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giovedì 19 settembre 2019

Di Euphoria e deliri vari sull'adolescenza

22:09
Ogni tanto HBO si ricorda che deve tenere testa ai due giganti Netflix e Prime Video quindi si impegna e tira fuori le bombe che smuovono il web. Quest anno in più doveva farsi perdonare di quell'involontario orrore che è stata l'ultima stagione di GoT e quindi ha tirato fuori dal cilindro Euphoria, ormai considerato dal'internet che conta il miglior teen drama di sempre.
Io ho delle cose da dire, e spero davvero non vengano prese come le opinioni di una che vuole fare la bastian contraria a tutti i costi, giuro che non è così.


Quella di Euphoria è la storia di un gruppo di adolescenti alle prese con droga, sesso, relazioni malate e famiglie complesse. La protagonista è Rue, che conosciamo appena uscita da una rehab. Con l'inizio del nuovo anno conoscerà Jules, che la motiverà a diventare la miglior versione possibile di se stessa.

Partiamo dalle cose oggettivamente vere: è una bella serie, con colori, fotografia, alcune interpretazioni e colonna sonora che sono spettacolari. Zendaya è una piccola perla che dobbiamo custodire gelosamente e i temi trattati sono di fondamentale importanza. Revenge porn, body positivity, droga, violenza (sessuale e non), molestie, aborti, disforia di genere...è importante che se ne parli sempre ma forse un pochino di più che se ne parli in una serie rivolta ad un pubblico teen. Non siamo ancora pronti a smettere di parlarne e temo che non lo saremo ancora per un po', quindi benvenga. Parliamone fino a che ce ne sarà bisogno e io sarò qui a sottolinearne l'importanza.

Però ho dei però e ne vorrei parlare un pochino, e per farlo temo finiremo in SPOILER.

La mia prima considerazione è soggettiva, quindi non vuole per forza essere una critica alla serie ma ai miei gusti: io sarei anche un pochino piena di quella rappresentazione qua dei giovani. Esistono i giovani tossicodipendenti, esistono i giovani violenti e squilibrati e disagiati. Ci sono quindi va bene che se ne parli. Capisco anche (e so per certo) che certe situazioni si attirano a vicenda, quindi è facile che il tossico esca con quello che ha la famiglia problematica che a sua volta esca con quella inquieta e così via. Lo capisco, mi sta bene.
Ma se in tutta la serie tv non c'è un personaggio che sia uno che faccia un chilo io mi faccio due domande. Il solo personaggio senza drama è Lexi, che infatti è ritratta come un secondario poco interessante a fronte dei grandi problemoni degli altri. Perdonatemi questo tono sarcastico, non so bene come esprimere quello che vorrei. Mi sembra scritto in modo pigro, ecco.
La cosa che mi dispiace di più è questa: le riflessioni che fa spesso Rue, che è la narratrice, le ho riconosciuti come mie. Sono un linguaggio universale che riflette dubbi e fragilità di chiunque abbia avuto 17 anni. Anche di quegli adolescenti che fanno vite più apparentemente banali. L'intensità di pensiero e dei sentimenti sono i medesimi. Solo, è più facile raccontarli se sono associati a vite piene di drammi. Una famiglia disfunzionale o dei problemi con la droga sono senz'altro difficili da raccontare, ma portano con sè molti più eventi, e il fluire della vicenda è più facile. Mi sbaglio io? Mi sembra solo che infilandoci tutte queste cose (e sono davvero tantissime, non c'è un'anima che abbia una vita senza tanti problemi immensi) se ne perda un po' il senso.
Prendiamo Cassie ad esempio. Cassie la conosciamo come vittima di revenge porn. Problema 1. Oltre alle voci e alla fama arriva il futuro da pattinatrice troncato. Problema 2, solo accennato. Poi la madre alcolizzata. Problema 3. Il padre si allontana dalla famiglia e diventa tossicodipendente. Mi sento di classificarli come problemi separati, 4 e 5. Infine, la gravidanza indesiderata e l'aborto. Problema 6. Considero questo insieme di problemi realistico? Sì, assolutamente, ci sono situazioni degradate dove è la norma. Lo considero pigro dal punto di vista narrativo? Sì. Potevamo scegliere uno dei problemi e approfondirlo come avrebbe meritato. Ma come, direte, se hai detto che è realistico perché togliere qualcosa? Perché la vita vera non dura 8 episodi da un'ora. Se hai questo tempo cerca di far passare al meglio che puoi un messaggio, persino il veterinario del mio cane dice che chi fa troppe cose le fa tutte male. Così si finisce che l'aborto è una scena in cui piangi un po' e in una successiva in cui rispondi a qualche domanda. Magari fosse così nella vita reale. Le cose sono un po' più complicate.
Mi è sembrato che ogni episodio fosse un elenco ordinato di tutti i problemi che rendono i personaggi quello che sono e non è il mio modo preferito di scrivere una serie tv. 
Ciò detto, se esiste una serie tv che ritrae giovani meno estremi ma in grado di esprimere con efficacia problemi e dolori dell'età, vi chiedo di farmelo sapere, la guarderei con estremo piacere. Nel dubbio continuo The Office.

