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sabato 4 novembre 2017

A Monster Calls - Sette minuti dopo la mezzanotte

17:31
La vita dell'influencer la desideriamo un po' tutti. Guadagnare, e bene, con un lavoro allìapparenza semplicissimo e appassionante, la fama sul web...
Gli influencer, però, sono tali quando spostano gli acquisti, quando inducono qualcuno, con la fiducia, a provare o meno uno o più prodotti.
Io, oggi, desidero più di ogni altra cosa essere influencer, perché se dopo questo post avrò convinto una e una sola persona a vedere questo incanto, allora saprò di avere fatto qualcosa di buono con questo posticino sperduto nel web.



La mamma di Conor sta morendo. Il cancro la sta consumando e lui lo sa, anche se maschera il tutto con una forza insospettabile. Una notte, però, sette minuti dopo la mezzanotte, un mostro gli fa visita. È un grosso albero, che promette al ragazzino di raccontargli tre storie, al termine delle quali vorrà sentire la sua, di storia. La storia dell'incubo che lo tormenta tutte le notti.

Non starò nemmeno qui a dirvi quanto sia tremendo il cancro al cinema. Ci vuole una maestria leggendaria per non scendere nel braccialettirossismo. Bayona non solo ce l'ha, ma rende insostenibile qualsiasi cosa al suo confronto. Non sarà nemmeno necessario sottolineare quanto il bambino solo e bullizzato sia ormai un luogo comune.
Però, però, però.
Però diciamolo che ogni volta che sembra entrare in gioco la mente dei bambini allroa scatta la magia. Ricordiamo anche come l'incanto del Cinema stia anche nello stravolgere i sentimenti in maniera inaspettata. Sottolineiamo soprattutto che spesso e volentieri gli autori bravissimi ma bravissimi davvero sanno usare le materie complicate per parlare delle nostre anime e dei nostri cuori e mentre ci fanno piangere allora ci fanno anche tanto pensare e, tra un singhiozzo e l'altro, ci fanno uscire migliori dalla visione.

Questa specie di enorme, spaventoso Groot, arriva nella vita di Conor nel suo momento più fragile, quando la sua vita viene stravolta. A sua volta, invece di collaborare a farlo stare meglio, lo tortura, lo mette spalle al muro per fargli affrontare la più dura delle realtà. Lo spinge ad azioni incontrollate, lo punisce. Non è certo l'amico immaginario dei sogni.
Alla fine, però, lo aiuta a perdonarsi. E non esiste cosa più importante.
Un bambino, ancora incapace di comprendere come sia complessa e profonda la mente degli uomini, come l'amore si manifesti in modi che spesso non ci piacciono e che sono difficili da accettare, viene accompagnato dal mostro in un viaggio per perdonarsi e lasciarsi andare all'umanità del dolore, anche se è insostenibile.
Per noi, invece, è magico, e commovente, e indimenticabile, e tutta un'altra lunga serie di aggettivi che in ogni caso non gli renderebbero un briciolo solo di giustizia.

sabato 27 maggio 2017

Non solo horror: Dark Places

20:02
Giro intorno a Gillian Flynn da quando ho visto Gone girl, quella perla scattata di colpo tra i film più belli che abbia mai visto. Non ho ancora finito di girarle intorno, perchè i libri non li ho letti, ma almeno mi sono procurata Dark Places, tratto da un altro dei suoi romanzi.
Le aspettative erano alle stelle, e non sono stata delusa nemmeno per un istante.



Charlize Theron è Libby Day. Una trentina di anni prima sua madre e le sue sorelle sono state assassinate e per l'omicidio è stato arrestato il figlio maggiore, Ben. Libby è sul lastrico, e quando un gruppo di appassionati di cronaca la assolda per indagare di nuovo sul caso Libby accetta.

Se dopo Monster avevamo bisogno di una conferma sulla Theron, eccola qua: è bra vis si ma. Libby è traumatizzata, torturata dal più tremendo dei lutti e sola al mondo. Ha un viso indurito dal tempo, è rigidissima e intoccabile, e queste caratteristiche piazzate sul viso algidissimo della Theron sono state un mix micidiale.
Ci fosse solo la Charlize sarebbe già un bel film, invece si rivela ottimo perché la storia è eccezionalmente intrigante, come adesso mi aspetto da ogni cosa scritta dalla Flynn, molto più articolata dei thriller commercialotti a cui siamo abituati (sì, Glenn, sì, Dan, parlo di voi).
La figura di Ben è la meglio costruita di tutta la vicenda. Il Ben giovane e quello adulto sono sfocati, dai contorni vaghi, indecifrabili fino alla fine. Il primo incontro che abbiamo con lui, in carcere, è serimente inquietante, quella mano sul vetro a me ha dato i brividi, un po' per la bravura dell'attore e un po' per la forza della convinzione che, noi insieme a Libby, abbiamo della sua colpevolezza.

Io non ho un gran cultura di thriller, devo dire la verità. Se ce n'è un tipo che amo, però, è quello in cui il vero mistero sono le anime dei personaggi. Non è che la storia non sia interessante, anzi, ma come in Gone girl sono le persone ad essere ancora più interessanti del caso. Ognuno è spinto da motivazioni potenti e dolorose, nessuno è quello che sembra e soprattutto alla fine della storia nessuno è lo stesso che era ad inizio film. L'influenza che quello che viviamo ha su di noi è profondissimo e Libby ne è una prova evidente. Il suo trascorso nella vicenda, sia nel passato che nel presente, il processo di autocritica e perdono, sono il vero fulcro del film, e lo trasformano da bel film a lavoro splendido.

Adesso la Flynn la leggo davvero.
Davvero.

domenica 14 maggio 2017

#CiaoNetflix: Il lato positivo

15:09
Un sabato pomeriggio di riposo!
C'è anche il sole! Usciamo, facciamo un giro in bici, andiamo a vedere un museo, andiamo a dar da mangiare agli asinelli!
No, dormimo fino alle 4 e poi attacchimoci al pc, perché sprecare la vita è sport olimpico.


Il lato positivo è la storia di Patrick, appena uscito dall'ospedale psichiatrico in cui era stato ricoverato dopo che il suo disturbo bipolare era emerso. Una volta uscito il suo unico scopo è riconquistare la moglie, e per farlo chiederà l'aiuto di Tiffany, una conoscente. Tiffany, però, chiede un favore in cambio.

Quando dico che i film d'amore non mi piacciono in realtà mento sapendo di mentire. Diciamo che non sono la prima cosa che cerco quando vado al cinema, ma credo che la colpa sia anche del fatto che sono molto molto esigente. Quando mi emoziono piango per giorni, ma prima di trovare coinvolgimento dalle storie d'amore ce ne passa. Il mio snobismo mi fa dire che è molto presuntuoso voler parlare d'amore, è follia chiedere a due persone di fingere di amarsi e soprattutto è quasi impossibile trasmettere il sentimento a chi stia fruendo del prodotto.
Però ci provo, ogni tanto, perchè quando trovo un film d'amore che mi emoziona mi conquista in modo totalizzante.
È il caso di Silver Linings Playbook?
Eh, mi sa di no.

DA QUI ANTICIPAZIONI ROVINATRAMA, COME SE CI FOSSE QUALCOSA CHE NON SIA INTUIBILE ANCHE SOLO DALLA LOCANDINA

Partiamo dal dire cosa cerco: la cosa che preferisco della rappresentazione dell'amore è vederlo nascere. Cioè quello che preferisco è il prima. Outing: quando avevo 16 anni e leggevo Twilight (eh, oh), lo adoravo perché nel romanzo buona parte del rapporto tra i due è ritratta prima della nascita della storia. Edward e Bella si pizzicavano, si provocavano, si divertivano. Non alla Mulder e Scully che ci hanno messo 10 anni, ma insomma è stato bello per me vedere la lenta crescita di qualcosa oltre l'amicizia. È sempre bello per me, mi coinvolge e quando arrivo alla definizione della relazione sono già emozionatissima.
Niente, qua non mi ha toccato niente. Ci stava quasi riuscendo, con le scenate in giro per la città e i due che si rincorrevano per le strade, c'eravamo quasi. Poi hanno preso a ballare e niente, è morto tutto. E non è che io odi le scene di danza, ve lo ricordate vero che uno dei miei film della vita è Dirty Dancing?
Però Bradley, ti prego, sei bello come il sole, la finisci di ballare? Stai fermo, come la statua greca che ricordavi prima di diventare un mortadellino, e lasciaci sognare.
Il suo personaggio non mi conquistata nemmeno per un istante, non so se sia colpa del fatto che BC è tanto bello poco bravo. Anche Jennifer Lawrence mi ha lasciata freddina, ma c'è anche da dire che non sono una sua particolare ammiratrice.

Tutto sommato non è che il film sia brutto, scorre veloce e abbastanza piacevole, ma coinvolgimento da parte mia meno venticinque.
Lo troverò il film d'amore della mia vita, a costo di metterci vent'anni.

venerdì 28 aprile 2017

Non solo horror: Hidden Figures

16:45
Disclaimer: ogni tanto questo blog diventa veicolo di messaggi personali, nei quali il parlare di un film o di un libro sono solo una scusa per dire qualcosa a qualcuno che fa parte della mia vita reale. Mi rendo conto che possa sembrare scortese, ma Hidden Figures è un film che si presta moltissimo a fare da sprono a persone che stanno vivendo momenti particolari, e ha l'aggiunta non da poco di essere anche un film bellissimo. 
Oltretutto, citando le sagge e profonde parole della sempre stimata Gigliola Cinquetti, qui comando io, questa è casa mia, quindi oggi si va di post personale.


