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mercoledì 19 settembre 2018

Sulla mia pelle

20:01
Vuoi non farla l'intro smelensa?
Facciamola.
Mi sono appena trasferita, ma fino ad un mese fa abitavo vicino ad un micro parchetto del paese, classico e anche un po' banalotto luogo di ritrovo di ragazzini con la canna in bocca. Sono ragazzini che ho visto venire su, in un mondo in cui volente o nolente ci conosciamo tutti, li conosco per nome, so le facce delle loro famiglie. Li sentivo ridere e ascoltare la musica fino a notte fonda e spesso ho augurato loro scariche diarroiche debilitanti.
Io ho cambiato casa, ma loro sono ancora là, con le macchine con i finestrini abbassati, le morosine sulle canne della bicicletta e le lattine di birra sempre lasciate in giro.
Non è così scontato, pare.


Le leggo, quelle persone capaci di analisi profonde e utili. Le leggo e le ammiro.
Io no.
Io mi sento ribollire, mi sento come se mi si fosse rotto qualcosa dentro, mi si appiattisce il cervello e riesco solo a pensare 'Ma come?'. Niente parolacce, niente insulti, niente. Solo 'Come?'.
E se esiste un lato di me che ancora per tutelarsi da una realtà così tremenda nega o si distrae (ho dovuto vuotare la lavastoviglie mentre vedevo il film, e preparare la cena, per riuscire a vederlo), l'altro grida internamente che niente di tutto ciò è comprensibile.
E allora, con tutti i diritti, vi chiederete cosa lo scrivo a fare, un post in cui le parole mi scappano via, che non farà altro che unirsi al coro di voci che vi dicono che il film va visto, che Borghi è bravo - bravissimo, eccezionale - e Cremonini pure, che la storia la racconta in modo equilibrato e che spero abbia il riconoscimento che merita.
Ma non ce la faccio a considerare il film, non si può andare oltre, quando si vedono le foto delle anteprime e si vede Ilaria abbracciare i partecipanti, ci si può provare ma non si può.
In tutta questa faccenda io non faccio che pensare a lei, Ilaria.
Ho un fratello più piccolo che ci ha dato qualche pensiero nel corso degli anni, ma che è tutta la vita che ho. E guardo quel donnino piccolo piccolo che ha dovuto fare da parte il suo dolore per combattere per il suo, di fratello, e ogni volta finisco in lacrime che arrivano da posti in profondità e che è difficile far passare con un fazzoletto. Le asciughi, le ricacci indietro, ma sono sempre lì.

A volte mentre facevo trasloco mi sono sentita sola. Parenti e amici tutti impegnati o lontani, mi sono ritrovata tante ore qua da sola in una casa vuota. A volte presa da stanchezza e pensieri ho pianto un po'. Come può essersi sentito un ragazzo morente, per una settimana, senza nemmeno sapere che i suoi cari fuori stavano pensando a lui? Ci penso in ogni momento. Ci penso ogni volta che ho davanti la faccia di Stefano o dei suoi, allontanati da lui. E allontanati, ora e per sempre, dalla speranza di una vita normale. Io spero che ci pensino tutti, ogni persona che in quei giorni di Stefano ha visto la faccia. Spero non la dimentichino mai, spero compaia nelle loro notti insonni, che gli occhi pestati di 'solo un povero tossico' siano ricordo cristallino di quello che non si è stati. Persone.
E se esiste ancora un briciolo, una puntina da qualche parte sepolta nell'anima di chi da questa storia è così toccato, non possiamo che sperare che qualcuno dei coinvolti, oggi, sia cambiato. Che una violenza nata per chissà quale motivo sia diventata, viste le conclusioni, anche lo stimolo per cambiare.
Se non mi sforzo di pensarlo non sopravvivo, in un mondo di persone che quella violenza qui la legittimano.