Un'altra cosa che proprio non ho amato è stato il modo in cui ci viene raccontato il rapporto tra Rue e Jules. Le due si conoscono, diventano amiche da subito. Poi quasi improvvisamente il rapporto diventa intensissimo, e infine qualcosa di più che amicizia. Il mio problema con questa cosa è semplice: viene più raccontata che mostrata. Le scene tra le due sono poche e fatte prevalentemente di sguardi e silenzi e notti passate insieme a dormire e se un paio di occhiate intime bastassero a far nascere un amore folle i non vedenti non avrebbero alcuna chance di trovare l'amore. Non ho empatizzato, non mi sono emozionata, non ho provato nulla. Le scene tra le ragazze sono spesso flashback o ricordi, sono raramente 'dirette' e si è assistito troppo poco allo sviluppo di questo rapporto per poterne veramente godere a pieno. Un gran peccato, soprattutto perché Jules è il personaggio che ho trovato scritto meglio. Una giovane ragazza trans che a causa del suo trascorso difficile ora ha comportamenti masochisti ed estremi. Non c'è bisogno di grandi dialoghi sulla faccenda disforia, che avrebbero potuto finire per essere ridondanti e già sentiti, bastano poche immagini a cogliere il suo disagio e il suo dolore, e il suo bisogno di sfogarli. Non capisco perché per lei siano riusciti così bene mentre con altri no. 
Nate, altro grande esempio. Questo ha una famiglia che definire problematica è fargli un complimento, una relazione sentimentale malsana e una tendenza alla minaccia che sfocia nella violenza vera e propria. Eppure, non si va mai a fondo con lui. Non si scava più di tanto, si accumulano informazioni su informazioni che restano lì, come un elenco della spesa da spuntare. Sessualità confusa? Check. Daddy issues? Check. Bisogno di violenza? Svariati check. Fragilità? Al primo posto. 

Infine, ma non per importanza, il ritratto della sessualità che viene fatto in Euphoria è desolante. Ci sono adulti che fanno sesso violento con ragazzini e ragazzine fuori dalle mura domestiche, del sesso con la moglie non abbiamo informazioni, la purezza del talamo nuziale è intatta. C'è del sesso interrotto, violento, cattivo, doloroso. Si usa come sfogo, come ricatto, come punizione. Spesso c'è solo un grande squallore e soprattutto porta un casino di guai: foto, video, insicurezze, gravidanze indesiderate.
In una serie destinata ad un pubblico giovane questo non può essere l'unico esempio mostrato. Non c'è mai sentimento, mai divertimento, mai nulla di piacevole. Non va mica bene così, lo facevano negli slasher degli anni '80 e a loro perdoniamo ogni cosa, ma da una serie fresca e giovane mi aspetto altro.

Per me un gran peccato.
Guarderò comunque la prossima stagione sperando mi dia qualcosa che qua non ho avuto, e probabilmente se l'avessi vista a 17 anni me ne sarei innamorata. 
Oggi, però, chiedo qualcosa di più.


venerdì 6 settembre 2019

It: Capitolo 2 e di gente al cinema

11:17
Festa Nazionale in Redrumia!
Pennywise è tornato e lo aspettavamo da due anni che sono sembrati giusto 27.
Serve un post dedicato.


La storia è quella dei Perdenti adulti che, richiamati da Mike, tornano a Derry 27 anni dopo gli eventi del primo film, perché It è tornato. Fine di quello che vi dirò sulla trama.

Una volta Neil Gaiman (sempre sia lodato) ha detto che nel booktour di Coraline gli era diventato chiaro quanto adulti e bambini abbiano percezioni diverse e quindi paura in modo diverso. I bambini non erano preoccupati per Coraline: lei era l'eroina e senza dubbio ce l'avrebbe fatta. Gli adulti, invece, consideravano la storia inquietante e spaventosa, preoccupati per l'anima giovane e in pericolo.
Ecco, per me It è stata la stessa cosa. La prima parte, quella del 2017, mi aveva fatto una paura che non ve la raccomando (e invece forse sì, che qua si parla pur sempre di orrore). I Losers sono un gruppo strepitoso di ragazzini coraggiosissimi, e il film aveva reso loro giustizia in modo quasi insperato. Però erano i miei bambini, no? Ero preoccupata per loro e il film era più spaventoso del suo sequel. Questa volta ho avuto meno paura, ma il cuore straripante di emozioni.

Il ritorno a Derry è stato emozionante e commovente, il ritrovo di amicizie perdute ma mai dimenticate è sempre delizioso da vedere e questi attori sono stati i Perdenti che volevo. Il cast dei bambini era perfetto nel primo film e si conferma tale, ma quello degli adulti non ha temuto il confronto, non solo per quel McAvoy e quella Chastain che sono la conferma che al mondo c'è qualcosa di buono e porta i loro nomi, ma per l'insieme, l'affinità che traspare, l'affetto palpabile, le battute sulla mamma grassa dopo 30 anni.
Tutto è come prima e niente lo è.
Nemmeno It.
Il più spaventoso dei clown smette di essere solo un pagliaccio e diventa la materializzazione di un trauma terrificante, diventa paura concreta in forme diverse, diventa la forma fisica di un terrore durato trent'anni, che sembrava dimenticato e invece stava sempre lì, nascosto ma pronto a rifarsi vivo. Cambiano le sue sembianze, a volte, ma non cambia l'effetto che ha sui ragazzi, paralizzati dal terrore eppure, passato il peggio, pronti a tutto, pronti soprattutto a scherzarci su. E quel comic relief lì, che è presentissimo e che funziona da dio (mi sono divertita un sacco) non è servito solo ai Perdenti, ma anche a noi, perché va bene che ho detto che il film spaventa meno del primo, ma il mio vicino al cinema ha fatto un paio di salti sulla sedia che non so come ha fatto a sopravvivere fino alla fine.
It è spaventoso e magnifico al tempo stesso e Skarsgard il migliore che si potesse chiedere per dargli il volto.

