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martedì 10 agosto 2021

Notte Horror 2021: Re-Animator

23:00

 Passano gli anni nella blogosfera, qualcuno smette, qualcuno si prende una pausa, qualcuno passa ad altre piattaforme, qualcuno rimane. Una cosa, però, è incrollabile, una certezza granitica che ci ricorda che una sola cosa unisce e unirà per sempre gli animi dei cavalieri jedi che popolano l'internet: la Notte Horror. 

È arrivato il mio turno anche quest'anno, e come al solito in fondo al post troverete il bannerone con le altre partecipazioni. Io quest'anno mi sono buttata su Stuart Gordon, personaggio che su questo blog abbiamo sempre trattato troppo poco, ma che mi sembrava giusto omaggiare dato che lo scorso anno ci ha salutati.




Quest'anno più Lovecraftiana del solito, pare, perché la storia del film è tratta dal racconto del Nostro. Herbert West è un talentuoso studente di medicina che sta lavorando su modi per riportare in vita i defunti. Quando arriva alla Miskatonic University prende una stanza nella casa di un collega del college, Dan. Quando Dan e Megan, la sua fidanzata, scoprono di cosa si occupa Herbert, le cose non si mettono bene.


Quest'anno mi sono sottoposta a visioni (non fraintendetemi, amatissime) seriose, impegnative, piene di messaggi sociali, lente. Ormai è chiaro che quello è il cinema che preferisco. Però uno Stuart Gordon me lo meritavo. Re-Animator è un film che rientra con tutte le scarpe nel luogo comune (felicissimo) sul cinema degli anni '80. Sporco, pieno di frattaglie, scene ripugnanti, occhi spappolati, viscere mangiucchiate, morti viventi, donne nude. 


Il film si apre con un primo tentativo di Herbert di far fruttare le sue ricerche: il suo primo professore è mancato e lui può riportarlo in vita. Non funziona benissimo, per usare un eufemismo, e il nostro viene spedito nella mitologica università creata da HP. Ci mettiamo molto poco ad inquadrare che tipo sia West, splendidamente interpretato da Jeffrey Combs: una persona sicuramente brillante, ma altrettanto arrogante, così sicuro di sé da rendersi insostenibile. Ignora qualsiasi norma base di comportamento civile, si pone così al di sopra di chiunque altro da essere persino poco furbo e finisce per inimicarsi quello che sarà il suo professore. Si prende spazi nel mondo che non sono ancora suoi, impone la sua presenza anche laddove non è desiderata, si arroga il diritto di comprare le persone con il denaro per avere quello che gli serve. Di lui non sappiamo altro: non ha una vita al di fuori di quella da ricercatore, non ha amici, non ha relazioni: la sua vita è completamente spesa per il suo obiettivo. 

Tale e tanta è la sua motivazione da riuscire a coinvolgere anche Dan, il suo nuovo coinquilino. Dan, al contrario, è una persona molto equilibrata: studente brillante, con relazioni sane, una vita che vada oltre la scuola ma che ha comunque chiari i suoi obiettivi. Ed è proprio sul suo essere, in effetti, un ottimo studente che fa leva Herbert per attirare il suo interesse. Dan non è uno scienziato pazzo, ma l'enormità delle scoperte del suo nuovo collega non può che intrigarlo. E così la scienza finisce per divorare anche lui e la sua lucidità. Per tutto il film Barbara Crampton (la regina delle scream queens? la regina.), che interpreta Megan, sta col ditino alzato cercando di mettere in evidenza giusto quelle due problematicità che si sollevano quando le persone non hanno guardato né letto Pet Sematary, ma loro niente, inesorabili. Il film almeno la Crampton l'ha lanciata nell'unico olimpo che conta, quello dell'orrore, però in questo film la sua Megan è sottoposta ad ogni genere di cattiveria: non viene presa sul serio, viene sottovalutata, è oggetto di attenzioni indesiderate, viene violentata, muore piuttosto male. Niente di nuovo all'orizzonte, insomma. Ma se non altro lei è l'unica che ha sentito la puzza di qualcosa di marcio provenire da Herbert immediatamente.


Poi, insomma, accade l'inevitabile: la situazione sfugge di mano. Se già con la rianimazione del gatto un po' di sangue lo avevamo visto, il film scivola verso l'atteso finale: il mare di sangue. Ci si arriva con un ritmo perfetto, in un film rapido ed entusiasmante, che sa non scivolare nell'eccesso e che sapeva esattamente che cosa il suo pubblico voleva. E che è stato così gentile da servirglielo su un piatto d'argento. 


Più di 35 anni dopo, Re-Animator si fa ancora volere così bene. Gordon ha preso del materiale di partenza che sta nella storia, per poi farci tutto quello che gli pareva. Siamo lontani dal modo in cui Carpenter ha omaggiato il Maestro una decina di anni dopo, per intenti e modalità, e va bene così. La serie B ce la meritiamo. 




venerdì 23 luglio 2021

La trilogia di Fear Street

11:57

 Con il neonato progetto Twitch faccio un pochino di fatica a vedere quanti film vorrei, perché sono solo all'inizio, devo organizzarmi e imparare a gestire le cose nuove. Quindi quando è uscito il primo capitolo di Fear Street, su Netflix, me lo stavo per far scappare. Sia sempre lodato Erre, che invece ha voluto vederlo, perché, e lo dico subito così non siete costretti a leggere tutta la pappardella che temo finirà per essere questo post, quella di Fear Street è la saga migliore degli ultimi anni.


Adesso elaboro con calma.



La saga è composta di tre film, ambientati in tre anni differenti: 1994, 1978, 1666. Ripercorre, partendo dal più recente e andando indietro nel tempo, la storia di Sarah Fier, una donna accusata di stregoneria che dopo la sua morte è entrata nella leggenda, diventando parte del folklore della cittadina di Shadyside. A Shadyside le cose da allora non vanno molto bene: i cittadini hanno vite complesse e piene di problemi, e ogni tanto qualcuno impazzisce e commette delle stragi. Dare la colpa all'influenza di Sarah è fin troppo facile. Deena e i suoi amici sono solo gli ultimi ad essere toccati dalla maledizione della strega, e non hanno nessuna intenzione di lasciarla vincere.


Si parte in questo viaggio a Shadyside nel 1994. Laddove gli anni scorsi sono stati per il mondo dell'intrattenimento un viaggio nella malinconia degli anni '80, ultimamente abbiamo scelto di tornare al decennio successivo, e finalmente l'ondata nostalgica tocca anche me, che nel '90 ci sono nata. Il primo film non è solo una bella passeggiata nel viale dei ricordi, però. Il primo film prende Scream e fa, 30 anni dopo, la stessa cosa: riprende in mano le carte di un genere intero e le rimescola, dà loro nuova luce, partendo proprio dal film che queste stesse carte le aveva rivoluzionate nel '96. Non si tratta solo di un omaggio ad un film tanto amato, ma è anche questo. Di Scream c'è tutta la struttura - persino elementi come la telefonata all'attrice più famosa che muore subito dopo o il personaggio esperto che spiega agli altri come vanno le cose - ma soprattutto c'è la voglia di dare nuova sostanza, di rinvigorire qualcosa che nel mio cuore so non morirà mai, lo slasher. Il primo film attualizza, pur ambientando 30 anni fa, elementi che sono una costante e li approfondisce, li arricchisce di nuovi spunti e li rende fruibilissimi anche a chi di slasher non ne abbia mai visto uno prima. 

C'è sì l'assassino mascherato che uccide i giovani, ma viene arricchito dall'elemento della maledizione, la sua responsabilità viene "sollevata". Chi sta sotto la maschera perde completamente di importanza, il killer non è più al centro dell'attenzione. Allo stesso modo, la final girl è rivoluzionata: non c'è la candida ragazzina virginale che sopravvive tirando fuori doti che non sapeva di avere, ma c'è una giovane donna fortissima e determinata, che la vita ha preparato da sempre a questo momento. Ha genitori assenti e la responsabilità di un fratello minore, vive in grandi ristrettezze e ha il cuore spezzato. Soffre ma non si piange mai addosso, anzi: è incazzata nera. E il suo essere così indomabile la rende la sola persona in grado di esplorare per davvero la storia di Sarah Fier. L'ho già detto nella IgTv dedicata ai film ma lo ripeto qui: che gran nome questa strega.


Esplorare la storia significa dover andare indietro nel tempo, e infatti il secondo film ci accompagna nel '78, anno in cui si è tenuta un'altra delle tristemente note stragi di Shadyside. Questa volta siamo in Venerdì 13. Siamo nel campo estivo, con animatori adolescenti irresponsabili e un killer che li spaventa. Di nuovo, ci sono tutti gli elementi che conosciamo e amiamo, ma con un twist in più. Questa volta abbiamo un approfondimento dei personaggi notevole, che potevamo scordarci quando il centro della storia erano Jason e il suo fascino. Qui abbiamo relazioni che vengono raccontate, abbiamo personaggi che si prendono il tempo di parlare e confrontarsi, abbiamo il loro passato che incombe su di loro e li rende quello che sono, abbiamo la maledizione della cittadina che ha su ognuno di loro un'influenza diversa. Anche qui il killer è irrilevante, se non nella persona della strega. Chi compia effettivamente i delitti conta poco, se non nell'aspetto della relazione con gli altri personaggi. (Difficile dire qualcosa senza fare spoiler!) 

Anche questa volta vengono scardinati i pilastri della terra scrivendo una final girl tostissima, irrispettosa, dispettosa, vivace, ribelle. Vittima di bullismo furioso ma che non vi soccombe mai, realista, ben piazzata con i piedi al suolo e sempre attenta a quello che la circonda, la meravigliosa Ziggy è un personaggio indimenticabile. La vita l'ha messa alla prova continuamente, ma lei è sempre stata attenta al prossimo (Nurse Lane su tutti, per chi ha visto i film), di cuore genuino ma non ingenuo. Un personaggio che spezza i cuori. 

Ziggy sarà quella che aiuterà Deena a fare un passo in più verso Sarah, in questo percorso tutto al femminile in cui ognuna delle protagoniste è di grande potenza.


Sarah la conosciamo effettivamente solo nel terzo capitolo. Prima è una leggenda, l'uomo nero delle storie dei bambini di Shadyside. Il terzo film fa l'inevitabile: le rende giustizia. Ci allontaniamo dallo slasher per diventare un film storico, in cui i volti delle nostre protagoniste diventano quelli dei personaggi delle leggende che stanno ricostruendo (gran scelta). 