Pensavo che avrei pianto dal primo momento, dalla prima scena in cui ci si accorge che di Stefano non è rimasto nulla se non un corpo spaccato. E invece no, mi sono inflitta la tortura di guardare tutto senza il filtro delle mie lacrime, senza distrarre la mia mente pensando a dettagli della vita reale mia e di chi mi circonda, senza far entrare nulla d'altro.
Ed è entrato tutto.
Era davvero meglio se dormivi dai tuoi, Ste.

giovedì 13 settembre 2018

Saga

13:44
Io mi rendo conto che arrivo sempre dopo la puzza.
Però se c'è una sola persona la mondo che non avesse letto Saga e, letto questo post, decidesse di iniziarlo, io saprò che qualcosa di buono al mondo l'avrò fatto con questo blog.



La Saga in questione è quella di un universo intero, funestato da una sanguinosa guerra. A combattersi sono un pianeta e la sua luna. I loro abitanti si detestano da generazioni.
Qualcuno, però, si è dimenticato di dirlo a Mako, lunare, e Alana, terrestre.
Sti due hanno l'ardire di innamorarsi.
E di procreare.
E, quindi, di scappare.

I grandi racconti del fantastico hanno una cosa in comune: la capacità di creare mondi indimenticabili. Basta mezza nota della colonna sonora per chiudere gli occhi e sentirsi nella Contea. Basta una saetta per pensare ad Hogwarts, tanto per citare le grandi banalità. Saga costruisce con una semplicità disarmante la storia intera di un universo, in cui convivono creature di mille razze e con caratteristiche diverse, con relazioni politiche e diplomatiche che regolano le leggi dell'universo.
Ha la forza di una storia costruita con tempi narrativi praticamente perfetti e con la passione di chi ha tanto da narrare, ha disegni moderni e coloratissimi ma che ci mettono una tavola sola per diventare potenti ed evocativi, e tirare fuori tutto il cuore del mondo. Ha una varietà di razze così diverse e intriganti, che devono convivere in poche pagine ma che non mancano mai di avere ognuna lo spazio che merita e che sono una più bella dell'altra.

Ma più di ogni altra cosa ha la voglia di pace, di rivolta di fronte a governi malvagi, di tolleranza tra i popoli, la voglia e il bisogno di salvezza per sè e per chi è più piccolo e per questa salvezza ancora non può combattere, ha un amore da tutelare come la più preziosa delle gemme, ha famiglie surrogate e reali che si sacrificano per gli altri, ha tutta la passione di chi per i propri cari smette di avere paura e inizia ad avere coraggio, ha piccoli gesti che parlano più di quelli plateali e ha una sequela di personaggi indimenticabili che sfileranno di fronte ai vostri occhi con le loro storie. Ognuno che porta su di sè a modo proprio le conseguenze di un conflitto non richiesto, ognuno che ha cicatrici che cerca di nascondere ma che diventano inevitabilmente la motivazione per ogni scelta, ognuno con una storia storta da raddrizzare. Sia i principali che i comprimari diventeranno volti amici e compagni di battaglia, la cui sorte diventerà cara come la pelle. Le loro vicende sono così reali e 'terrestri' che non riusciranno mai a sembrarci aliene. Nel bene e nel male.

Saga è un'avventura magnifica, dalla quale riemergere senza lasciare indietro nemmeno un pezzettino di cuore è impossibile.
L'immaginazione, però, ne esce ingigantita, ed è un regalo immenso.
Questo regalo qui, se non l'avete ancora ricevuto, fatevelo.
Sarà un viaggio indimenticabile.



martedì 28 agosto 2018

Notte Horror 2018: Splatters, Gli Schizzacervelli

21:00
La Notte Horror è l'evento più bello della blogosfera.
Per tutti i martedì d'estate ci impossessiamo dell'internet e parliamo di orrore, quindi per me è sempre una grande festa.
Io quest'anno sono in chiusura, con Alessandra di Director's Cult, per i motivi del post precedente. E non potevo che chiudere con Peter Jackson.



