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domenica 3 gennaio 2021

Parliamo di Sanpa

18:45

 Sono reduce da un chiusone sulla nuova chiacchieratissima docuserie su Netflix, e figuriamoci se non potevo avere così tante opinioni da scriverci un post sul bloggetto. 

E infatti eccolo qua.

La docuserie, uscita solo pochi giorni fa, dura 5 episodi e attraverso una serie di interviste vuole riaccendere i fari sulla questione San Patrignano, la più famosa comunità per tossicodipendenti italiana.




AMMESSO ABBIA SENSO FARNE UNO IN CASI DI DOCUMENTARI, SPOILER ALERT


Una consueta ma necessaria premessa: le mie sono le opinioni di una persona nata nel 1990, che ai tempi d'oro e degli scandali della comunità era o ancora insieme agli angioletti in cielo o troppo piccola per capirli, e che ha anche l'enorme privilegio di non avere mai avuto contatti diretti con il mondo della tossicodipendenza ma solo con altre dipendenze. Questo fa sì che io abbia un approccio quanto più possibile neutrale: non conosco le persone coinvolte e non ho alcun ricordo personale del periodo, quindi tutto quello che so l'ho appreso dalla serie. 

Tanto per dire due parole sulla serie in sé, ché tanto poi lo so che finirò a parlare di tutt'altro come mio solito, a me è molto piaciuta. Trovo che abbia fatto la saggia scelta di intervistare ogni parte in causa, tra quelle disposte a dire qualcosa, anche quelle meno piacevoli. Anche quelle che si auto umiliano ogni volta che aprono bocca (un caro saluto a Red Ronnie che ci segue da casa), anche quelle che obiettive non lo potranno essere mai, anche quelle scomode. Si fanno parlare tutti, e si ha la ancor più saggia accortezza di dire quali persone, invece, hanno preferito non parlare. Il classico stampo americaneggiante senza narratore ma solo con interviste e immagini di repertorio mi piace, è un formato che guardo sempre volentieri e che mi coinvolge. 


Si parla, tanto per dare un minimo di contesto a chi non abbia aperto internet in questi giorni, della comunità del riminese, della sua fondazione nel 1978, della sua crescita e soprattutto del suo fondatore, Vincenzo Muccioli.  La comunità nasce per ovviare ad un gigantesco problema sociale che negli anni '70 piegava il paese: i giovani si drogavano e nessuno li aiutava. Viene sottolineata da ogni parte in causa la totale assenza dello Stato, il deliberato ignorare l'immensità di un problema che stava sotto gli occhi di tutti. Sanpa nasce per coprire questo buco. Il suo fondatore, Muccioli, mette l'azienda agricola e gli allevamenti di famiglia a disposizione del sociale, chiudendosi completamente proprio a quella società. Chi entra a Sanpa ci resta, e se non ci vuole restare viene fatto restare. Questo solo all'inizio del primo episodio. 

La prima parte della serie si concentra, quindi, sulla droga e i drogati. Spesso chiamati (con la scusa del "Così erano visti dalla società") feccia, ai tossicodipendenti viene riservato un trattamento che visto oggi è raccapricciante. Non persone ma malattie, curate a forza di sberloni (ma dati con l'amore di un papà, s'intende), legate in luride cantine e trattate con un'infida superiorità mascherata da compassione. I poveri drogati, di cui nessuno si occupava, vengono chiamati da Muccioli figli, vengono ripescati se tentano di andarsene, vengono guardati con quel canonico sguardo che si rivolge al diverso. 

Quando poi i primi scandali iniziano ad emergere, la catena di orrori che la serie pian piano sviscera è una discesa verso l'inferno. E non intendo necessariamente le cose accadute all'interno della comunità, o comunque non solo quelle. A urtare è soprattutto l'opinione pubblica, il ruolo della stampa, la cieca ottusità di chi non vuole vedere. L'uomo tanto bravo ad irretire i più deboli con le parole si sentiva legittimato a fare quello che più gli aggradava delle vite dei giovani che ospitava anche perché (o forse proprio perché) erano le loro famiglie a chiederlo. Sono innumerevoli le interviste a genitori disperati che lasciano di proposito che ai loro figli venga fatto di tutto purché escano dalla dipendenza, e sta qua il primo step dell'orrore. Sfruttare persone nel pieno della sofferenza, della disperazione, ed estorcere loro interviste volte a proteggere l'immagine di un supposto santone (con tanto di esoterismo e imposizione delle mani, ignoreremo questo particolare) è becero e in cattiva fede. Chiedere a genitori che spesso non hanno le competenze necessarie, ma soprattutto a volte non hanno la lucidità di pensiero necessaria, se sarebbero disposti a vedere il loro figlio segregato piuttosto che morto è una delle più grandi bassezze di cui l'umanità è capace. Prendere a piene mani la disperazione altrui per sentirsi legittimati ad abusare del proprio potere è squallido, infame, vigliacco. 

E quindi via, il primo scandalo va sotto il tappeto. L'immagine di Muccioli è sana e salva, una piccola promessina al giudice di non farlo mai mai più e Sanpa non si scalfisce nemmeno. L'importante sono i numeri, i numeri dei ragazzi salvati, dei giovani figli di Muccioli che escono dalle catene (quelle sì, signora mia, che sono catene che fanno male) dell'eroina ed ecco un bel sorriso tornare sulle labbra dell'opinione pubblica.


Già questa prima metà della serie mi aveva fatto inveire contro la televisione, vi dirò. Non era nulla rispetto a quello che sarebbe arrivato dopo, ma già io mi stavo scaldando. Il ritratto di Muccioli che ne emerge è quello di un uomo così concentrato su se stesso che anche durante il funerale di uno stretto collaboratore morto di AIDS all'inizio dell'epidemia pronuncia solo le parole io, io, io. Sembra davvero avere quel classico autoamore che hanno spesso le persone così annebbiate da se stesse che si convincono di fare del bene quando invece quello che stanno facendo è solo lucidare la propria immagine allo specchio. Non fraintendetemi, io sono certa che tantissime persone siano uscite da Sanpa con la vita rivoluzionata e, soprattutto, salvata, penso solo che a Muccioli la sola persona che importasse fosse se stesso. 


Dalla seconda metà, però, ci si dimentica della droga, perché tutto quello che gira intorno a Sanpa diventa un immenso circo, e ci si scorda perché si è lì. Iniziano a girare tanti, tantissimi soldi, gentilmente offerti dalla benvoluta famiglia Moratti, si comincia a parlare di violenza, giri illeciti di denaro e animali e, naturalmente, morti. San Patrignano cresce, e cresce, e cresce, fino a diventare una cittadina autonoma. Si esce? Ma chiaro che no, e se ti azzardi a prendere un caffè al bar sono vessazioni e umiliazioni. A che serve uscire? Fuori c'è il male tentatore, e dentro hai tutto quello che ti serve. Ricorda Ballard? Ricorda Ballard. 

Osi lamentarti del cibo? Non puoi, perché come viene chiaramente detto dal nostro Muccioli è che non puoi chiedere vengano esercitati diritti perché, e cito, "Ma quali diritti?" 

Da storia di tossicodipendenze diventa la più miserabile storia di potere e del suo costante e crescente abuso. Il capo che gira in Jeep per il suo territorio per controllare che sia tutto ok, salvo poi dichiararsi estraneo ad ogni fatto quando questo sia di natura criminale, regole ai limiti del paradossale, caratteristiche sempre inquietantemente più simili a quelle di una setta che a quelle di una comunità di recupero. Persone e personalità completamente annullate in virtù di un supposto bene superiore che qualcuno si permette di decidere per te, traumi costanti.

E infine, il degenero. La comunità diventa talmente grande che Muccioli non può più controllarla interamente da solo e inizia a delegare, ma basta studiare un minimo la storia per sapere che quando quello che deleghi è potere assoluto e incontrollato non fai che moltiplicarne la pericolosità, soprattutto quando è ai danni di persone che non hanno la benché minima possibilità di reagire. Intendo proprio sbarre alla finestre, gente ammanettata al letto e documenti sequestrati. Si arriva a nascondere alle persone informazioni fondamentali sul proprio stato di salute, un fatto di eccezionale gravità di per sé, con l'assurda aggravante di accadere nel bel mezzo di un'epidemia che negli anni '80 uccideva una persona alla volta una generazione intera. La parte sull'AIDS è raccapricciante. Ecco che allora le donne iniziano a venire stuprate (non parlerò di quello che dice Muccioli a riguardo, è così dannoso che ho quasi il sospetto che io lo avrei tagliato dal documentario, anche se aiuta a delineare l'immagine dell'uomo), le persone sono ancora più spesso malmenate, tutta la posta viene controllata (come in guerra, per intenderci), e finisce nell'unico modo possibile: ci scappano i morti. 

Due suicidi (o supposti tali? lo pensiamo tutti, dai), e un omicidio vero e proprio. Non un omicidio commesso tra gli utenti della comunità, ma ai danni di uno degli utenti commesso da uno dei responsabili. Dice Red Ronnie, miserabile rimasuglio di umano, che un solo omicidio in 30 anni di vita di una cittadina non sorprende in negativo, ma in positivo, perché è un miracolo!!!

Ma San Patrignano non è una cittadina. Non è semplicemente un paese, dovrebbe essere un centro di solidarietà, di supporto a persone in difficoltà, e proprio in un centro del genere è assolutamente imperdonabile e inqualificabile che il potere sia dato in mano a persone che lo esercitano abusando di una violenza ingiustificata e ingiustificabile, dove le botte e i soprusi erano all'ordine del giorno e dove nessuno faceva nulla per interromperli. I giovani non solo entravano a Sanpa nel momento peggiore delle loro vite, in cerca di un disperato aiuto, ma dovevano anche subire le piccolezze di piccoli uomini che si sentivano così tanto grandi. Nessuno, tanto per capirci bene, ha mai pagato nulla. 


Parlano nel documentario persone che ancora oggi amano profondamente la sua immagine, primo tra tutti il figlio, e persone che con il tempo hanno trovato il modo e la forza di allontanarsi da una persona che a tutti gli effetti erano arrivati a percepire come pericolosa. Oggi Muccioli è morto, quello che resta è la rabbia di chi non ha mai avuto né la verità né, figuriamoci, giustizia. Dall'altro lato, chi non ha mai voluto vedere continua a difendere posizioni indifendibili, mostrando anche a distanza di anni zero empatia e zero rispetto per il prossimo. 
Il documentario si chiude in modo molto infelice, con un chiusone che non fa altro che definire ulteriormente i personaggi ritratti. Muccioli muore di un male misterioso, in brevissimo tempo, e a nessuno viene detto di cosa si tratti. Girano voci, però, come girano ovunque, e sembra davvero che anche lui avesse contratto il virus dell'HIV. Non sorprende, ad un certo punto nella comunità erano positivi due terzi degli ospiti. Insieme a questa voce, però, gira anche quella della presunta omosessualità di Muccioli, e di una presunta relazione con quel collaboratore morto di AIDS che vi dicevo qualche paragrafo più su. Forse la sola persona legittimata ad avere qualcosa da dire a riguardo sarebbe stata la moglie, unica persona a cui poteva importare della sessualità del marito, che però è mancata lo scorso anno. Invece l'opinione che sentiamo è quella, di nuovo, di Red Ronnie, che grossomodo dice che avendo finito le cose da criticare a Muccioli, i suoi detrattori adesso si siano inventati che era fr*cio. (La parola l'ho censuata io perché non è accettabile, figuriamoci se Red Ronnie si poteva fare sto riguardo.)


L'argomentazione di coloro che Muccioli lo hanno sostenuto è una sola, per tutte e 5 le puntate: ha aiutato tante persone.