I puristi del libro avranno mille cose da recriminare alla fine di questa storia, e va anche bene così. Però Muschietti è riuscito nelle cose più importanti: farci un paurone dell'accidenti ed emozionarci tantissimo, come solo chi ha molto amato il libro avrebbe potuto fare. E quindi non solo va bene così, va esattamente come avrei voluto andasse. Ed è magnifico.
Io mi rileggo pure il libro, che mi mancano già, maledetti Losers.

Dicevamo, il mio vicino. Si è fatto proprio la cacca addosso, porello. Come lui, buona parte della sala. Come lo so, vi chiederete. Perché quando la gente ha paura parla. E ride, fa caciara, sgomita. Deve alleggerire la tensione. Mica fanno sto casino quando vanno a vedere altro, di solito, è proprio l'horror che tira fuori quell'aspetto qua, l'horror estivo magari leggero ma che comunque fa strizzare le chiappe.
Ecco, io prima ero pronta ad entrare in sala col lanciafiamme. Pago il biglietto, entro in sala, mi voglio godere il mio benedetto film. Ieri sera ero carica, avrei soffocato quello dietro di me con il mio sacchetto unto di caramelle, porco cane non ha taciuto un minuto. Ti ringrazio per avere letto a voce alta il contenuto dei biglietti dei biscotti della fortuna, sei una gioia ma non solo siamo tutti alfabetizzati, i personaggi stanno già facendo da soli, tu non servi, taci, prendi fiato, strozzati nella tua saliva.
Poi però sono uscita dalla sala ed ero esaltata. Avevo visto una cosa che aspettavo da tempo, non vedevo l'ora di vederlo, mi è piaciuto tanto ed ero tutta uno scodinzolio. E alla fine, forse, quel tizio logorroico là l'ho perdonato.
Eri contento, tatone, perché a volte il cinema fa anche quelle cose qua, e a me l'horror gasa (che termine vintage) tanto quanto stava gasando te. Sei comunque uno stronzo irrispettoso, ma siccome ti capisco sorrido un po', se ci penso.
E ti perdono.
Guarda te Muschietti che effetto mi fa.

martedì 3 settembre 2019

Notte Horror 2019: Society - The Horror

23:15
Ultimamente questo blog sta in piedi per miracolo. Gli eventi della blogosfera li salto quasi a priori perché so che non ci starei dietro come vorrei e pur dispiacendomene preferisco non fare nulla piuttosto che fare qualcosa ma farlo con i piedi.
Però, però, però.
Alla Notte Horror non si scappa, sono pur sempre una donna di sani principi.
E quindi eccoci qua, anche quest anno.


Prima o poi anche Society doveva arrivare da queste parti.
Sta lì, su Prime Video, comodo comodo per riguardarselo ogni volta che ci si sente giovani ribelli contro il sistema, bello sporco e ruvido come piace a noi.
Society - The Horror è un film pazzesco. Se leggete un blog di cinema dell'orrore come vorrebbe essere questo è chiaro che il film di Yuzna lo avete già visto, magari anche più di una volta, ma ne riparliamo insieme, perché è sempre un bel parlare.

Cominciamo come una bella storia teen di quelle che a me divertono sempre un casino. Ragazzi belli e abbronzati che giocano a basket in cortile, litigi con le fidanzate, feste esclusive a cui non si è invitati, armadietti scolastici...il kit base 'adolescente americano' c'è tutto e viene esposto come in un catalogo.

Però Society non è un horror adolescenziale qualsiasi, quindi non ci sono assassini seriali mascherati, niente fantasmi, niente case nei boschi, niente di quello che conosciamo (e amiamo). In Society i cattivi sono i ricchi, quelli che fanno gli ingressi in società, i giudici, i ragazzi più popolari della scuola, l'élite. E sono cattivi davvero, ché se dobbiamo fare una bella e sensata critica alla società allora ci mettiamo il carico da mille. Non parlo solo del famigerato finale, che se è così famoso avrà i suoi buoni motivi per esserlo, ma di tutto quello che succede prima: la crudeltà risiede proprio in famiglia, nel luogo sicuro, nel terapeuta, in chi dovrebbe aiutarti. L'adorato e lussureggiante nido domestico è in realtà la sede del più grande dei tradimenti, e del più sconvolgente degli amplessi.
Videocassette magicamente modificate, morti, scomparsi e matti che mangiano i capelli: Society non lesina su niente.

Ci butta dentro l'incesto, le alte cariche dello Stato,  una dose di splatter da levarsi il cappello e anche un ritratto ben poco felice delle forze dell'ordine. Non manca niente, non ha paura di niente.
Noi, invece, di quella società qua un pochino di paura faremmo meglio ad averla.
Mica lo dico io, ci mancherebbe.
Ci pensa Yuzna.

venerdì 30 agosto 2019

Horrornomicon: Operazione Paura

17:23
In un momento in cui la tecnologia ci aiuta ad avere film iper realistici e in cui siamo sopravvissuti alla fase del torture porn, una scena ha abitato nei miei incubi per settimane, ed è una scena girata nel 1960.
Siamo ai primi minuti de La maschera del demonio, e una tale Barbara Steele viene accusata di stregoneria. Le mettono una maschera piena di spuntoni, e gliela martellano in faccia. Basta, nient'altro. Mi sento male solo a pensarci.
In onore di quella singola scena, e di tutte quelle che sono venute dopo, oggi parliamo dei due Bava, Mario e Lamberto, al cospetto dei quali è cosa buona togliersi il cappello e farsi il segno della croce.


