite? Sono d'accordo.) Io sono solo all'inizio ma sto cercando di farlo, ma quello che faccio su questo blog è solo condividere il mio viaggio. Non sono nella posizione di insegnare nulla.


Dunque, femminismo, comunismo e antirazzismo. Perché non possono essere separati? Perché una persona di destra non può definirsi veramente femminista senza rischiare che a qualche compagna venga la voglia di portarla in un vicolo e dargli tutte quelle che non ha preso da piccola? 

Perché l'origine della diversità deriva dalla struttura stessa della società capitalistica. 


Ma facciamo un passo indietro. Il testo di Davis si apre con un saggio sul periodo della schiavitù. Le donne nere erano trattate esattamente come gli uomini: parità di ore di lavoro, stessa intensità delle mansioni. Ci sono vari problemi a riguardo: i corpi di donne e uomini sono per natura diversi, ma non solo. Le donne fanno figli. Aldilà dell'ovvio (nessuna maternità, nessun riposo, nessun alleggerimento del lavoro), le schiave erano forzate a fare più figli possibile. Più bambini più futura forza lavoro. 

Come si forza una donna a fare figli? Con la violenza, sessuale, sistemica. Lo stupro come strumento di esercitazione del potere dell'uomo sulla donna non è certo roba nuova. 

Da questo primo capitolo in poi Davis ripercorre la storia delle donne nere e della loro lotta, passando attraverso tutte le fasi principali e i nomi più rilevanti. Il movimento abolizionista, il suffragio femminile, i congressi, il razzismo, la nascita della società capitalista, per arrivare a stupro, sterilizzazione forzata e controllo delle nascite. Il testo è storico, e la lettura che si dà della storia è inequivocabilmente marxista.


Quello che fa Davis è mostrarci che nessuna separazione sarà mai di beneficio al movimento femminista. Ignorare che le donne bianche hanno sistematicamente evitato di considerare le nere all'interno del movimento, sotterrando così la prova di un loro grande privilegio, vuol dire ignorare che ancora oggi siamo così. Aprire gli occhi di fronte al fatto che ci sono molte più cose da considerare oltre al nostro piccolo giardinetto di fronte a casa è solo il primo passo di reale conoscenza di quello che ci circonda. Leggere un libro di 40 anni fa è solo un piccolo sguardo, ma è il primo, ed è necessario. 


L'approccio marxista al femminismo è quello che trovo più affine ai miei ideali. Nonostante sia costantemente abbattuta da politica, attualità e da quello che mi circonda, non posso smettere di credere in un sistema più giusto. In cui le persone siano tutte uguali, in cui si lotti insieme per i diritti di tutti, in cui non si possa avere una singola persona al mondo con un proprio personale programma spaziale mentre in giro mancano le basi per una vita civile. Davis, con un testo difficile da leggere per tematiche ma non certo per stile, che ha un enorme pregio nell'essere davvero alla portata di quasi tutti, mi motiva a continuare a crederci, a non smettere, nel mio piccolo e pigro mondo, di lottare perché si smetta di essere considerate macchine che producono denaro per qualcuno più grande di noi. Che esista, magari non ancora ora e non qui, una società in cui l'individualismo non sia più importante dell'uguaglianza, in cui l'esistenza delle persone sia votata al lavoro e non alla crescita personale e sociale. In cui non siamo più strumenti. 


Io faccio la cassiera, in un discount. Una larghissima fetta della clientela del mio punto vendita è straniera, assisto a piccoli episodi di razzismo su base quotidiana. Vedo centinaia di persone al giorno, vedo il modo in cui gli uomini trattano le compagne, vedo ragazze nere sole con bambini e le occhiate delle benpensanti elegantissime cremonesi dietro di loro in coda, vedo donne col velo parlare qualche volta poco bene in italiano ed essere accolte da occhi al cielo, vedo sguardi sorpresi quando invece l'italiano è parlato benissimo. Chissà se sarebbe così, se persone come Angela Davis fossero studiate a scuola, se il rispetto fosse dato per scontato, se le differenze fossero non nascoste ma valorizzate, se ci insegnassero fin da piccoli il valore dell'umanità in quanto tale e non per tali o presunti meriti (economici, s'intende).