Non farò in alcun modo spoiler sul terzo film perché sarebbero spoiler sulla saga intera, ma la riabilitazione del personaggio di Sarah è non solo perfettamente coerente con tutto quello che è successo prima, ma in modo autonomo anche una grande storia, dolorosa, reale e molto forte.


La degna conclusione di una saga splendida, che chiude tutto quello che era stato aperto in modo esemplare. L'ultimo film è un tassello fondamentale, che mette tutto in una luce nuova. Le storie delle tre donne protagoniste sono forti e di grande impatto, ma non dimenticano mai di essere inserite in teen horror, che le rende quindi anche di grande intrattenimento. L'elemento gore c'è e fa sempre piacere, ci sono gli omicidi creativi, c'è la (presa in giro della) demonizzazione del sesso, c'è l'amicizia, l'amore, l'assenza degli adulti e ovviamente una fortissima componente queer, che non è un elemento narrativo (non ci sono coming out, non se ne dibatte mai se non con un personaggio marginale) se non nell'ultima parte della saga, che diventa un horror ma anche un dramma lesbico in costume. 


Non è facile salutare i personaggi di Fear Street, a cui si vuole così bene. Il teen horror, da qui, ha una faccia nuova e non vedo l'ora di vedere tutti i modi in cui la saga di Leigh Janiak influenzerà quello che deve ancora venire. Sarà un viaggio divertentissimo e sanguinolento.


domenica 13 giugno 2021

Hell House LLC, la trilogia

13:32

 Un tempo su questo blog si pubblicavano tre post a settimana. A SETTIMANA. Ora se faccio la brava riesco a pubblicarne più di uno al mese. Finalmente, però, il processo di acquisto casa e trasloco più lungo del mondo sta giungendo al termine, Internet ha fatto la sua comparsa nella nuova casa Redrumia ed è ora che io ricominci a prendere in mano i miei progetti.

Il blog lo riprendiamo parlando di una trilogia che si è presa il mio cuore diventando immediatamente una delle mie preferite, quella di Hell House. Era completamente scappata ai miei (seppure miopi) radar, e Shudder invece continuava a propormela, con questo titolo così banalotto e una locandina così dimenticabile. Che cosa mi sarei persa se non lo avessi ascoltato...


L'Abaddon Hotel, che non brilla per lusso e che sarebbe stroncato da rece con una stellina su Tripadvisor


Una cosa non me la dimenticherò mai nonostante le lunghe pause tra un post e l'altro: come si fanno le premesse con i fatti miei. In questo caso, userò la premessa per ricordare ai lettori quanto io ami il found footage e il mockumentary. È proprio una passione adolescenziale la mia, che mi fa giudicare tutti i film della categoria in un modo assolutamente irrazionale. Laddove ovviamente riconosca che alcuni film abbiano meriti oggettivi ben più spiccati rispetto ad altri, io voglio bene a tutti. Riconosco persino la faciloneria dei meccanismi che mi portano ad amarli così tanto. Mi bastano due scrittine su sfondo nero, finte foto tratte dai social e finti servizi del tg e io volo nello spazio. Hell House è una trilogia di mockumentary, come potevo arrivarci oggettiva? E infatti. La a do ro.


POSSIBILI UN POCHINO DI SPOILER, NIENTE DI ECCESSIVO.



Halloween 2009. Un gruppo di amici che gestisce delle haunted houses sceglie di organizzarne una all'interno di un hotel abbandonato, l'Abaddon. La scelta ricade proprio su quell'hotel, lontano dalla vita cittadina nella quale sono soliti lavorare, perché l'Abaddon ha nel proprio passato una storia tragica che ha contribuito a dargli la fama di hotel infestato. Quale luogo migliore per la loro attività?

La notte dell'inaugurazione, però, avviene qualcosa e quindici persone perdono la vita in circostanze misteriose. Una crew di giornalisti decide, qualche anno più tardi, di ripercorrere le tappe che hanno portato a quella tragica notte con un documentario. 


Il primo film della saga è semplicemente brillante. Un mockumentary come non ne vedevo da un po', divertente, intelligente e sinceramente spaventoso. Si basa su un concetto che col senno di poi è incredibile nessuno abbia mai sfruttato prima: un horror ambientato in una haunted house (quelle attrazioni da fiera con i percorsi spaventosi, per intenderci) ambientata all'interno di un hotel infestato? Ma sarà geniale. Vorrei averci pensato io. Seguiamo la crew degli organizzatori fin dal loro primo giorno all'interno dell'hotel, vediamo l'attrazione prendere forma, ci ambientiamo nell'Abaddon. Iniziamo a conoscere spazi che nei successivi film ci saranno familiari e che sono così efficaci in questo primo episodio che quasi non ci si crede. L'hotel è claustrofobico, gli spazi scuri e angusti già in partenza. In più, lo scopo principale dei ragazzi che lo affittano è proprio di mettere in evidenza questo aspetto così losco e ovviamente di arricchirlo con "oggetti di scena", luci e rumori. Fare paura è proprio il suo scopo e so solo io quanto con me abbia funzionato. Ha personaggi così veri, umani, teneri, che vederli soccombere sotto l'enormità di quello che sta succedendo loro è un vero dispiacere.

Certo, il punto del film è proprio questo: non si ha davvero idea di cosa sia successo loro. Al film non interessa darci descrizioni dettagliate di quello che è accaduto nello scantinato dell'hotel in cui le persone sono morte, non è importante. Anzi, indubbiamente una rappresentazione più chiara degli eventi li avrebbe resi meno spaventosi. Questo è un film che ci mostra in prima persona cosa succede quando hai il sospetto che le cose stiano sfuggendo al tuo controllo, quanto la paura e la suggestione siano deleterie per la mente delle persone e cosa succede ad un gruppo molto unito quando le cose si mettono male. Gli equilibri si sfaldano, le relazioni si logorano, la fiducia salta completamente. 

E nel mentre, noi spettatori, che siamo ormai così coinvolti dalla situazione, ce la facciamo sotto tanto quanto loro. L'Abaddon funziona divinamente. Apparizioni, movimenti inaspettati di cose che non sono pensate per muoversi, rumori, luci che saltano. Si usano elementi, movimenti, effetti, ben noti all'interno del genere, ma sono sempre posizionati nel momento e nel modo migliore per far sì che, pur essendo ormai conosciuti, funzionino sempre. Esempio? In scena ci sono tre personaggi e la luce è accesa. La luce si spegne, si riaccende e i personaggi sono diventati quattro. Lo sappiamo, lo vediamo arrivare, pensiamo di essere sempre pronti. E invece saltiamo comunque dal divano. Ed è sempre, sempre, divertentissimo. 





Hell House si conclude con un finale tipico da creepypasta dei forum dell'internet, eppure a me ha convinto anche quello, ero tanto investita nelle sorti dei poveri ragazzi che me la sono fatta sotto pure con quella conclusione lì. 

La trilogia, poi, ha la sfacciataggine (soprattutto nel suo secondo episodio) di ripetere all'infinito gli stessi schemi, spesso proprio le stesse scene. Ce ne importa? Personalmente nemmeno un po'. Questo hotel esercita su di me un tale fascino che persino il suo secondo episodio, che oggi credo sia il più debole, mi è piaciuto tanto. L'Abaddon è il Micheal Myers degli ambienti: è cattivo punto e basta, e se ci entri puoi pure stare tranquillo che non ne esci. Qualunque cosa si muova lì dentro è crudele e orrenda e si prende con particolare gusto il personaggio di turno (ce n'è uno in ogni episodio, chiaramente) che la prende meno sul serio. 

Ha il grande merito, questa saga, di non aver voluto sfruttare l'immensa magione vittoriana, il lusso decadente di un grande albergo cittadino. L'Abaddon è un piccolo e malconcio motel di paese, che nessuno considera particolarmente rilevante, che ha chiuso per colpa di un precedente proprietario discutibile. Io vivo in un piccolo paese della campagna cremonese e mi vengono in mente nel giro di 15 km almeno due strutture così. Non ha fascino di per sé, non è architettonicamente interessante, non è manco di classe. Eppure, ha tutto il male del mondo dentro e vederlo scatenarsi così è ancora più eccitante, anche in un film di minor interesse come il secondo. 


Hell House II, però, fa l'inevitabile per condurre ad un terzo episodio: apre la strada alle spiegazioni. Si parla di porte dell'inferno, chiaramente. Che stanno dove? Sotto l'Abaddon, dove altro? Insomma, succede che sono state aperte e qualcuno deve pur chiuderle. Arriva il terzo episodio, per questo.


Il pregio di Hell House III: Lake of fire è quello di cercare di dare almeno un piccolo twist nuovo alla storia del nostro hotel del cuore. L'Abaddon è pronto per essere abbattuto quando un ricco e stravagante imprenditore decide di comprarlo e usarlo come sede per un suo spettacolo teatrale, Insomnia, basato sul Faust. 

Siamo pur sempre nel territorio del mockumentary, quindi anche questa volta una crew televisiva segue la fase di preparazione dello spettacolo. Gli eventi non sono più quindi strettamente legati a quanto successo nei primi due episodi, eppure si sceglie di usare scene dai film precedenti per fare una cosa ben migliore: ricordarci che l'Abaddon non è un luogo sicuro, neppure per chi lo sottovaluta. E questo fa sì che noi partiamo con la visione del terzo film già allarmati: lo sappiamo per certo che le cose non si metteranno bene per i nostri protagonisti, eppure il regista ha scelto comunque di mostrarcelo, ricordandoci brevi episodi della storia di Hell House e di tutte le persone che hanno girato intorno alla tragedia della sua inaugurazione e a tutto quello che è successo dopo. Il clima di ennesimo disastro imminente è costante, e il film ci tiene che noi non ci distraiamo mai. A volte persino in modo eccessivo? Ve lo concedo. Però per quanto mi riguarda funziona, perché il clima è opprimente per tutto il film. 

Non so se è la conclusione che avrei voluto, ma forse parlo così solo perché io, di giovani sconsiderati che entrano nell'hotel infestato, ne avrei voluti ancora. E vedere l'Abaddon bruciare così è proprio un peccato. 