Mario fa paura. Fa paura perché ha il fascino di quei grandi che fanno soggezione, perché lo amano tutti quello che lo hanno incrociato e perché ha lasciato un'eredità difficile da riassumere in un solo post. Ma soprattutto perché ha inventato tutto lui.
Per lo slasher? Suonare Bava.
Il primo horror italiano moderno? Ok, chiedete di Freda ma guardate che poi vi passa Bava.
Per il giallo all'italiana? Sentite Mario, ne sapeva qualcosa.
E scordatevi pure di Alien, senza Mario Bava.

La faccia di chi sta al Bar Italia a giocare a briscola col lambrusco

Ora, è chiaro che le cose sono sempre molto più articolate di così, ma quello che è stato Mario Bava nel cinema italiano è una sorta di miracolo. Noi lo abbiamo capito?
No, e infatti siamo noti per mandare tutto in vacca quando serve per poi svegliarci sempre troppo tardi. Mi perdonerete, quindi, se questo post sarà un'ennesima ripetizione di cose che ormai sono già note, ma per rimediare a tutte le volte che Bava è stato ignorato di post così non ce ne saranno mai abbastanza.

Tralasciando la poco utile critica al nostro Paese, torniamo a quello che ci interessa davvero, perché i geni non restano nascosti a lungo e il nome Bava, che nel frattempo aveva il meritato successo all'estero, adesso ha il prestigio che come minimo gli dobbiamo, se non altro per il modo incivile e barbaro in cui è stato trattato.
Non aveva un soldo, non aveva tempo, non aveva possibilità. Ma aveva una testa piena rasa di risorse, e ce le ha regalate tutte quante. Dopo anni a fare manovalanza per altri (non artigianato, che era una parola che non gli piaceva mica tanto), imparando dal padre, ha messo le sue sconfinate capacità al servizio della persona più importante, se stesso, e quando hai un cervello grande e una creatività ancora di più, i soldi contano un pochino meno.
E quindi, dicevamo, La maschera del demonio.
Una sola attrice, quella sconosciuta Barbara Steele che dopo aver conosciuto Bava diventerà l'icona che conosciamo oggi, una storia tratta da un racconto russo e tanto, tanto amore per l'orrore. La ricetta perfetta, un mix mortale che ha permesso ad un signore italiano con due lire in tasca di girare una scena (una tra le tante, ma converrete con me che quell'inizio lì non lascia scampo) che mangia in testa a tutti quelli che sono venuti dopo. Tutto il film è il capolavoro che sappiamo, ma siccome quella scena lì è da annali della storia del cinema allora continuo a citarla, sia mai che convinco uno solo di voi a mollare il mio piccolo blog e andare a vedere La maschera del demonio, il più grande gotico italiano mai girato.

Da lì in poi è stato un viaggio pieno di deviazioni. Bava ha fatto un giro nel peplum (no, non l'ho visto Ercole al centro della Terra, ma si dice che anche quello sia un miracolo di economia), nel western, nella fantascienza, nel giallo e nella commedia. Quando hai una testa grande così non c'è nulla che tu non possa fare.
Ma non solo puoi fare quello che esiste già, ti inventi pure grossomodo l'inventabile.
Perché se tiri fuori qualcosa come Reazione a catena, il più onesto e crudele ritratto della malvagità umana, poi è normale che la gente ti dica che lo slasher lo hai creato tu. Non è solo questione di uccidere tante persone in modo creativo, cosa che peraltro da queste parti apprezziamo sempre tanto, è che mentre lo fai ci parli dell'umanità, e il ritratto che ne esce non è esattamente lusinghiero. E oltretutto ci metti quel finale lì...
Eppure, con il reverenziale rispetto che una come me deve a uno come te, Reazione a catena non è il mio preferito. Io il cuore l'ho lasciato su Operazione Paura. Il folklore, le credenze popolari, le tue adoratissime finestre con le facce dentro...sarà che parla di un mondo rurale e credulone che conosco bene e che mi è familiare, ma l'angoscia della maledizione cittadina mi è rimasta dentro, e Melissa Graps popola le mie notti insonni.

Io lo so che credere che un film del '63 possa fare paura oggi fa storcere il naso quelli che vanno al cinema a vedere solo roba tipo Escape Room (nessun giudizio, a me piacciono da morire gli horror adolescenziali anche quando sono scemotti). Questo accade quando non si è visto I tre volti della paura, uno dei primi horror antologici, presentato da Boris Karloff in persona, che parte con una storia interessante, con qualche richiamino lesbo neanche troppo velato per sconvolgere le signorine perbene, prosegue con i vampiri che stanno bene su tutto come il nero, e si conclude con La goccia d'acqua, film tra le altre cose in 4d, perché la goccia scorrerà anche a voi, e sarà la pipì addosso che l'episodio vi farà fare dalla paura.
(è un caso che i Black Sabbath - titolo americano del film - siano l'unico gruppo metal che mi piace? crediamo di no)