Cara Amica mia,
lo so che quel post qua, proprio su quel film qua, è piuttosto prevedibile considerato il numero di volte in cui ti ho detto di guardarlo, ma siccome la situazione si fa più complicata ogni volta che ci vediamo, ci vuole l'artiglieria pesante: il blog. Più complicata per entrambe, tra l'altro, perché se ci si vuole bene davvero allora bisogna condividere anche quelli che in francese si chiamano periodi di merda.
Le protagoniste del film sono tre amiche, il che rende il tutto ancora più pertinente. Lavorano come computers alla NASA, cosa che le rende intellettualmente più affini a te che a me. Tutte e tre hanno particolari predisposizioni, talenti innati e capacità sopra la media, che però vengono ignorate in virtù del loro essere donne, con l'aggravante dell'essere donne di colore. La cosa paradossale è che tutte le predisposizioni delle tre signorine in questione stanno dentro al loro cervello, che come tu sai bene non ha nulla a che vedere con quello che sta fuori dalla sua bella e preziosa scatolina cranica. Al massimo al contrario, è lui che comanda quello che sta fuori, ma di certo non viceversa.
Le ragazze si chiamano Katherine, Mary e Dorothy. Fanno vite normali, con famiglia e figli, e si ritrovano vincolate in qualcosa che non fa completamente per loro (suona familiare?).
Bella eh, la NASA, bello fare i conti, bello essere d'aiuto, però...
È davanti al però che nasce il futuro, si aprono le possibilità, si scavalcano i limiti. Ecco, questi sono quello di cui dobbiamo parlare. Limiti ne abbiamo tutti, e dio solo sa quanti ne hanno le tre protagoniste. Sono nere, negli anni 60, sono donne, fanno la pipì in bagni diversi, cose del genere. Eppure, vogliono entrare in un mondo che sembra impossibile, un mondo lavorativo utopico e irraggiungibile, fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni (suona familiare anche questo?).
I tuoi, di limiti, sono di ben altra fattura, e sai bene che con questo non intendo affatto sminuirli. I tuoi sono esattamente quello che le tre non hanno. Loro sono sicure di sè, convinte di potercela fare, non dubitano mai delle loro capacità. È per questo che voglio così tanto che quando lo sconforto prende il sopravvento tu guardi questo film: perché sono una bomba di energia, prendono una scala e fanno calcoli su una lavagna francamente gigantesca con la stessa naturalezza che hai tu quando parli delle questioni che riguardano la tua vita professionale. Quando un dono è così profondamente innato, non ci sono incertezze che tengono. La strada per il futuro sarà anche costellata di incertezze e buchi nel terreno, ma la meta è cristallina, solo che ogni tanto ti vengono i dubbi sulla capacità della macchina di percorrerla, quella strada lì.
Mary, Dorothy e Katherine sono brillanti anche e soprattutto perché perfettamente conscie di esserlo. È questo che le tiene in piedi quando il sistema combatte contro la loro riuscita. È per questo che scavalcano i loro superiori, si impongono, finiscono in tribunale. Sono eccezionali e sanno di esserlo, e si prendono con la forza il futuro che gli spetta.
Non che sia sempre tutto liscio come l'olio, figuriamoci. Non lo è mai nella realtà, figuriamoci se può esserlo in un film così genuinamente onesto. Ci sono ostacoli, insicurezze, fraintendimenti. Ma a farglieli superare non c'è la solita fragorosa botta di culo (sempre in francese, perdonerai il mio essere poliglotta), è il loro carattere a tirarle fuori. Sono coraggiose e impertinenti.
Delusione? Aggiustatina degli occhiali sul naso e calcolo fatto alla perfezione tanto per ricordare a tutti chi è il genio qui dentro.
Marito che cerca di prendersi troppa autorità sulla tua vita? Prendi il titolo che aspetti e glielo sventoli sotto il naso come fosse Rossella O'Hara.
Capa fracassa-anima e anche un po' razzista? Le aggiusti il macchinario che nessuno sa manco guardare e se ci scappa le scoreggi anche in faccia.
Avranno anche creduto di non potercela fare, in qualche momento, ma sono partite come treni e nessuno le ha fermate. Il tuo, di treno, è in corsa già da un po', punta più lontano che puoi e ci andrà praticamente da solo.
Impegnate ognuna a pensare ai propri problemi, però, sono state anche la rete di supporto una dell'altra. E se tu, per anni, sei stata la mia, sappi che a tua volta puoi buttarti quando vuoi, hai le spalle sempre coperte.

sabato 3 dicembre 2016

Non solo horror: Song of the sea

12:26
Io e la mia solita amica Elena abbiamo questa cosa per cui i nostri discorsi non hanno alcuna logica, partono da una cosa e finiscono chissà dove. La creatività è uno dei punti su cui torniamo spesso, e ogni volta in cui mi sono sentita in blocco (ed è capitato con frequenza allarmante), lei mi ha detto che niente stimola la creatività più di Song of the sea, che lei ha visto molto prima che uscisse nelle sale italiane.
Ce ne ho messo di tempo, ma eccomi qua.

Song of the sea è la storia di due fratelli, e penso abbiate ormai capito che i cartoni con due fratelli non riescono a lasciarmi fredda, che convivono con la scomparsa della madre, una selkie, creatura del folklore irlandese. Questa natura mitologica è stata trasmessa alla figlia minore, Saoirse.
Capirete da voi che il primo vero vantaggio del film è quello di decidere insindacabilmente quale sia la vera pronuncia del nome della Ronan, fine della questione.


Fare i cinici è facilissimo, è una cosa a cui gioco continuamente e che mi dà anche piuttosto soddisfazione. Ogni tanto, però, per ristabilire un minimo gli equilibri interni e scongiurare quindi il rischio di un TSO, ecco che faccio queste manovre suicide e mi lancio in visioni che prendono tutti i sentimenti umani e li scombussolano tutti, lasciando me e chiunque altro ad un ameba singhiozzante.
Song of the sea parla di una famiglia, che nel suo piccolo mondo sembra stare d'incanto. La madre, però, deve fare ritorno al suo habitat, il mare, e lascia dietro di sè lo scheletro di quella che era la calorosa famiglia iniziale. Un uomo spezzato e solitario, un bambino rancoroso e sofferente e una bambina muta. Chiaramente quando la nonna fa la sua comparsa cerca di rattoppare il danno, come le chiede la sua natura di nonna, ma certe ferite vanno ricucite da sè. Iniziano allora canti, rincorse, suppliche, avventure. Arrivano streghe, gufi, streghe dei gufi. Perchè la più reale delle storie, ovvero quella di persone che soffrono, viene raccontata con la magia di un mondo fatato, in cui i bambini si legano alla cintola col guinzaglio e in cui i sentimenti diventano di pietra.
Viene raccontata con disegni dai tratti semplici ma incantati, dai movimenti leggeri e dai colori tenui, e con un dolcissimo uso della musica. No, non è un musical, è un film in cui la musica è salvifica e non riesco a pensare a niente di altrettanto vero.

E se fino a qui sembra solo la storia tenerina di un fratellone maggiore che deve salvare la sorellina, ecco che ad un certo punto arriva ciò che spinge la lancetta un po' più in là, e che fa passare Song of the sea da un bel film d'animazione ad un'opera ben più profonda, facendo quello stesso percorso che fa il mio adoratissimo La città incantata.
Ben, il bambino, e la strega, hanno l'ambito confronto, e lei gli fa la più semplice delle domande: se potessi pietrificare il tuo dolore, non lo faresti?
Eh.
Se avete una risposta tenetevela per voi ancora un po'.
Poi guardate Song of the sea. Può essere che finiate affogati nella vostra commozione, ma se non altro avrete le idee un po' più chiare.
Mettete da parte il nostro amico cinismo per un po', ché io sto ovulando e ho la lacrima facile, e accettate che la soluzione è questa: il dolore ce lo dobbiamo tenere, fa parte di quello che siamo anche se è una superba rottura di coglioni. Ma si cura. L'amore lo cura. L'amore (di qualunque tipo) ti prende il viso tra le mani e ti forza a cantare la canzone che ti salverà la vita. Ed è vero, lo è sempre anche quando queste ci sembrano solo cagatine buoniste e smielate, che ci rende individui migliori, che affrontare quella sofferenza (anche quella più arrabbiata) ci libera di quel risentimento rancoroso che ci rende ostili e furiosi col mondo.
Non so quanto io possa essere attendibile, quando dico certe cose, ma una cosa la so per certo: io SONO rancorosa, io provo risentimento, io sono arrabbiata. Lo sono da quando ho memoria. Lo sono per quelle cose di cui sono stata privata, soprattutto per le possibilità che mi sono state tolte, lo sono per quelle cose che avrei desiderato e che non ci sono state e per anni sono stata certa che questi sentimenti me li sarei portata dentro per sempre, e quel piccolo maleducato dispettoso Ben non poteva starmi antipatico, era una Mari irlandese.


Per quanto Song of the sea sia incantevole, non fraintendetemi: non dico certo che un film rende persone migliori, e se I Tenenbaum non hanno risolto i miei problemi nessuno al mondo lo può fare, ma la testa si apre. Quando ci si emoziona per il dolore provato da un bambino disegnato su uno schermo, è naturale riflettere sul proprio, e guardarlo dall'esterno per un po'.
Fa bene all'anima.
E fa bene alla testa, perché oltre a tutte queste infinite sovrastrutture che ci costruiamo sopra in base alla nostra vita, Song of the sea è una poesia.

Questo il link per acquistare il DVD del film: http://amzn.to/2gkDeQf
Cliccando qui, invece, arriverete dritti alla playlist di spotify della colonna sonora. Se riuscite ad ascoltare altro fatemi sapere.

lunedì 3 ottobre 2016

Non solo horror: Una tomba per le lucciole

15:38
Oggi sono incazzata. Di quell'incazzatura che ti prende quando ti svegli alle 6 e alle 6 e 10 già vorresti finire in galera per omicidio. Quantomeno in galera non devi avere a che fare con chi ti fa girare così tanto i cosiddetti.
Così, qualcosa mi suggerisce che una giornata di merda ce l'abbiate avuta grossomodo tutti, quindi capirete lo stato d'animo che mi ha portata a sedermi sul divano, coperta con un plaid, tisana ai frutti rossi piena di miele (perché, come se i nervi scoperti non fossero sufficienti, ho pure il raffreddore da quelli che sembrano venticinque anni), gatti di fianco, e film di quelli capaci di farti piangere anche le lacrime che non hai.
E quando sto così solo il Ghibli mi può salvare.


Il film si apre con un giovane, Seita, che parla del giorno della sua morte. Dalla scena seguente ripercorriamo la sua vita, quella di un giovane orfano che deve occuparsi della sorellina Setsuko durante la Seconda Guerra Mondiale.

Io i film sulla Seconda Guerra Mondiale li odio, in linea di massima. Trovo sia impossibile fare qualcosa sul tema e che non sia un polpettone melò di quelli che non avendo altro puntano sulla disperazione. Sì, odio anche Schindler's list e La vita è bella. Mi urtano e basta.