Parliamo di grande cinema autoriale? Ma chiaro che no. Parliamo però di film molto genuini, che riflettono in un modo fresco e leggero sui media e la loro etica (senza ammazzare tartarughe nel mentre, scusate), sull'ambizione accecante - ridimensionata al fatto che non stiamo parlando di squali di Wall Street chiaramente, sulle relazioni messe in difficoltà e soprattutto sui fantasmi.

Tanti, tantissimi fantasmi. Ovunque.

Mi sono divertita un mondo.

venerdì 4 dicembre 2020

I 200 di Rue Morgue: The Mothman Prophecies

11:37

 Rue Morgue è una di quelle mitologiche riviste di cinema che non hanno mai visto la luce nelle edicole italiane. Internet, però, è una fonte illimitata di sapere e quindi anche i numeri di Rue Morgue sono lì che aspettano di essere letti mentre vi fate asciugare lo smalto, come la sottoscritta. Nel 2012 se ne sono usciti con un numero speciale, con 200 horror meno noti ma che vale la pena vedere. Poiché la sottoscritta ne ha visti un numero vergognosamente basso, eccomi qua a recuperare col capo cosparso di cenere.

Se foste interessati a vedere l'elenco di tutti i film che Rue Morgue ha selezionato, me ne sono fatta una lista su Letterboxd, la trovate al mio profilo, che sta qui di fianco. 


Ho iniziato con l'uomo falena per una ragione ben specifica, anzi due: è su Prime e quindi non ho dovuto smanettare per cercarlo (è diventata più dura la vita dei frequentatori di torrenti da quando ci sono mille servizi di streaming legale) e soprattutto perché dopo avere ascoltato la storia del Mothman in Bouquet of Madness (uno dei miei podcast preferiti, ne parlano all'episodio 13) mi ci sono appassionata.




Richard Gere è John, un giornalista del Washington Post. Ha una vita meravigliosa e un matrimonio felicissimo con Mary. Si trova proprio in auto con lei quando qualcosa la spaventa e le fa perdere il controllo dell'auto. In seguito all'incidente i medici le diagnosticheranno un gravissimo tumore che lascerà John vedovo nel giro di pochi giorni. Il pensiero della cosa che ha spaventato Mary, e che lui non ha visto, però, lo tortura, e due anni dopo, in circostanze del tutto separate, vi rientrerà in contatto. 


Ora, io sono la più scettica del pianeta e non credo a niente però insomma a me sto uomo falena piace un sacco ed è forse una delle poche cose al mondo su cui mi faccio delle domande. Io e R ne parliamo spesso perché anche lui è affascinato e devo dire che il film si è rivelato una piacevole sorpresa su cui non avrei scommesso neppure i 2,50€ che ho nel portafoglio in questo momento. 

Mi verrebbe da dire che mi sarebbe piaciuto comunque perché è proprio la storia ad affascinarmi ma ripensandoci non è così: sono super intrigata dal caso del passo Dyatlov ma il film che ne parla (su Prime anche lui) è orrido comunque, quindi forse non sono nemmeno troppo di parte. Solo che il mio scetticismo e Richard Gere mi avevano fatto partire ingiustamente prevenuta.


The Mothman Prophecies parla sì di apparizioni di un gigante con gli occhi rossi proprio prima di eventi disastrosi, però parla anche di elaborazione del lutto e di come ricostruirsi. John ha perso la moglie e ha cercato di ritrovare se stesso buttandosi nel lavoro, ma non si è mai "risolto" fino a che non ha risolto il tarlo che lo torturava. Avrebbe potuto lasciarsi tutto alle spalle e continuare in qualche modo a vivere, ma quella pulce nell'orecchio lì lo avrebbe torturato per tutta la vita. Ci si è ritrovato in mezzo quasi involontariamente ma ha poi scelto di andare fino in fondo, di affrontare una cosa dolorosa e spaventosa.  

Non c'erano finali giusti o sbagliati alla storia di John. Risolvere il caso non avrebbe potuto comunque riportargli la moglie (e quelli morti nel frattempo) e lasciar perdere non lo avrebbe fatto vivere sereno. 

L'ho trovato molto onesto nel suo scegliere di non dare una conclusione netta. Gli eventi accaduti a Point Pleasant sono reali e il film sceglie di ripercorrerli, ma avrebbe potuto non farlo e dare una fine più definitiva alla faccenda. Non lo fa, e con questa scelta prosegue la linea inquietantissima che ha percorso tutto il film. Salvo un paio di momenti di spaventello divertenti, il film è più in generale un manto freddo di inquietudine, una sensazione che a quelli come me piace sempre tantissimo ritrovare al cinema. Vediamo la creatura poco e male, ma vediamo sempre il terrore negli occhi di chi lo ha visto, e tanto basta. Come sempre accade quando si parla di credenze del folklore locale, non è importante che siano reali o meno, è il solo credere che siano possibili a fare paura, e il Mothman non è da meno. In più lui è una figura controversa: avvisa dei disastri o li causa? Ci aiuta o ci ammazza? 
Potrei parlarne per giorni. Ho guardato persino un film con Richard Gere pur di parlare ancora dell'uomo falena.

Perché falena, poi? Perché non gufo, barbagianni, arpia? (quella dell'arpia è ancora la mia teoria, ma Erre me la smonta sempre perché non sono animali notturni. Porto avanti con forza la mia tesi.) So che ha qualcosa a che fare con un nemico di Batman ma la scelta mi lascia perplessa comunque. Perché proprio lì, poi? So che è poi stato visto in tutto il mondo ma perché cominciare proprio lì?

Sono intrigatissima.

E il film è pure stato bellino.

domenica 8 aprile 2018

A quiet place - Un posto tranquillo

14:26
Mi ero un po' stancata (lo dico nel caso non si fosse capito) delle semplici recensioni cinematografiche. Ho in mente post di tipo diverso, sempre sul cinema.
Ieri sera, però, sono stata al cinema a vedere A quiet place.
Sciagura a voi se lo cercate in streaming.


In un futuro vicinissimo, la società è stata distrutta dall'arrivo di creature mostruose. Queste creature sono cieche ma dotate di un udito finissimo, e si prendono chiunque produca il minimo suono.
In questo scenario vivono mamma Emily Blunt, papà John Krasinski e tre figli.

La figlia maggiore è sorda. Il primo merito del film è proprio il trattare la disabilità con la naturalezza che ci vuole. Non è messa lì per includere le diversità, non è trattata con commiserazione. Piuttosto, è facile intuire come proprio la famiglia con un sordo sia sopravvissuta fino a quel punto: conoscono tutti il linguaggio dei segni, con quello comunicano e restano zitti.
La sordità scatena anche la dinamica del pericolo: difficile non produrre un suono se tu i suoni non li senti. La ragazzina è in costante pericolo, pur essendo sveglia. Da qui, però, nasce anche la sottotrama della figlia adolescente che si sente poco amata e poco considerata perché fraintende i tentativi di tutela del padre.
Se parliamo del padre, poi, ecco che spunta il problema di due genitori che si trovano a dover proteggere dei figli da una condizione estrema, tra enormi difficoltà e tentativi di riportare almeno qualche stralcio di normalità in una situazione che normale non lo sarà mai più.
Insieme al padre ci sta la madre, ritratta nel momento, quello della gravidanza e del travaglio, di maggiore fragilità, costretta a sfoderare una forza inumana e un coraggio quasi divino per proteggere la cosina piccina che sta nella sua pancia e che di mostri e brutture non ne sa niente.
E che piange.

Mille temi diversi, mille aspetti di un mondo in rovina raccontati attraverso la storia di una famiglia normale, costretta dalle circostanza all'anormalità e ad un eroismo mai esercitato prima. Il film di Krasinski è pieno di cose di cui parlare, e lui non ne trascura una. Niente che sia solo accennato o buttato lì con noncuranza.
Il tutto in un film che conterà un centinaio di parole al massimo.
La tensione del silenzio non l'avevo mai provata prima. Ogni passo più rumoroso, ogni respiro più pesante, ogni movimento azzardato, mi hanno fatta sobbalzare sulla poltroncina del cinema.
La sala era nel silenzio più totale, così silenziosa non l'avevo mai trovata. Si tagliava l'aria con il coltello. Non era solo preoccupazione sincera per una famiglia a cui ci si affeziona al minuto due, ma la più grande tensione degli ultimi mesi.

Cose così si vedono in sala, non solo per contribuire al successo di un film frutto del lavoro di centinaia di persone, ma perché l'esperienza di una sala intera soggiogata ad un film e in cui non vola una mosca è impareggiabile.
Non mi ricapita mai più.

mercoledì 29 novembre 2017

Prendiluna, Stefano Benni

17:25
Nella mia personale concezione di paradiso c'è un angolino dedicato a David Foster Wallace. Un posticino vicino a lui è riservato a Stefano Benni (che lo raggiungerà tra tanti, tanti, tantissimi anni). Li immagino vicini, a parlare in un linguaggio tutto loro fatto di neologismi e frasi arzigogolate e parole desuete che comprenderebbero solo loro, e che userebbero con lo scopo ben preciso di prenderci tutti, sonoramente, per il culo.


Prendiluna è il nome di un'ex insegnante, che riceve in visita il fantasma del suo defunto gatto. Il fantasma le suggerisce di trovare locazione presso dieci Giusti ai suoi Diecimici (scritto così). Se la sua missione dovesse fallire, avverrebbe l'Apocalisse.

Non sto mica scherzando, la trama è davvero questa, e se avete mai letto un Benni nella vostra vita lo sapete bene quanto sono seria, e soprattutto quanto lo sia lui.
Prendiluna è breve, duecento pagine scritte in corpo ventimila, e se avete tempo ve lo leggete in un pomeriggio. Eppure, è pieno zeppo.
Mi viene un esempio scemo: è come se in pizzeria prendeste una pizza baby (cosa non prevista dalla legge nella Repubblica di Redrumia) però la prendeste superfarcita, tipo una capricciosa. Piccola è piccola, ma sazia tantissimo. È una fanfara, una banda di paese che suona senza timore di svegliare i vecchi che fanno la pennica, un concerto tenuto da quelle persone che suonano strumenti non convenzionali come le seggiole e i bidoni della spazzatura.
Io, problematica con la comicità come sono, l'ho centellinato. Eppure, per tutti i quattro giorni che mi sono serviti a leggerlo, mi sono sentita come se fossi sollevata da terra di qualche centimetro. Umore alle stelle, testa tra le nuvole, mici da salvare.
La cautela, se siete come me, ci vuole, però. Benni non dà tregua alcuna, ogni pagina, ogni riga, ogni scena, hanno un momento che va immortalato, una parola inventata, una trovata brillante, un gioco di parole. Rimbomba nella testa e riempie i pensieri. Si ride, come sempre, a voce alta, anche di fronte a scherzi caciaroni e battutacce a sfondo sessuale.
Benni è così, prendere o lasciare.
Io prendo, per tutta la vita.