La meraviglia però non si conclude con questi, che sono i film più famosi. Gli orrori del castello di Norimberga è un ritorno al gotico se vogliamo, che pur meno efficace del mitologico La maschera del demonio, è pur sempre una gioia per gli occhi. Bava nasce direttore della fotografia, e se anche internet non ce lo avesse detto lo avremmo capito, da quanto sono proprio belli i suoi film. Io lo so che 'bello' è l'aggettivo più odiato della storia, perché vago e poco argomentativo, ma i colori, i benedettissimi zoom, e la messa in scena dei film di Bava non sono altro che belli. Potrei stare qua a cercare turboparoloni da cinefilo dell'internet (gran pagina facebook, quella) ma son proprio piccoli quadri che rendono belle e aggraziate anche le morti più truculente. Lisa e il diavolo, il film del Nostro con la storia più infelice (violentato dal produttore per farlo somigliare a quel tale film uscito nel 73 con una bambina posseduta, forse l'avete sentito nominare) ma che nella sua versione originale era interessantissimo. Schock, invece, ve lo dovete guardare. Ma proprio tutto, dall'inizio alla fine, perché nonostante la Daria Nicolodi, che insomma non è la mia preferita, ha il miglior finale della filmografia del signor Mario Bava.
Ed è tutto dire.

Non di solo Mario, però, è fatta la famiglia Bava. Dopo nonno Eugenio e babbo Mario è arrivato anche Lamberto.
Ora, se tuo padre è uno di quelli che farà la storia del cinema italiano, e tu lo sai perché lavori a stretto contatto con lui da sempre (il maggior culo che potesse capitare ad una persona), ti tocca farti su le maniche e dimostrare che anche tu sai bene il fatto tuo. Lamberto, infatti, vuole fare l'orrore anche lui. Va benissimo, unisciti a noi, più siamo più ci divertiamo. Inizia con Macabro. E Macabro è un film di quelli che non ti dimentichi più.
Inizia con una tragedia dopo l'altra, prosegue con disperazione e follia e dolore e crudeltà e finisce con una mattata sovrannaturale che mette proprio la ciliegina sulla torta che è questo film. Ha proprio messo il carico da mille, Lamberto: bambini morti, necrofilia, disabilità, menti bruciate dal dolore. Non ha avuto paura nè di fare un mappazzone (che comunque non fa) nè di esagerare. Sono il figlio di Mario Bava e faccio come cazzo mi pare.
Vagli a dare torto.

La faccia da organizzatore di Festa dell'Unità

Ora, la strada di Lamberto è meno perfetta di quella del padre, ci sono incidenti di percorso più o meno rilevanti (quello Shark: Rosso nell'oceano che anche a L. stesso non piace facciamo che non è mai successo, ti amiamo molto comunque) che verranno sempre e comunque perdonati in onore della cosa migliore mai uscita dalle santi mani del Figliol Santo: Fantaghirò.
Non era mica una battuta. Io sono figlia degli anni 90, son venuta su a pane e Fantaghirò a Natale. Era il fantastico domestico, e gli sono molto affezionata.
Certo, poi c'è Demoni, e Demoni è tutto un altro paio di maniche...
Un film sporchissimo, cattivo da morire, gore, con effetti (di Stivaletti, non quello dell'ultimo banco) adorabili, e con la colonna sonora migliore di tutti i film dell'orrore italiani.
Demoni ha più di 30 anni e non ne sente nemmeno mezzo, un fumettone insanguinato che non ha perso un solo briciolo di fascino.

Io il cinema horror di oggi lo amo. Amo Flanagan e Aster, ho amato la prima parte degli anni 2000 con i loro West e McKee e non ho mai creduto alla crisi dell'orrore.
Però ci sono giorni in cui sento bisogno di qualcuno come Mario, di mantelli e colori sgargianti e di quell'eleganza nella regia che chi lo snobbava se la può solo sognare.
Altre volte ho bisogno di facce deformate e insanguinate, di sangue a fiotti e parolacce e versi animaleschi. E in quel caso Lamberto è lì che mi aspetta, a braccia aperte.
Che vita pazzesca deve essere, la sua.
E la mia, che posso continuare a divertirmi così.

martedì 13 agosto 2019

Usare i social per l'informazione

10:30
Questa cosa dell'uscire fuori tema non diventerà un'abitudine, lo giuro. Solo che siamo in tempi brutti come la fame, e se posso anche solo condividere una volta ogni tanto qualcosa di utile, cerco di farlo in quello spazietto qua, che trascuro così tanto.


Questo post non sarà altro che un elenco di persone, link, app e chi più ne ha più ne metta, che uso quotidianamente per informarmi e crescere. Non solo sulla politica e l'attualità, ma sul complesso di cose che mi interessano. Vivo incollata al cellulare, non ne vado fiera ma è così, e cerco almeno di trarne qualcosa di utile.

Partiamo quindi da Instagram, dove seguo un bel po' di donne interessanti e competenti, che rendono l'informazione rapida e alla portata di tutti.