Splatters racconta di una scimmia - ratto, di una coppia funestata da una sorte infelice, e di un ninja di Dio.
Ed è tutto quello che ho intenzione di dirvi.

Se una persona se ne esce un giorno con 'Oh ma lo facciamo un film in tre parti da Il Signore Degli Anelli?' quello che verrebbe da fare è prenderlo e rinchiuderlo. Non perché non ci siano speranze, ma perché è una roba da matti. Il risultato è stata una delle più magistrali trasposizioni cinematografiche mai realizzate, ma questo non smentisce la condizione iniziale: essere completamente, irrimediabilmente, fuori di testa.
Avremmo dovuto saperlo, che Peter era un folletto malefico e matto.
E avremmo dovuto saperlo perché prima de Il Signore Degli Anelli c'è stato Splatters. 

Mettiamo una sera di fine estate.
Divano, clima acceso, amici cazzoni. Niente patatine perché porco cane il film fa schifo davvero, non consiglio il consumo di alimenti.
Splatters sulla tv.
Io sono certa che mi divertirei come una cretina.
Perché il condizionale?
Perché i miei amici (che pur amo con tutto il mio cuore) non sono così cazzoni da lasciarmi scegliere una meraviglia della comedy horror, talmente disgustosa che non si può far altro che piegarsi in due. Peter Jackson non si ferma davanti a niente, non ha certo paura di inorridire le signorine nè di esagerare. La prima mano mozzata è al minuto 3.  Da lì in avanti è un susseguirsi, senza un secondo di tregua, di scene una più ripugnanti dell'altra, in una sorta di gara con se stessi per vedere fin dove ci si spinge. Morti che si gonfiano ed espellono sostanze verdi misteriose, cani divorati da anziane nonnine, amplessi zombi con labbra mozzate, preti che fanno kung fu.

Un tripudio di purissima idiozia neozelandese, che non si prende sul serio nemmeno per sbaglio, che non ha paura di esagerare perché parte volendo esagerare, e lo fa con un entusiasmo che è una gioia per gli occhi.

Più Splatters per tutti.

Tutte le (poche) cose che sono riuscita a vedere e leggere in un mese di trasloco.

13:45
Un breve e forse inutile riassunto del mio mese di agosto:
Sto andando a convivere con Erre → mansarda da pulire a fondo, mobili da comprare e montare (perchè croste schifose abbiamo fatto tutto da soli pur di non dare un solo euro inutile al Signor Ikea), idraulici elettricisti padri collaboratori vicini di casa muratori trapani avvitatori polvere nidi di vespe e cadaveri in decomposizione avanzata di piccione da eliminare (triste e agghiacciante storia vera).
Hanno operato mia zia → giri su e giù per ospedali, km in auto e mancanza di ore di sonno.
Lavoro in gelateria, è agosto e ho una collega in ferie per un mese.
Risultato generale: blog chiuso per un mesetto, social dimenticati e una stanchezza profondissima che non riesco a scuotermi di dosso.

Qualcosina, però, sono riuscita a fare comunque, quindi giga post riassuntivo con le cose belle di questo mese!


Con i milioni di chilometri che ho macinato in questo mese, i podcast sono stati un'ottima compagnia, complice l'Iphone che mi ha prestato un'amica quando si è rotto il mio telefono.
Tre i miei preferiti del mese:

  • Morgana, in cui l'adorata Michela Murgia parla di donne. Ogni episodio una signora dalla vita notevole. Fino ad ora ha raccontato di Margaret Atwood, Tonia Harding e la nostra dea Frances McDormand, che a breve sarà proprio Dio in Good Omens e io Non. Vedo. L'Ora. Con ospiti a tema e la solita brillante intelligenza, la Murgia parla di queste moderne Morgane, e del modo in cui ci ricordano che per essere donne non c'è un solo modo. 
  • Ordinary Girls, che seguo praticamente solo per Elena Mariani. Non vi dico altro di lei, seguitela su Instagram e guardate le sue stories ogni giorno. Io lo so che sono tutti convinti che le donne facciano meno ridere degli uomini, è solo che non hanno mai visto le stories di Elena. Mi spacca. Scelte musicali sempre spettacolari.
  • Veleno, un podcast true crime prodotto da La Repubblica. Si racconta di un caso giudiziario che ha coinvolto qualche piccolo comune dell'Emilia Romagna alla fine degli anni '90, una storia tremenda di pedofilia e satanismo. Ammesso, però, che qualcosa sia successo davvero. Un racconto straziante, ma interessantissimo. 
Mi vergogno di ammettere che non ho visto film, con una sola eccezione. Mio fratello, con il ricatto del 'Dai Mari è l'ultima volta che vediamo un film insieme!' mi ha convinta a vedere La forma della voce. Sapete che non sono un'appassionata di Giappone, nè di anime e manga, ma lui lo è. L'ho trovato molto più gradevole rispetto a Your name, più emozionante e con una storia più convincente. Rimane però la mia perplessità sul mondo orientale in genere. Per qualche ragione, c'è sempre qualcosa di irritante che mi allontana, e che nel solo (banale, lo so) Studio Ghibli non trovo. Saranno le espressioni a cui non sono abituata, saranno atteggiamenti dei personaggi che non apprezzo e non riconosco come 'comuni', o sarà che ne so poco e niente, ma non fa per me.
Vorrei anche dirvi che ho visto I kill giants, che è arrivato su Netflix, ma mi sono addormentata a metà.


Non che a libri mi sia superata, comunque: due sole letture, anche se entrambe appassionanti.

  • Io e Mabel è il racconto di come addomesticare un'astore (con apostrofo perché è femmina) sia stata l'ancora di salvezza per l'autrice, Helen Macdonald, che si è trovata a gestire un lutto improvviso. Io sono di un'ignoranza spaventosa sul tema, e quando penso agli uccelli faccio fatica ad immaginarli come creature spaventose e crudelissime. Il libro della Macdonald non solo fa chiarezza, ma racconta questi animali come non avevo mai visto prima fare, con un amore grande che la segue fin da bambina e competenza vera, che non diventa mai spiegone noioso. Il legame complicato con Mabel la costringe ad uscire di casa, a concentrarsi, le dà una motivazione. E per lei è salvifico. Meno successo gli astori hanno avuto con T.H. White, l'autore del romanzo da cui è tratta La spada nella roccia. Il racconto di queste due vite scorre parallelo, e senza nemmeno accorgercene siamo affascinati da questi rapaci anche noi. 
  • Una stanza piena di gente, di Daniel Keyes, è un'altra storia vera. Quella di William Milligan, il primo caso negli Stati Uniti in cui una persona colpevole viene assolta grazie alla diagnosi di disturbo da personalità multiple. Milligan era 'spezzato' in 24 personalità, e la principale non era a conoscenza dei reati commessi. Il romanzo non ripercorre solo il caso giudiziario, che già di per sè è talmente intrigante da poter richiedere un libro a parte, ma in generale tutta la vita del protagonista, partendo dall'infanzia travagliata. Dalla metà in poi mi ha un po' persa, l'ho trovato troppo lungo e prolisso, ma la storia è interessantissima, soprattutto se le cose che succedono nella mente umana vi spaventano da matti.
In un mese così sfiancante la mia insonnia, con il consueto tempismo, è tornata a gamba tesa lasciandomi a fissare il soffitto. Unico sollievo arriva per me con l'ASMR, che anche quando non mi fa addormentare almeno mi rilassa molto. Scoperta grandiosa del mese è il canale ASMRSurge. Insonni, non ringraziatemi. Ve ne faccio dono perchè è quello che si fa con le ricchezze: le si condivide. Fa video mai banali (cosa rarissima nell'asmr) e diversi da chiunque altro, lo amo immensamente.

La vera passione del mese è stata, però, Saga, aka uno dei fumetti più belli della storia del mondo. Lui si merita un post a parte, ne riparliamo.