E a me, oggi, il fine che giustifica i mezzi non solo non basta, ma non va più giù. Nemmeno se il fine da ottenere è la lotta alla droga. 

Meno male che per un po' si è visto Pannella, va là, che nella prima puntata si vede Montanelli e credevo che avrei vomitato.

lunedì 23 novembre 2020

The Crown - stagione 4

12:16

Avevo scritto un lunghissimo post su Megan is missing che ho poi deciso di prendere e cestinare. Magari ne farò un riassunto su Letterboxd, mia croce e delizia. Se vi andasse, qua di fianco c'è il link al mio profilo, spesso scrivo qualcosa su quello che sto vedendo. Il punto è che faccio ancora fatica ad avere un'idea precisa sul film e quindi siccome avevo comunque voglia di scrivere un post ho pensato di farlo su una cosa bellissima: The Crown.

Ho scritto post anche sulle stagioni precedenti e lo ripeto con tutto l'entusiasmo che ho: è una serie bellissima che vorrei guardaste tutti a prescindere dal vostro interesse per i reali inglesi. Che loro siano persone reali (nel senso che esistono, non nel senso della nobiltà) fino alla scorsa stagione contava poco e nulla. In questa stagione cambia tutto, e poi ne parliamo, però non cambia quello che penso: è un lavoro meraviglioso.





La quarta stagione ci porta negli anni '80, e negli anni '80 succede la cosa che per me cambia tutto l'approccio alla serie: arriva Lady Diana. Questa donna si è presa un posto così grande nei cuori delle persone che quella distanza che poteva esserci con le prime stagioni viene qui completamente annullata. Mia madre (casalinga della provincia di Cremona) ha pianto guardando i funerali di Diana, me lo ricordo come fosse successo ieri, e non solo per la presenza e la canzone del nostro venerato Elton John. Era proprio commossa come se fosse morta una sua conoscente. Io ero troppo piccola e non ho vissuto questo 'affetto' che il mondo aveva per lei, però vi basta fare un giro tra i commenti su app come TvTime. La gente in questa stagione è impazzita. 

Ora, la serie lo sapeva bene cosa sarebbe successo, perché è una serie scritta da persone intelligenti. Il modo in cui Diana è presentata è perfetto, la metafora del cervo è stata perfetta, l'equilibro che sono riusciti a trovare tra quello che la gente voleva - un primo piano sulla relazione che ha fatto parlare per 15 anni il mondo - e il senso della serie, ovvero ripercorrere la storia della Gran Bretagna attraverso gli occhi di chi vi regna. Elisabeth non è mai messa in ombra da Diana, nella serie, perché sono stati in grado di trovare il modo giusto di raccontare entrambe, ma basta un dialogo tra Philip e Diana a ricordare come funzionano le cose: tutto è sempre e comunque in funzione della Corona. 

Questa stagione è stata per me dolorosissima. Se prima di oggi non avevo mai bene compreso l'appeal di Diana sulle persone, oggi è un po' più facile. Sempre ricordando che si parla di una serie tv e non della realtà, il ritratto della Principessa che viene fatto è straziante. Una ragazzina che dal giorno alla notte si è trovata in una situazione straordinariamente più grande di lei, in un mondo sconosciuto e in cui non le era concesso di essere quello che avrebbe voluto essere. Vedere i sogni romantici di una ragazzina di manco vent'anni distruggersi in così poco tempo è stato tosto. Vederla sbattere fortissimo i piedi per stare a galla lo è altrettanto, e vedere le conseguenze che quello che ha vissuto hanno avuto sul suo corpo e sulla sua mente è stata la batosta definitiva. Ho pianto tanto, in caso non l'avessi fatto intuire. Diana è così umana che non riesce a mescolarsi in quella rigidità di sentimenti e di vita che la Corona impone. E vederlo succedere è davvero doloroso perché la serie ha da sempre messo in chiaro come vengono vissute dai reali le persone che non sono in gradi di contenersi. Margaret da quando è nata combatte contro la vita che le viene imposta, Charles ci ha provato, ma era meno forte della zia. Edoardo VIII ha dovuto fare una storica rinuncia per colpa della famiglia. Diana si è trovata in questo mondo così severo, non ci è cresciuta. Laddove tutti gli esempi citati su erano ben consapevoli di quello che li circondava, perché ci erano cresciuti, lei si è lanciata nella gabbia del leone senza sapere che il leone non era ammaestrato. La serie ci dice che lei, in realtà, nella vita avrebbe sempre voluto essere più di quanto fosse, e di certo lei non arriva nella suddetta gabbia del leone spaventata. Ci ha pensato la vita a ridimensionarle gli entusiasmi. 


Certo, nello stesso periodo la Gran Bretagna stava assistendo anche all'ascesa al potere di un'altra donna che oggi ricordano ancora tutti: la Thatcher. Ecco, questo forse in effetti spiega perché cercassero consolazione nella principessa Diana. Io di brave attrici in questa serie ne ho viste tante, vi ricordo che Olivia Colman è la mia attrice preferita della vita nonché persona preferita dello showbiznez, ma questa stagione ha proprio deciso che voleva mettere il carico da 11 e vincere la briscolata. Quella pazzesca di Gillian Anderson fa la Thatcher, e come la fa bene lo sa solo lei. Di una bravura incredibile. Ora, io sono una bimba della Anderson da Sex Education (per favore, se non lo avete visto lo guardate? è bellissimo lo amo tanto), non da X-Files che - ehm - non ho mai visto, però giuro che il mio amore è recente ma sincero. Ma quanto si può essere bravi? Che lavoro incredibile ha fatto sulla voce? Difficile odiare la Iron Lady se a farla è lei. Poi si odia comunque, cosa vuol dire, però viene dopo, ecco. 

Parliamo anche di Emma Corrin che fa Diana, quando volete. Sta ragazza è del '95, un talento meraviglioso di cui spero sentiremo parlare tantissimo perché a volte la somiglianza fa quasi impressione. 

Le donne si confermano il cuore della serie, anche in un sistema dove sono gli uomini vecchi con i capelli grigi a comandare. 

Poi va beh la sottoscritta deve avere un problema con tutti gli interpreti di Philip perché laddove il mio amore per Matt Smith è immutato e immutabile, Tobias Menzies è bravo, eh, non gli si può dir niente, ma non è il motivo principale per cui lo si nota, ecco. Era una info inutile ma valeva la pena di essere condivisa. 


The Crown è sempre, sempre, sempre una gioia. I colori, la musica, i paesaggi, gli abiti (!!!!!!!gli abiti!!!!!!), l'accuratezza, i suoi eccellenti interpreti, l'intelligenza della scrittura, la pacatezza che riesce sempre e comunque a trasmettere, anche quando parla di cose tutt'altro che pacate. Una serie deliziosa, che adesso vorrei ricominciare da capo perché mannaggia a sti reali maledetti e crudeli, mi mancano tutti. 

Anche la Thatcher.

sabato 17 ottobre 2020

The haunting of Bly Manor

11:54

Non starò qui ad ammorbare chi legge con l'ennesima intro su quanto Mike Flanagan sia uno dei registi che amo di più al mondo e su quanto The haunting of Hill House sia per me la cosa migliore più grande mai accaduta al mondo delle serie tv. Per questo c'è un post specifico che trovate qui.

La sola cosa che è importante dire è che, nonostante le mie paure siano sempre state ampiamente smentite dal regista di cui sopra, mi sono approcciata alla visione della seconda stagione della serie migliore della storia con una bella fetta di timore. Era The haunting ma non era la mia storia, non erano i Crane, non era Hill House. Non so come avrei reagito se non mi fosse piaciuta.

Facciamo quindi una recensione breve: sebbene Hill House mantenga nel mio cuore un posto tutto suo dovuto forse al suo essere la prima (o forse al suo essere perfetta, chi lo sa), Bly Manor è stata l'ennesima conferma che io questi timori non li devo avere mai più, perché il cuore e la testa di Flanagan continuano a parlare ai miei e anche questa volta ha fatto la magia.




Per la recensione intera mi sa che ci sarà da mettersi comodi. Farò il possibile perché sia senza spoiler.

Piccolo accenno di trama per chi non sapesse di cosa di parla: la serie è tratta da Il giro di vite, di Henry James, e racconta dell'arrivo di Dani a Bly Manor come ragazza alla pari. Dovrà occuparsi di Flora e Miles, due bambini rimasti recentemente orfani. Con lei nella casa ci saranno il resto dello staff e qualche fantasma.

Ho provato diverse volte a scrivere questo post, perché ci penso da ieri sera, quando ho visto l'ultimo episodio. Eppure le parole che mi vengono in mente quando parlo di Flanagan e dei suoi lavori - anche se in questa stagione il suo ruolo è "solo" di showrunner, perché di episodi ha diretto solo il primo - sono sempre le solite: delicatezza, poesia, intimità, profondità. Alla lunga scrivere sempre le stesse cose diventa ridondante, persino per me che mi ripeto in continuazione. 

Però sto provando a mettere a fuoco cosa di lui io ami così profondamente, per imparare ad argomentare meglio quando scrivo i miei post, ed è difficile. Perché Bly Manor, tanto quanto Hill House prima di lei, non tocca la mia parte razionale. Si tratta di una serie con un'estetica che incontra il mio gusto (costumi, luci, ambienti, messa in scena, per i miei occhi è stata estasi costante), con una scrittura superba che ho ammirato scena dopo scena, con una bella regia coerente con quella del suo showrunner, con grandi interpreti. E queste cose sono certamente fondamentali per il giudizio di un prodotto del suo tipo. Flanagan ricerca sempre una raffinatezza nel comparto tecnico che anche qui si è fatta notare. Però il punto per me non è quello, e da quando ieri sera ho spento la tv rifletto su come mettere nero su bianco il modo preciso in cui mi colpisce così forte.

Il punto è sempre stato il cuore. In un momento in cui escono mille serie al giorno e si punta sempre al prossimo grande successo che farà vendere mille magliette e creerà milioni di cosplay tutti uguali al Lucca Comics (nessun riferimento a case di carta è intenzionale), Flanagan rallenta i ritmi. Non ricerca la frenesia dell'azione, l'iconicità e la riconoscibilità del suo prodotto. Lui ha storie di persone da raccontare e sa che per fare questo serve altro. Si prende il lusso della lentezza, pur essendo in grado di non creare mai storie noiose, perché, come dicevo su, sa scrivere come nessun altro. Usare la lentezza è quello che serve per creare la quotidianità. Ed è quando ricrei una quotidianità reale, con cui si empatizza così tanto, che ci sbatti con violenza dentro il cuore e la testa dei personaggi che stai portando in scena. L'amore reale che si porta a casa per queste persone non nasce nel momento in cui rischiano la vita l'una per l'altra, o quando affrontano fantasmi spaventosi. è un sentimento che si sviluppa quando assaggiano tutti le creme che Owen ha fatto e decidono quale sia più buona, è quando si prendono una pausa dal lavoro e si fermano a bersi un gin tonic e a fare del sano gossip. Li ami un po' di più quando si danno il primo bacio e non va tutto come nelle favole, quando sono spaventati, quando litigano. Quando si scambiano parole quotidiane, quando sono persone normali, con amori che fanno male, con gelosie, con piccole discussioni della vita di tutti i giorni. E per raccontare questo serve tempo. Servono 9 episodi da un'ora l'uno (e sa solo dio se ne vorrei di più) per far sì che alcune persone passino da sconosciuti a colleghi, ad amici, a famiglia. Serve morbidezza nel racconto perché alcune persone capitate lì per caso diventino l'anima intera della casa che amano. L'amore che inevitabilmente si prova per i bambini diventa collante e infine l'amore permea la casa, ed è così forte l'unione che ne nasce che l'ultimo, meraviglioso episodio ce lo conferma. Non si esce mai da quei legami qui, quelli nati con le piccole cose, con la vita condivisa. 