Un democratico Post Scriptum
Il primo che nei commenti nomina l'amicizia tra Benni e quel fascista lì di cui in Redrumia non parliamo viene bannato dal blog ma soprattutto dal mio cuore. Vi ricordo che la Repubblica di Redrumia è un luogo di pace e fraternità in cui affrontiamo le cose brutte nel modo più maturo possibile: ignorandole.

sabato 4 novembre 2017

A Monster Calls - Sette minuti dopo la mezzanotte

17:31
La vita dell'influencer la desideriamo un po' tutti. Guadagnare, e bene, con un lavoro allìapparenza semplicissimo e appassionante, la fama sul web...
Gli influencer, però, sono tali quando spostano gli acquisti, quando inducono qualcuno, con la fiducia, a provare o meno uno o più prodotti.
Io, oggi, desidero più di ogni altra cosa essere influencer, perché se dopo questo post avrò convinto una e una sola persona a vedere questo incanto, allora saprò di avere fatto qualcosa di buono con questo posticino sperduto nel web.



La mamma di Conor sta morendo. Il cancro la sta consumando e lui lo sa, anche se maschera il tutto con una forza insospettabile. Una notte, però, sette minuti dopo la mezzanotte, un mostro gli fa visita. È un grosso albero, che promette al ragazzino di raccontargli tre storie, al termine delle quali vorrà sentire la sua, di storia. La storia dell'incubo che lo tormenta tutte le notti.

Non starò nemmeno qui a dirvi quanto sia tremendo il cancro al cinema. Ci vuole una maestria leggendaria per non scendere nel braccialettirossismo. Bayona non solo ce l'ha, ma rende insostenibile qualsiasi cosa al suo confronto. Non sarà nemmeno necessario sottolineare quanto il bambino solo e bullizzato sia ormai un luogo comune.
Però, però, però.
Però diciamolo che ogni volta che sembra entrare in gioco la mente dei bambini allroa scatta la magia. Ricordiamo anche come l'incanto del Cinema stia anche nello stravolgere i sentimenti in maniera inaspettata. Sottolineiamo soprattutto che spesso e volentieri gli autori bravissimi ma bravissimi davvero sanno usare le materie complicate per parlare delle nostre anime e dei nostri cuori e mentre ci fanno piangere allora ci fanno anche tanto pensare e, tra un singhiozzo e l'altro, ci fanno uscire migliori dalla visione.

Questa specie di enorme, spaventoso Groot, arriva nella vita di Conor nel suo momento più fragile, quando la sua vita viene stravolta. A sua volta, invece di collaborare a farlo stare meglio, lo tortura, lo mette spalle al muro per fargli affrontare la più dura delle realtà. Lo spinge ad azioni incontrollate, lo punisce. Non è certo l'amico immaginario dei sogni.
Alla fine, però, lo aiuta a perdonarsi. E non esiste cosa più importante.
Un bambino, ancora incapace di comprendere come sia complessa e profonda la mente degli uomini, come l'amore si manifesti in modi che spesso non ci piacciono e che sono difficili da accettare, viene accompagnato dal mostro in un viaggio per perdonarsi e lasciarsi andare all'umanità del dolore, anche se è insostenibile.
Per noi, invece, è magico, e commovente, e indimenticabile, e tutta un'altra lunga serie di aggettivi che in ogni caso non gli renderebbero un briciolo solo di giustizia.

lunedì 11 settembre 2017

Vampires! - I ripescati

13:47
Abbiamo concluso la prima parte della rassegna, quella dedicata a Dracula. Prima di proseguire con tutti gli altri succhiasangue, però, mi pareva giusto dare una ripassata a quei film che sono già stati recensiti sul blog e che hanno voglia di tornare ad essere chiacchierati.



ONLY LOVERS LEFT ALIVE - Jim Jarmush



Ai tempi della visione mi aveva folgorato. Lento, tormentato, con una colonna sonora da peli rizzati sul collo, Only lovers left alive è uno dei miei film preferiti, perché sono ancora l'emo maledetta che ero a 15 anni.
I vampiri del film di Jarmush (che dopo Paterson si è confermato una delle mie persone preferite al mondo) sono artisti, amanti dell'arte e del bello, e si procurano il sangue in modo tutto sommato etico. Adam, però, il vampiro di Hiddleston, non riesce a convivere serenamente con la sua condizione, valuta il suicidio, e richiama a sè Eve, una Swinton allarmata. La coppia Swinton - Hiddleston è una di quelle che non si scordano, lei perfetta ovunque la metti e lui di una bellezza di quelle che mi cavano il fiato, in questo film soprattutto.
Intorno a loro, un mondo in cui gli umani sono ormai tutti contaminati e dal sangue imbevibile, una parente pericolosamente vivace e Christopher Marlowe. Sì, quel Marlowe lì. È tutto strepitoso.
Quindi, ascoltate me: se il fatto che Only lovers sia un film splendido non vi convince a vederlo (e dovrebbe, è davvero un incanto, in cui il tormento della condizione di vampiro viene assaporato in ogni doloroso istante), lasciate che con una immagine vi convinca di quanto sia il film di cui avete senz'altro bisogno:

Non ringraziatemi.

LASCIAMI ENTRARE - Tomas Alfredson



Altro giro, altro preferito.
Let the right one in, visto la prima volta quasi per caso, mi ha scavato una buca nel cuore e lì è rimasto da allora. Devo essere particolarmente sensibile ai vampiri colmi di senso di colpa, altrimenti non si spiega.
In questo caso la vampira è Eli, una ragazzina che vive in Svezia con suo padre e che fa amicizia con Oskar, un vicino di casa della sua età. Suo padre la aiuta a procurarsi di che sopravvivere, ma la condizione in cui vivono li sta mettendo a dura prova entrambi. Oltretutto, gli omicidi che lui commette per nutrire lei non passano inosservati, e la faccenda di complica.
Non che Oskar sia messo meglio, comunque. Tormentato dai bulli a scuola, sogna di ucciderli per avere vendetta. Ecco che allora, nel glaciale clima nordico, il calore arriva solo dalla nascita di qusto rapporto, così profondo e genuino da annebbiare il resto.
Eli è una vampira piuttosto convenzionale, non tollera la luce, può volare e ovviamente non entra nelle stanze se non è invitata a farlo. Quando Oskar la sfida e lei soffre terribilmente io ho sofferto con lei. Il coinvolgimento è totale, l'affetto tra i ragazzini è tale che anche noi ne restiamo coinvolti in un modo che prosegue dopo la fine della visione, quando si riaccendono le luci e si torna alla normalità.
Purtroppo non ho letto il romanzo da cui è tratto nè ho visto il remake americano, ma vorrei davvero che in mezzo a vampiri mostruosi, ad assetati assassini senza scrupoli, trovaste il tempo per calmare le acque con questo gioiello.
Il cuore ne uscirà appagato.

30 GIORNI DI BUIO - David Slade



La mia reazione a caldo sul film di Slade era stata non dico entusiasta ma quasi soddisfatta.
I 30 giorni di buio del titolo sono quelli che colpiscono il Circolo Polare e che vengono intelligentemente sfruttate dai vampiri per andare a fare le scorte per l'inverno. La cittadina colpita è Barrow, in Alaska. I cittadini sono quasi tutti andati via, e i pochi che restano (tra cui lo sceriffo Josh Hartnett e sua moglie Melissa George) devono sopravvivere all'attacco dei succhiasangue.
Dimenticate la finezza dei vampiri dei due film sopra: qua le creature sono macchine da guerra, mostri assetati di sangue e con nessun rimasuglio di umanità. Tra le due tipologie, quindi, quella che mi piace di meno.
La soddisfazione iniziale è andata lentamente scemando nel corso del tempo, facendo finire il film nel Dimenticatoio dei Film Mediocri. C'è dell'azione, dei vampiri sanguinari che magari a qualcuno possono soddisfare, ma col tempo mi ha lasciato molto poco.
Adatto magari ad una serata cazzona con pizza e birra, che vengono sempre completate come si deve dalle botte da orbi. C'è però poco altro.

CRONOS - Guillermo Del Toro




Il primo incontro di Sua Maestà GDT con i vampiri ha prodotto un film particolarissimo. Non che la cosa sia sorprendente, ma come di consueto Del Toro ha deciso che a lui i vampiri comuni non interessavano granchè e quindi ne ha creati di nuovi. Ciò che porta alla necessità di assumere sangue, in Cronos, è un antico dispositivo in grado di dare a chi lo utilizzi la vita eterna. Siccome i regali non si fanno mai per niente, però, ecco che le lievi cointroindicazioni del dispositivo emergono: vita eterna ok, ma da vampiri. Jesus, un antiquario che ha trovato il dispositivo per caso, ne fa uso e ne trae istantaneo beneficio. Dispositivi di questo genere, però, restano al sicuro per molto poco tempo, e infatti Jesus viene presto cercato da qualcuno di interessato alla vita eterna.
Qui del vampiro canonico manca tutto, se non la sete di sangue e l'intolleranza alla luce. Questi elementi che ci sono, però, ci vengono raccontati in scene indimenticabili, buttati lì come un accenno e invece tatuati nella mente.
GDT fa così, senza gridare si impone al mondo con questo primo film, finendo inevitabilmente, come merita un talento sfacciato come il suo, nel panorama dei Grandi.
E il tutto con una blatta d'oro che ti rende immortale.
A voi l'onore di riuscire a replicare.

THE HAMILTONS - The Butcher Brothers



Se dopo avere visto 30 giorni di buio ancora non avete sonno e vi va ancora qualcosa di sanguinario, ecco che i Butcher Brothers vi servono The Hamiltons. 
Gruppo di fratelli alquanto bislacchi si rivela ancora più bislacco di quanto già non ci sembrasse ad una prima visione. Quasi quasi il fatto che siano vampiri è il meno.
Indifferenza totale verso questo film, che dopo la visione è finito inesorabile nell'oblio.