Mi perdonerete se questa non è una vera e propria recensione, e se del libro si parla poco, ma quello che l'autrice ha fatto a me è stato creare desiderio di ancora di più. C'è troppo che non so, troppo su cui ancora lavorare, troppo su cui mi sono a lungo distratta, troppo che ancora sbaglio, e di sicuro non basterà leggere un paio di libri a cancellare anni di crescita in una società che oggi trovo così marcia. Ma ci si lavora, ci si prova sempre a migliorarsi e a diventare un po' più umani di ieri. 

In giorni come oggi, che non sono solo date sul calendario per farci regalare dei fiori, ci si prova un pochino più forte. 







mercoledì 3 marzo 2021

I 200 di Rue Morgue: The bad seed / Il giglio nero

12:38

 Continua il nostro viaggio tra la selezione dei migliori horror alternativi di Rue Morgue, e questa volta è il turno di un film che a me era completamente sconosciuto: The bad seed, inspiegabilmente diventato da noi Il giglio nero, del 1956.



Christine ha una vita invidiabile: un marito bello e innamorato, una bambina che sembra uscita da una casa della bambole, una buona posizione sociale...sembra non mancarle niente. O almeno, è così fino a che un compagno di scuola di Rhoda, la sua bambina, muore in circostanze tragiche, e la tragedia inizia anche per Christine.


Più guardo film, più leggo saggi, più mi informo, più, nella più socraticamente banale delle considerazioni, mi rendo conto di non sapere proprio nulla e infatti questo film era completamente fuori dai miei radar. Eppure The bad seed sembra davvero essere il papà dei film con i bambini cattivi. Arriva ancora prima del ben più noto (a me almeno) Il villaggio dei dannati. 

Oggi di bambini cattivi ne abbiamo visti in tutte le salse, e io li amo praticamente tutti. È un sottogenere che mi piace sempre. The Bad Seed li ha anticipati tutti. Rhoda è il perfetto esemplare di bambina crudele. Due adorabili treccine bionde, una faccina da bambolina e un vestitino bianco che lei rende il perfetto abbigliamento angelico da bambina che va in chiesa tutte le domeniche, comincia ad essere spaventosa dai primi istanti. 

La mamma e il papà sono naturalmente accecati dal più grande amore del mondo, ma noi la vediamo arrivare in scena e già sappiamo che qualcosa non va. Sorride un secondo di troppo, si inchina un po' troppo in basso, muove le trecce all'indietro con un pochino troppa forza. E infatti poi muore il compagnetto di scuola e lo sappiamo da subito che volatili senza zucchero. Rhoda si srotola pian piano, mostrandosi per il mostro che è lentamente, per tutta la durata del film. Il vero livello dell'orrore esce dalla sua boccuccia santa solo alla fine, quando le sue intenzioni (e anche quella che ormai è la sua abitudine) vengono palesate in modo innocente al papà e molto meno angelica a noi. La bambina è interpretata da una piccola Patty McCormack, che non stupisce abbia poi avuto una carriera molto prolifica, perché qui è bravissima. Il solo modo in cui scuote le trecce e si inchina sono da brividi lungo la schiena. Il perfetto archetipo di quello che ormai è un grande classico. 


Il film è tratto da uno spettacolo teatrale, a sua volta tratto da un romanzo, e la cosa traspare tantissimo nella messa in scena: è ambientato quasi del tutto nel salotto di casa, da cui entrano ed escono diversi personaggi. La cosa non fa perdere la tensione, anzi. La paura quella più sottile, che si infila nella schiena, non ha sempre bisogno di azione. Il mistero che circonda la morte del compagno di scuola di Rhoda si risolve con osservazione e chiacchiere. Il dramma di Christine si rivela nello stesso modo, e nessuno dei due perde di intensità. L'interazione con gli altri rende il disastro palese, se le persone che le circondano non fossero mai entrate nel loro salotto di casa probabilmente Christine starebbe ancora dando il basket of kisses che la bambina chiede ai genitori per tutto il film. 


Questo film è stato non solo una scoperta bellissima, ma l'ennesima conferma che degli anni '50 non so proprio nulla. Roba in più da studiare. Ѐ bellissimo.

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