E noi, che lo vediamo sullo schermo, siamo con loro, con il cuore e con la testa. Siamo insieme al meraviglioso Owen quando soffre e ammette cose difficili e beve perché tanto cosa altro può fare? Siamo con Hannah che deve convivere ogni giorno con una vita nuova perché la sua le è stata stravolta. Siamo con lo zio Henry, quando con una sola battuta è stato in grado di ribaltare la sua immagine e spezzarci il cuore. E siamo con i bambini, che sono piccini e pieni di problemi, ma che sono più grandi di tutti, perché hanno segreti e li tacciono solo per il bene di quei grandi che dovrebbero nasconderli a loro, i segreti.

Il male, a Bly Manor, ha la forma del trauma, del dolore che ha fatto fermentare il germe cattivo. Non ci sono cattivi e basta, ci sono persone rotte dentro che non sanno come fare ad essere altro che così. Non ci sono nemici, non ci sono vincitori. Quello a cui assistiamo è il frammento di alcune esistenze e, sebbene da un punto di vista strettamente tecnico i tempi siano perfetti così, è ogni volta un dolore non poterli accompagnare oltre. Vedere Flora diventare grande, vedere Owen guarire dal suo mal di cuore, vedere Jaime felice, vedere la vita di tutti andare avanti. Mi pare evidente che la serie la ricomincio subito, ma mi fermerò sempre lì, e sarà sempre una sofferenza.


Il modo in cui Flanagan ha rivestito di un amore così profondo l'orrore mi lascia ogni volta senza parole. Tra gli appassionati si sa che l'orrore è cosa ben più ampia dei cinemacci di sangue e squartamenti che gli vengono spesso affibiati come unica caratteristica, ma Flanagan lo sta facendo su Netflix. Non in un cinemello di nicchia, ma sulla più grande piattaforma di streaming del momento lui sta  mostrando a tutti che quella poesia qua è possibile. Ci sta dicendo che il modo migliore per parlare di sentimenti è quello sincero, non artefatto, non costruito a pennello per ricalcare un nostro immaginario. Usa un linguaggio così vicino a noi che i nostri sentimenti si fondono sempre alla perfezione con quello che vediamo sullo schermo. Mi dispiace non essere in grado di evitare i consueti aggettivi che gli riservo, quindi li metto tutti alla fine e tutti insieme, per sfogarmi di averli trattenuti finora: Bly Manor è l'ennesima storia di Flanagan che mescola l'orrore con la poesia, fondendoli con la maestria di chi questo cuore ce l'ha sinceramente e non costruito solo per fare un buon prodotto. In questo caso c'è anche l'aggiunta di un magnifico racconto d'amore, e se aveste qualche dubbio ve lo sciolgo subito: è dolcissimo nel modo potente e mai mai mai mai mai stucchevole in cui solo lui poteva esserlo. Emozionante sempre, dolce, elegantissimo, magnetico.

Anche questa volta, Mike Flanagan è stato il più bravo di tutti. 

The rest is confetti.

martedì 4 agosto 2020

Chiacchieratina sul True Crime

10:19
Qualche tempo fa ho letto qualcuno su twitter dire che il true crime è la pornografia delle donne bianche. Non sono certa di poter dissentire.
Quel che è certo è che ultimamente ho fatto incetta di prodotti su questo genere: podcast, serie tv, libri..e ho pensato di metterli tutti insieme per parlarne.
Il trigger warning necessario è che si parla di storie vere. Magari in qualche caso romanzate o adattate al media in cui vengono affrontate, ma sono persone reali, casi giudiziari reali, e capirei se la cosa potesse in qualche modo risultare indigesta. Se si è empatici il minimo sindacale per potersi definire umani spesso è una sofferenza.
Perché farlo, allora, si chiederebbe il saggio.
Eh, quando potrò permettermi di andare in terapia ve lo saprò dire.

Photo by Tingey Injury Law Firm on Unsplash

PODCAST

  • Serial è il papà dei podcast true crime. Ogni stagione affronta un singolo caso in così tanti dettagli che viene voglia di aprire il proprio fascicolo delle indagini. La prima stagione è inarrivabile.
  • Veleno. Di lui ho già parlato, ma due cose veloci le dico comunque. Si tratta del podcast di Pablo Trincia, di recente trasformato anche in un libro che non ho letto, che tratta di uno sconvolgente caso avvenuto dalle parti di Modena. Diversi bambini sono stati allontanati per sempre dalle loro famiglie, accusate di reati allucinanti come satanismo e pedofilia. L'indagine su cosa sia davvero successo è da incubi.
  • Bouquet of Madness. Due amiche youtuber (delle quali una è Federica Frezza - prismatic310 -, ormai onnipresente su questo blog) si raccontano casi irrisolti e misteriosi da tutto il mondo. Adorabili loro e scelte benissimo le storie.
  • My favourite murder è quello che mi piace di meno. Ha una struttura molto simile a BoM ma trovo molto meno piacevoli le host. Ridere di cose tremende è per qualcuno accettabile, ma bisogna saperlo fare e non sono certa sia il loro caso.
  • Demoni urbani è tutto italiano, e racconta vicende di cronaca nostrane più o meno note. Interessante ma trovo un po' noiosa la scrittura, lo ascolto a piccole dosi.
I prossimi che ascolterò: Up and vanished, Missing&murdered: Finding Cleo, Believed, Morbid, The lost kids. Se ne conoscete altri io sono aperta ad ogni consiglio possibile!

TELEVISIONE
  • Unsolved Mysteries è una delle recenti aggiunte di Netflix. Sono pochi episodi e tutti (tranne uno) lasciano il cuore a pezzi. Un prodotto ottimo, ma fruirne con cautela, è devastante. Siccome è una nuova stagione di una serie storica, vi verrà la curiosità di scoprire com'era l'originale: sono quindici stagioni, tutte su youtube. Le trovate qui, buon viaggio.
  • Processi mediatici, sempre di Netflix. Nello specifico questo si concentra su come l'attenzione dei media possa influenzare non solo l'immagine pubblica di un reato, ma anche l'effettivo svolgersi del processo. I primi episodi soprattutto sono una bella batosta.
  • Vale se segnalo che su youtube ci sono anche tutte le vecchie interviste di Franca Leosini?
  • Dear Zachary non è una serie ma un singolo documentario. Quando l'ho visto io, tempo fa, era su netflix, non so se ci sia ancora. Con questo cautela assoluta, perché cadere dalla bicicletta e spaccarsi un braccio fa meno male di lui. Bellissimo ma straziante oltre le parole.
  • La scomparsa di Maddie McCann, sempre Netflix, sempre un caso di scomparsa. Questo poi l'ho guardato semplicemente perché era una storia recente che ricordavo personalmente. Senza infamia e senza lode per realizzazione.
LIBRO (perché è solo uno)
  • L'avversario, di Emmanuel Carrère. La ormai mitologica storia di Jean-Claude Romand e dell'omicidio che ha commesso ai danni della sua famiglia per coprire decenni di gravissime bugie. Primo Carrére che leggo, ha uno stile scorrevolissimo e senza fronzoli, che forse è il solo modo per raccontare una storia come questa. La storia è così incredibile da non poter essere altro che vera e il libro la racconta con la semplicità di un giallo da spiaggia.
Che opinione avete del true crime? Lo vivete come un modo per portare nuova luce su qualcosa che merita di essere rivisto o è davvero una voyeuristica mania di guardare la sofferenza altrui?

martedì 19 novembre 2019

The Crown - Stagione 3

10:19
Se mi seguite su Twitter prima di tutto mi dispiace per voi, lì sono logorroica.
In secondo luogo, però, sapete già che The Crown non solo è uno dei miei prodotti Netflix preferiti ma anche che aspettavo questa terza stagione come si aspettava il messia.
Sì, anche solo per lei, la Regina del mio cuore, Olivia Colman.
Ho sempre tentennato di fronte a domande come 'Chi è il tuo attore preferito?', cose del genere. Olivia Colman, però, è la mia attrice preferita, oltre ogni dubbio. L'ho vista per la prima volta prendere a calci e pugni il marito in Broadchurch (guardatela che è una serie breve pazzesca) e da quel momento tra me e lei è stato amore folle. Vederla diventare sempre più popolare e presente è per me fonte di orgoglio personale, le voglio il bene sincero che si vuole a certe celebrity che non hanno paura di mostrarsi umane. (Chi se lo scorda più, il suo discorso agli Oscar?)
Ma torniamo alla serie.


Per chi fosse nuovo da queste parti: The Crown è una serie che ripercorre il regno di Elisabetta II del Regno Unito, un decennio per stagione, a partire dalla morte del padre Giorgio VI. In questa terza stagione siamo tra gli anni 60 e i 70.

Sono nella solita estasi visiva da fine di The Crown. La serie si conferma esteticamente una goduria, tra abiti, trucco, il clima e i suoi colori, la natura, i castelli. Davvero conta come un ottimo motivo per guardarla, è curatissima ed eccezionalmente bella da guardare.
Dal punto di vista narrativo siamo di fronte a dieci puntate autoconclusive, ognuna delle quali racconta episodi specifici della storia della Gran Bretagna oppure si sofferma su un personaggio nel dettaglio. Spesso l'episodio si conclude con le classiche righe di spiegazione da film tratto da una storia vera, che non solo non danno fastidio ma danno anzi un senso di chiusura per quanto possibile, proprio perché, essendo gli episodi in linea di massima slegati tra di loro, si parla di certi fatti storici in un occasione e poi basta, e così si dà loro una giusta conclusione.

Poco importa che dei Windsor interessi o meno: la serie sarebbe magnifica anche se si trattasse di una serie di finzione. Ha una tale profondità nel mostrare (non raccontare, mostrare proprio) le persone e i loro rapporti che ha bisogno di poche parole. Ci sono tanti primi piani messi in mano ad attori (tutti quanti) che sono in grado di comunicare ogni cosa senza parlare, e la serie ne guadagna in eleganza.
Non di solo Colman è fatto il cast: se lei è la più brava di tutte (non dico nella serie, dico nel mondo) è vero anche che è stato fatto un lavoro di casting riuscitissimo. Ad eccezione della Bonham Carter, mi dispiace. Non me ne faccio una ragione che Margaret sia lei, non ha alcun senso, non la mando giù. A me la BC non piace proprio, la trovo sempre uguale a se stessa e che un personaggio tormentato come la sorella della regina sia uguale a Bellatrix Lestrange scusatemi ma non riesco a tollerarlo. A rubarci il fiato, però, è Derek Jacobi, nei panni del malato zio abdicatore, il Duca di Windsor. C'è una scena di un dialogo tra lui ed Elisabetta che è incredibile, lo zio è gravemente malato e Jacobi è di un bravo che non ci si crede.