Poi, però, è successo lo Studio Ghibli.
Come una specie di Attila al contrario, anziché distruggere al proprio passaggio, i film Ghibli hanno il potere quasi surreale di creare. Luce, emozione, parole. Il Ghibli stimola la creatività di chi si lascia trasportare dalla magia, e questo sempre, in ogni film, anche in quelli meno riusciti come Marnie. 
(Che poi, sia chiaro, con loro quando parlo di 'meno riusciti' intendo che sono comunque film incantevoli, qui si passa da 'capolavoro' a 'comunque film molto bello')
Per quanto nessuno dei film sia una semplice poesiola colorata per bambini, Una tomba per le lucciole riesce nell'impossibile. Far crollare me, detestatrice di film sulla guerra, in una pozza di disperazione come poche altre volte mi era successo. Ho pianto per ogni genere di film, nella mia vita, Interstellar mi aveva ridotto ad un pozzo singhiozzante. A volte ho frignato ascoltando Unconditionally di Katy Perry, e la canzone nemmeno mi piace. Qui, dove mi aspettavo di cadere in pianti a dirotto, non sono riuscita a versare nemmeno una lacrima.
Ho guardato il deperire di due esistenze, e non sono riuscita a piangere. La loro morte ci era chiara dal primo fotogramma, non è stato un subdolo colpo di scena. Eppure li abbiamo visti vivere, li abbiamo visti combattere per sopravvivere. E quanto questo sia stato difficile ci è mostrato senza alcuna censura: morti, botte, bombe, umana crudeltà. Non siamo certo di fronte ad un altro Totoro. Sapevo che mi avrebbe distrutta, e ci ho provato a non affezionarmi, a non empatizzare, perché ero stata avvertita. Ad un certo punto, però, Setsuko si toglie il cappuccio che la mamma le metteva, e svela una testa circondata da un caschetto nero come la pece, tagliato corto, con la frangetta densa. Che ci crediate o no, il taglio di capelli storico della Mari bambina.


In questo quadro di disperazione (che però non cade mai nel 'State piangendo, pubblico? Non ci siamo riusciti? Rincariamo la dose'), la guerra sta sullo sfondo. Presente, ogni tanto rimbalzata all'attenzione di chi guarda con un suono o un accenno, tanto per ricordarci perché siamo qui, in una grotta. Ma non è la protagonista, è solo la scusa per prendere i nostri cuori e farne qualcosa di diverso da quello che erano solo un'ora e mezza prima. Il mio, al momento, sta in un angolo, a leccarsi ferite autoinferte. Ha appena visto un film in cui apparentemente niente accade, ma in cui accade tutto.


Le immagini, cosa ve lo dico a fare, sono poesia. Non mi capaciterò mai di come possiate preferire l'animazione occidentale ad una cosa del genere. E la musica, con la solita dolcezza infinita, sembra non capire che stiamo vivendo il più grande dei dolori, e ci accompagna verso il lutto con una tenerezza che non fa altro che infliggerci sofferenza in più.


Sì, fiera delle banalità: la morte dei bambini è qualcosa a cui si fatica a credere, qualcosa che per nostra stessa natura non possiamo accettare. Il Ghibli ce la serve su un piatto dorato, facendoci ancora più male. E sì, sto continuando a premere sul pedale della sofferenza, perché oggi il Cinema mi ha ferito ancora una volta. Continuo a perdonarlo, come un'amante tradita che torna dal fedifrago. Fino a che esisteranno film del genere, io sarò qua a parlarne.

mercoledì 20 luglio 2016

Non solo horror: Diaz

21:55
Lo so che sto trascurando il genere del cuore di questo posticino.
Solo che ieri si parlava con Erica di quanto successo di recente al nostro adorato Zerocalcare: pagina oscurata quando ha dichiarato che avrebbe partecipato ad un evento a Genova per ricordare la figura di Carlo Giuliani. Oggi è tutto risolto, il più gigione dei fumettisti italiani è tornato sui social network e io sono contenta.
Ricordo di non avere mai visto Diaz, però, e quindi eccoci qua, nel giorno dell'anniversario della morte di Giuliani.

Penso che un riassunto della trama sia superfluo, in questo caso, ma se dovesse bazzicare di qua qualcuno di ancora più giovane di me, ecco in pochissime parole cosa è successo nel 2001 a Genova. La maggior parte di voi saprà già di cosa sto parlando, ci vediamo più giù quando parliamo un po' insieme del film.

[Momento spiegone in cui mi sento figa e intelligentissima
Il G8 è un incontro tra 8 nazioni, messa giù velocemente, che avviene tramite l'incontro dei loro rappresentanti, chiaramente, non è una chat di gruppo su whatsapp con tutti i cittadini, pensa le notifiche. Questo incontro, nel 2001, si è tenuto a Genova. Ad oggi è il summit più famoso di questo tipo, perché le giornate furono caratterizzate da scontri violentissimi tra le forze di polizia (intervenute e preparate proprio per fronteggiare episodi di questo tipo, che pareva fossero attesi) e diversi gruppi di manifestanti no global, quelli che ci piace chiamare black bloc. Famosissimi, in particolare, alcuni episodi, tra cui la morte del manifestante Carlo Giuliani per mano di un poliziotto, le torture nel carcere di Bolzaneto e, soprattutto, la violentissima perquisizione alla scuola Diaz, luogo in cui alcuni manifestanti andavano a dormire. In fondo al post troverete alcuni link interessanti se vi dovesse andare di approfondire la questione. Farlo è giusto, per avere un'opinione informata, per comprendere eventi importanti del nostro Paese e perché 15 anni dopo un fumettista si vede oscurato un mezzo di comunicazione (e si sente rivolgere anche insulti di una certa portata) per avere espresso la propria opinione sulla faccenda. Quindi no, Genova non è finita.]

Altra premessa dovuta perché secondo me la mia opinione sulle cose influenzerà il mio modo di vedere il film e quindi di parlarne: sì, sono di sinistra. Di una sinistra un po' più in là dell'attuale PD. Non so se definirsi comunisti nel 2016 abbia davvero senso, quindi no, non sono comunista. E sì, lo dico con orgoglio, anche se a volte mi arrabbio anche io con chi mi rappresenta. Ma no, non rientro tra quelli che affermano con forza la loro ostilità verso le divise, non mi sentirete mai dire acab o stronzate simili, non santifico Giuliani nè i movimenti a cui apparteneva e soprattutto sì, sono una piccola buonista a cui la violenza fa schifo. TUTTA. Perpetrata da CHIUNQUE. Abbandoniamo i cliché sulle zecche rosse e anche quelle su qualunque altro essere umano. Anche se, per l'ultima volta sì, in fondo troverete un link da Internazionale. Un pochino nel ruolo ci devo stare.

Partiamo dalla locandina?
Nera, scritta grande rossa, sagoma che fa sempre la sua bella scena. E sopra? La frase, ormai celeberrima, di Amnesty, che accusa l'Italia di avere compiuto la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale. 
Pesantissimo, umiliante, una frase che mi è rimasta impressa da quando ho visto il trailer, anni fa. Sembra prendere posizione già da qui, Vicari.
Di certo è molto d'impatto.


Dopo i primi minuti di film mi sono un po' innervosita, vedendo i manifestanti, i loro capelli, i loro vestiti. Superficialità, la mia? O forse quella di Vicari? I giovani dei centri sociali son proprio tutti uguali: rasta, cannetta, zainettino, pantaloni di lino che fanno tanto anni 70, dilatatori, espadrillas, maglie di emergency . . .che noia che noia che noia.
E mentre io me ne stavo lì, a pensare ai noiosissimi vestiti dei giovini comunistelli, il primo manganello. Poi, per un numero di minuti che non saprei quantificare, ma che a me è sembrato infinito, non sono state altro che botte. da. orbi.
Botte, su botte, su botte. Dolore su dolore, denti caduti, teste spaccate, calci, pugni, senza guardare in faccia nessuno, come se non fossero più nemmeno persone.
Non so se siete mai stati al Museo del Comunismo di Praga. In una saletta proiettano un documentario sull'epoca comunista della città (ma va? al museo del comunismo?), e si sono viste immagini di botte assurde. Manifestanti macellati dai colpi.
E qui è uscita tutta la mia debolezza. Io posso vedere la gente spellata viva (non che Martyrs mi abbia lasciata indifferente, ma ci siamo capiti), posso vedere grossolane interiora uscire da improbabili orifizi, posso vedere anche qualcosina di più. Mi fa schifo, mi fa venir voglia di distogliere lo sguardo, ma finisce lì. Le botte, la gente picchiata, mi fanno venire gli incubi. Forse lo sento più reale. Diaz non ci risparmia niente, le manganellate si vedono tutte, la crudeltà (ma forse è peggio, forse è inumanità) con cui ogni colpo veniva inflitto si sentiva, fortissima, come le urla di chi stava soffrendo. Non credo che, volendo colpire così forte, il regista potesse fare altro: se vuoi colpire altrettanto forte la coscienza di chi guarda, quei pugni lì me li devi mostrare. Ma quanto male fa.

Credo, però, che accanto al gigantesco pregio di essere incredibilmente reale (il film si basa su documenti ufficiali, mica si sono inventati niente), il film abbia qualche diffettuccio, se posso permettermi di dirlo dal basso della mia (ancora troppo) scarsa conoscenza del caso: del Genoa Social Forum si parla molto poco. Si vedono sti ragazzi manifestare a Genova, ma per cosa? Perché ce l'hanno con la polizia? Sì, si nomina la morte di Giuliani, e il ripetuto 'Assassini! Assassini!' chiarisce piuttosto bene, ma non credo sia sufficiente. Immagino che i tempi cinematografici limitino parecchio le possibilità, ma nemmeno del punto di vista delle forze dell'ordine si parla per bene. Non li difenderò MAI, ma leggere la tesi di laurea che vi linkerò più in basso aiuta a fare chiarezza anche su questo, sulla pressione che era stata messa loro, su quanto fossero stati appositamente caricati come molle, pronti ad esplodere. E sicuramente esplosi lo sono.
È devastante vedere un poliziotto al telefono, parlare presumibilmente con la moglie e la figlia, rivolgersi loro con tono dolce e rassicurante, e un secondo dopo vederlo nascondersi una molotov nella giacca per incastrare dei ragazzi.