A GIRL WALKS HOME ALONE AT NIGHT - Ana Lily Amirpour



Ho aperto la carrellata di film già presenti nel catalogo gentilmente offerto dalla casa con due incanti. In modo diverso, il film di Jarmush e quello svedese mi avevano sciolta, volando alti alti nell'Olimpo delle Belle Visioni. Non ci finiscono tutti i bei film, badate bene, solo quelli belli belli in modo assurdo.
Accanto a loro sta questo piccolino qui, un film iraniano in bianco e nero, che è passato quasi inosservato tranne che agli occhi attenti dei grandi appassionati.
È stata una visione inaspettata, quasi casuale, ma preziosissima. La Amirpour è delicata ma decisa, come la sua vampira, coperta da un enorme chador che assume tutt'altro significato.
Indimenticabile.

Tutto sommato negli anni scorsi ero caduta sul morbido. Mi sono lanciata quasi sempre in visioni confortanti, che per qualche motivo sapevo mi sarebbero piaciute e sono di rado uscita dalla comfort zone.
Che vita facile.
Poi è arrivato Nosferatu, e la facilità è scappata dalla finestra.

martedì 5 settembre 2017

George Romero Day - Il giorno degli zombi

15:41
C'era una volta George Romero.
C'era, e oggi non c'è più. Ci ha salutati a luglio. Lui e la sua deliziosa faccetta andavano commemorati, e quando con gli altri blogger ci si è organizzati per questa giornata non mi sono tirata indietro.
Pausa ai vampiri, quindi, per oggi.
C'è un Maestro da omaggiare.



Il giorno degli zombi narra di un mondo completamente in rovina. Non abbiamo assistito all'apocalisse z, ne vediamo solo le conseguenze. Gli zombie sono ormai padroni del mondo e i pochi umani superstiti vivono sottoterra. Conosciamo gli abitanti di una base militare, in cui un gruppo di scienziati, con l'aiuto di alcuni militari, sta lavorando sulla possibile soluzione al problema dei ritornanti.


Per questa recensione commemorativa avrei potuto scegliere La notte dei morti viventi. Sarebbe stato facilissimo perché sarebbe stato niente più che un altarino di parole ad uno dei miei film preferiti di sempre. La cattiveria del finale de La notte, però, è stata presa, dilatata un po', aggiustata qua e là, e messa ne Il giorno degli zombi. 
Davvero, se è una brutta giornata, se non vi sentite benissimo, se avete perso la fiducia, guardate altro per l'amor di dio che non voglio avervi sulla coscienza.  Perché il terzo film del ciclo degli zombi è di un pessimismo estremo. Non pensate che vi siano segnali di miglioramento, di speranza, di happy ending. Non c'è NIENTE, NIENTE di positivo in questo film maledetto. Non un momento di respiro, di leggerezza (e quelli che ci sono, brevissimi, sono di un'amarezza spaventosa), mai uno spiraglio di luce. Il mondo è perduto e noi con lui.

I due grandi mondi ritratti nel film ne escono annientati. La scienza, che diventa ossessione, non guarda più in faccia nessuno, si fa beffe di qualsiasi etica e punta dritta all'obiettivo, regalandoci con il personaggio di Bub una delle scene più strazianti mai viste in un film sui ritornanti. Se però è chiaro che gli uomini di scienza ci vengono comunque presentati come 'i buoni' (ammesso che simile scemenza esista), per i militari davvero non c'è pietà. Sono barbari, sporchi, malvagi, egoisti fascistelli con un chiaro microcefalo, un po' troppa patata in testa per il contesto in cui sono e ben poco rispetto per il prossimo. Avesse potuto avrebbe diretto il film con ACAB scritto in fronte col sangue finto.

Estremo, di un gore notevolissimo che non lascia indifferenti, con un inizio storico e una posizione precisissima e nessuna paura di urlarla al mondo, Il giorno degli zombi mi pareva il modo migliore per salutare George Romero.

Negli ultimi 50 anni abbiamo avuto un film sugli zombi di Romero indicativamente (molto indicativamente) ogni 10 anni. Ha visto la società cambiare, non sempre in meglio, e, con lo sguardo acuto dei più intelligenti tra noi, l'ha criticata violentemente, con secchiate di sangue e viscere allo scoperto. Vederli oggi è interessante non solo perché sono film eccezionali, ma perché conosciamo la storia avendola vista da occhi esterni, quelli del futuro.
Avere la possibilità di guardare il marcio di oggi attraverso i suoi occhi sarebbe impareggiabile.
Un privilegio di cui siamo stati privati.
C'è una sola fortuna, in tutto ciò.
Gli uomini non cambiano mai.






I miei amici che insieme a me oggi ricordano quello che GR ci ha lasciato:

Delicatamente Perfido - La notte dei morti viventi

White Russian - La terra dei morti viventi

Non c'è paragone - La città verrà distrutta all'alba

Combinazione casuale - Martin

Una mela al gusto pesce - Bruiser

Pietro Saba World - Monkey Shines - Esperimento nel terrore

The Obsidian Mirror - George of the dead

Bollalmanacco - La metà oscura

sabato 29 luglio 2017

#CiaoNetflix: Fino all'osso

08:50
Oh Netflix guarda, c'è un argomento spinoso!
Benissimo, che dite, ne facciamo un film?
Com'è come non è, Netflix butta fuori una storia sull'anoressia, completa di disclaimer per le
immagini forti e tutto il resto. Decido di guardarla.



Lily Collins è Ellen, una ventenne che soffre di anoressia da tempo. Nessuna terapia tradizionale sembra funzionare con lei, quindi Susan, la seconda moglie del padre, contatta il dottot Beckham, un medico che della tradizione se ne è sempre fregato.

Partiamo subito col renderci antipatiche e dire che a me sti personaggi che vogliono fare i diversi, gli speciali, quelli che capiscono veramente i cciovani, stanno tendenzialmente sulle balle. Non venitemi neanche a parlare de L'attimo fuggente perché mi viene un prurito fastidioso. I carismatici, di solito con posizioni di 'potere' tipo medico, o insegnante per restare a Robin Williams, ed è bene che siano di ispirazione. Parola chiave, l'ispirazione. Questi personaggi che vogliono a tutti i costi essere particolari, imprevedibili, che tendenzialmente ad un certo punto del film si ritrovano a strillare in mezzo alla strada, o in classe, o in un museo, a fare cose assurde come salire sui tavoli o portare della gente sotto una specie di cascata artificiale o quello che è. Il mio non vuole nemmeno essere un elogio della normalità, nella vita reale mi piacciono le persone che non hanno paura di essere diverse, è proprio nei film che mi fanno venire il latte alle ginocchia.
Keanu Reeves, in questi film, è l'EMBLEMA di questo tipo di personaggi che detesto. Come si cura quella voce nella testa che ti dice che mangiare farà cascare il mondo?
Ma la si manda a fanculo, chiaramente.
È proprio una scena del film. Lui che dice ai ragazzi di dire 'fuck you' alla loro malattia.
Ma perché anni di studi? Ricerca, gente ammassata nei laboratori e sui libri a farsi un culo quadro a studiare medicina, quando la soluzione era dire una brutta parola cattiva alla malattia? Che spreco di denaro pubblico, mi verrebbe da dire.
Mi rendo conto che quando ho questo atteggiamento risulto poco simpatica, e me ne dispiaccio, ma ogni volta che vedevo la faccia di Reeves speravo di sentirlo blastato da Roberto Burioni.

Ciò detto, il film ha anche dei pregi interessanti. Non cerca una causa alla malattia. Ci si prova, per un po', a dire che la famiglia disastrata può aver contribuito a creare in Ellen un disagio, ma si molla presto la presa sulle cause per pensare alle soluzioni, ed è un atteggiamento che a me piace parecchio. Nessuno meglio di Lily Collins sa che l'anoressia, come quasi tutte le malattie, è l'emblema della democrazia: che tu venga da una famiglia perfetta o che tu venga dall'inferno in terra, ti puoi ammalare. La Collins e la sua Ellen vengono da realtà ben differenti, eppure eccole lì, malate entrambe.
In generale, però, ho trovato il tutto un po' troppo addolcito. Sì, Ellen è magra in modo impressionante, ma le storie degli altri ragazzi residenti nella casa del dottor Beckham sono solo accennate per lasciare spazio all'inevitabile storiella d'amore che un po' mi ha innervosito. Sarebbe stato interessante vedere come una stessa malattia colpisce persone diverse in modi diversi, sarebbe stato forse anche utile vedere una persona fare un percorso positivo.

Netflix, tu hai i soldi e le idee, un mondo di possibilità. A volte va benissimo, a volte meno, e va bene così. Ti voglio bene lo stesso.

lunedì 24 luglio 2017

The Craft

12:27
La cosa più importante di Netflix è guardare le cose al primo desiderio, altrimenti il balordo le toglie dal catalogo e tu resti a bocca asciutta. Seguendo questa fondamentale regola per vivere bene, mi sono vista Giovani streghe, prima che fosse troppo tardi.



Le giovani streghe del titolo italiano (che sembra studiato apposta per non farsi prendere sul serio) sono tre amiche che frequentano una scuola cattolica di Los Angeles. Quando Sarah si trasferisce nella scuola le tre amiche capiscono subito che lei è la persona adatta a diventare il quarto membro necessario a chiudere il cerchio. Bonnie, Nancy e Roshelle, infatti, sono appassionate di stregoneria, e il quarto membro è necessario per acquisire a tutti gli effetti dei poteri.

Sense8, stagione due. Al matrimonio della sorella, Nomi tiene un discorso in cui blasta furiosamente la madre, e se ne esce con un notevole 'Be careful what you wish for, mum.', che secondo me è il riassunto perfetto di The Craft. Le ragazze sono, appunto, solo ragazze, con desideri comunissimi e che cercano il mezzo più semplice per realizzarli.
Ognuna di loro ha un problema, che chiede a Manon, la divinità di riferimento, di risolvere. Amori non corrisposti, problemi fisici, acerrime nemiche da punire. Non voglio sminuire i problemi che sembrano così assurdi quando si hanno sedici anni. A quell'età e in quel contesto (le solite scuole americane), un compagno che non ricambia è la fine del mondo. Un lieve difetto fisico diventa invadente, come se non ci fosse altro. Ci sta allora che le richieste principali delle ragazze siano di natura leggera.Però c'è anche, come nel caso di Nancy, una vita disastrata da ricostruire. Non è un caso allora che sia proprio Nancy quella più legata a Manon e alla possibilità che quest ultimo ha da offrirle, perchè se per le altre si tratta di problemi più legati all'adolescenza, quelli di Nancy sono problemi di una vita intera. Fallire significa perdere ogni speranza in un futuro sereno, e lei non può permetterselo. Il cerchio è la sua unica chance.
Vedere quindi l'ultima arrivata, Sarah, noiosa e conformista, essere dotata di potere reali, e sprecarli per avere le attenzioni di un microcefalo, non deve essere stato facile. Eppure, quando come previsto il microcefalo ha mostrato a Sarah la sua microcefalia, Nancy è stata l'unica a prendere il due e andare a rivoltargli la faccia. Perché di solito è così, è proprio chi soffre di più a voler risparmiare ad altri la sofferenza. E Nancy, oltre che per gli scopi personali, è la prima a credere nell'importanza dell'unione con le amiche, stregoneria o meno.