In questa stagione troviamo anche un Filippo mai così umano e apprezzabile, proprio lui che nelle scorse stagioni si era fatto così detestare. A volte è difficile tenere a mente che quel personaggio lì è il memabilissimo duca di Edimburgo che conosciamo nella vita reale, perché questo Filippo, pur mantenendosi se stesso, è diventato più profondo, meno ossessionato dal suo ruolo di eterno secondo e più presente nella vita della moglie. Mi sono piaciuti tanto personaggio e interprete. Abbiamo anche il faro puntato su Charles, sulla sua vita e il suo ruolo che pian piano inizia a definirsi e acquisire importanza nella famiglia reale, non tanto per i suoi meriti personali, che come di consueto tra i Windsor non hanno alcuna importanza, anzi, ma solo per la figura che rappresenta. Charles è inquieto, frustrato, innamorato. Lui e soprattutto la sorella Anne portano una ventata di freschezza a questa stagione, la voglia di essere e fare niente di più di quello che ci si aspetta da due ragazzi della loro età.
Ma soprattutto, come sempre, il faro è puntato su di lei, Elisabetta, che in questa stagione si lascia andare a qualche momento di emotività in più, pur faticando a tirarli fuori. Si emoziona, piange, si lascia andare a dichiarazioni di affetto più ardite rispetto a quelle a cui ci aveva abituati. E poi ha la faccia della Colman, e prometto di non continuare a fare la fangirl, ma quella lì ha una faccia a cui basta un quarto di movimento per dire tutto, e quando si interpreta un personaggio che non può dire tutto quello che vorrebbe in ogni momento beh, è la scelta migliore che si potesse fare.

E adesso siamo qua, orfani dei Windsor, dei loro casini, dei loro sotterfugi, dei complotti politici e degli sguardi silenziosi. E prima di averne ancora dovremo aspettare che la piattaforma sforni altre 3 stagioni di roba come Tredici prima di avere la nostra meritatissima quarta stagione.
Mettiamoci comodi, sarà un'attesa lunga.


mercoledì 31 ottobre 2018

Halloween ad Hill House

12:25
Halloween è il Santo Patrono, qui nella Repubblica di Redrumia. 
Ero già pronta con il consueto elenco delle visioni consigliate, ma la slavina Hill House si è abbattuta su di noi oscurando tutto il resto, e quindi Halloween 2018 si passa dentro alla casa infestata più importante di sempre.
Domani, poi, è festa. Stanotte maratona della serie, luci spente, coperta a coprirvi il naso perché avrete una paura dell'accidenti. Domani mattina che è festa rilassati a letto con il libro, una tisana bollente e i pan di stelle e al pomeriggio maratona film. Non serve alzarsi da letto e divano, per le piaghe da decubito vi mando il mio amico farmacista. A posto, vi ho organizzato un paio di giorni. Non ringraziatemi.
Se invece aveste già visto e letto tutto, ci vediamo domani a Lucca, io sarò quella con una sciarpa immensa e comunque blu dal freddo.


No live organism can continue for long to exist sanely under conditions of absolute reality; even larks and katydids are supposed, by some, to dream. Hill House, not sane, stood by itself against its hills, holding darkness within; it had stood so for eighty years and might stand for eighty more. Within, walls continued upright, bricks met neatly, floors were firm, and doors were sensibly shut; silence lay steadily against the wood and stone of Hill House, and whatever walked there, walked alone

Hill House la conosciamo così, con uno degli incipit migliori della letteratura dell'orrore. Siamo nel 1959 e quello che Shirley Jackson ha pubblicato non diventa solo un successo: fa la storia. 
La trama non serve che la racconti: parla di una casa in cui accadono cose maledette, e davvero non serve sapere altro.
L'ambiente che la Jackson crea non ha bisogno di urla e sangue. Si accontenta di regalare un'atmosfera indimenticabile, un gioco terrificante tra paura e disturbi mentali, costruendo con il solo uso di un'abitazione fatiscente un'ambientazione che diventa parte dell'immaginario del lettore che se lo porta dietro per sempre, perché ogni casa infestata del mondo, poi, diventerà oggetto di paragone con Hill House.
E niente è all'altezza.

Se ne è accorto ben presto anche Robert Wise, che non è esattamente quello che chiamerei l'ultimo degli stronzi. Nel 1963 ne trae il primo film, Gli invasati. Riesce a fare la cosa più bella, quasi insperata: mantiene presente la componente del dubbio, così importante nel libro. Non era scontato, perché è ben più facile parlare di fantasmi e basta, ma la Jackson non è così semplice. Ci sono fantasmi reali e fantasmi della mente, del passato, della paura. E quelli lì non li scacci con un medium. Gli invasati è così fedele al romanzo perché non usa effettacci e lascia che sia la nostra mente a fare tutto. Ci lascia terrorizzare e preoccupare per Eleanor, esattamente come pochi anni prima aveva fatto la sua mamma letteraria. 
Negli anni non ha perso un briciolo di fascino.

Nel 1999 succede una barzelletta. Ci sono Owen Wilson, Liam Neeson e Catherine Zeta-Jones che entrano in una casa infestata.
Ci prova, ma non ci prova neanche fortissimo, Jan de Bont, a riportarci nella nostra casa preferita. 
Per farla breve: era meglio se non ci provava.
Noiosissimo, paura nemmeno per errore, prove attoriali scadenti e nemmeno un briciolo di attrattiva per la casa. Eppure pare un soggetto facile, la casa infestata: vecchie mura cadenti ma antiche quindi splendide, è già inquietante così. Non c'è oscurità, non c'è senso di imminente tragedia, non c'è nemmeno una piccola tensioncina qua e là giusto per ricordarci che dovremmo stare guardando un film dell'orrore.
Da inserire nella maratona giusto per quando dovete andare in bagno a fare la cacca e mangiare magari qualcosina dopo.

Quest anno è stata la volta della miracolosa serie Netflix, la cosa principale di cui volevo parlare in questo post. Mettetevi comodi, temo sarà lunga.
The Haunting of Hill House si allontana moltissimo dalla trama del romanzo. Restano intatti i nomi, i personaggi secondari e lei, la Casa. Poco altro, se non qualche frase messa al punto giusto per lasciare di noi solo un mucchietto di lacrime. Lo sapevamo che sarebbe stata magnifica, perché amiamo tutti Flanagan, e la scorsa volta la coppia Flanagan/Netflix ci aveva lasciati sconquassati per benino, ma chi poteva pensare che avremmo assistito ad una delle serie più belle di sempre? 
Questa volta nella casa ci vive una grande famiglia, che vuole rimetterla a nuovo per venderla e cercare di fare un buon affare. Nessuno esce indenne da Hill House, però. Nemmeno noi.
Si tratta di un racconto di sopravvivenza, di dolori atroci, di traumi e di gestione di tutte queste cose. Come una This is us gotica vediamo i protagonisti in due fasi delicatissime della loro vita, in ognuna delle quali è la perdita a segnare il passare del tempo. Continuare ad esistere portandosi appresso un enorme fardello di dolore non può essere privo di conseguenze, e noi queste conseguenze le vediamo tutte, le vediamo trasformare le vite di cinque personaggi che restano nel cuore dal primo momento. Il loro passato li ha portati alle loro scelte, li ha resi quello che sono. Quello che sono sono adulti frantumati che si tengono insieme per sopravvivenza base. Se gli occhialetti del piccolo Luke non bastassero a rapirvi il cuore, aspettate di vedere il grande Luke. Quello lì ti prende e ti fa l'anima a pezzettini, dal primo all'ultimo episodio. Le loro fragilità sono talmente esposte che si vorrebbe sempre proteggerli, allontanarli dalla casa o dal passato, o anche solo abbracciarli. Vederli piccoli è un colpo al cuore, crea con loro quel legame dato dal senso di protezione, e ci lega indissolubilmente alla serie. Sono bellissimi, profondi, reali. Il loro legame è complesso e mai per un istante viene data l'impressione di una ricercata perfezione. Eppure l'amore è presente e palpabile, e non si può fare a meno di sentirsene parte. L'amore non guida solo loro, ma è il filo conduttore di tutta la serie, che ne è permeata e che lo ritrae in tutta la sua candida semplicità. Amore fraterno, amore genitoriale, amore di coppia, di amici, di amanti passeggeri. Ed è tutto così tristemente dolcissimo, in Hill House, che i pianti che porta, perché li porta e anche spesso, sono reali. Non è solo commuoversi per una scena triste ma è riconsiderare il concetto stesso di amore, di legame, è guardare finalmente ai fantasmi come le splendide malinconiche creature di finzione che sono.
Il tutto, con scene sinceramente spaventose, con monologhi di grande impatto, e con un ultimo episodio magnifico da vedere, e rivedere, e rivedere ancora, per tornare a quelle atmosfere lì, che finiscono per mancare così tanto quando smettono di scorrere sullo schermo. 
The Haunting of Hill House è, semplicemente, il racconto di una vita. Le storie non sono forse sempre e solo questo? Ci vogliono persone molto molto brave a trasformare una cosa così comune in un'opera straordinaria, e abbiamo avuto la fortuna che questa volta a narrarcela fosse una persona dal talento grande. Una storia di esistenze in corso e di vite concluse, nella quale nessuna ha più valore dell'altra, nella quale chi c'è e il ricordo di chi non c'è più sono ugualmente presenti e importanti.  
Una serie di una delicatezza rara, che dà un valore nuovo all'orrore, portandolo ad una sfera intima, e umana, forse a livelli ai quali raramente era giunto prima. lì giù, nel cuore pulsante dello spettatore, che sarà sì estasiato da una tecnica sopraffina (sì, l'episodio sei è una bomba e non devo certo dirvelo io), ma che è graziato da un'emotività così raramente esposta in modo così tangibile. Detto semplicemente: non sembra un prodotto di finzione. Di certo finto non è il nostro coinvolgimento.
Non è da maratona goliardica con amici la notte di Halloween. Per una notte intensissima, però, con paura reale (attenzione a quando le sorelle sono in auto da sole, non è uno spoiler ma un avviso. Ci ho quasi perso la vita.), sentimenti fortissimi e scene indimenticabili, è tutto quello di cui avete bisogno.
Tutte le altre case infestate, da oggi in avanti, dovranno fare i conti con tutto questo.
Buona fortuna.



mercoledì 19 settembre 2018

Sulla mia pelle

20:01
Vuoi non farla l'intro smelensa?
Facciamola.
Mi sono appena trasferita, ma fino ad un mese fa abitavo vicino ad un micro parchetto del paese, classico e anche un po' banalotto luogo di ritrovo di ragazzini con la canna in bocca. Sono ragazzini che ho visto venire su, in un mondo in cui volente o nolente ci conosciamo tutti, li conosco per nome, so le facce delle loro famiglie. Li sentivo ridere e ascoltare la musica fino a notte fonda e spesso ho augurato loro scariche diarroiche debilitanti.
Io ho cambiato casa, ma loro sono ancora là, con le macchine con i finestrini abbassati, le morosine sulle canne della bicicletta e le lattine di birra sempre lasciate in giro.
Non è così scontato, pare.


Le leggo, quelle persone capaci di analisi profonde e utili. Le leggo e le ammiro.
Io no.
Io mi sento ribollire, mi sento come se mi si fosse rotto qualcosa dentro, mi si appiattisce il cervello e riesco solo a pensare 'Ma come?'. Niente parolacce, niente insulti, niente. Solo 'Come?'.
E se esiste un lato di me che ancora per tutelarsi da una realtà così tremenda nega o si distrae (ho dovuto vuotare la lavastoviglie mentre vedevo il film, e preparare la cena, per riuscire a vederlo), l'altro grida internamente che niente di tutto ciò è comprensibile.
E allora, con tutti i diritti, vi chiederete cosa lo scrivo a fare, un post in cui le parole mi scappano via, che non farà altro che unirsi al coro di voci che vi dicono che il film va visto, che Borghi è bravo - bravissimo, eccezionale - e Cremonini pure, che la storia la racconta in modo equilibrato e che spero abbia il riconoscimento che merita.
Ma non ce la faccio a considerare il film, non si può andare oltre, quando si vedono le foto delle anteprime e si vede Ilaria abbracciare i partecipanti, ci si può provare ma non si può.
In tutta questa faccenda io non faccio che pensare a lei, Ilaria.
Ho un fratello più piccolo che ci ha dato qualche pensiero nel corso degli anni, ma che è tutta la vita che ho. E guardo quel donnino piccolo piccolo che ha dovuto fare da parte il suo dolore per combattere per il suo, di fratello, e ogni volta finisco in lacrime che arrivano da posti in profondità e che è difficile far passare con un fazzoletto. Le asciughi, le ricacci indietro, ma sono sempre lì.