Vicari ha fatto un lavoro incredibile, devastante ed importante. Da prendere con le pinze, perché fa male al cuore, all'orgoglio per questa nazione a cui così tanto voglio bene ma che ogni tanto colpisce così duro. Fa rabbia, fa sentire impotenti, ma è fondamentale. È come studiare le brutture della storia, a scuola. Bisogna impararle, per non ripeterle.

È stata macelleria, allora?
Lo è stata eccome, e questo in teoria non dovrebbe nemmeno essere messo in discussione (l'in teoria era in grassetto, ma del caso giudiziario non posso nè voglio parlare, non dopo i recenti avvenimenti). Esseri umani sono stati brutalmente picchiati, torturati, umiliati, con una crudeltà e una volontà di colpire che fanno tremare le mani. E questo, a prescindere dalle opinioni, dalla stima che si ha per quei giovani che erano lì, non può e non deve essere dimenticato. Chi doveva tutelarci si è fatto carnefice, indossando quella divisa che dà modo di diventare lo Stato, e questo non può essere perdonato.
E qua, ormai, la politica non dovrebbe c'entrare più niente. In un mondo fatato e con gli arcobaleni una violenza così non dovrebbe avere colore. Rossa o nera, fa paura.
Io la verità in tasca non ce l'ho, non so cosa è successo davvero perché nel luglio del 2001 non avevo ancora compiuto gli 11 anni e presumibilmente quel giorno ero in oratorio con gli amichetti. Magari quelli erano black bloc davvero, magari erano pericolosi, o magari no. Magari erano prima di tutto persone. So che voglio scoprirne sempre di più, voglio che le mie opinioni siano basate sulla verità, e vorrei vivere in un mondo idilliaco in cui chi sbaglia paga sempre.
E quindi no, quel sangue lì non va pulito, deve restare bello impresso, deve colpire fortissimo e restare impresso nella memoria, deve essere un monito per il futuro.
Per quanto mi riguarda, Vicari ci è riuscito benissimo.


Qualche link (spero) utile per chiunque volesse approfondire la questione G8 e in particolare i fatti della scuola Diaz:
Quiqui e qui i lavori di Zerocalcare su Genova. Sono datati, lontani dal suo stile attuale che, onestamente, prediligo. Però da lavori come questi traspare il suo fortissimo legame con la faccenda, per cui sono imperdibili.
Qui uno dei bellissimi articoli de Il Post (in questo caso su Carlo Giuliani), da tempo la mia principale fonte di informazione. Come al solito è infarcito di fonti e imparziale. Se nella barra di ricerca del sito però cercate G8 Genova, vi si apre un mondo. Vogliate tutti un po' più bene al Post.
Qui trovate da scaricare la tesi di laurea di Irene Facheris (vi ho già parlato di lei e del suo progetto Bossy, la trovate su Youtube come Cimdrp, vi consiglio di provare ad ascoltarla, se vi va). Ha una laurea in psicologia, la sua tesi si propone di dare un approccio oggettivo, cercando di riportare testimonianze di entrambi i lati della storia. All'interno anche un'intervista al fin troppo nominato Zerocalcare.
Qui un articolo di Internazionale. Se conoscete un minimo la fonte sapete che non vi troverete di fronte ad uno scritto pacato e razionale.
Qui il bellissimo post dell'inimitabile Dottor Manhattan sul film.


venerdì 22 aprile 2016

Non solo horror: Hamlet

14:25
Non sono mai stata una di quelle che su un isola deserta porterebbe Shakespeare. E se proprio dovessi portarlo lascerei a casa volentieri le tragedie in favore delle commedie.
Colpa della mia prof delle superiori? Colpa della mia ignoranza e basta? Chi lo sa.
Sta di fatto che è così, e dovrò migliorare.
Amleto, però, ha sempre esercitato su di me un fascino tutto suo, per colpa della versione del 96 di Kenneth Branagh.

Un bel giorno, grazie al video che trovate qui sotto, scopro che è in giro a Londra un nuovo Amleto.
Con Cumberbatch.

Mi sono sentita male a lungo, pensando a quanto inutile sarebbe stata la mia esistenza se non avessi  mai avuto l'occasione di vedere il mio adorato Benedict nei panni dell'altrettanto adorato principe di Danimarca.
E invece il mondo ha agito in mio favore, portandomelo in sala.
In lingua originale.

Per quanto possa sembrarvi assurdo, prendetemi sul serio quando vi dico che ogni parola che seguirà non sarà influenzata in alcun modo dal mio sconfinato amore per il Cumberbatch.
Il fatto che lui sia smisuratamente bello, che abbia un'eleganza e un portamento da scombussolamento ormonale, che si porti a spasso la voce più bella e sensuale mai udita in tempi recenti, che ne sia talmente infatuata da essermi presa una cotta anche per il modo in cui porta la fede nuziale, non hanno niente a che vedere col fatto che lo consideri anche un attore straordinario.
E la mia dichiarazione di imperituro amore si conclude qui, con un piccolo pensierino per tutte le altre donne che guardano a quel paio di occhi che riflettono la luce sospirando.
Prego, signore, è un piacere condividere con voi tutte:


Ok, Amleto.
È stato bizzarro guardare il teatro al cinema.
Non che si sia sofferto alcunché, ma è stato particolare, e mi è piaciuto molto.

Balza subito all'occhio la singolare scelta dei costumi, dal momento che Orazio si presenta in scena con la tenuta più hipster che abbia mai visto in lavori così seri. Scelta che magari avrà fatto storcere il naso ai puristi, ma che io ho trovato gradevole, quasi frizzante.
Così come piene di vitalità si rivelano le scene con un brillante e divertente Polonio. Eppure nessuna delle risatine strappate dalla sua colorata recitazione ha tolto il minimo pathos al profondo dramma che si stava svolgendo intorno a lui, ignaro del dolore, del trauma, costretto a ridurre tutto ad una pena d'amore.
Vorrei dire che ho amato tanto anche Ofelia, ma mentirei sapendo di mentire: troppo Zooey Deschanel per convincermi. E badate che a me la Deschanel piace, ma non qui, non così. L'ho trovata poco delicata, è una critica che ha senso di esistere?


Il vero punto della questione è che tutto questo non ha contato niente. Non ho nemmeno dato troppo peso al fatto che Guildenstern fosse indiano. Intendo proprio indiano dell'India, con l'accento di Rajesh Koothrapali. Il punto è che Cumberbatch ha preso possesso del palco, dell'attenzione del pubblico, della scena tutta, e ha coperto tutto il resto. Una monumentale presenza che è riuscita a sovrastare tutto ciò che la circondava senza mai dare la sensazione di VOLERLO fare. Mai che abbia dato l'impressione di godere della maestosità dei suoi interventi. Mai che abbia messo nell'ombra gli altri con la ferma intenzione di farci gridare che più bravi di lui non ce n'è.
Eppure ogni sua comparsa in scena le regalava luce nuova.
O forse si dovrebbe dire oscurità nuova.
Io non lo so se Cumberbatch nella sua vita abbia mai sofferto per grandi traumi, o lutti. Se non è così, il suo modo di trasmettere il dolore è spiazzante. Amleto è tante cose, ma prima di tutto è un uomo che soffre profondamente. Ha perso la guida di un padre ideale, nobile più nello spirito che nel sangue, e lo piange con una convinzione che lascia il pubblico affranto. Non paga di ciò, la vita lo mette di fronte allo sgretolamento del concetto di famiglia, ad una madre privata della sua umanità, alla totale assenza di empatia da parte di chiunque lo circondi.
E lui, lo Sweet Prince, impazzisce.
Per finta, lo sappiamo, ma in fondo potrà mai un uomo, dopo tale dolore, tornare quello di prima? Non lo sapremo mai, non per Amleto.
Non per quell'uomo che, in ginocchio su una tavola, vestito come un soldatino di piombo, si interroga sulla vita, nel monologo più famoso di sempre. Benedict fa il miracolo di pronunciare delle parole così note e ripetute da essere diventate quasi l'ombra di se stesse senza sembrare che le stia recitando. Per la prima volta in anni ho sentito qualcuno chiedersi 'Essere o non essere?' senza dirlo con il piattume e la consuetudine che la notorietà hanno inevitabilmente donato al lavoro di Shakespeare. Ho visto davvero un uomo affranto, accasciato sulle ginocchia, decidere se questa vita valesse la pena di essere vissuta o se porle fine per liberarsi dal fardello del dolore.


Vorrei essere in grado di parlare di Amleto nel modo in cui merita.
La cosa più semplice e superficiale che mi sento di dirvi per comunicarvi la potenza di questa particolare trasposizione è questa: ero al cinema con la mia amica, la mia partner in crime per eccellenza, davanti a noi una numerosa scolaresca delle superiori.
Ho iniziato la visione pronta ad usare la violenza contro le bestiacce adolescenti se solo qualcuno si fosse azzardato a fiatare.
Nessuno ha detto una parola, in tre ore abbondanti di opera teatrale in un inglese del 1600.
Il merito è di sicuro da attribuirsi anche al reparto tecnico, che con un gioco splendido di luci e musica ha trasformato un'opera in un'esperienza.

Tre ore di magia, e the rest is silence.

mercoledì 28 ottobre 2015

Non solo horror: Amabili resti

09:46
Netflix è arrivato, sia lodato Netflix!
Per essere fuori da manco una settimana il catalogo è piuttosto interessante, ci sono dei documentari che mi cuorano gli occhi al sol pensiero.
Documentari, capito? Sto invecchiando, per forza.

Tra i vari film proposti mi sbuca lui, Amabili resti, a cui facevo la corte da un po', precisamente da quando ho conosciuto la malefica Saoirse Ronan in Espiazione, che tu piccolo mostro possa essere eternamente maledetto.

In AR la mia nemicissima Ronan (scherzo, è brava brava brava) interpreta Susie, una ragazzina violentata e uccisa da un vicino di casa. Dopo la morte non troverà la pace, ma rimarrà bloccata in un limbo da cui sorveglia i famigliari, Quello che vuole è essere vendicata.