Stasera, poi, è il mio turno con la Notte Horror, che è la cosa preferita dell'internet estivo. 

Mi sa che di sta cosa dei preferiti ne facciamo una rubrica, come le youtuber nel 2012, perché qui siamo sempre al passo coi tempi.


giovedì 19 luglio 2018

Il segreto del Bosco Vecchio, Dino Buzzati

11:29
Prendetemi pure in giro se volete, lo accetterò.
Io, però, non avevo mai letto Buzzati.
La scuola mi aveva insegnato che la letteratura italiana era tutta stilnovisti e poeti frantumaentusiasmi. Calvino? Sconosciuto. Leopardi? Una noia mortale. Buzzati? Chi?
Sì, sto dando la colpa alla mia prof, che oltre ad avermi rubato la mia copia de Il giovane Holden mi ha fatto credere (inconsapevolmente, era una ciellina nazionalista) che il meglio era tutto all'estero.
E finisce che Buzzati me lo devo leggere a 27 anni.


Il Bosco Vecchio è un terreno ereditato dai Procolo, Sebastiano e Benvenuto da un parente defunto.
Uno è un colonnello in pensione e l'altro un ragazzino orfano e in collegio. Si trovano a condividere un'eredità fatta di piante ma anche di geni, gazze e venti.
E nessuno osserva il mondo in silenzio.

Vi racconto di un pomeriggio.
Erre per lavoro doveva andare in un paesino di montagna. Mi chiede di accompagnarlo, così gli posso fare compagnia durante il viaggio. Di fianco alla farmacia dove lui lavora c'è una pasticceria, quindi lo saluto, mi ordino un cappuccino pieno di schiuma, e mi siedo nel loro terrazzino. Ho una felpa pesante, l'arietta è quasi miracolosa, passano persone sorridenti con cani rumorosi e la tranquillità del paese è da sogno. Un auto ogni dieci minuti quando andava male.
Io e Dino Buzzati siamo stati insieme quel pomeriggio, e la coccola che quella giornata è stata per me è stata indescrivibile. Qualche tempo fa nel sentire la gente parlare di cose così banali mi avrebbe quasi fatto ridere, ma in un anno come quello che sto passando, e che non smette di prendermi e sbattermi ripetutamente contro il muro proprio di faccia, ho rivalutato tutto.
Se potete concedetevi un momento così. Un giro in bici al sole, una visita ad una fattoria con gli asinini e il fieno, una passeggiata di sera, un pomeriggio in montagna.
E se potete, fatelo con Buzzati.

Perché come mi è capitato di dire altre volte parlando del fantastico, nessun altro genere fa quello che fa lui. Ci prende e, pur facendoci godere immensamente del momento, ci prende e ci porta via. E io, con la mia felpa, il mio cappuccino e il cane sopra di me che abbaiava ad ogni passante, ci siamo fatti prendere volentieri. Ci siamo lasciati trasportare in un luogo magico dove le piante sono le padrone di casa, dove i venti fanno le gare e dove le gazze sono guardiani migliori di ogni cane. Dove le persone riscoprono il loro valore, dove i bambini smettono di essere piccoli e dove niente conta più della lealtà. Dove riemerge il buono di ognuno.
Il tutto, in una storia breve e quasi per bambini, di quelle che non hanno paura di parlare di cose cattive perché hanno uno scopo, e perché quello scopo lì è sempre ricordarci che siamo migliori di quanto crediamo.