A volte mentre facevo trasloco mi sono sentita sola. Parenti e amici tutti impegnati o lontani, mi sono ritrovata tante ore qua da sola in una casa vuota. A volte presa da stanchezza e pensieri ho pianto un po'. Come può essersi sentito un ragazzo morente, per una settimana, senza nemmeno sapere che i suoi cari fuori stavano pensando a lui? Ci penso in ogni momento. Ci penso ogni volta che ho davanti la faccia di Stefano o dei suoi, allontanati da lui. E allontanati, ora e per sempre, dalla speranza di una vita normale. Io spero che ci pensino tutti, ogni persona che in quei giorni di Stefano ha visto la faccia. Spero non la dimentichino mai, spero compaia nelle loro notti insonni, che gli occhi pestati di 'solo un povero tossico' siano ricordo cristallino di quello che non si è stati. Persone.
E se esiste ancora un briciolo, una puntina da qualche parte sepolta nell'anima di chi da questa storia è così toccato, non possiamo che sperare che qualcuno dei coinvolti, oggi, sia cambiato. Che una violenza nata per chissà quale motivo sia diventata, viste le conclusioni, anche lo stimolo per cambiare.
Se non mi sforzo di pensarlo non sopravvivo, in un mondo di persone che quella violenza qui la legittimano.

Pensavo che avrei pianto dal primo momento, dalla prima scena in cui ci si accorge che di Stefano non è rimasto nulla se non un corpo spaccato. E invece no, mi sono inflitta la tortura di guardare tutto senza il filtro delle mie lacrime, senza distrarre la mia mente pensando a dettagli della vita reale mia e di chi mi circonda, senza far entrare nulla d'altro.
Ed è entrato tutto.
Era davvero meglio se dormivi dai tuoi, Ste.

mercoledì 11 luglio 2018

#CiaoNetflix: Hannah Gadsby: Nanette

11:00
Cose che so sulla stand up comedy: zero.
Cose che so sulle lesbiche, lato dell'omosessualità di cui non si parla mai: zero.
E quindi, su consiglio di Cimdrp (che vi consiglio come sempre di cercare su Youtube se siete interessati al tema della parità), oggi ho guardato Nanette, uno spettacolo di stand up di Hannah Gadsby. (Cose che sapevo su Hannah Gadsby: zero.)
Ed è stato eccezionale.


Ci sono tanti modi per parlare di temi fondamentali come la parità, il patriarcato, l'omofobia.
Hannah ne sceglie uno che spiazza e lascia senza fiato: l'onestà.

Dopo una prima parte in cui prende se stessa, il suo background, le sue origini e fa tutto a pezzi piccoli piccoli ridendone e lanciandone i coriandoli per aria (facendo sinceramente divertire, evitando il cringe furioso che causano a me a volte i comedian), con una sterzata che ha colpito dritta dritta in un mio punto debole (l'autodemolizione) si è cambiata aria.
Addio alle battute sul coming out con la nonna e addio al racconto della chiusura mentale e legale della Tasmania degli anni '90.
Non si scherza più.
Quella che sembrava essere un'oretta di risate tranquille è diventata un ritratto ferocemente sincero sulle donne, sul loro ruolo nella storia dell'arte, sulla loro condizione odierna e sul ruolo ancora più complicato delle donne omosessuali, donne a metà.
Se già le donne contano metà dell'essere umano maschio, le lesbiche ancora la metà.
Un quarto di umano.
Senza paura di essere troppo provocatoria - amanti di Picasso siete avvertiti, non ci va giù leggera - l'elenco di cose che Hannah dice è spaventosamente reale. Il tono della commedia è cambiato, e non c'è proprio niente da ridere.
Sembra spesso trattenere le lacrime, ma proprio come chi non ha tempo per lamentarsi ma ha un messaggio fondamentale da lanciare, non piange mai. Sputa fuori aneddoti dolorosissimi, e verità che tutti conosciamo e sulle quali ci siamo spesso accomodati, per paura di combattere.
Ma lei no, lei non ha paura di parlare di violenza, di malattia mentale, di rapporti fratturati, di maschi privilegiati impauriti da chi questi privilegi sembra volerli far vacillare.
Quando parla traspare chiaro - anche se ha dovuto specificarlo, che la gente è scema e non capisce niente a parte quello che vuole - che il suo non è odio verso gli uomini. La capisco bene, io sono nata nella privilegiata sfera dell'eterosessualità. Ed è proprio perché esistono uomini splendidi, rispettosi e intelligenti che quelli che non lo sono vanno combattuti più forte. Proprio perché storicamente li abbiamo costruiti più potenti, più importanti, perché gli abbiamo concesso di fare di noi quello che credevano, oggi qualcuno va aiutato più di altri a capire cosa è giusto. Da quella società qui ci siamo nati tutti, ma qualcuno fa più fatica a scollarsene.
Spettacoli come quello di Hannah Gadsby vanno proiettati nelle piazze, vanno imparati a memoria, vanno inseriti nei programmi scolastici.
Fanno un male cane, ma sono talmente grandi che il loro tema principale è solo uno dei mille a cui certe frasi possono essere applicate.
In Italia, nel 2018, uno spettacolo così è una ventata d'aria fresca.
E siccome questa ventata d'aria fresca fa un male del demonio, pensate a che schifo di opinione ho dell'Italia del 2018.
Vi lascio così, con una frase di Hannah che mi tatuerei, che vorrei affissa nelle classi al posto del crocifisso, di fianco a Sergione Mattarellone, per ricordarci che possiamo essere migliori di quello che stiamo dimostrando in queste settimane.

The only people who lose their humanity are those who believe they have the right to render another human being powerless.

lunedì 11 giugno 2018

Sense8: Amor vincit omnia

21:44
Ho aspettato qualche giorno a guardare l'episodio finale di Sense8 perché sapevo che, una volta visto, l'avrei finito davvero, e per sempre. Non ero pronta, e non lo sono manco ora, a salutare i Sensate, ma l'episodio alla fine l'ho guardato.
Ed è stato, naturalmente, magnifico.


SPOILERS!

Faccio fatica a stare sui social, ultimamente. Ci sto lo stesso, ma sempre arrabbiata.
Con l'attuale governo chiunque era dotato di pensieri sporchi, intolleranti e deviati si sente ancora più legittimato ad esternarli, questi pensieri, con ancora più imbecille convinzione.
In questo panorama desolante e imbruttito, Sense8 si conferma un faro. Uno splendido faro alto, generoso di luce e chiarezza, in un cielo oscurato da chi vuole, con la sua cieca rabbia, far passare per sbagliato chi conserva la sua umanità.

Sarebbe troppo facile dire che è così perché ci sono i ghei e le lelle che fanno il sesso brutto contronatura.
Eh no, mica si ferma lì.
In questo finale dolcissimo la serie più bella della storia del mondo continua ad insegnarci il valore dell'individualità. Ogni personaggio ha un ruolo fondamentale nella risoluzione del 'caso', e se anche uno solo di loro fosse stato un briciolo diverso da quello che è, nessuno si sarebbe salvato.
Se Kala non fosse stata indecisa tra due uomini loro non avrebbero collaborato per salvarla. Se Hernando non fosse stato insegnante d'arte non avrebbero avuto il loro cavallo di Troia. Se Capheus non fosse stato un pilota esperto e soprattutto un'artista dei pullman colorati, col cavolo che avrebbero avuto il furgone della polizia. E ancora Lito, con le sue doti attoriali, Riley e le sue conoscenze giuste, Dani e il passato burrascoso, Will e Nomi con le loro competenze.
Ma soprattutto, se Sun non fosse il Personaggio Migliore di Sempre non avremmo avuto le spettacolari scene di botte da orbi che ci hanno accompagnato dal primo episodio.

Ognuno di noi conta, ognuno di noi ha un valore preciso.
A volte facciamo fatica a vederlo, o a tirarlo fuori, e ci sembra di essere inutili. Eppure c'è, o ci sarà prima o poi, un momento in cui la nostra unicità sarà importante. Potrà essere un momento, un bisogno, o una persona, a tirarlo fuori, ma ci sarà. E forse riconosceremo se quel valore lo abbiamo noi, allora devono averlo tutti. Magari non tutti salveremo cucciolini che annegano, o ribalteremo un politico inadeguato (ma che qualcuno lo faccia, ve lo chiedo per favore), o inventeremo un portentoso medicinale contro il ciclo mestruale doloroso. Magari aiuteremo solo una vecchina con una borsa, o avremo una buona idea, o una parola giusta al momento giusto, ma ce l'avremo, quel momento lì.
Riconoscere che gli altri hanno la nostra stessa importanza non è solo un segno di bontà e apertura verso il prossimo.
Dovrebbe essere la norma.
Con la riappacificazione tra Nomi e la madre ci mostra che a volte basta davvero una piccola spinta per uscire da quella zona di comfort dietro la quale ci nascondiamo quando chiudiamo fuori gli altri. Con questo non intendo dire che dobbiate tutti fare uso di droghe leggere (cosa che evidentemente non volete altrimenti avreste votato diversamente) (adesso potrei aver finito col governo) per uscire dai vostri limiti, per l'amor del cielo. Cioè se volete ok, ma non è dovuto.
La sola cosa che è dovuta è il rispetto, l'apertura, l'abbraccio verso ciò che non capiamo ma che esiste a prescindere dalla nostra comprensione.
Sense8 è questo, un enorme abbraccio globale che include colori, profumi, baci, fuochi d'artificio, passione strepitante, risate di cuore e un amore immenso, verso la vita, l'universo e tutto quanto. Per davvero.

Salutare personaggi di finzione che ci hanno donato così tanto è un colpo al cuore atroce. I Sensate sono una famiglia incredibile da cui non si vorrebbe uscire mai, sono sempre, e questo finale non fa altro che confermarlo, un vortice di emozioni quasi tangibili da cui bisogna essere strappati a forza per tornare alla vita reale. Li lascio avendoli visti diventare uno dopo l'altro persone migliori grazie alla presenza del cluster. I criminali sono diventati uomini di cuore immenso, che hanno abbandonato alle loro spalle la virilità forzata. Le donne algide e glaciali si sono aperte al più tenero dei sentimenti. Le donne timide e pie hanno scoperto lati di sè inesplorati. I giovani e poveri autisti di bus si sono lanciati in politica per il bene del loro popolo.
Avrebbero avuto ancora moltissimo da dirci e lo avrebbero fatto nel modo straordinario a cui ci hanno abituati, e questo non fa che rendere peggiore il saluto.
Ma quella scena finale lì, che ci riporta alla forza del loro legame, ad un gigantesco abbraccio che prende tutto il mondo, è il finale migliore che potessimo sperare.

This is the morning of our love,
This is the dawning of our love.

venerdì 19 gennaio 2018

Consapevolezza alimentare: i documentari su Netflix

13:59
Da anni nella lista dei miei buoni propositi c'è il dimagrimento.
Quest anno mi sono decisa a smettere. Non perché all'improvviso mi sia caduta dal cielo una improvvisa sicurezza in me tale da farmi accettare per come sono, ma mi sono semplicemente stancata di rincorrere una cosa e di non raggiungerla mai.
Per colpa mia, beninteso.
Ho deciso di prendere la questione 'prendermi cura di me' in un altro modo, ovvero informandomi. Questo non significa che da oggi sono vegana, nè vegetariana, ma ci sto pensando su, e ci sto lavorando. Capitemi, sono mezza mantovana, qui pane e salame li passa la mutua. È un percorso difficile, per tutti.
Non troverete mai qui una vegan-nazi per il semplice fatto che di quello che mangiano gli altri francamente mi frega meno di niente. Di quello che mangio io, però, da oggi mi frega un po' di più.