Partiamo dalla solita premessa personale di cui può anche non fregarvene niente ma che serve a me.
Sabato pomeriggio è morta una ragazzina del mio paese, una ragazzina dell'età di mio fratello. Qua da noi li chiamiamo 'coscritti'. Non la conoscevo personalmente più di tanto (per quanto ci si possa non conoscere in un paesino di 3000 anime), ma da lontano l'ho vista crescere. Ho sempre accompagnato io mio fratello (che, se non ve l'ho mai detto, si chiama Kevin) nel suo percorso scolastico (e non), per cui ho avuto modo di vederla a 3 anni, mentre faceva l'asilo, entrare alle elementari, e poi alle medie, e poi quest estate, in procinto di diventare una ragazza splendida. E l'ho vista mancare, sabato scorso. Kevin ha dovuto per la prima volta scendere a patti col fatto che si può morire a 16 anni, che gli incidenti e le notizie del tg non sono cose lontane, che accadono a chiunque, in un  modo completamente inaspettato, come se la sorte pescasse da una grande boccia. E ha dovuto scenderci a patti in un momento di grande fragilità, mentre è ricoverato in ospedale.
E per la prima volta la morte di una persona che non mi era amica mi ha colpito così duramente, Perché aveva l'età di Kevin, ha fatto ogni scuola con Kevin fino alla terza media, e mentre ora lui è in ospedale (ma sta bene, nessun allarmismo) a rognare perché vuole tornare a casa, a lei questa scelta non è stata data. Ed è devastante. Inimmaginabile.

Scegliere di vedere Amabili resti proprio in questo momento è stata forse una scelta un po' azzardata, perché ho il cuore e la mente offuscati e confusi, ho avuto momenti di grande intensità in cui mi chiedevo quale potesse essere il senso di amare qualcuno così tanto quando può esserti tolto in qualsiasi momento, trascinando la tua vita in un becero e miserabile continuare senza scopo. Poi mi sono ricordata che alla regia ci stava Peter Jackson, che considero una persona molto intelligente. Sapevo non avrebbe fatto del marcio giornalettismo con immagini strazianti di mammà e papino in lacrime, non avrebbe ostentato il dolore. Non mi ha deluso, è sempre molto elegante.
Certo, la sofferenza è molto presente, ma non ne siamo mai sopraffatti fino al disgusto, qua non parliamo mica di Barbara D'Urso. Non avrei potuto sopportarlo.


Con queste premesse, penserete che il film mi abbia emozionato molto.
Ecco, no.
Avrei tanto voluto che lo facesse, in questi giorni ho bisogno di uno di quei pianti liberatori che ti alleggeriscono lo stomaco, invece niente. Pur riconoscendo alcune scene come bellissimi momenti di cinema, il mio cuore è rimasto freddino (il che mi lascia perplessa, sapete quanto l'argomento stupro sia importante per me). E per quanto abbia trovato interessante la parte del caso da risolvere, forse la parte più thriller, ho avuto il latte alle ginocchia per tutta la parte dell'aldilà. Premettendo che non credo nella vita dopo la morte e nemmeno in paradiso/inferno e tutte quelle cose cattoliche lì, il vero punto è: avevamo davvero bisogno di questo bagno termale nella computer grafica, Peter? Io credo di no. In quanto figlia degli anni 90, la tecnologia non mi spaventa, non odio la CGI a prescindere come presa di posizione hipster, ma ragazzo mio, perché? Perché così, perché anche in momenti in cui non era affatto necessaria? Hai dato un valore aggiunto alla pellicola?
È proprio così che ti immagini l'aldilà, Peter? È così che lo sogni?
Riconosco che, in un momento in cui la mia mente è così pervasa da pensieri riguardanti la morte, la morte dei giovanissimi, Amabili resti si è insinuato su un terreno fragilino, aiutando queste mie riflessioni a crescere, anche se temo che non arriveremo mai ad una risoluzione.

Non si scende a patti con la morte. Non la si capisce, non la si accetta.
Specialmente quando avviene così.
In una stracavolo di scena piena di computer grafica che mi pareva di stare a guardare un benedetto Polar Express!


(Spoiler: non parlo della morte di Susie)

lunedì 17 agosto 2015

Non solo horror: Veronica Mars il film

21:11
WARNING #1!
Il seguente post nase dalla mente di una quindicenne. Si prega pertanto di proseguire nella lettura non rompendo i cabbasisi con questioni di maturità e filosofia spicciola, si prega piuttosto di tenere conto della reale età dell'autrice.

WARNING #2!
SPOILERONISSIMI.

Ah, Veronica Mars.
La amavo, eh.
E la invidiavo per la strafighissima vita che faceva alla stessa età in cui io andavo in oratorio a giocare a briscola chiamata, in cui peraltro facevo schifo perché mi facevo sgamare OGNI VOLTA.
Lei no, investigava sulla vita dei compagni, su questioni di droga, di omicidi, di gente scomparsa, e a me che già allora ero casalinga disperata dentro e amavo Criminal Minds tutto ciò sembrava straordinariamente fighissimo.
E continuerò a ripetere fighissimo all'infinito, perché a 15 anni la mia limitata proprietà di linguaggio avrebbe descritto la questione solo così: FIGHISSIMA.


Anni dopo la fine della serie nasce questa campagna kickstarter in cui si chiedono centesimi per dare alla luce il film sulla mia adoratissima Veronica. Gli avrei dato anche i soldi che non avevo.
Ebbene, il film è nato, io l'ho visto, e mi è piaciuto.
Come se il non piacermi fosse una possibilità contemplabile.

Veronica ormai è cresciuta, ha lasciato Neptune, ha una relazione con il tenerissimo Fizz e sta per ottenere il lavoro che potrebbe essere la grande occasione della sua vita. Ma riceve una telefonata: Logan è indagato per l'omicidio della sua ragazza, una famosa cantante pop.
Può Veronica forse non correre in suo soccorso?

No CHE NON PUÒ. Lei deve correre per forza, perché è Logan e se entro la fine del film questi non si rimettono insieme io prendo baracca e burattini e butto tutto fuori dalla finestra.
ANNI ad attendere che sti due deficienti si rimettessero insieme, ANNI. Se non avete avuto una coppia fittizia del cuore non potete capire, ma non venite a fare i cinici con me perché lo SO che ce l'avete avuta e siete caldamente invitati a raccontarmi quale fosse nei commenti.

Non ce ne frega niente del bravo ragazzo che la ama tanto, mi dispiace. C'era il bellissimo stronzo schifoso che a noi piaceva di più, quindi se per favore Fizz ti vuoi levare che è entrato in scena Logan in divisa bianca, grazie, che tutte noi abbiamo da sventolarci.

Ormoni adolescenziali a parte, il film mi aveva fatto prendere un bello spavento.
Innanzitutto hanno cambiato alcuni doppiatori, cosa che francamente trovo di una gravità spaventosa perché qua si vanno a destabilizzare gli animi.
Una delle cose che amavo di più della serie, poi, era la scrittura brillante. Battute pronte, scambi rapidi, mai niente di banale.
Inizio del film, primo incontro di Veronica con gli amici di sempre: un trenino di banalità imbarazzante.
Ero già pronta a fingere di non averlo mai visto per non rovinare lo splendido ricordo che ne avevo. Volevo solo dimenticare quello scempio e reprimere le lacrime.
Tutto sommato invece ci siamo rialzati, i miei adoratissimi personaggi hanno ripreso la verve che tanto temevo avessero perso e i miei battiti sono tornati ad una velocità consona.


Ragazzi, è chiaro, parliamo di Veronica Mars, mica di Solaris (che io potrei non avere mai visto, potrei). Ma per una persona che come me ha tanto amato la serie è stato bellissimo immergersi di nuovo in quei volti familiari, in quelle dinamiche così confortevoli, in quell'aria fighissima che faceva sentire fighissima anche te solo guardandola, per osmosi (che se non sapevi nasconderti bene in briscola chiamata figuriamoci assumere identità nuove con la faccia di tolla che lei sfoderava così bene).
Una adorabile riunione di famiglia che ha il sapore dell'adolescenza e delle volte in cui Veronica Mars lo guardavo pranzando dopo la scuola.

E poi Veronica e Logan si rimettono insieme, che me ne frega a me del resto.

martedì 16 giugno 2015

Non solo horror: Prisoners

11:32
(2013, Denis Villeneuve)

Il giorno del Ringraziamento le figlie minori delle famiglie Dover e Birch spariscono. Accusato del rapimento è il giovane Alex, un ragazzo che soffre di un discreto ritardo. Viene presto rilasciato per mancanza di prove a suo carico, ma Keller Dover, il padre di una delle due piccole, è talmente convinto del suo coinvolgimento da decidere di rapirlo e torturarlo per fargli confessare il luogo in cui si trovano le bambine.

Io vi odio, quando indugiate sul dolore.
Quando girate quelle scene volutamente strappalacrime, magari anche con la splendida e malinconica musichetta sotto.
Vi detesto.
Mi pare di guardare Studio Aperto, e a me Studio Aperto causa frequenti conati di vomito e rush cutanei.



Prisoners, invece, non lo fa.
Esplora quantità di dolore quasi impossibili da narrare, ma mai che lo faccia con autocompiacimento, con voyeurismo, con volutissima voglia di strapparvi quelle lacrime di dosso.
Prisoners in due ore e mezza tocca punte di sofferenza atroci, e ce le mostra con una freddezza, un grigiore e un cinismo che sono quasi allarmanti.
Perché il regista non ci vuole in lacrime, ci vuole attenti.
E questo siamo.
Concentratissimi, lo sguardo immobile, la mente aperta sulle diverse vicende.

La sensazione che ne ho avuto è che il rapimento delle bambine e la conseguente indagine non fossero altro che un pretesto (ottimamente costruito, eh) per prendere in analisi il modo in cui due famiglie affrontano l'uragano di stress, dolore, e angoscia che le ha investite.
Da un lato la famiglia Birch è dignitosissima, soffre in un composto silenzio, rotto solo dallo sfogo della figlia maggiore.
La famiglia Devon, invece, crolla. La madre si affloscia su se stessa, è costretta a ricorrere a farmaci per riuscire a sopravvivere, a dormire. Il padre si trasforma in carnefice, la rabbia e il dolore gli annebbiano il senso dell'etica, ritrovare sua filia conta più di ogni altra cosa, anche di fronte all'evidente disturbo di Alex. Solo il figlio maggiore dimostra un'incredibile maturità, aiutando il padre e sostenendo la madre.
Altrettanto articolato è Loki, il detective che si occupa del caso, con il suo tic all'occhio, il suo atteggiamento duro e inflessibile, i suoi tatuaggi.