  • @grand_erre: Rachele collabora col sito Bossy, di cui vi ho parlato spesso, e tiene sul suo profilo delle mini rassegne stampa, in cui con la velocità delle stories instagram (e della igtv) parla delle ultime notizie. Molto schierata, ovviamente, ma rapida e chiarissima. 
  • @martine.ce: Martina si occupa di cooperazione internazionale. Se vi interessa conoscere (per davvero) la questione migranti e tutte le sue implicazioni, compresi degli interessantissimi approfondimenti su ogni singolo stato e la sua storia, è la persona da seguire. Nelle sue storie in evidenza ci sono Sudan, Iran, Libia, Arabia Saudita, Algeria, e tanto, tanto altro. Da scoprire.
  • @imenjane: Imen si occupa di economia. Ha seguito (e continua a seguire) da vicino la questione Brexit, tiene una rassegna stampa quasi quotidiana e rende un argomento a me così ostico come l'economia alla portata di tutti.
  • @belledifaccia: un bellissimo progetto che si occupa di body positivity e grassofobia in un modo sensato. Lo so che sembra scontato, ma non lo è.
  • @sofiabronzato: è un medico nutrizionista. Non una nutrizionista e basta, proprio un medico. Quotidianamente dà informazioni importantissime sul cibo, su come bilanciarlo in modo equilibrato e su come avere con l'alimentazione un rapporto sano. Dà esempi di pasti bilanciati senza propinare diete assolute, parla di salute con la competenza che solo un medico può avere. In più pubblica un sacco di ricette, punto in più.
  • @carotilla: Camilla Mendini ha anche un canale Youtube, dove si occupa tra le altre cose di moda sostenibile (ha anche lanciato un proprio brand, Amorilla) e ambiente. Propone soluzioni, brand, esempi. La seguo sempre con grande piacere anche se per la maggior parte la moda sostenibile è, con mio enorme rammarico, fuori dal mio budget.
Youtube è pieno di porcheria, siamo tutti d'accordo. Più cresco, poi, meno trovo contenuti che incontrino il mio interesse, ma ci sono le dovute eccezioni.

  • Breaking Italy: sarà anche banale ma Alessandro Masala è il mio preferito. Bravo, competente, interessante da seguire. Da recuperare ad ogni costo l'episodio del suo podcast in cui intervista Michele Boldrin. Meglio di ogni episodio di talk show che potrete mai vedere in tv.
  • Cucina Botanica: sto cercando di ridurre il consumo di carne. Lei è l'unica vegana al mondo che vale la pena seguire.
Podcast, di cui forse vi ho già parlato ma non si sa mai:
  • LaMoka: due ragazzi che ogni domenica commentano l'attualità. Sì, mi piace sentire anche le stesse notizie da voci diverse, e poi loro sono simpaticissimi.
  • I due podcast del Post: Konrad, che esce dopo le plenarie del Parlamento Europeo, e il Weekly Post, che ogni settimana approfondisce una delle notizie più importanti. Il Post è il mio luogo preferito del web, adesso anche da ascoltare.
  • Con una matita è un prodotto nuovo, per ora ha un solo episodio, che però è strepitoso. Se continuano così possono fare delle cose eccezionali.
Le newsletter sono spesso fastidiose e invadenti. Alcune, però, sono perle.
  • Ghinea fa parte del bellissimo progetto Inutile, una rivista culturale del web. Oltre al nome che invidio moltissimo, si occupa di femminismo in modo serio. Profonda, intelligente e di grande intrattenimento, è tra le mie cose preferite al mondo.
  • Medium è una gigantesca piattaforma del web in cui milioni di persone scrivono milioni cose. Può confondere e far passare la voglia. Ecco, quando ci si iscrive però si selezionano gli argomenti desiderati e questo sito dei sogni ti invia gli articoli che potrebbero interessarti per mail. La tecnologia è una cosa meravigliosa.
L'unica app che vi aggiungo in postilla a questo infinito post che spero possa essere utile a qualcuno è Feedly, gratuita. Ve la scaricate e inserite tutte le riviste (virtuali o fisiche) che vi interessano: Internazionale, il Post, Open, ma anche i grandi portali di cinema per esempio (IndieWire per dirne uno), o siti singoli (io seguo quello di Civati per dire), o grandi e note piattaforme tipo Minima e Moralia, il New Yorker, Gli Stati Generali. Tutto quello che volete racchiuso in una sola app che consultate come se fosse il sito di un singolo giornale. Sta tutto lì. Comodo da morire. Chiaramente la gratuità degli articoli dipende dalle politiche del singolo sito, ma è tutto magnificamente ordinato e in un posto solo. Un sogno.


Sì, lo so, sono invecchiata. Meno di due anni fa il telefono lo usavo solo per Snapchat e Telegram, quasi. Oggi sono il tormento dei vecchi che dicono che i giovani stanno sempre al telefono.
Ci sto più di una quindicenne.


mercoledì 7 agosto 2019

La quinta stagione, N.K.Jemisin

13:57
Siccome il blog è l'unico posto in cui ancora non l'ho detto, piccolo aggiornamento sulla mia vita: ho preso un cane. Un grosso cane nero che sembra Sirius Black e che è buono come un angelo. Mai una pipì, mai un dispetto, non so nemmeno come abbaia. Mi ha fatto un unico danno da quando lo abbiamo preso al canile: si è portato il mio lettore ebook sul suo cuscinone. Solo che con i suoi denti da fatina me lo ha scassato, portandoselo in giro. Risultato: non ho più il mio migliore amico (il lettore! Il cane è ancora qua) e mi tocca comprarmi i libri in copia fisica spendendo patrimoni.
Ebbene, fatevi un favore. Prendete 15 euro dal vostro portafoglio e comprate La quinta stagione.
Se siete più furbi di me su Amazon ci sta tutta la trilogia in inglese, perché io son stata cretina ho preso solo il primo e adesso che non ho il seguito la mia vita ha smesso di avere significato.


Dare un'idea della trama di questo romanzo è quasi impossibile, ma cercherò di essere breve e vaga il giusto. In un mondo devastato da un clima ostile (l'Immoto) le persone vivono in città costruite col solo intento di sopravvivere. Tra gli abitanti di queste città si distinguono gli orogeni, umani che nascono con il dono di controllare la terra e gli elementi climatici. Essere orogeni, però, non è un dono. Le persone con queste capacità sono disprezzate dalla società e la loro presenza viene denunciata dalla stessa famiglia fin dalla tenera età. I bambini orogeni vengono portati al Fulcro, luogo in cui viene insegnato loro come controllare i propri poteri per essere utili alla società. Protagoniste del romanzo sono tre donne, tutte e tre orogene.