Non è che Roshelle e Bonnie fossero inutili, è che è parso evidente dal primo momento come il centro del film fosse la 'diatriba' tra la buona e potente Sarah e la carismatica e problematica Nancy. Non crederò mai, MAI, che un solo spettatore abbia potuto mai tifare per Sarah.

lunedì 17 luglio 2017

XX

13:42
Le emozioni più genuine sono quelle scaturite da piccoli dettagli colti in giro per l'esistenza. È lunedì, il giorno del post dell'orrore, e avevo deciso di guardare quell'XX che stava nella mia lista Netflix da un po'.
Lo accendo, parte il primo corto (che è poi il mio preferito), la famiglia accende la tv, il film che guardano è La notte dei morti viventi. Per cinque secondi mi sono sentita presa in giro. Ma come, karma? Proprio oggi? Proprio oggi che piangiamo George Romero?
Poi ho pensato che invece è proprio così che voglio vederlo ricordato. Omaggiato, citato, mostrato negli horror di oggi che a lui devono così tanto. Diamo spazio ai giovani (e alle giovani), ma continuiamo con i nostri altari dedicati a chi ci ha reso quello che siamo.



XX è un progetto antologico composto da 4 cortometraggi horror girati da altrettante registe donne. Donne sono anche le protagoniste, ritratte sempre in mezzo agli affetti più cari. Ci sono famiglie, amici, figli, vicini di casa. Eppure, alla fine, le protagoniste si trovano sempre sole a gestire le tragedie che accadono loro.

The Box

Nel primo corto, che come vi dicevo è il mio preferito, una madre è in metro con i due figli. Il più piccolo si mette a fare due chiacchiere con l'uomo seduto accanto, che porta una grossa scatola rossa. Il bambino chiede di vederne il contenuto e, una volta accontentato, qualcosa accade. Il bambino smette di mangiare, rifiuta il cibo con calma fermezza. Nessuno sa cosa abbia visto, fino a che il bambino non ne parla con la sorella.
A me queste cose senza risposta, che non hanno bisogno di coccolare lo spettatore, a volte innervosiscono a volte piacciono. In questo caso mi è piaciuto perché, diciamocelo: nessuna risposta avrebbe saziato. King in Danse macabre parla molto bene di quanto sia giusto mostrare per non deludere le aspettative (dato che la nostra mente va sempre al peggio possibile) e secondo me Jovanka Vuckovic ci riesce benissimo.
C'è anche da dire che come io leggo il nome di Jack Ketchum mi chiudo a riccio e parto con paura preventiva, ma tant'è.

The Birthday Party

Altro episodio bellissimo. È il compleanno di Lucy e la sua mamma Mary ha organizzato per lei una festa incredibile. Niente può rovinare la festa della bambina, nemmeno l'improvvisa morte del padre.
Anche stavolta, una donna si trova a dover gestire un grosso problema familiare. Mary ha l'aggravante del dover salvare la facciata. La sua ansia materna è quasi tenera se non fosse folle e sconsiderata. L'episodio, girato da quella che credo essere la morosa di Kristen Stewart, è brillante e grottesco, mi ha colpita molto.

Don't fall

Potevano mancare gli amici in vacanza? No, infatti.
Ecco quindi quattro ragazzi in esplorazione di una zona montuosa, con tanto di panorama mozzafiato e pitture rupestri. Chiaramente non finisce bene, ma nemmeno il corto, visto che a me è sembrato insipido e facilmente dimenticabile.

Her Only Living Son

Ah, questo stupendo. Cora e il figlio diciottenne Andy hanno un rapporto travagliato. Andy la preoccupa molto, e non accetta aiuto.
Il corto della regista di Jennifer's body e del ben migliore The Invitation è dolce e intenso, con un finale straziante.

Riconosco di non essere oggettiva a causa del mio amore per gli antologici, ma insomma, questo è bellino. Se dovete scegliere un modo indiretto per salutare George, eccovelo.

sabato 8 luglio 2017

#CiaoNetflix: Okja

13:07
Non mi sono mai sentita particolarmente vicina alle tematiche animaliste. Ho due gatti che amo incredibilmente, ho sempre avuto gatti da che ho memoria, e sbatterei ai lavori forzati quelle bestie che usano violenza sugli animali perché non c'è niente che mi faccia più girare i cosiddetti della gratuità del male. Eppure mi tengo volentieri alla larga da quelli che 'I cani sono meglio delle persone' o da quelli che trattano meglio il loro animale rispetto alle persone di cui sono circondati (e il mondo di quella gente qui ne è pieno).
Okja, però, non è un cane, è un maiale. Un maialone dalle dimensioni esorbitanti, più simile ad un Totorone che ad un suino, dalle vaghe fattezze ippopotamesche, e non sono stata in grado di resisterle, anche alla luce delle recensioni entusiaste che sono girate sul web.


Okja è, come vi dicevo, un maiale. La sua razza è stata creata in laboratorio con lo scopo apparente di risolvere i gravi problemi di fame nel mondo. Alcuni esemplari sono stati spediti in giro per il mondo, da piccoli fattori che avevano il compito di crescere i super maiali. Noi conosciamo la storia del maiale spedito in Corea e cresciuto da una bambina, Mija, e da suo nonno. Quando la multinazionale tornerà in Corea per riprendersi Okja, la bambina non sarà disposta a lasciarla andare così facilmente.

Poteva essere uno di quei filmettini della mutua sul rapporto con i nostri amici animali (Paul, Beethoven, Io e Marley...) e causare in me quell'irritazione che il mio snobismo conosce così bene. Avrei potuto interromperlo a metà, presa dalla noia.
Invece mi sento come quando guardo un film dello Studio Ghibli: affascinata, commossa, piena di buoni sentimenti da un lato e incazzata nera con l'umanità dall'altro.
Okja ricorda un po' Nausicaa della valle del vento se vogliamo, nel modo in cui prima ti trascina in un mondo favolesco e poetico per poi prenderti per mano e mostrarti che non è vero niente, che anche gli idealisti possono essere degli stronzi, che una piccola buona azione non può surclassare il male che gli altri fanno, che i buoni non esistono, che sì Jake Gyllenhal fa tanto ridere ma alla fine è il più fetente di tutti.
Con il grottesco fa inorridire, in un modo che con me pochi altri hanno ottenuto.
In mezzo a tutto questo, alla denuncia, allo scoprire lo squallore di un sistema sbagliato in ogni suo aspetto, il barlume di luce che sta negli occhi di Mija. Mija non molla un cazzo. Vuole il suo maiale e se lo va a prendere, e vi voglio proprio vedere a fermarla. È stata tradita più volte, è stata ingannata, è stata arrestata, ma non sia mai che qualcosa la allontani dal suo sogno: tornare alla semplicità della sua vita con il suo maiale e il suo nonno. Combatte con i denti per la più umile delle esistenze, senza pretese nè lamentele, semplice e dolcissima. Non si è mai fermata a piangere in un angolino, come facciamo noi ogni giorno quando vediamo i documentari su come vengono trattati gli animali negli allevamenti intensivi per poi condividere la notizia su fb, scambiarci le reazioni tristi e poi tornare alla nostra grigliata del primo maggio. È una storia di amicizia straordinaria.

Badate bene che mangio pochissima carne ma non sono vegetariana. Ogni tanto, però, mi capita di pensarci, a cosa alimento grazie alla mia alimentazione (sorry not sorry), e di cercare di fare decisioni più ponderate.
Oggi, però, ci penso un po' di più.

lunedì 26 giugno 2017

Un tranquillo weekend di paura

19:10
Ogni tanto penso alla mole di film 'storici' che ancora devo vedere, e per riprendermi dalla traumatica lista mi servono i sali.
Arriva sempre il re, Stephen King, a darmi delle direzioni. In Danse macabre parla a lungo e molto bene di Deliverance. Io me la faccio un po' sotto, come sempre quando guardo i grandi classici di genere, ma mi faccio coraggio: oggi è il giorno buono.



Bobby, Lewis, Drew ed Ed sono quattro amici che partono per un weekend all'insegna dell'avventura, per godersi gli ultimi istanti di spontaneità di un fiume che sarà presto rovinato da una diga.
Gliene andrà bene una in questo weekend?
No, neanche a domandarlo per piacere.

Ora, io scrivo sempre le trame con modi ben poco seri, ma qua non c'è proprio niente da ridere. Deliverance è un film cattivo come la morte, che non lascia nemmeno un momento di respiro e che ha tutte le intenzioni di non farsi scordare.
Oggi siamo fin troppo abituati a film la cui trama si dipana da un gruppo di amici che parte per una vacanza e finisce male, ma Deliverance quell'aria malata lì, del 'qualcosa andrà storto', non la propone nei modi ormai a noi consueti. Non ci sono musichette spaventevoli nè uomini sospetti.
Noi li guardiamo con sospetto perché sappiamo cosa accadrà, ma gli uomini che i nostri amici incontrano dal benzinaio appena partiti sono solo chiusi e poco educati. Non siamo dalle parti di Captain Spaulding, per intenderci. Quello lì ce l'aveva scritto in fronte che non stava tanto bene.

Qua inizia tutto in modo più sottile, per poi esplodere in scene tremende senza che ci sia data la minima calma, finito un dramma ne inizia un altro, senza che si riesca ad immaginare un finale positivo per i quattro. L'uomo di montagna è ostile e violento, in modi inimmaginabili e insostenibili da vedere (se quella scena è tanto famosa c'è un perché: è durissima.), e quello di città cerca di barcamenarsi nei modi in cui riesce per sopravvivere. I quattro cittadini, peraltro, sono uomini dalle reazioni plausibilissime e quasi confortanti: piangono, scalpitano, si chiudono in un silenzio martoriandosi dai sensi di colpa, si innervosiscono, si sfogano.
Ed è esattamente questo che con me ha funzionato: l'empatia è stata totale e totalizzante.