WHAT THE HEALTH

Ho iniziato con il più chiacchierato di tutti.
Ad oggi è ancora quello che preferisco, perché What the health è strutturato in un modo che ho molto apprezzato. È un documentario che spinge verso uno stile alimentare plant-based, ovviamente, quindi l'obiettivo è chiaro fin dai primi minuti, ma come ci si arriva è molto interessante. Si parla solo ed esclusivamente di salute. Non si parla di etica, di scelte, di possibilità: essere vegani è la scelta migliore principalmente per la nostra salute, punto e basta. Si portano studi, ricerche, esempi, tutti volti a mostrare come i principali beneficiari di questo stile di vita siano gli uomini stessi, più che gli animali risparmiati.
Si usano paragoni estremi spesso tipici di chi fa del veganesimo quasi una fede, ma se si sceglie di prendere le cose con le giuste pinze, è davvero un'ottima motivazione per iniziare un percorso di consapevolezza maggiore. Spinge ad altra informazione, ad approfondire, a provare.
Con me, personalmente, ha funzionato.

(qui un link per chi invece sia scettico e voglia un punto di vista diverso, in una critica al documentario fatta da time.com)

COWSPIRACY

Cowspiracy è un punto di vista completamente diverso.
Non vi frega nulla di mangiare esseri viventi?
Non vi frega nulla di morire male perché, per citare mio fratello, tanto muoio comunque?
Proviamo con l'ambiente.
Non credo che chi è strafottente cambi atteggiamento quando si parla di un tema piuttosto che di un altro, ma tanto vale chiarire che mangiare al McDonald's tre volte a settimana fa male anche all'ambiente.
Gli allevamenti intensivi sono una delle cose più inquinanti al mondo. Ci fanno una testa tanta chiedendoci di spegnere l'acqua quando ci insaponiamo in doccia (e questa è giusta ma è una violenza, diciamocelo), per non raccontarci che le salsiccie che mangiamo fanno danni ancora maggiori.
Nessun benaltrismo, bisogna fare tutto quanto è in nostro potere per non peggiorare una situazione già gravemente compromessa, ma è altrettanto giusto sapere tutto.
Cowspiracy ci prova, senza risparmiarsi niente. Non arriva ai livelli di Earthlings, ma quando si sposta dal tema principale, cioè l'ambiente, a quello inevitabile animalista, lo fa senza mezze misure.

LIVE AND LET LIVE

Questo documentario mi ha fatto un po' arrabbiare. Solo un po', perché ho iniziato meditazione e ho giurato di provare ad arrabbiarmi meno.
Si incontrano vegani di vario genere: attivisti, medici, sportivi, scrittori, nutrizionisti, biologi...
Ognuno di loro parla del veganesimo, delle sue motivazioni, dei suoi stimoli e della sua lotta contro i maltrattamenti animali.
Non fraintendetemi: continuo a pensare che sia tutto molto nobile. Ho solo molto, ma molto, poco apprezzato il tono generale del documentario. Credo solo che se si vuole avvicinare qualcuno ad un percorso così complesso come quello del cambio totale di alimentazione, usare toni quasi drastici non solo non avvicini nessuno alla causa ma anzi, la allontani.
Sentirmi dire che mangiare gli animali è inaccettabile è un modo basso e ingiusto di puntare sull'inevitabile senso di colpa che chi guarda certi documentari già prova. Altrimenti mi sarei fatta un toast al prosciutto e avrei acceso altro, su Netflix. Se sono qui è per avvicinarmi a questo mondo, sentire che siamo tutti miserabili assassini (più per tono che per effettive parole pronunciate) mi ha solo innervosita. Non è un tono utilizzato da tutti gli intervistati, è solo un'atmosfera (se così si può dire) diffusa per tutto il documentario, e mi ha scocciata.


SCELTE ALIMENTARI

Di tutti, questo è l'unico che consiglia di rivolgersi ad un medico prima di fare qualsiasi cambio di dieta. Mi sembra non solo saggio, ma una grave mancanza degli altri.
Scelte alimentari non si distingue poi molto da What the health, se avete poco tempo potete guardarne solo uno poi fare le vostre valutazioni. È comunque un altro documentario pro-veg che si pone in modo cordiale ma convinto. Con me sono questi i toni che funzionano.

EARTHLINGS

Questo l'ho lasciato volutamente per ultimo.
Earthlings è su Youtube, l'unico tra quelli di cui parliamo oggi che non è su Netflix, ma non mi sento di consigliarvelo a cuor leggero. Me ne avevano parlato e sapevo si sarebbe trattato di una visione estrema, ma non pensavo mi avrebbe colpita così.
Parliamoci molto chiaro: lo sappiamo tutti cosa succede nei macelli. Mangiamo la carne e il prosciutto e qualcuno il maiale di quella fetta di crudo lo ha fatto fuori. Lo sappiamo, lo accettiamo e lo mangiamo. Non ce ne frega niente. Magari se vediamo la fotina carina del maialino sorridiamo e pensiamo che poverino diventerà una braciola, ma finisce lì. Se bastasse parlare della sofferenza animale per indurre tutti ad una dieta vegana o almeno vegetariana non ci sarebbe nemmeno bisogno di parlarne: lo saremmo tutti e basta.
Ma non basta, perché la carne la mangiamo.
Quindi?
Quindi si prende una camera, si va nei macelli e si mostrano le cose. Si mostrano tutte, si sentono tutte. 
Io ve lo dico: avevo sottovalutato la questione etica. Se fino a questo punto i documentari mi avevano intrigato molto da un egoistico punto di vista della mia salute, da Earthlings non si esce indenni. È una visione estrema e dolorosissima, ma forse se siete in dubbio non serve altro.
So che parlando di Live and let live avevo detto che puntare sul senso di colpa è, per me, il modo sbagliato di affrontare un certo tema. Lo confermo, ma qua mica sono gli umani a sgridarti. Qua gli umani scelgono di mostrarti la verità e di non censurare proprio niente. Io ti faccio vedere, poi tu decidi.
È stata una delle cose più dure che ho visto in tempi recenti.

Il mio viaggio è solo all'inizio.
Ci sono migliaia di altri documentari, libri, articoli, saggi sul tema che aspettano solo di essere trovati da me. È stato interessante vedere le mie reazioni prima, durante e dopo le visioni. Ne sono uscita provata, impensierita e preoccupata. Immediatamente dopo le visioni ero anche determinatissima a cambiare vita.
Sono passate alcune ore, poi, ed è arrivata ora di cena. Quando mi sono trovata a dover pensare a cosa cucinarmi mi è scesa la morte nel cuore. Sono stata brava, ho solo aggiunto un po' di grana ai miei pancake agli spinaci, ma è stato sufficiente per capire che nessun documentario, nessuna consapevolezza renderà il percorso più facile.
Lo renderanno solo più informato, ed è già un grande punto di partenza.

mercoledì 20 dicembre 2017

Broadchurch - stagione 3

14:37
Quando è successo lo scandalo Weinstein mi ero ripromessa di tacere. Il milione di opinioni che stavano spuntando in ogni dove mi dava un gran mal di testa. Avevo deciso che non potevo farmi il fegato in pezzi per colpa di chi non capisce e di chi fa della propria non comprensione un vanto.
Incredibilmente, ho taciuto davvero.
Anche quando persone insospettabili postavano immagini ridicole, anche quando perdevo la stima per qualcuno per colpa di questa storia sporca.
Oggi, però, l'argomento della violenza lo tiriamo fuori parlando della terza stagione di una delle serie che più mi aveva toccato: Broadchurch. Questa, almeno, è finta.


Tennant aka la testa più piccina della Gran Bretagna e anche di tutto il Commonwealth
Se nelle prime due stagioni il tema era l'omicidio di un bambino, la terza racconta di uno stupro e delle indagini che seguono. Trish, una donna di 49 anni, è stata violentata alla festa di compleanno della sua migliore amica e ha denunciato l'evento qualche giorno dopo. Il caso viene assegnato alla coppia Miller - Hardy.

Ormai lo sapete, il femminismo è un lato fondamentale di quello che sono e di quello in cui credo. È un tema a cui sono sensibile, sul quale non accetto humor ed è anche uno dei pochi argomenti per cui litigo. Passo sopra a tante cose, per non rompere l'anima, su questo mai.
Mi sono approcciata alla terza stagione con cautela perché so che con Broadchurch le emozioni sono spesso devastanti, e questi otto episodi non sono stati da meno. Se l'omicidio di un bambino è un argomento facile, passatemi il termine, con uno stupro si toccano terreni ben meno lisci. Intendo che lo scalpore, l'orrore e il dolore che si provano per il primo caso sono naturali, e colpiscono chiunque, indistintamente. Se resti indifferente ad un bambino morto hai qualcosa che non va, ed era facile colpire una gigantesca fetta di pubblico.
Lo stupro è molto, molto, molto meno scontato, e in questo la serie conferma la sua intelligenza fine. Non è così ovvio che le reazioni ad una violenza sia unanimi.
In questo sta uno dei punti di forza della stagione. Quello che ho appena detto, sulle reazioni alla violenza, non fa che essere confermato dalla serie. Vediamo se riesco a spiegarmi meglio.

Prima ottima idea: la vittima della violenza non è una strafigona di diciotto anni. È una donna di mezza età, non convenzionalmente attaente. Una donna normalissima, quasi banalotta. Le viene anche fatto notare, con una delicatezza inimitabile, che pare strano sia stata violentata proprio lei, con tutte le donne che c'erano. Eppure, pensa un po', vittime lo possiamo essere tutte. Tutte e tuttI, senza distinzione di età, aspetto, vestiario. La violenza non fa selezione, non ha gusti precisi. Avviene e basta, e non c'è alcuna differenza tra un episodio e l'altro.
Una volta avvenuta la violenza, poi, arriva il peggio: il dopo. La reazione delle persone, le ferite che devono guarire, le indagini, le domande inopportune, l'assenza delle persone care e l'eccessiva presenza di chi invece non si vorrebbe vedere. Iniziano le chiacchiere, le supposizioni, le visite di cortesia. C'è molta cura verso la vittima, in questa serie, che non è solo la poverina violentata ma che è una persona che con grande dignità (niente affatto dovuta) cerca di rialzarsi. È quello che accade intorno a lei che fa schifo. Poliziotti stessi pronti a non crederle solo perché la denuncia non è avvenuta immediatamente dopo la violenza, per esempio. Poliziotti donna pronti a metterla in dubbio. Ricorda qualcosa? Perché io ci ho pensato. Ho pensato a come sarei dopo una violenza. Conoscendomi, sarei incazzata come una vipera. E se invece fossi spaccata in due da un dolore sconosciuto? Se la mia lucidità fosse annebbiata? Se la mia volontà fosse sciolta in un mare di caos acido che non saprei in grado di gestire? E chi ci pensa ad andare dalla polizia? Dovrei rialzarmi, ritirarmi su i pantaloni, togliermi la terra di dosso e andare in caserma? Io non riesco a crederci. È tutto talmente reale che mi sono infilata le unghie nelle mani a forza di stringerle.