La quinta stagione è il vincitore dell'Hugo Award del 2016. Il suo seguito lo ha vinto nel 2017, il terzo volume della saga nel 2018. Non solo la Jemisin è la prima autrice afroamericana a vincerlo, ha deciso di portarselo a casa per tre anni di fila con tutti i volumi della saga. Un piccolo miracolo che l'edizione italiana, opera di Mondadori, ha deciso di celebrare con fascetta di elogi e quattro facciate (quattro) di stralci di recensioni entusiaste. Io scettica come la morte, secondo me per colpa della copertina che proprio non mi piace.
Ebbene, sono felice di dire che sono una cretina e che avevo torto marcio, perchè La quinta stagione è un romanzo strabiliante e io sono qui con un post entusiasta a cercare di dirvi perché.

Questo romanzo è un capolavoro di world building, e questo è il motivo per cui non vi voglio parlare più a fondo della trama. Il mondo in cui ha luogo, l'Immoto, è costruito con tale precisione che le nozioni si dispiegano per tutto il romanzo, fino all'ultima pagina. Non ci sono spiegoni iniziali che ci aiutino ad entrare nell'ottica di quello che leggeremo, anche se potrebbe sembrare sia così. Esattamente come se dovessimo spiegare l'Italia ad una persona straniera: conosci talmente bene quella realtà lì che non puoi dire tutto subito, ci sono dettagli e sfumature che escono per forza con il tempo e nel libro questo allargarsi della conoscenza è così coerente e ben fatto che per spiegare fatti anche molto complessi all'autrice bastano due frasi ben fatte. Non so come si faccia, a creare una realtà tutta nuova in un modo così preciso, ma la Jemisin lo ha fatto in un modo straordinario, che non perde fascino nemmeno di fronte ad un colpo di scena piuttosto prevedibile.

Forse, però, un'idea ce l'ho, su come abbia fatto: ha guardato alla nostra, di realtà. Il primo volume de La terra spezzata parla di diversità, di odio, di crescita, di fuga, di paura e di amore. Di senso di appartenenza e di senso di inadeguatezza. E lo fa parlando di tre donne, tre donne che per lo stesso motivo vengono allontanate dalla società e che devono convivere con una condizione di diversità che non possono nascondere. Lo fa descrivendo una società che le teme e quindi le detesta, le isola, le ripudia. Sono donne grazie alle quali la Jemisin parla della complessità del nucleo familiare, dell'amore materno, della paura e della solitudine. Di bambine coraggiose e adulte spaventate, di quanto siano diverse e uguali al tempo stesso.

La fantascienza di questa saga rientra in questo nuovo filone di narrativa 'ecologica' se così si può dire, anche se non ci sono riferimenti che colleghino per certo l'Immoto alla Terra. I collegamenti però sono inevitabili, e la possibilità che la nostra Madre Terra buona diventi un Padre Terra crudele che detesta i suoi figli è oggi più che mai credibile. Talmente tanto che il romanzo si è rivelato la lettura più immersiva dell'anno, e quest anno aveva rivali non da poco. Tra Nabokov, Dostoevkij, la Ginzburg e Buzzati, la Jemisin zitta zitta mi ha preso per mano e portato altrove, in una storia in cui sembra succeda poco e invece succede la vita, quella reale che si riesce a trovare anche in mezzo a pagine di fantascienza.

Un libro strepitoso, che ho finito da un paio di ore e già mi manca.

lunedì 8 luglio 2019

Le cose che ho letto finora nel 2019

11:08
Di solito su Instagram scrivo sempre qualcosa sui libri che leggo, perché i libri sono La Cosa Più Bella Del Mondo e io voglio parlare di cose belle.
Però quest anno non so gestire nulla quindi invece che singoli post, o qui o su ig, faccio un mega riassuntone delle letture fatte, perché finora ho letto solo cose che ho tanto amato e questo è un grande lusso.


COSE A FUMETTI

Quest anno ho iniziato a leggere fumetti di supereroi. Lo so, faccio fatica a crederci pure io. Ma li ho qui in casa, sotto il naso, da quando io e Erre conviviamo, e mi sono fatta tentare. Ho letto qualcosa degli X-Men e Planet Hulk, per cominciare, e ora sono al lavoro su Deadpool. Non posso esprimermi ancora su nulla perché è un mondo talmente immenso che mette soggezione e fa venir voglia di desistere, ma mi ci sto impegnando, anche se a volte è difficile perché ho la sensazione che, soprattutto le cose più recenti, diano per scontate un mucchio di cose, e per chi è nuovo è frustrante. 
Planet Hulk però è cattivissimo e nulla ha a che vedere con quel Natale ad Asgard che vi ostinate a chiamare Thor: Ragnarok.

La vera rivelazione dell'anno per me è stata La mia cosa preferita sono i mostri, che non ha solo dei disegni stre pi to si (giuro, indimenticabili) ma che racconta, in modo per me inaspettato, storie tragiche e dolorose, passati tormentati e bambine coraggiose. 
Che bomba.