Stavo facendo la cyclette mentre guardavo Un tranquillo weekend di paura. 
Mai pedalato così veloce.


lunedì 22 maggio 2017

Get out

11:25
È successo di nuovo. È arrivato il film chiacchieratissimo, pompatissimo, discussissimo, il film fulcro del 2017, senonlovediseinessuno.
La cosa più importante della massiva campagna pubblicitaria che ha anticipato l'arrivo di Get Out è che il film è bello per davvero.



A meno che non viviate sulla Luna (fortunelli), la trama la conoscete. Agli alieni in ascolto la racconto: Chris è un ragazzo che deve sottoporsi alla tortura di andare un weekend a conoscere la famiglia della fidanzata Rose. Come se questa non fosse già una trama sufficiente ad un grande film dell'orrore, ecco che la famiglia si rivela ancora più bizzarra della media delle famiglie comuni.

Dal trailer buona parte della questione è comprensibile, ma non fatevi ingannare: la vera storia è meno prevedibile del previsto, soprattutto nella sua parte conclusiva. La cosa davvero bella, però, è che il film è disseminato di frecciatine, riferimenti, doppi sensi, divertentissimi e intriganti. È impossibile restare indifferenti, giocare a chi capisce prima cosa succeda è inevitabile. Guardarlo a casa è quasi consigliabile, soprattutto in compagnia e soprattutto con soldi da scommettere. Io perderei tutti i miei averi perché non capisco mai niente, ma tant'è.
Si parte con un cervo investito, e da lì è tutto in discesa. La tensione inizia ben prima di arrivare a casa della famiglia di Rose, un po' perché ci si arriva carichi delle immagini di cui siamo stati sommersi e un po' perché effettivamente il film è molto rapido nel dirti che qualcosa non andrà bene.
Il cervo è solo il primo dei presagi di malasorte.
Guardato poi con occhi provati dall'aspettativa, ogni frase, ogni immagine, ogni scena è una guida verso il male che accadrà, e il film non fa proprio niente per impedirlo. Chris vive la situazione dall'interno e ci mette un po' a vedere che qualcosa di storto c'è, ma noi siamo lì proprio per aspettarlo, e vediamo il marcio in ogni cosa.
Non che ci sbagliamo, comunque.
Questo gioco tra la consapevolezza dello spettatore e quella del protagonista, che abitualmente mi fa venire in mente nomi ben più conosciuti di quello di Peele, che è al primo film, a me ha soddisfatto tantissimo. Da tempo non mi attaccavo allo schermo con uno sguardo così coinvolto, da tempo non volevo urlare al protagonista di non andare da quella parte.
Con l'inserimento dei due servitori di colore, poi, ho toccato le stelle. Inquietanti il giusto senza mai scadere nello strepitio del 'Ehi! Lo vedi che qualcosa non va? Non siamo proprio normali!', ma con il giusto equilibrio di normale bizzarria umana e lieve eccesso della stessa.
Ad un certo punto, poi, mentre già ero lì che sfregavo le mani dalla soddisfazione, ecco che compare Caleb Landry Jones. E allora, in quella sala mezza vuota, avrei voluto alzarmi in piedi ad applaudire, perché é BRAVO BRAVO BRAVO e a me quelli bravi bravi bravi rendono felice.

La cosa migliore, però, e mi rendo conto che qui si toccano i gusti personali, è che il film sceglie di non farci vedere le mazzate in testa, ma di deviare in qualcosa di simil-paranormale, in una delirante conclusione che però, a me, è piaciuta da impazzire. Inaspettata e folle, prende per il collo i nostri privilegi bianchi e, prendendoci abbondantemente per il sedere, li rispedisce al mittente, senza privarci di un po' di sana umiliazione.
Con It a ottobre è difficile parlare di film dell'anno, almeno tra quelli che usciranno in sala, ma oh, io son proprio contenta.

lunedì 15 maggio 2017

Personal shopper

18:28
Dove ci sono i fantasmi ci sono io. Anni di blogging, anni di cinema, ma il mio cuore è sempre con gli ectoplasmi, sono i miei preferiti.
Arriva quindi una cosa molto intrigante, ci sono i fantasmi, io in visibilio. Poi scopro che si parla di fratelli, ouch. Tema sensibile. Cautela.
Non so che aspettative avessi, ma alla fine Personal shopper è stato una sorpresa incredibile.


La personal shopper del titolo è Maureen, che vive a Parigi facendo appunto acquisti per una villanissima divetta, mentre aspetta segni dall'aldilà da Lewis, il suo gemello morto da poco.

Partiamo da un presupposto: c'è qualcosa, nella Stewart, che mi causa un'irritazione quasi fisica. Mi rendo conto che questa sia una frase davvero maleducata e infantile, e vi garantisco che non ha nulla a che vedere con Twilight. C'è solo qualcosa nel suo viso, nella sua gestualità e nelle sue movenze che proprio mi fa antipatia. Quindi ideona guardare un film in cui c'è praticamente solo lei.
Però c'è un però.
Quel suo viso così statico, con quelle espressioni che davvero non apprezzo, è sfruttato alla perfezione col personaggio di Maureen. Tipo Affleck in Gone girl per intenderci: ha la faccia da babbo, ma siccome è babbo anche il personaggio allora tutt'apposto.
Dico che è perfetta perché Maureen è bloccata. Ha un lavoro che non le piace, un ragazzo lontano, un fratello perso per sempre, pochi rapporti umani che non siano filtrati dalla tecnologia. Anche le comunicazioni con l'aldilà sono virtuali. È in piena elaborazione di un lutto mostruoso, con un dono da imparare a gestire (è una medium), e l'unico umano che ha vicino è proprio quello che più di ogni altro le ricorda il fratello.
Eppure sta lì, non scappa da una vita triste e insoddisfacente, non si avvicina agli amati per farsi aiutare. Sta lì perché lei e Lewis si sono fatti una promessa, e lei si aspetta che il fratello la mantenga.
Lo farà? Mettetevi comode ment curiose, perché non lo sapremo mai.
Quello di Assayas è uno di quei film in cui il regista lancia il sasso e poi ritira la mano, impedendoti di avere la minima spiegazione. Se ti sta bene ricostruisci tu, se non ti sta bene, beh...il film è comunque così.
Ed è bellissimo. È lentissimo, e angosciante più per il ritratto dei rapporti umani che ne esce che per la questione sovrannaturale. Poi ci sono anche i fantasmi, ma poiché su quelli io non sono oggettiva mi astengo dal giudizio. È una lunga elaborazione del lutto, attraversata parlando del mondo, della società, del mondo della moda, della vita dopo la morte, degli affetti e delle persone, delle scelte che facciamo e di quelle che per un motivo o un altro non siamo in grado di fare. Maureen avrebbe potuto andarsene da quel lavoro tanto detestato e iniziare una nuova vita, prendendosi il tempo di imparare a convivere con il dolore, invece resta lì. Si soffre anche un po' con lei, ogni volta che parlando con uno spirito spera sia il fratello e chiama il suo nome. Soprattutto in quella scena finale, che per ambientazione e scrittura è un colpo al cuore. Non vuol dire che si sappia qualcosa del destino di Maureen, ma se c'è un momento in cui l'empatia è massima è proprio in quella stanza d'albergo.

Non voglio dire che da adesso ho cambiato opinione sulla Stewart, ma magari facciamo che questo Assayas me lo vado a conoscere meglio, ok?

domenica 14 maggio 2017

#CiaoNetflix: Il lato positivo

15:09
Un sabato pomeriggio di riposo!
C'è anche il sole! Usciamo, facciamo un giro in bici, andiamo a vedere un museo, andiamo a dar da mangiare agli asinelli!
No, dormimo fino alle 4 e poi attacchimoci al pc, perché sprecare la vita è sport olimpico.


Il lato positivo è la storia di Patrick, appena uscito dall'ospedale psichiatrico in cui era stato ricoverato dopo che il suo disturbo bipolare era emerso. Una volta uscito il suo unico scopo è riconquistare la moglie, e per farlo chiederà l'aiuto di Tiffany, una conoscente. Tiffany, però, chiede un favore in cambio.

Quando dico che i film d'amore non mi piacciono in realtà mento sapendo di mentire. Diciamo che non sono la prima cosa che cerco quando vado al cinema, ma credo che la colpa sia anche del fatto che sono molto molto esigente. Quando mi emoziono piango per giorni, ma prima di trovare coinvolgimento dalle storie d'amore ce ne passa. Il mio snobismo mi fa dire che è molto presuntuoso voler parlare d'amore, è follia chiedere a due persone di fingere di amarsi e soprattutto è quasi impossibile trasmettere il sentimento a chi stia fruendo del prodotto.
Però ci provo, ogni tanto, perchè quando trovo un film d'amore che mi emoziona mi conquista in modo totalizzante.
È il caso di Silver Linings Playbook?
Eh, mi sa di no.

DA QUI ANTICIPAZIONI ROVINATRAMA, COME SE CI FOSSE QUALCOSA CHE NON SIA INTUIBILE ANCHE SOLO DALLA LOCANDINA

Partiamo dal dire cosa cerco: la cosa che preferisco della rappresentazione dell'amore è vederlo nascere. Cioè quello che preferisco è il prima. Outing: quando avevo 16 anni e leggevo Twilight (eh, oh), lo adoravo perché nel romanzo buona parte del rapporto tra i due è ritratta prima della nascita della storia. Edward e Bella si pizzicavano, si provocavano, si divertivano. Non alla Mulder e Scully che ci hanno messo 10 anni, ma insomma è stato bello per me vedere la lenta crescita di qualcosa oltre l'amicizia. È sempre bello per me, mi coinvolge e quando arrivo alla definizione della relazione sono già emozionatissima.
Niente, qua non mi ha toccato niente. Ci stava quasi riuscendo, con le scenate in giro per la città e i due che si rincorrevano per le strade, c'eravamo quasi. Poi hanno preso a ballare e niente, è morto tutto. E non è che io odi le scene di danza, ve lo ricordate vero che uno dei miei film della vita è Dirty Dancing?
Però Bradley, ti prego, sei bello come il sole, la finisci di ballare? Stai fermo, come la statua greca che ricordavi prima di diventare un mortadellino, e lasciaci sognare.
Il suo personaggio non mi conquistata nemmeno per un istante, non so se sia colpa del fatto che BC è tanto bello poco bravo. Anche Jennifer Lawrence mi ha lasciata freddina, ma c'è anche da dire che non sono una sua particolare ammiratrice.