Dopo quel giorno la mia testa bloccata si è sbloccata. Mi è arrivata un'idea che potrebbe (o forse no, se potete incrociate le dita per il mio futuro) risolvere una situazione brutta brutta. Ho cercato di riprendere in mano le redini del mio cervello e anche se la strada è lunga e spaventa, ogni tanto riesco ancora a pensare di potercela fare.
Non posso credere che Buzzati e quel pomeriggio lì non c'entrino niente.

sabato 14 luglio 2018

Ingmar Bergman Day: Luci d'inverno

14:19
Il solo pensiero di fare una recensione di un film di Bergman mi fa venire il mal di testa.
Le recensioni dei suoi film al massimo se le faceva da solo, io non ho alcuna capacità.
Accade però che oggi sia il centenario della sua nascita, e se è vero, come si dice dalle mie parti, che piuttosto di niente è sempre meglio piuttosto, allora è il caso che oggi, a modo mio e umilmente, si parli di Sua Altezza Reale Ingmar Bergman.
Non sono sola a farlo, in fondo al post trovate i link degli altri blogger che oggi hanno preso un momento per cantare canti di lode e gloria.


Quando ho constatato la data da ricordare e l'ho proposta agli altri, un solo film mi è lampeggiato in mente: Luci d'inverno.
Prevedo post menoso, portate pazienza con la povera vecchia che scrive.

La storia è quella di Tomas, un pastore protestante.
In seguito alla morte dell'amatissima moglie, la fede di Tomas si è andata sgretolando, riducendolo a dire messa recitandola come la preghiera imparata a memoria in quarta elementare. (Che immagino per tutti, Tomas compreso, fosse Il Cinque Maggio, giusto?)
Proprio durante una messa lo conosciamo, mentre svolge il suo lavoro di fronte ad una chiesa piccola, cupa e semivuota. Di quella chiesa quasi si sente l'odore, guardandola.
Dopo la cerimonia, alcune persone entrano in sacrestia, per parlare con Tomas. Succede molto poco altro: si parla tanto, e non serve altro.

Mai come quest anno mi sono sentita vicina a Tomas. Non per la perdita della fede, per quella ormai non c'è rimedio, ma per la perdita delle fondamenta. La morte della moglie lo ha privato della sostanza che lo sorreggeva, che gli dava la forza per essere il pilastro della comunità, ruolo spesso richiesto alla figura sacerdotale. La fede è sparita e il vuoto che ha lasciato è immenso. Ruota tutto intorno a quello, a qualcosa che c'era e ora non c'è più, e che si è portata con sè la speranza. La consapevolezza di essere azzoppato, di non essere più di alcun valore, è quasi più atroce, per Tomas, che la scomparsa della fede stessa.
Non c'è niente di più spaventoso del non riconoscersi, che è un po' il motivo per cui i film di possessione sono quelli che mi terrorizzano anche quando sono brutti: la perdita di sè, l'annullamento dell'identità, l'oscurità. E questo gelo con cui il film è girato e narrato sono perfetti proprio perché glaciale è spesso lo sguardo che si ha su questo nuova identità che non si riesce a riconoscere. L'analisi è lucidissima ma il risultato un incubo.
Perdersi è complicatissimo e niente viene accettato in soccorso. Così per Tomas l'amore di Marta, non ricambiato, è inutile. Non dà sollievo, non allevia le sofferenza, non fa chiarezza nelle tenebre che la mente ci costruisce intorno.

Eppure, per chi ha fede, nessuno può dare più consolazione di Gesù. Gesù si è sentito abbandonato nel momento del bisogno estremo. Gesù è stato messo alla prova. Gesù, meglio di tutti noi, ha sofferto del famoso 'silenzio di Dio'. E se lo ha sentito lui, il silensio, che speranze ha un povero sacerdote di provincia?

Se speranze ce ne sono state, per Tomas, non ci è dato saperlo. Quel che è certo è che per tutto il suo percorso di smarrimento questo film è stato capace di mettere nero su bianco un malessere che spesso non si riesce a mettere in parole. Lui, di parole, ne ha usate tante, e non ce n'è una che non serva.
Buon Compleanno, Maestro.
E grazie.