C'è stato il 'Beh? È solo sesso, lo aveva già fatto prima!', per esempio. Questo non lo commentiamo, perché siete abbastanza intelligenti da non richiedere un commento a questo. C'è stata la molestia verso la poliziotta, c'è stato l'odio tra donne, c'è stato lo stalking, non è mancata la vigliaccheria, la spavalderia di uomini che credono il sesso sia loro dovuto, gli insulti, le ferite.
C'è l'analisi a 360° di un reato tremendo e di quello che gli gira intorno. Ci sono uomini viscidi e ripugnanti, ragazzotti che meriterebbero sberle in faccia date con la paletta per ammazzare le mosche e poi ci sono gli Hardy. Uomini come Alec che guardano inorriditi alla realtà che li circonda e provano a comprendere, inutilmente.
Di fronte a tante serie in cui i detective erano utili solo a risolvere il caso, Broadchurch spicca per la sua capacità di mostrare come, mantenendo un'indiscutibile professionalità, nemmeno i migliori tra i detective possono restare indifferenti. I casi li colpiscono e spesso le indagini si muovono proprio insieme alle emozioni di chi le sta conducendo. Tennant e Olivia Colman sono stati eccezionali, come attori e come personaggi, colpiti tanto quanto noi dalla realtà terrificante che stava emergendo.
Una realtà fatta di uomini violenti e incapaci di comprendere quanto le donne siano esseri senzienti dotati di una propria volontà, di uomini incapaci di arrendersi ad una relazione finita, di ragazzini irrispettosi del corpo altrui e di donne incapaci di reale solidarietà, quella che non è fatta di pietà ma solo di reale e profonda compassione.
Insieme a loro, persone semplicemente buone, disposte all'aiuto e all'ascolto, in grado di condividere un dolore e di mettersi al servizio degli altri. No, non parlo solo del prete.

Una stagione per me anche superiori alle prime due, strazianti. Reale in un modo quasi doloroso e scritta divinamente, ha fatto la fine che solo le cose così incredibilmente belle fanno.
È finita.

mercoledì 13 dicembre 2017

The Crown 2

15:29
Correva l'anno 2016.
Tutto il web è esploso per Stranger Things, il fenomeno di Netflix.
Sbagliando?
No, perché Stranger Things è bellissimo e la seconda stagione lo è stata ancora di più.
Questo successo intergalattico, però, ha fatto anche una cosa brutta: ha messo nell'ombra The Crown. 
La serie in questione è una splendida ricostruzione del regno di Elisabetta II, beniamina mia e del mio migliore amico, a partire dalla morte di suo padre, re Giorgio VI fino ad oggi. Il piano è di dedicare un decennio ad ogni stagione.
Ho appena finito il chiusone sulla seconda stagione e confermo: smettetela di sottovalutare The Crown che è superba.


Premetto prima che mi lanciate i sassi che ho una conoscenza veramente limtata della famiglia Windsor e solo alcuni ricordi della storia inglese dai tempi della scuola. Questo per dire che qua si giudica la serie per quello che è: un prodotto di finzione ispirato ad una storia vera. Ma che prodotto d'intrattenimento resta. Ho sentito gente sollevare polveroni inutili su dettagli quali i sottoposti che danno le spalle alla Regina, e ho desiderato solo per un momento l'estinzione della specie.

Questo perché la serie è davvero un incanto. La ricostruzione dei luoghi, degli abiti, dei gioielli ha dell'incredibile. È un sogno ad occhi aperti, con una cura per i dettagli che fa impallidire. I castelli, le residenze, perfino le scene all'aperto sono sensazionali. Elisabetta inginocchiata a tagliare le rose non perde un briciolo di autorità, nemmeno al confronto con l'Elisabetta in tenuta ufficiale con tutto l'armamentario brillante messo in bella vista.

Ah, Elisabetta.
Se la Regina è davvero come è ritratta io vorrei abbracciarla. È una creatura di ghiaccio, in questa stagione molto più che nella prima. Se l'anno scorso l'abbiamo vista imparare il nuovo ruolo strada facendo, in questa stagione non c'è più bisogno di alcun aiuto. Elisabetta è una donna adulta e molto, molto più forte di quanto chiunque avrebbe creduto. È competente e presentissima, circondata delle persone giuste e in grado di gestire ogni situazione. Ha trovato il proprio spazio non solo nel suo Regno ma nel mondo intero, guadagnadosi amore e rispetto.
Ma è nella sfera privata che Elisabetta tira fuori i lati più interessanti. Se nella prima stagione era stata la parte storica ad attrarmi di più, qui gira tutto intorno alla sfera personale. Non che la storia manchi, solo che a me è interessata meno. La relazione tra Elizabeth e Philip è instabile e problematica, e ce ne vengono mostrati anche gli aspetti più dolorosi. Ad onore del vero, sembra che questi ultimi siano molti di più rispetto ai momenti felici, che sono ritratti poco ma molto dolcemente.
Philip, lo ricordiamo, è interpretato da Matt Smith che, ricordiamo anche questo, è destinatario di un amore cieco e appassionatissimo da parte della sottoscritta. Il suo personaggio è atroce, dalla prima stagione si cova nei suoi confronti un risentimento che trascende la parete della finzione. Eppure ogni tanto ci si sofferma su uno sguardo, su una mano che si passa preoccupata tra i capelli, su una battuta, su un sorriso, e ci si ricrede un po'. Forse forse questo matrimonio complesso turba anche lui e non solo per il suo incessante senso di inferiorità. Forse forse in mezzo a battutine evitabili ed un altrettanto evitabilissimo flirtare con ogni creatura femminile che respiri c'è una persona sinceramente affezionata ad Elizabeth. Non credo lo sapremo mai. La parte fragile di me ama pensare che in lui ci sia affetto sincerissimo e solo un'incapacità di gestirlo quasi leggendaria, se fossi un briciolo più pessimista direi che l'amore qua ce lo sogniamo e abbiamo solo due persone che hanno imparato a convivere.
Dall'altro lato, l'Elizabeth della serie prova un amore enorme che traspare in ogni gesto e in ogni scelta, soprattutto in quelle più discutibili. Io, poi, che sono così fumantina, la guardavo incredula. Silenziosa, con occhi che parlavano di un dolore enorme (che brava Claire Foy, che bravissima) e una bocca invece silenziosissima. Mesi di pensieri trattenuti solo per essere tirati fuori con calma frustrante solo all'occasione giusta, foto conservate, dubbi coltivati. Il tutto nel silenzio e nel candore di una conversazione mantenuta forse un pochino fredda ma pressoché identica. Io sarei esplosa, perché manifesto il dolore nel modo più rumoroso possibile, mentre lei non ha versato una lacrima una in tutta la stagione. Io, che la guardavo, fiotti di lacrime furiose e addolorate, lei rigida come una statua di pietra. Il suo sguardo ha spesso bucato lo schermo, però, ed è stato sufficiente.
La posa, la camminata, le braccia delicatamente appoggiate alla borsa, tutto in Claire Foy è stato eccezionale.
Pare la cambieremo nella prossima stagione, e sarà per me molto triste.
Se se ne va pure Matt Smith io tentennerò. La guarderò comunque, ma tentennerò. E con questa minaccia pericolosissima so che Netflix mi ascolterà.

Insieme a regina e principe consorte, però, ci sono anche gli altri membri della famiglia.
Una su tutti Margareth.
Che bene che le voglio, povera creatura.
Folle, fumantina (ricorda qualcuno?), selvaggia, innamorata dell'amore e anche di qualche uomo, ha sofferto come un cane e non ha esitato a comunicarlo ripetutamente a tutto il mondo. Viziata, troppo sicura di sè, a volte detestabile, è stata semplicemente, per la seconda volta, la mia preferita.

Che splendore The Crown.
Giuro, sono seria quando dico che non è solo per Matt Smith.

venerdì 1 dicembre 2017

Alias Grace

16:45
Volevo lasciar passare qualche giorno tra la mega chiusa che ho fatto ieri pomeriggio e il post su Alias Grace, la nuova serie Netflix tratta dal romanzo di Margaret Atwood. Principalmente perché mi servirà ancora qualche giorno per digerirla del tutto e poi perché è il quarto post in quattro giorni, e io faccio o troppo o niente.
Per stavolta vada per il troppo, la Atwood si merita questo e altro.



La Grace del titolo è una donna irlandese, emigrata in Canada da ragazzina, che deve scontare una pena in carcere per omicidio. Il dottor Jordan viene assunto per farle una valutazione psichiatrica, in modo da poter tramutare la sua pena in una diagnosi di isteria, in modo da farla scarcerare. Inizia così una serie di incontri in cui Grace si racconta al medico, dal momento del suo arrivo in Canada fino al giorno degli omicidi di cui è accusata.

Più di una cosa scritta da Margaret Atwood all'anno è autolesionismo. Se The Handmaid's Tale mi aveva lasciata ad un ameba informe di sofferenze, qua non siamo caduti tanto lontano. La narrazione è intima ed emotiva e il percorso di vita di una donna dell'800 è tutto tranne che delizioso intrattenimento. Mettiamoci il carico da mille, però: rendiamola un narratore inaffidabile.
La deliziosa Grace, che dai flashback appare creatura mite e pudica, ignara della malizia del mondo e profonda credente, a noi che la sentiamo parlare non appare proprio così. La comprendiamo corrotta dal manicomio prima e dal carcere dopo, e tanti cari saluti alla ragazzina che si prendeva cura dei suoi fratelli come se fossero figli suoi. La Grace che parla con il dottore è misurata e furba, sa quello che il dottor Jordan vuole sentirsi dire e perché, sa come dirlo e quando dirlo, e quando la situazione si fa più intrigante ecco sopraggiungere la sua lieve stanchezza, che le impedisce di proseguire. È scaltra e anche un'ottima attrice, con i suoi grandi occhioni celesti spalancati sul dottore che ormai ha l'ormone ballerino e se la figura in romantiche immagini sognanti.
Qual è la vera Grace? Quella che noi vorremmo fosse, l'innocente anima candida sporcata da una vita infelice o una donna crudele, indurita dalla vita e colpevole di un omicidio tremendo? L'ultimo episodio, da pelle d'oca e anche un filino di pauricchia di quella che si sente nelle viscere, dà risposte e allo stesso non ne dà, aprendosi ad almeno un paio di interpretazioni.

Le sue protagoniste hanno amiche che inevitabilmente ci spezzeranno il cuore. Laddove la Bledel che urla sul furgone ancora me la sogno la notte, è Mary che questa volta mi ha annientata. Mary la frizzante, Mary folle e libera, leggera come l'aria. La sua fine è stata un incubo. Dolorosissima, attualissima.
Le donne della Atwood non sono mai imbecilli. Magari sono ingenue, con uno sguardo infantile sul mondo, magari sono troppo fiduciose. Neanche tutte, in realtà. Ma ad un certo punto si svegliano, e non sono più cazzi per nessuno. Soprattutto per un motivo: sono spesso e volentieri complici. Non generalizziamo, ci sono le donnacce tremende che le vorresti fare fuori a pedate (ciao Anna Paquin, lo sai che parlo di te e anche a prescindere dalla parte) esattamente come nella vita reale. Ma non è un caso che i personaggi migliori siano quelli che fanno squadra. Le ragazze si consigliano, si mettono in guardia, si aiutano, si adorano. Fanno squadra e quando ci riescono diventano imbattibili.
Prendete esempio.

Se però non potete fare a meno di ammazzare una persona, tranquille: ci pensa Cronenberg a tirarvi fuori di galera.


sabato 21 ottobre 2017

Mindhunter

20:58
Sto malissimo in sti giorni. Vado a lavorare la mattina, all'una sono a casa e passo il resto del pomeriggio febbricitante e pronta a scrivere le mie ultime volontà dal letto in cui ormai ho lasciato la forma.
Netflix ha capito. Spiandomi dalla webcam del mio pc come tutti i veri e grandi poteri forti ha captato la mia necessità: un binge watching serratissimo.
Ha voluto però anche punire la mia pigrizia, infliggendomi una serie da scombussolamento cerebrale.
Parliamo di Mindhunter.