Ognuno di questi personaggi (tutti splendidamente interpretati, ma Gyllenhal è una BOMBA) si muove in questo impietoso panorama di provincia, così grigio e piovoso che pare una manifestazione dei cuori spaccati dal dolore.
Non si capisce chi sia il vero prigionero, qui, se le bambine prese in ostaggio o le famiglie imprigionate dalla sofferenza.

Un gran, gran film, in cui non esistono buoni o cattivi, ma umani ripresi in tutte le loro sfaccettature. Così, finalmente, la vittima non è solo il pover'uomo buono come un tocco di pane, ma anche l'uomo fortissimo, determinato, anche crudele. E il carnefice non è solo il folle, la persona detestabile e immotivata. Può anche essere una persona la cui mente è completamente annullata, anch'essa, dal dolore.
E tutto questo, insieme, non ti fa togliere gli occhi dallo schermo.
Per due ore e mezza che scorrono veloci come una.


(Ma l'attore che fa Alex non è ugualeuguale al moroso di Joan of Arcadia?)

sabato 28 febbraio 2015

And the Oscar goes to...Biutiful!

18:08
[COMUNICAZIONE DI SERVIZIO PER I GENTILI UTENTI. Ubuntu ha fatto qualcosa di strano alla mia fidata tastiera, per cui se vedete caratteri apparentemente grammaticalmente sbagliati e' solo perche' non ho ancora trovato quelli giusti. Problema che peraltro ho solo con Blogger e non con il programma di scrittura, per cui se avete consigli e barra o soluzioni, please HELP.]


Mai filati io, gli Oscar.
Tranne quest'anno, che quando ho sentito 'Redmayne!' volevo piangere, ma poi ho sentito 'Birdman' e il mio cuore ha ballato Conga.
Prima di qualche giorno fa, però, non mi sono mai interessati granché.

Quando però Alessandra di Director's Cult (trovate il link sotto) ha proposto di parlare dei perdenti delle scorse edizioni ho accettato di corsa perché i loser li amo. Tipo che guardo anche Glee.
E poi me la prendo sempre molto quando non vengono riconosciuti i meriti di qualcuno (sì, per questo ho pianto guardando The Imitation Game) e quindi questa iniziativa mi calzava giusta giusta.

Eccoci allora a rimembrare l'anno Domini 2011, quando Inarritu, a differenza di quest'anno [Conga n. 2], aveva si due candidature (miglior film in lingua straniera e miglior attore protagonista per Javie Bardem) ma se ne e' tornato a casa a naso asciutto.


MALE.
MOLTO MALE.

Perche' in Biutiful Bardem e' un uomo, un padre, con il cancro, e due mesi di vita di fronte. Contemporaneamente, lavora nel mercato nero, vede i morti e li aiuta ad 'andare verso la luce' (cit. Melinda Gordon).

E lo fa in un modo cosi' raffinato, garbato, ESEMPLARE, che l'Oscar non sarebbe dovuto andare altrove.
Perche' il cancro e' una brutta bestia.
E no, non parlo della malattia. Non la conosco e non voglio parlarne per non mancare di rispetto a chi invece l'ha incontrata sulla propria strada.
Parlo di cinema.
Il cancro al cinema e' difficile, e' indigesto, e in fondo non piace a nessuno.
Quei film cosi volutamente strappalacrime li guardiamo tutti ma non piacciono a nessuno.

Poi arriva Bardem, ovviamente guidato da un ottimo pilota, che ci porta un uomo comune. Perche' non c'e' niente di piu' democratico della malattia.
E allora ecco Uxbal, il personaggio intorno a cui questo film ruota. Uxbal, come noi, ha mille cazzi per la testa.
Vive un po' alla giornata, cerca il modo di essere un bravo genitore, fa qualche cazzata. Perche' il manuale della buona vita non ce l'ha nessuno, ce lo costruiamo strada facendo.
Ma quando di strada non ne hai piu' che fai?







E come ce lo porta bene, questo uomo comune. Ce lo ritrae, con tutta l'intensita' che metterebbe un artista nel suo quadro. E ci ferisce. Non nel modo semplice e superficiale del 'Oh poverino, muore, mi dispiace, poveri bambini!'.
No, Bardem ti spacca il cuore.
Dico 'spacca', non spezza. Non te lo apre in due, ti lascia un taglio profondo, di quelli che sanguinano copiosamente. Poi col tempo si ricuciono, ma lasciano i segni.
Regala dei sassi ai suoi bambini e pare una stupidata, ma tu lo guardi e senti il dolore assurdo che sente lui mentre abbraccia la sua bambina, e la implora di non dimenticarlo, e la stringe, e la stringe tanto che sembra che un abbraccio non basterebbe mai a dire quanto amore c'e'.

Ha un viso particolarissimo, il nostro vincitore di Oscar fittizio. A mio parere splendido, ma e' cosa nota che prediligo i fascini prepotenti alle bellezze convenzionali. Quanto ci gioca, con quello sguardo, che a vederlo superficialmente pare sempre uguale, invece no. Invece con gli occhi ci parla. Vorrei avere parole abbastanza profonde da rendere giustizia alla poesia che Javier Bardem scrive recitando. Ma non ce le ho, vi basti sapere che e' una performance che spacca i culi. E che l"Oscar se lo doveva portare a casa.



Per altri loser-omaggi, i link degli altri carissimi bloggerz:
Scrivenny
Cinquecento film insieme
Solaris
Director's cult
In Central Perk
Pensieri cannibali
Non c'è paragone
Bollalmanacco



venerdì 16 gennaio 2015

Non solo horror: La città incantata

13:10
(2001, Hayao Miyazaki)

Può un film d'animazione giapponese farmi pensare allo zucchero a velo?
Può, se lo firma Hayao Miyazaki.

Ne La città incantata incontriamo Chihiro, che sta affrontando con la famiglia un trasloco.
Giunta nella nuova città, però, il papà intraprende quella che sembra essere una scorciatoia ma che si rivela invece essere una strada chiusa che dà su un tunnel.
Presa dalla curiosità, la famiglia lo attraversa nonostante le proteste di Chihiro, e quello che si troveranno di fronte è un luna park apparentemente abbandonato, in cui però è rimasto attivo un banchetto in cui i genitori di Chihiro si abbuffano.
Peccato che vengano poi trasformati in maiali, e toccherà alla figlia trovare una soluzione a questo incantesimo.

Zucchero a velo, dicevamo.
Io non sono proprio capace di fare da mangiare, sopravvivo a malapena.
I dolci però li so fare, quelli sì. (credo)
E so che lo zucchero a velo non fa altro che addolcire un po' di più, soprattutto se comprate quello vanigliato che è un piacere solo pensarci.
Però se volete che la torta sia più buona ne dovete mettere poco, così è dolcissimo ma non dà fastidio in bocca, non si esagera.


Questo ha fatto questo film.
Ha addolcito la bocca, ha fatto sentire la vaniglia sulle labbra, ha riscaldato il cuore.
Una splendida torta margherita altissima e morbidissima appena sfornata.
Il riferimento alla torta margherita non è certo casuale.

La più semplice in assoluto, la più povera di ingredienti, la più basica.
Ma quanto è buona.
E' strepitosa appena la tiri fuori dal forno, ancora tiepida.
Ma è buonissima anche la mattina dopo, fredda e intinta nel latte.
(Cioè, i normali esseri umani fanno così, io piuttosto che pucciare qualsiasi dolce in qualsiasi bevanda mi ammazzo dal disgusto)

E così La città incantata. Lo guardi una volta, e quanto è bello. Te ne innamori. Poi lo vedi la seconda, la terza, la ventesima. Ed è sempre così incredibilmente bello.



La torta margherita, però, sembra facile ma è infida.
Bisogna saperla fare.
Se non sei capace ti esce stopposa, con i grumi, oppure troppo pastosa che per mandarla giù ci vogliono due scodelle di latte.

Dove voglio arrivare?
Che Miyazaki è un pasticcere strepitoso.
Ha cucinato la migliore delle torte margherite.
Ha sfornato un'opera dalla dolcezza incredibile, ma che non è mai stucchevole. MAI. Ha preparato una torta talmente leggera che mentre la guardi ti sembra che non stia lì, ma che aleggi nell'aria, che il suo profumo riempia la stanza.
E ci ha messo l'AMORE, perché non c'è certo bisogno di guardare la Clerici per sapere che cucinare per qualcuno è una grande dimostrazione d'amore.

Quando i film diventano poesia in immagini c'è ben poco che si possa dire per recensirli.
Si prendono così come sono, con tutte le emozioni che l'Arte, quando è tale, regala a chi ha la fortuna di poterne fruire.





lunedì 8 dicembre 2014

Non solo horror: Sugar Man

17:28
Un lato di me che credo non sia mai emerso da Mari's Red Room è la mia maniacale attrazione per la musica. Esattamente come per il cinema, il mio atteggiamento nei confronti di ciò che mi appassiona è una costante irrequietezza, un senso di insoddisfazione che mi porta alla continua ricerca di altro.

E' per questo che sono incappata nella visione di Searching for Sugar Man.
Io Rodriguez mica lo conoscevo, come non lo conosce la maggior parte delle persone.

Lo conoscevano però  Stephen "Sugar" Segerman e Craig Bartholomew-Strydom, decisi a svelare il grande mistero che ruotava intorno al loro cantante preferito, creduto morto in circostanze misteriose.

Sugar Man mostra quanto gli esseri umani possano dare agli altri. Mostra quanto certe persone siano semplicemente portatrici di poesia. I produttori, dopo anni ed anni ed anni, ancora si incantano ad ascoltare i brani di Rodriguez durante l'intervista. E ne parlano con gli occhi sbalorditi e incantati di chi ha avuto a che fare con la poesia, quella vera e disincantata, che non conosce il suo potere.