Le altre candeline sulla torta per Bergman:
Obsidian Mirror - L'ora del lupo
Non c'è paragone - Il settimo sigillo
Solaris - Un'estate d'amore
Il Bollalmanacco di Cinema - Fanny & Alexander


(Edit: i link non funzionano perché la blogger scema è da cellulare, rimedio appena a casa, ma googlate questa gente perché ne vale la pena)

mercoledì 11 luglio 2018

#CiaoNetflix: Hannah Gadsby: Nanette

11:00
Cose che so sulla stand up comedy: zero.
Cose che so sulle lesbiche, lato dell'omosessualità di cui non si parla mai: zero.
E quindi, su consiglio di Cimdrp (che vi consiglio come sempre di cercare su Youtube se siete interessati al tema della parità), oggi ho guardato Nanette, uno spettacolo di stand up di Hannah Gadsby. (Cose che sapevo su Hannah Gadsby: zero.)
Ed è stato eccezionale.


Ci sono tanti modi per parlare di temi fondamentali come la parità, il patriarcato, l'omofobia.
Hannah ne sceglie uno che spiazza e lascia senza fiato: l'onestà.

Dopo una prima parte in cui prende se stessa, il suo background, le sue origini e fa tutto a pezzi piccoli piccoli ridendone e lanciandone i coriandoli per aria (facendo sinceramente divertire, evitando il cringe furioso che causano a me a volte i comedian), con una sterzata che ha colpito dritta dritta in un mio punto debole (l'autodemolizione) si è cambiata aria.
Addio alle battute sul coming out con la nonna e addio al racconto della chiusura mentale e legale della Tasmania degli anni '90.
Non si scherza più.
Quella che sembrava essere un'oretta di risate tranquille è diventata un ritratto ferocemente sincero sulle donne, sul loro ruolo nella storia dell'arte, sulla loro condizione odierna e sul ruolo ancora più complicato delle donne omosessuali, donne a metà.
Se già le donne contano metà dell'essere umano maschio, le lesbiche ancora la metà.
Un quarto di umano.
Senza paura di essere troppo provocatoria - amanti di Picasso siete avvertiti, non ci va giù leggera - l'elenco di cose che Hannah dice è spaventosamente reale. Il tono della commedia è cambiato, e non c'è proprio niente da ridere.
Sembra spesso trattenere le lacrime, ma proprio come chi non ha tempo per lamentarsi ma ha un messaggio fondamentale da lanciare, non piange mai. Sputa fuori aneddoti dolorosissimi, e verità che tutti conosciamo e sulle quali ci siamo spesso accomodati, per paura di combattere.
Ma lei no, lei non ha paura di parlare di violenza, di malattia mentale, di rapporti fratturati, di maschi privilegiati impauriti da chi questi privilegi sembra volerli far vacillare.
Quando parla traspare chiaro - anche se ha dovuto specificarlo, che la gente è scema e non capisce niente a parte quello che vuole - che il suo non è odio verso gli uomini. La capisco bene, io sono nata nella privilegiata sfera dell'eterosessualità. Ed è proprio perché esistono uomini splendidi, rispettosi e intelligenti che quelli che non lo sono vanno combattuti più forte. Proprio perché storicamente li abbiamo costruiti più potenti, più importanti, perché gli abbiamo concesso di fare di noi quello che credevano, oggi qualcuno va aiutato più di altri a capire cosa è giusto. Da quella società qui ci siamo nati tutti, ma qualcuno fa più fatica a scollarsene.
Spettacoli come quello di Hannah Gadsby vanno proiettati nelle piazze, vanno imparati a memoria, vanno inseriti nei programmi scolastici.
Fanno un male cane, ma sono talmente grandi che il loro tema principale è solo uno dei mille a cui certe frasi possono essere applicate.
In Italia, nel 2018, uno spettacolo così è una ventata d'aria fresca.
E siccome questa ventata d'aria fresca fa un male del demonio, pensate a che schifo di opinione ho dell'Italia del 2018.
Vi lascio così, con una frase di Hannah che mi tatuerei, che vorrei affissa nelle classi al posto del crocifisso, di fianco a Sergione Mattarellone, per ricordarci che possiamo essere migliori di quello che stiamo dimostrando in queste settimane.

The only people who lose their humanity are those who believe they have the right to render another human being powerless.

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