L'agente Ford lavora per l'FBI. Si occupa di gestire gli uomini che prendono ostaggi e rischiano stragi, quindi è solito avere a che fare con un lato più psicologico che con le armi, ma desidera fare di più, allargare le sue conoscenze, ampliare il suo ambito di competenza. In particolare, è affascinato dalle menti dei grandi criminali, quelli celebri, colpevoli di omicidi plurimi efferatissimi. Il suo interesse e la sua lingua lunga porteranno quello che era solo un esperimento condotto di nascosto da lui e il suo partner a diventare un ramo innovativo del Bureau.

Messa così potremmo confonderla con un procedural qualsiasi. Netflix, invece, si diverte tantissimo a prendere le cose e renderle il meno ovvie possibile. Mindhunter non è solo il racconto della risoluzione di alcuni casi. È la storia di una rivoluzione.

Siamo nel 77. Le parolacce sono sconvolgenti fonti di scandalo, l'apparenza nei confronti della propria comunità era fondamentale, e soprattutto, i criminali erano pezzenti sacchi di merda da umiliare e punire, fine della storia.
40 anni dopo (QUARANTA): le persone vengono squalificate dal Grande Fratello perché bestemmiano (in uno stato che dovrebbe essere laico), dell'apparenza non voglio nemmeno iniziare a parlare, e per quanto riguarda i criminali vi invito a fare un giro tra i commenti su fb ad ogni link condiviso da La Repubblica.
Lo vedete, vero, cosa fa Netflix? Ci prende tutti quanti per i fondelli, e fa di un bene che non riesco neanche a dirlo.

In questo momento in cui ancora urliamo alla giustizia privata, agli squadrismi, alla tortura, una serie come Mindhunter è fondamentale. Riporta all'attenzione il fatto che ogni persona, anche una che commetta atti terrificanti, abbia bisogno prima di tutto di comprensione. Senza quella abbiamo perso ogni scopo.
Non sono pazza, quando sento di certi crimini il mio primo istinto è sempre una rabbia cieca. Stasera la tv mi ha quasi fatto sputare sangue. Però prima di uscire per la strada e massacrare di mazzate chiunque rubi una mela al mercato, mi fermo a pensare. E Ford applica questo concetto, che dovrebbe essere basilare, a fenomeni ben più ampi della mia povera mela del mercato. Affronta assassini e stupratori con calmissima lucidità, quasi dimentico del reato di fronte alla sua spiccata curiosità per quello che al reato sta dietro.
La mente.
In mezzo a colleghi che vedono la risoluzione del caso come una realizzazione personale, lui vede oltre e deve combattere contro i mulini a vento per impedire che l'efferatezza di quello che viene sollevato oscuri l'altezza del suo ideale. Chissà se questa frase è comprensibile. Il punto è che tutti gli altri coinvolti, nella serie, non vedono l'ora di sbattere il mostro in cella. Non che a lui questo non importi, tutt'altro, ma non si può fermare lì. Una mente in grado di rapire e uccidere molte donne deve avere qualcosa che vale la pena comprendere. Chi comprende può affrontare, chi si limita al giudizio finisce per non risolvere nemmeno il caso.
Entrare nel vivo di menti così deviate, però, non può essere senza conseguenze. Le vite di tutti i coinvolti non possono scorrere come se fosse la normalità. Questo aspetto, in Mindhunter, arriva con un moto lentissimo ma costante, ed è doloroso. Non si può toccare il male senza sporcarsi.

Mindhunter mi è sembrata coraggiosissima nel tirare in ballo criminali ancora in vita, riportando in discussione i loro terrificanti omicidi e spiattellandoli sulla piattaforma più vista del mondo, come se niente fosse. Il rispetto per le vittime, però, considerato che alcuni familiari potrebbero essere ancora in vita, non è mai mancato. Sembrava facilissimo commettere un passo falso.

Un lavoro consì intenso e importante ci arriva con una confezione deliziosa. Questi anni 70 sono pieni di colori grigi e abiti da uomo mai della misura perfetta, sigarette continue e cabine del telefono, grandissime scritte bianche riempischermo e una colonna sonora strepitosa.
Tiè, siccome è sabato sera e non tutti starete in casa come me, una canzone che vi carichi per la serata:



sabato 29 luglio 2017

#CiaoNetflix: Fino all'osso

08:50
Oh Netflix guarda, c'è un argomento spinoso!
Benissimo, che dite, ne facciamo un film?
Com'è come non è, Netflix butta fuori una storia sull'anoressia, completa di disclaimer per le
immagini forti e tutto il resto. Decido di guardarla.



Lily Collins è Ellen, una ventenne che soffre di anoressia da tempo. Nessuna terapia tradizionale sembra funzionare con lei, quindi Susan, la seconda moglie del padre, contatta il dottot Beckham, un medico che della tradizione se ne è sempre fregato.

Partiamo subito col renderci antipatiche e dire che a me sti personaggi che vogliono fare i diversi, gli speciali, quelli che capiscono veramente i cciovani, stanno tendenzialmente sulle balle. Non venitemi neanche a parlare de L'attimo fuggente perché mi viene un prurito fastidioso. I carismatici, di solito con posizioni di 'potere' tipo medico, o insegnante per restare a Robin Williams, ed è bene che siano di ispirazione. Parola chiave, l'ispirazione. Questi personaggi che vogliono a tutti i costi essere particolari, imprevedibili, che tendenzialmente ad un certo punto del film si ritrovano a strillare in mezzo alla strada, o in classe, o in un museo, a fare cose assurde come salire sui tavoli o portare della gente sotto una specie di cascata artificiale o quello che è. Il mio non vuole nemmeno essere un elogio della normalità, nella vita reale mi piacciono le persone che non hanno paura di essere diverse, è proprio nei film che mi fanno venire il latte alle ginocchia.
Keanu Reeves, in questi film, è l'EMBLEMA di questo tipo di personaggi che detesto. Come si cura quella voce nella testa che ti dice che mangiare farà cascare il mondo?
Ma la si manda a fanculo, chiaramente.
È proprio una scena del film. Lui che dice ai ragazzi di dire 'fuck you' alla loro malattia.
Ma perché anni di studi? Ricerca, gente ammassata nei laboratori e sui libri a farsi un culo quadro a studiare medicina, quando la soluzione era dire una brutta parola cattiva alla malattia? Che spreco di denaro pubblico, mi verrebbe da dire.
Mi rendo conto che quando ho questo atteggiamento risulto poco simpatica, e me ne dispiaccio, ma ogni volta che vedevo la faccia di Reeves speravo di sentirlo blastato da Roberto Burioni.

Ciò detto, il film ha anche dei pregi interessanti. Non cerca una causa alla malattia. Ci si prova, per un po', a dire che la famiglia disastrata può aver contribuito a creare in Ellen un disagio, ma si molla presto la presa sulle cause per pensare alle soluzioni, ed è un atteggiamento che a me piace parecchio. Nessuno meglio di Lily Collins sa che l'anoressia, come quasi tutte le malattie, è l'emblema della democrazia: che tu venga da una famiglia perfetta o che tu venga dall'inferno in terra, ti puoi ammalare. La Collins e la sua Ellen vengono da realtà ben differenti, eppure eccole lì, malate entrambe.
In generale, però, ho trovato il tutto un po' troppo addolcito. Sì, Ellen è magra in modo impressionante, ma le storie degli altri ragazzi residenti nella casa del dottor Beckham sono solo accennate per lasciare spazio all'inevitabile storiella d'amore che un po' mi ha innervosito. Sarebbe stato interessante vedere come una stessa malattia colpisce persone diverse in modi diversi, sarebbe stato forse anche utile vedere una persona fare un percorso positivo.

Netflix, tu hai i soldi e le idee, un mondo di possibilità. A volte va benissimo, a volte meno, e va bene così. Ti voglio bene lo stesso.

lunedì 17 luglio 2017

XX

13:42
Le emozioni più genuine sono quelle scaturite da piccoli dettagli colti in giro per l'esistenza. È lunedì, il giorno del post dell'orrore, e avevo deciso di guardare quell'XX che stava nella mia lista Netflix da un po'.
Lo accendo, parte il primo corto (che è poi il mio preferito), la famiglia accende la tv, il film che guardano è La notte dei morti viventi. Per cinque secondi mi sono sentita presa in giro. Ma come, karma? Proprio oggi? Proprio oggi che piangiamo George Romero?
Poi ho pensato che invece è proprio così che voglio vederlo ricordato. Omaggiato, citato, mostrato negli horror di oggi che a lui devono così tanto. Diamo spazio ai giovani (e alle giovani), ma continuiamo con i nostri altari dedicati a chi ci ha reso quello che siamo.



XX è un progetto antologico composto da 4 cortometraggi horror girati da altrettante registe donne. Donne sono anche le protagoniste, ritratte sempre in mezzo agli affetti più cari. Ci sono famiglie, amici, figli, vicini di casa. Eppure, alla fine, le protagoniste si trovano sempre sole a gestire le tragedie che accadono loro.

The Box

Nel primo corto, che come vi dicevo è il mio preferito, una madre è in metro con i due figli. Il più piccolo si mette a fare due chiacchiere con l'uomo seduto accanto, che porta una grossa scatola rossa. Il bambino chiede di vederne il contenuto e, una volta accontentato, qualcosa accade. Il bambino smette di mangiare, rifiuta il cibo con calma fermezza. Nessuno sa cosa abbia visto, fino a che il bambino non ne parla con la sorella.
A me queste cose senza risposta, che non hanno bisogno di coccolare lo spettatore, a volte innervosiscono a volte piacciono. In questo caso mi è piaciuto perché, diciamocelo: nessuna risposta avrebbe saziato. King in Danse macabre parla molto bene di quanto sia giusto mostrare per non deludere le aspettative (dato che la nostra mente va sempre al peggio possibile) e secondo me Jovanka Vuckovic ci riesce benissimo.
C'è anche da dire che come io leggo il nome di Jack Ketchum mi chiudo a riccio e parto con paura preventiva, ma tant'è.

The Birthday Party

Altro episodio bellissimo. È il compleanno di Lucy e la sua mamma Mary ha organizzato per lei una festa incredibile. Niente può rovinare la festa della bambina, nemmeno l'improvvisa morte del padre.
Anche stavolta, una donna si trova a dover gestire un grosso problema familiare. Mary ha l'aggravante del dover salvare la facciata. La sua ansia materna è quasi tenera se non fosse folle e sconsiderata. L'episodio, girato da quella che credo essere la morosa di Kristen Stewart, è brillante e grottesco, mi ha colpita molto.

Don't fall

Potevano mancare gli amici in vacanza? No, infatti.
Ecco quindi quattro ragazzi in esplorazione di una zona montuosa, con tanto di panorama mozzafiato e pitture rupestri. Chiaramente non finisce bene, ma nemmeno il corto, visto che a me è sembrato insipido e facilmente dimenticabile.

Her Only Living Son

Ah, questo stupendo. Cora e il figlio diciottenne Andy hanno un rapporto travagliato. Andy la preoccupa molto, e non accetta aiuto.
Il corto della regista di Jennifer's body e del ben migliore The Invitation è dolce e intenso, con un finale straziante.

Riconosco di non essere oggettiva a causa del mio amore per gli antologici, ma insomma, questo è bellino. Se dovete scegliere un modo indiretto per salutare George, eccovelo.

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