 Un uomo comunissimo, un muratore, che aveva la luce dentro, e l'ha donata al mondo.
Il mondo, quasi tutto, non l'ha saputa cogliere, l'ha lasciata assopire mattone dopo mattone, mentre in Sudafrica avevano chiaro in mente con chi avevano a che fare.
Sì, perchè mentre negli Stati Uniti Sixto Rodriguez era un comunissimo figlio di immigrati dal lavoro umile, una copia del suo album finiva nel Continente Nero, e lì esplodeva. L'umile figlio di immigrati dal lavoro umile diventa il mito, la leggenda, l'eroe che motiva con le sue (splendide) parole la lotta contro l'apartheid, la voce che dà alla gente in difficoltà la speranza, la voglia e la forza di cercare quella giustizia costantemente negata.
E lui non lo sapeva.
Continuava le sue giornate, il suo lavoro, la sua vita, completamente ignaro del successo incredibile che i suoi due album stavano incontrando in Sudafrica.
Ha messo su famiglia, sarà anche stato felice.
Ma il suo sogno si era realizzato, e lui non lo sapeva.

La musica non è mai solo tale.
Certo, non tutti potranno esserne appassionati, non tutti ne sono toccati.
Ma quando le consenti di entrarti dentro, si prende una fetta talmente ampia della tua emotività da non sapere più dove inizia e dove finisce.
Per questo se un autore diventa così grandioso in un certo paese, in un certo momento, in un certo periodo storico, è perché quello che ha da dire è oltre la mediocrità, è oltre la banale canzoncina che sicuramente vincerà X-Factor. E' Arte.
E' Magia.


E se già la storia di Rodriguez è incredibile, il documentario tratto è davvero all'altezza.
Rende giustizia ad un uomo che ha cambiato molte vite, ma che ha conservato l'umiltà della propria. Indaga in modo delicato e mai invadente su una vita così misteriosa e apparentemente banale. Un film dolcissimo, quasi pervaso di surrealità.
Certo, la soundtrack dà una buona mano.

Cosa può significare svegliarsi una mattina e realizzare che ci sono migliaia, milioni di persone che sono state illuminate dalla luce che tu hai messo nella tua arte? Che impatto può avere su un modesto carpentiere con un fallimentare e breve passato da cantante realizzare che di fallimentare non c'è stato proprio nulla? Quanto può essere emozionante trovarsi su un palcoscenico, in un età in cui il sogno di un tempo è ormai archiviato, e scoprire che così tante persone ti hanno amato per tutto questo tempo? Il solo vedere quelle immagini, la folla in delirio, e lui che non comincia a cantare perchè tutti loro continuano ad urlare la gioia di averlo finalmente lì, dal vivo, regalano un'emozione fortissima.
Mi auguro che sia stato per lui straordinario.

Come è stato per me incontrare la sua musica.


giovedì 9 ottobre 2014

Non solo horror: Hellboy

16:51
(2004, Guillermo Del Toro)


Sono una maledetta snob, io.
E le commedie no, e i supereroi no, e la cippa lippa no.
Ma quando vedo certi nomi tra gli addetti ai lavori smetto di pensare e guardo qualsiasi cosa producano con le loro manine dorate.
Del Toro è uno di questi signori.
Di quelli che se mi portassero sugli schermi la bella che la va al fosso a resentar (qui la soundtrack del futuro film) io mi precipiterei in sala.
Anche parlando de Il labirinto del fauno credo si sia intuito che quando Guillermo Del Toro parla, io pendo dalle sue labbra cinematografiche e perdo la mia già molto scarsa capacità di discernere il bene dal male.

Per questo anche Hellboy, una pellicola così lontana dai miei gusti abituali, mi ha sempre affascinata.
Fino a quando l'ho visto, e ho capito perché mi affascinava.
Perché è bellissimo, ecco perchè. Imperfetto ma bellissimo e perché io evidentemente sono dotata di poteri paranormali che mi avevano predetto che sarebbe stato bellissimo.


Hellboy è un demone dalle sembianze schwarzeneggeriane. A parte che è rosso, va beh. E' stato adottato da piccino da un giovane professore che lo ha cresciuto come un figlio. Spunta da un varco che era stato aperto dai nazisti che dopo aver risucchiato un tale Rasputin ha ringraziato mandandoci il piccolo rosso. Lavora con il papà in un dipartimento delegato al controllo di fenomeni e creature paranormali ma quando Rasputin vuole tornare il nostro Hellboy perde un po' di tempo a liberarsene.


Ve l'ho raccontata male, vero, la trama?
Perché non conta niente.
Almeno nel modo in cui ho goduto io il film.
E' stato come se la storia in sè fosse, paradossalmente, solo un contorno messo lì per dovere, perché quello che interessava mostrare era altro. Sono certa che i puristi della novel adesso mi detesteranno e mi lanceranno maledizioni in russo apprese probabilmente dalla novel stessa, ma abbiate pietà di me.
A livello ''''''''''''tecnico''''''''''''''''' ammetto che non parliamo certo di un capolavoro. Ma è riuscito a toccarmi il cuore, e a farmi ridere di gusto. Che sono praticamente gli unici due ingredienti che mi fanno dire se un film mi piace oppure no.
Certo è, e questo per una volta sono contenta di dirlo, che il signor Claudio Fattoretto ha fatto un ottimo lavoro con il doppiaggio del nostro eroe.
E i miei complimenti per la voce.
A me non importa la componente action, non mi importano le figate nerd, la manona che apre un portale, i varchi che conducono chissà dove.
Tutte queste cose, ben presenti e apprezzate da chi le ama di default (ciao, Erre, parlo di te), passano decisamente in secondo piano rispetto ad uno dei più bei character che i miei poveri occhi stanchi abbiano mai avuto la gioia di vedere.

Di Hellboy abbiamo due ingressi in scena. Lo vediamo prima da piccolo, scappare dai soldati per poi lasciarsi conquistare con del cioccolato ed una coperta calda. Lo vediamo mettersi in posa per una foto di gruppo, piccola mascotte con l'aria da boss in fasce che è una bellezza da sciogliere i cuori. Persino la manona riesce ad essere tenera quando è piccino.
Ricompare poi qualche anno dopo. Sigaro in bocca, torso nudo, impegnato a fare pesi con la nonchalance tipica di chi 'io a sto fisico ce so abituato'. 60 anni anagrafici ma una trentina effettivi causa invecchiamento tutto strano. Aria snobbissima di chi duro lo è per davvero e non lo fa da poser.
Però ama i gattini.
E Liz.
(Altro personaggio di quelli a cui vorresti dare un lungo abbraccio sperando che non prenda fuoco nel frattempo.)
E il mostro che deve combattere lo chiama 'faccia di cacca'.
Possiamo non amarlo? Eh?


Perché, in tutto ciò, oltre a combattere contro strane creature, Hellboy è perdutamente innamorato. Di quell'amore mai banale o mainstream, loro due non sono mai tre metri sopra a niente.
Anzi, stanno di soppiatto sotto a tutto, macerati ognuno dai propri demoni.
E proprio in un film così improbabile ci sono alcune delle scene d'amore più belle e spaccacuore che io abbia mai visto.
Al funerale del papà, per esempio.
Lui assiste da lontano, sotto la pioggia. Saluta dall'alto la prima - e forse unica - persona che lo abbia amato incondizionatamente e andando oltre all'aspetto, perchè questo è quello che fa un genitore. Con il valore aggiunto dell'essere un genitore adottivo, che un figlio così lo ha VOLUTO e non AVUTO.
Lei non gli sta vicino. Lo guarda dal basso, gli rivolge uno sguardo che parla più di migliaia di parole. Capisco il tuo dolore, non so cosa fare per aiutarti, ma vederti così mi strazia.
Una scena durata qualche secondo, ma davvero comunicativa.
Ma il momento in cui ho sentito che mai un personaggio era stato tanto umano arriva nel moemnto in cui finalmente si parla a voce alta dei sentimenti che lui prova per Liz (ma se cercate i 'sei la mia vita ti ho sempre amata' cambiate film) e le dice che vorrebbe tanto poter fare qualcosa per quel suo strano aspetto, ma non può.

Mentre lui parlava io ero in una specie di stato onirico.
Mi sono tornate vive e chiare nella memoria tutte quelle volte in cui davanti allo specchio mi sono sentita inadeguata.
Il mio naso era sempre troppo grosso, e così il seno, e così i fianchi, e così il sedere.
E gli occhi troppo piccoli.
E questi capelli di un colore che ti prego signore dimmi che cavolo mi significa.
E ste benedette lentiggini.
Ogni sguardo era un'analisi a me stessa da cui uscivo giudice e perdente.
E così lui, costretto a vivere in un corpo che lo caratterizza subito come demone, come mostro, come cattivo.
Ma Albus Silente, uomo che non è diventato Preside per niente, diceva che sono le nostre scelte a determinare chi siamo. E Hellboy ha sempre saputo da che parte stare.

Cosa che lo rende più umano della maggior parte di noi.


Un caro saluto a Ron Perlman che è più figo da rosso che senza trucco.

martedì 16 settembre 2014

Non solo horror: Taxi Driver

17:57
Ore 6.30 a.m.
'Mariiiikaaaaa, dai che devi andare a lavorare!'
La mamma mi sveglia.
Io non bofonchio nemmeno troppo, di solito sono brava a svegliarmi.
Faccio colazione con mio fratello che deve prendere il treno per andare a scuola.
Saluto tutti, mi accordo con la mamma per il pranzo ed esco.
Abito in condominio, scendendo le scale incontro un paio di vicini mattinieri come me. Scambiamo due chiacchiere mentre vado a prendere la bici con cui vado al lavoro.
Per la strada incontro il proprietario del piccolo market del paese, che mi saluta sempre con un sorrisone e un braccio alzato.
Passando chiamo ad alta voce mia zia, saluto pure lei.
Continuo a pedalare, mi passano vicino delle macchine, qualche collega, qualche conoscente, ci salutiamo, mi suonano il clacson. Al lavoro commentiamo la mia pedalata, parliamo, ridiamo, per 6 ore.
Poi torno a casa, mangio con i miei.
Parliamo della giornata, in modo frettoloso e a volte poco interessato, ma fa parte della routine.
Nel pomeriggio salgo in città, incontro la mia amica, andiamo a fare shopping, lei si sfoga per l'ansia dell'imminente convivenza, io le racconto come va il lavoro, ci diamo al gossip selvaggio e proviamo gli smalti da Kiko.
Alla sera torno a casa, ceno, per poi prepararmi ed uscire col mio ragazzo, andiamo in un pub con altri amici. Abbiamo argomenti consolidati, altri che evitiamo, ricordi che ci raccontiamo per riderne di nuovo come la prima volta.
Vado a letto, stanca morta. Ma è andata bene anche oggi.
Dormo.