Tutto sommato non è che il film sia brutto, scorre veloce e abbastanza piacevole, ma coinvolgimento da parte mia meno venticinque.
Lo troverò il film d'amore della mia vita, a costo di metterci vent'anni.

venerdì 28 aprile 2017

Non solo horror: Hidden Figures

16:45
Disclaimer: ogni tanto questo blog diventa veicolo di messaggi personali, nei quali il parlare di un film o di un libro sono solo una scusa per dire qualcosa a qualcuno che fa parte della mia vita reale. Mi rendo conto che possa sembrare scortese, ma Hidden Figures è un film che si presta moltissimo a fare da sprono a persone che stanno vivendo momenti particolari, e ha l'aggiunta non da poco di essere anche un film bellissimo. 
Oltretutto, citando le sagge e profonde parole della sempre stimata Gigliola Cinquetti, qui comando io, questa è casa mia, quindi oggi si va di post personale.


Cara Amica mia,
lo so che quel post qua, proprio su quel film qua, è piuttosto prevedibile considerato il numero di volte in cui ti ho detto di guardarlo, ma siccome la situazione si fa più complicata ogni volta che ci vediamo, ci vuole l'artiglieria pesante: il blog. Più complicata per entrambe, tra l'altro, perché se ci si vuole bene davvero allora bisogna condividere anche quelli che in francese si chiamano periodi di merda.
Le protagoniste del film sono tre amiche, il che rende il tutto ancora più pertinente. Lavorano come computers alla NASA, cosa che le rende intellettualmente più affini a te che a me. Tutte e tre hanno particolari predisposizioni, talenti innati e capacità sopra la media, che però vengono ignorate in virtù del loro essere donne, con l'aggravante dell'essere donne di colore. La cosa paradossale è che tutte le predisposizioni delle tre signorine in questione stanno dentro al loro cervello, che come tu sai bene non ha nulla a che vedere con quello che sta fuori dalla sua bella e preziosa scatolina cranica. Al massimo al contrario, è lui che comanda quello che sta fuori, ma di certo non viceversa.
Le ragazze si chiamano Katherine, Mary e Dorothy. Fanno vite normali, con famiglia e figli, e si ritrovano vincolate in qualcosa che non fa completamente per loro (suona familiare?).
Bella eh, la NASA, bello fare i conti, bello essere d'aiuto, però...
È davanti al però che nasce il futuro, si aprono le possibilità, si scavalcano i limiti. Ecco, questi sono quello di cui dobbiamo parlare. Limiti ne abbiamo tutti, e dio solo sa quanti ne hanno le tre protagoniste. Sono nere, negli anni 60, sono donne, fanno la pipì in bagni diversi, cose del genere. Eppure, vogliono entrare in un mondo che sembra impossibile, un mondo lavorativo utopico e irraggiungibile, fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni (suona familiare anche questo?).
I tuoi, di limiti, sono di ben altra fattura, e sai bene che con questo non intendo affatto sminuirli. I tuoi sono esattamente quello che le tre non hanno. Loro sono sicure di sè, convinte di potercela fare, non dubitano mai delle loro capacità. È per questo che voglio così tanto che quando lo sconforto prende il sopravvento tu guardi questo film: perché sono una bomba di energia, prendono una scala e fanno calcoli su una lavagna francamente gigantesca con la stessa naturalezza che hai tu quando parli delle questioni che riguardano la tua vita professionale. Quando un dono è così profondamente innato, non ci sono incertezze che tengono. La strada per il futuro sarà anche costellata di incertezze e buchi nel terreno, ma la meta è cristallina, solo che ogni tanto ti vengono i dubbi sulla capacità della macchina di percorrerla, quella strada lì.
Mary, Dorothy e Katherine sono brillanti anche e soprattutto perché perfettamente conscie di esserlo. È questo che le tiene in piedi quando il sistema combatte contro la loro riuscita. È per questo che scavalcano i loro superiori, si impongono, finiscono in tribunale. Sono eccezionali e sanno di esserlo, e si prendono con la forza il futuro che gli spetta.
Non che sia sempre tutto liscio come l'olio, figuriamoci. Non lo è mai nella realtà, figuriamoci se può esserlo in un film così genuinamente onesto. Ci sono ostacoli, insicurezze, fraintendimenti. Ma a farglieli superare non c'è la solita fragorosa botta di culo (sempre in francese, perdonerai il mio essere poliglotta), è il loro carattere a tirarle fuori. Sono coraggiose e impertinenti.
Delusione? Aggiustatina degli occhiali sul naso e calcolo fatto alla perfezione tanto per ricordare a tutti chi è il genio qui dentro.
Marito che cerca di prendersi troppa autorità sulla tua vita? Prendi il titolo che aspetti e glielo sventoli sotto il naso come fosse Rossella O'Hara.
Capa fracassa-anima e anche un po' razzista? Le aggiusti il macchinario che nessuno sa manco guardare e se ci scappa le scoreggi anche in faccia.
Avranno anche creduto di non potercela fare, in qualche momento, ma sono partite come treni e nessuno le ha fermate. Il tuo, di treno, è in corsa già da un po', punta più lontano che puoi e ci andrà praticamente da solo.
Impegnate ognuna a pensare ai propri problemi, però, sono state anche la rete di supporto una dell'altra. E se tu, per anni, sei stata la mia, sappi che a tua volta puoi buttarti quando vuoi, hai le spalle sempre coperte.

lunedì 24 aprile 2017

Under the shadow

10:06
Io e l'horror, mio compagno fedele dai tempi dell'infanzia, siamo stati per un po' in rotta. Nel periodo di lontananza da internet non ho visto niente, letto niente, scritto di niente. Siamo stati così, un po' lontani l'uno dall'altra, nella speranza che lo storico amore che ci lega ci riavvicinasse.
Non so niente delle novità, non ho ancora tempo di leggere altri blog come invece vorrei e quindi mi sono ritrovata, il giorno di Pasqua, a bazzicare per Netflix (ma va?) senza idea di cosa guardare.
Spunta Under the shadow. (O meglio, spunta L'ombra della paura ma noi fingiamo che il titolo italiano non esista).
Vi racconto una cosa: come tutti, mi piace l'idea di passare la vita a viaggiare. Ma se ci sono luoghi che mi fanno palpitare dall'attesa, che sogno ardentemente di visitare, sono i paesi del Medio Oriente. Mi rendo conto di dover aspettare un po', ma a me l'idea di visitare Israele, Iran e Iraq, la Turchia, tiene sveglia la notte. Eccoci allora al perché della scelta del film: Under the shadow ha una produzione tutta mediorentale. L'ultima volta che ci era piombato addosso un film di quelle parti c'era andata di lusso, il film era A girl walks home alone at night.


Siamo in una Teheran degli anni '80. Un medico viene convocato in battaglia, e lascia sole a casa la moglie e la figlia. Occupate a vivere la vita tra un bombardamento e l'altro, si troveranno ad affrontare una presenza che sembra avere scelto tempi e luoghi ideali per un'infestazione.

Messa giù così la faccenda sembra velocemente riconducibile ad una banalotta ghost story con l'aggravante della guerra. Non è così, ma proprio per niente niente niente. È un film che, non dimendicandosi di mettere qualche momento molto teso in giro tanto per non farci ammosciare sul divano (cosa che sarebbe impossibile in ogni caso, ma non si sa mai), prende due milioni e mezzo di tempi di un'importanza fondamentale e li mette in pellicola.
Al che ti chiedi, giustamente, se non ne sia uscito un minestrone. No, affatto.
Partiamo dall'inizio e vediamoli.
Shideh, la madre, è un'ex attivista politica. Dalla parte sbagliata, però, perché adesso la sua passione civile le impedisce di inseguire il sogno di sempre: diventare un medico. Le viene impedito di riprendere gli studi, distruggendo ogni speranza. Torna a casa, dove la aspetta una bimba, Dorsa. Il padre della bambina è a sua volta un medico, che se all'inizio sembra comprensivo nei confronti della moglie, con lo scorrere del film diventa più teso e severo.
Lui viene convocato in guerra e le donne di casa restano sole. Dorsa inizia a percepire una presenza, e se all'inizio Shideh dà la colpa alle storie spaventose che le vengono raccontate dagli amici, non passa molto prima che le visioni della bambina si facciano più invadenti.

Ora, io non sono una cima a cogliere le metafore. Cioè magari vedo un film, per qualche motivo lo apprezzo, poi finisco a leggere qualche articolo a riguardo, mi vengono aperti gli occhi su simbolismi e similitudini allora io faccio «Aaaaaaaaaahhhh, ecco!» e poi vado avanti con la mia vita.
Qua, insomma, mi pare tutto piuttosto palese. La quotidianità delle due viene lentamente smantellata. Se iniziamo 'solo' con finestre scotchate e corse in cantina, finiamo con il vedere frammenti della loro routine che vengono lentamente portati via. Verrebbe naturale pensare che la prima cosa a saltare sia la serenità, ma vi rassicuro: noi la serenità non la vediamo proprio. Inizia il film ed è già tutto un disastro, la presenza peggiora solo cose già messe male.
Spariscono cose più piccole solo in apparenza: una videocassetta, una bambola, un libro. Cose piccole, ma solo in apparenza. Cose che ci rendono normali, che rendono la nostra vita come quella di tutti gli altri, che ci restituiscono quel briciolo di umanità in un Paese che l'umanità la sta perdendo. Il tutto per condurre ad una scena finale, in quella cantina-rifugio, da pelle d'oca, con due donne ricoperte da un immenso chador. Questa sono riuscita a leggerla persino io, di metafora.

Non ho nemmeno parlato di tutti i risvolti femministi del film, perché ci hanno pensato i signori del Guardian: trovate l'articolo qui.
Da troppo tempo ero lontana dal genere che ha fatto nascere questo posto. Senza la fretta che ho avuto in questi anni mi rimetterò in carreggiata. Dopo questo infatti ho visto Hellions che è un bellissimo film TUTTO ROSA. Splendido.

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