Infine, è tornato in libreria per Bao Due figlie e altri animali feroci, il racconto epistolare di Leo Ortolani sui giorni vissuti in Colombia, dove ha adottato le sue due figlie.
Ora, se conoscete lo stile di Leo sapete che è la persona più genuinamente divertente del mondo, che ha un tono leggero e dolcissimo e che non prendendosi sul serio, si fa prendere sul serio da chi lo ama. Immaginate come una persona così possa parlare di un argomento delicato come l'adozione. Lo fa con lettere splendide e buffe, in cui si racconta con una sincerità pulitissima. Il suo libro è delizioso, e anche molto commovente.

RECUPERONI di cose famosissime che io ancora ignoravo

Io faccio tanto la bella che legge e si sente tanto colta, ma mi mancano da leggere tanti di quei libri Grandi e Famosi che a volte mi sento quasi sotto pressione.
Quest anno, quindi, è stato finora pieno di recuperoni di Imperdibili, sempre con la maiuscola.
Di qualcosina di sporadico ci sono stati post singoli, e in quel caso vi risparmio la ripetizione.

Il primo è stato Il deserto dei tartari. La mia storia d'amore con Buzzati è iniziata lo scorso anno (solo? solo) e prosegue nel 2019, perché la prosa di Dino Buzzati è una di quelle cose che mi fanno ringraziare di essere al mondo. Continuo a preferire Il segreto del Bosco Vecchio, ma c'è qualcosa nel suo modo di sistemare le parole che rende tutto il resto opaco. Appena finisco i due libri che sto leggendo voglio passare a Un amore. 

Tutto il mio mese di febbraio è stato occupato da Delitto e castigo
Io D. l'ho conosciuto con Le notti bianche, non ho letto altro. Questo è decisamente più impegnativo, per me è stato come scalare una montagna.
E io sono una da mare.
Non mi sentirete mai dire una sola parola negativa su Dosto, non sono mica matta. Diciamo però che prima di passare ad altro di suo devo far passare un periodo di decompressione.

Leggere Lolita a Teheran è stata una di quelle letture splendide che ti stacca la testa dal collo e se la porta a spasso per il mondo. Non è solo un modo diverso per parlare di letteratura, è un viaggio tra culture diverse e consapevolezza, è una finestra su un mondo che ignoravo e che invece è fondamentale conoscere. Bellissimo.

Ho quasi vergogna a dire che non avevo ancora letto La lotteria della mia venerata Shirley Jackson. Non è che ci sia molto da dire, dura pochissime pagine e ti ribalta la pancia, in un modo in cui nessuno ha mai più saputo farlo dopo di lei.

Il mio primo incontro con Lolita è stato qualche anno fa. Avevo mollato dopo poche pagine. Lo so che è la cosa più superficiale da dire, ma Lolita parla di un pedofilo, e allora non ero pronta ad andare oltre. Perché per me andare oltre ha richiesto impegno e concentrazione. Ne è valsa la pena? Sì, ovviamente, perché Nabokov ha fatto una cosa gigantesca parlando di una cosa difficile e senza paura, buttandosi (e facendo buttare noi) in una delle cose più grandi che siano mai state scritte. Forse questo è il più banale dei modi in cui parlarne, ma se i Grandi Capolavori sono universalmente considerati tali, un motivo c'è, ed è semplicemente che sono strepitosi.

Ultimo recuperone in ordine di tempo è stato Lessico familiare, di Natalia Ginzburg.
Ora, io non sono un'estimatrice dei prodotti che parlano di Olocausto. Piuttosto guardo un documentario, ma è solo questione di gusti personali. Il romanzo della Ginzburg, però, ha un modo così intimo di parlare dei propri cari che pur parlando di una famiglia in particolare parla di tutte quante. Mi ha colpita in fondo al cuore, dove ci stanno le cose che tiro fuori poco e malvolentieri.

MENO CLASSICI ma bellissimi lo stesso

Quando sono in crisi da 'Ho finito un libro magnifico e ora come faccio' io leggo Malaussène, e sono arrivata al terzo capitolo, La prosivendola, che non raggiungerà i livelli straordinari de La fata carabina ma che si conferma dolce e stralunato. Che saga magnifica.

Oltre a A head full of ghosts di Paul Tremblay, I parassiti di Daphne du Maurier e Fiori per Algernon di Daniel Keyes, che hanno i loro post singoli, ho fatto la conoscenza di Alice Munroe con il suo Chi ti credi di essere? forse uno dei più onesti racconti di donna che ho mai letto.

Ho finalmente letto La lunga marcia, che è uno di quei romanzi con i quali Stephen King mette nell'angolino dietro la lavagna tutti gli altri e insegna loro come si fa. Lo so che è super inflazionato il Re, è uno di quelli letti anche da chi non legge, ma il motivo è semplice: è uno di quelli bravi per davvero. La lunga marcia è un romanzo in cui non succede niente di niente neanche per sbaglio, e dentro in qualche modo ci succede tutto.

Per farmi un pochino male poi, mi sono letta La frontiera di Alessandro Leogrande e dopo la lettura ho deciso che non avrei mai più perso tempo a parlare di immigrazione con chi non ha letto niente di Leogrande. O si conosce o si tace. Lui ha conosciuto, tantissimo, e la sua conoscenza l'ha trasmessa a noi, e non c'è nulla di più importante.

Arrivata a quasi 30 anni ho la fortuna di sapere cosa mi piace e cosa no, e ormai è quasi impossibile che io arrivi a leggere cose che non mi piacciono, ma quest anno finora è stato un lusso. La lista di ciò che voglio leggere non cala mai, ma che soddisfazione.

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