Ore 6.30 a.m.
Travis è già sveglio, si rotola nel letto.
Si alza, si prepara una tazza di latte con i cereali, non ha nemmeno voglia di riscaldarselo.
Passa la giornata a oziare, non conclude nulla.
Pranza, cena, le ore scorrono sempre uguali, fino a sera, l'ora di arrivare al lavoro.
Fa il taxista di notte.
Incontra molta più gente di quanta ne incontri io, probabilmente.
Ma non parla veramente con nessuna, se non scambiando parole di circostanza con ogni cliente.
Ascolta le loro parole come se le udisse per sbaglio su un autobus, senza il minimo interesse. Non si ricorda nemmeno più come si fa ad avere una conversazione decente.
Finisce il turno, incontra qualche collega nel solito bar, ma non si trattiene mai troppo. Nemmeno quello che dicono loro riesce a toccarlo.
Torna a casa.
Non dorme.


Due persone, con trascorsi diversi, con vite diverse, con futuri - mi auguro - diversi.
Una ha una vita che si potrebbe definire normale, l'altro vive nella solitudine.
Quella totale, spiazzante, senza via d'uscita.
Quella che si crea continuamente da se stessa.
Meno stai con le persone meno sai starci.
E' per questo che quando inviti una bellissima donna ad uscire e lei per qualche motivo accetta, rovini tutto con un errore che a vederlo sullo schermo sembra un errore davvero da deficiente. Eppure l'hai commesso, perché non conosci più nemmeno le regole base della consuetudine. A nessuno verrebbe in mente di portare una donna al primo appuntamento a vedere un film a luci rosse al cinema, ma a Travis sì. Perché quella è la sua abitudine. Non vivendo le altre persone, come può sapere che quella non è anche la LORO, di abitudine.
E non sapendo come gira il mondo, non ti accorgi che il ragazzo con cui stai parlando non vuole tenerti compagnia, ma solo 'venderti' la sua escort. Perché non sai che le persone abitualmente non girano per la strada chiedendo ai passanti compagnia.

Si stupisce di trovare una escort minorenne (molto minorenne), cosa per il quale lo invidio. Invidio la sua sorpresa a fronte di una cosa così sbagliata. Noi ormai ci conviviamo, con fatti del genere, sono la cronaca quotidiana.
Questo suo starsene fuori dalle vicende del mondo lo ha fatto regredire allo stato infantile, quasi. Non è possibile che una bambina sia una prostituta, non è possibile (quanto è vero, Travis, quanto è vero. Non DOVREBBE essere possibile). Quindi, semplicemente, la salvi.


Pensi che sia sufficiente armarsi fino ai denti, e allenarsi a sembrare minaccioso davanti allo specchio per salvare il mondo da tutte le sue brutture.
Da solo, contro tutti.

Se poi ce la farà, non ve lo dico.
Anche se trovo assurdo che film come Taxi Driver non siano visti da tutti, non vengano trasmessi nelle scuole.

E' un film che ti insegna che l'umanità può anche fare schifo (cit. Fuori Frigo) ma che ne abbiamo bisogno.
Che a modo nostro ne siamo parte anche noi e che non possiamo far finta che non sia così, anche se a volte vorremmo.
Che la solitudine ti corrode, come una malattia, ma lei per davvero, non come la cellulite secondo quelli del Somatoline.

E per quanto riguarda il film, se mi è piaciuto?
Ci sono pellicole che vanno oltre l'essere film soggetti ad opinione pubblica, diventano iconici e tali devono restare.
Ma ovviamente sì, mi è piaciuto.
Molto.


martedì 15 luglio 2014

Non solo horror: Il mio vicino Totoro

17:11

Cara Mari 45enne, ciao.
Sono io.
Cioè, sei tu, a 23 anni.
Spero tu sia bene, che tu abbia un lavoro che ti soddisfa, una casa col soppalco e che ti sia finalmente comprata un pastore bovaro.
Ricordati che volevi chiamarlo Efesto o Ezechiele.
Mi auguro che il cinema sia ancora la tua passione, la tua terapia, e che tu nel trambusto di una vita da adulto sappia trovare il tempo per guardare un film.
E spero che tu abbia finalmente comprato quell'aggeggio per tenere il PC sulle cosce senza ustionartele ogni volta.
Ti scrivo perché ieri sera ho visto un film che mi ha fatto pensare che forse dovevo lasciarti dei promemoria per il futuro.
Era uno di quei film che mi aveva passato R, quelli dello Studio Ghibli. La promessa che faccio alla Mari ventitreenne è di vederli tutti.
Te lo ricordi, R, sì?
Beh, il film era la storia di due sorelline che andavano a vivere col Papà in una casa nuova per stare più vicini alla mamma ricoverata in ospedale.
Detto cosi non è niente di speciale, ma nella sua disarmante semplicità mi ha fatto pensare che dovevo darti dei suggerimenti per il futuro, nel caso tu ti dimenticassi la bellezza del disincanto.
Quello che desidero per te è che in ogni tua giornata tu cerchi un sorriso come quello che avevo io ieri sera a visione conclusa, il sorriso di chi sa che sta guardando qualcosa di imperfetto ma talmente dolce che chissenefrega.
Voglio che quando salirai sull'autobus e sarai nervosa perché sarà pieno, in ritardo e puzzolente, ti calmerai pensando al gattobus, e a quanto doveva essere comodo.
Voglio che quando dovrai affrontare qualcosa che ti spaventerà tu imiti le due sorelline, cacciando un urlo e sfoderando il più buffo dei sorrisi coraggiosi, perché se ha funzionato con i nerini del buio io non so proprio con cosa potrebbe fallire.
Mi auguro che tu sia mamma e che ti ricordi di questo papà che le circostanze hanno messo in una posizione scomoda ma che si diverte un mondo con le sue piccole e che gioca con loro, perché non esiste modo migliore di trascorrere il tempo insieme.
Voglio che ti ricordi che i gesti gentili non costano niente, come prestare un ombrello a chi ne è privo quando piove, perché non si sa mai, potrebbe uscirne una delle scene più divertenti del mondo.
Voglio che tu ti informi se la proporzione uomo/albero di canfora è davvero quella e, se cosi fosse, che tu CORRA a cercarne uno.
Desidero che tu vada in Giappone ad indagare su come fanno a mettere la magia in disegni cosi belli e semplici.
Ma più di tutto, Mari, per piacere, gira il mondo e cerca un Totoro.
Non avrò pace finché non ne avremo uno tutto nostro.

domenica 4 maggio 2014

Non solo horror: La fuga di Martha

18:10
(2011, Sean Durkin)



Avrete ormai capito che sono una fan dei polpettoni.
E, ad un occhio superficiale, questo film è il re indiscusso dei polpettoni, perché di fatto per tutta la durata non succede assolutamente niente.

Altro non è che la storia di Martha (o Marcy May, a seconda che voi siate parte di una setta-comunità o meno, o ancora Marlene) che fugge dalla sopracitata setta-comunità e va a rifugiarsi a casa della sorella maggiore.
That's it.

Bisogna essere bravi per dire tantissimo senza raccontare niente.
La Olsen, sorella riuscita bene delle più famose gemelline quelle col maggiordomo, è senza dubbio brava a dire tantissimo senza dire niente, nè a noi nè alla sorella (ciao, SarahPaulson! Spero di rivederti a ottobre!).
Mai una volta, nel corso della visione, la questione della setta viene affrontata apertamente. Noi spettatori lo sappiamo perché il regista ce lo mostra abbondantemente, girando il film su due piani temporali ben separati, ma che sembrano accavallarsi nella mente di Martha.
Quello che spezza il cuore (sono una sorella maggiore, capitemi, provo empatia) è vedere Lucy (Sarah Paulson, appunto) cercare disperatamente di aiutare la sorella, lanciarle continui sguardi preoccupati, andarla a prendere affrontando tre ore di viaggio, andando continuamente a sbattere contro l'incrollabile muro che Martha ha costruito intorno a sè.


Anche perché Martha non esiste più. Non come Lucy la ricorda, almeno.
La sua individualità è stata distrutta dalla comunità, e ora lei che ne è uscita deve ricompattare quello che ne è rimasto, ammesso che ne sia rimasto qualcosa. Per due anni Martha è stata soppiantata da Marcy May, succube del fascino del leader Patrick, parte come le altre di qualcosa completamente fuori dal loro controllo, ma da cui uscire non è solo difficile, è un'impresa.
Un'impresa che lei prova a compiere, ma a che prezzo?
Quanto può essere difficile uscire da qualcosa che ti ha prima cancellato l'identità per poi costruirtene una completamente nuova e diversa?
Ti ritrovi priva di tutto, potrebbe quasi essere più comodo restare dove sei per non doversi ricostruire da capo.
Invece lei scappa comunque, peccato che poi non sappia gestire il trauma, non sia in grado di far entrare nessuno nel suo dolore e che quindi nemmeno Lucy sappia aiutarla.


Durkin stravolge il significato di famiglia. Famiglia è quello che la setta vuole essere per i suoi adepti, in uno stile famigliare retrogrado e patriarcale, in cui il ruolo del capofamiglia è il leader della setta a cui tutti devono guardare con ammirazione e rispetto. Famiglia è Lucy, l'ultimo legame di sangue rimasto a Martha, che però non riesce a scavare fino in fondo.
Immaginate un mondo in cui vi trovate senza il porto sicuro della vostra famiglia, in qualsiasi modo interpretiate questo termine.
E immaginate di avere un enorme, enorme trauma, qualcosa che cambi per sempre il vostro modo di vedere le cose.
Senza quel porto sicuro su cui rovesciarlo.
Riesce difficile vero capire come possa stare Martha?

La fuga di Martha non è uno di quei film da guardare per passare un pomeriggio spensierato.
Di sicuro non è il film da scegliere se si vuole un po' di adrenalina, o se si cercano le risate, o i buoni sentimenti.
Ma è una visione indimenticabile.


A proposito, domani è il compleanno della mia amica Marta, auguri tesorino!
Sono quasi certa che lei non sia in qualche strana comunità con santoni di vario genere, però.



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