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mercoledì 19 settembre 2018

Sulla mia pelle

20:01
Vuoi non farla l'intro smelensa?
Facciamola.
Mi sono appena trasferita, ma fino ad un mese fa abitavo vicino ad un micro parchetto del paese, classico e anche un po' banalotto luogo di ritrovo di ragazzini con la canna in bocca. Sono ragazzini che ho visto venire su, in un mondo in cui volente o nolente ci conosciamo tutti, li conosco per nome, so le facce delle loro famiglie. Li sentivo ridere e ascoltare la musica fino a notte fonda e spesso ho augurato loro scariche diarroiche debilitanti.
Io ho cambiato casa, ma loro sono ancora là, con le macchine con i finestrini abbassati, le morosine sulle canne della bicicletta e le lattine di birra sempre lasciate in giro.
Non è così scontato, pare.


Le leggo, quelle persone capaci di analisi profonde e utili. Le leggo e le ammiro.
Io no.
Io mi sento ribollire, mi sento come se mi si fosse rotto qualcosa dentro, mi si appiattisce il cervello e riesco solo a pensare 'Ma come?'. Niente parolacce, niente insulti, niente. Solo 'Come?'.
E se esiste un lato di me che ancora per tutelarsi da una realtà così tremenda nega o si distrae (ho dovuto vuotare la lavastoviglie mentre vedevo il film, e preparare la cena, per riuscire a vederlo), l'altro grida internamente che niente di tutto ciò è comprensibile.
E allora, con tutti i diritti, vi chiederete cosa lo scrivo a fare, un post in cui le parole mi scappano via, che non farà altro che unirsi al coro di voci che vi dicono che il film va visto, che Borghi è bravo - bravissimo, eccezionale - e Cremonini pure, che la storia la racconta in modo equilibrato e che spero abbia il riconoscimento che merita.
Ma non ce la faccio a considerare il film, non si può andare oltre, quando si vedono le foto delle anteprime e si vede Ilaria abbracciare i partecipanti, ci si può provare ma non si può.
In tutta questa faccenda io non faccio che pensare a lei, Ilaria.
Ho un fratello più piccolo che ci ha dato qualche pensiero nel corso degli anni, ma che è tutta la vita che ho. E guardo quel donnino piccolo piccolo che ha dovuto fare da parte il suo dolore per combattere per il suo, di fratello, e ogni volta finisco in lacrime che arrivano da posti in profondità e che è difficile far passare con un fazzoletto. Le asciughi, le ricacci indietro, ma sono sempre lì.

A volte mentre facevo trasloco mi sono sentita sola. Parenti e amici tutti impegnati o lontani, mi sono ritrovata tante ore qua da sola in una casa vuota. A volte presa da stanchezza e pensieri ho pianto un po'. Come può essersi sentito un ragazzo morente, per una settimana, senza nemmeno sapere che i suoi cari fuori stavano pensando a lui? Ci penso in ogni momento. Ci penso ogni volta che ho davanti la faccia di Stefano o dei suoi, allontanati da lui. E allontanati, ora e per sempre, dalla speranza di una vita normale. Io spero che ci pensino tutti, ogni persona che in quei giorni di Stefano ha visto la faccia. Spero non la dimentichino mai, spero compaia nelle loro notti insonni, che gli occhi pestati di 'solo un povero tossico' siano ricordo cristallino di quello che non si è stati. Persone.
E se esiste ancora un briciolo, una puntina da qualche parte sepolta nell'anima di chi da questa storia è così toccato, non possiamo che sperare che qualcuno dei coinvolti, oggi, sia cambiato. Che una violenza nata per chissà quale motivo sia diventata, viste le conclusioni, anche lo stimolo per cambiare.
Se non mi sforzo di pensarlo non sopravvivo, in un mondo di persone che quella violenza qui la legittimano.

Pensavo che avrei pianto dal primo momento, dalla prima scena in cui ci si accorge che di Stefano non è rimasto nulla se non un corpo spaccato. E invece no, mi sono inflitta la tortura di guardare tutto senza il filtro delle mie lacrime, senza distrarre la mia mente pensando a dettagli della vita reale mia e di chi mi circonda, senza far entrare nulla d'altro.
Ed è entrato tutto.
Era davvero meglio se dormivi dai tuoi, Ste.

mercoledì 11 luglio 2018

#CiaoNetflix: Hannah Gadsby: Nanette

11:00
Cose che so sulla stand up comedy: zero.
Cose che so sulle lesbiche, lato dell'omosessualità di cui non si parla mai: zero.
E quindi, su consiglio di Cimdrp (che vi consiglio come sempre di cercare su Youtube se siete interessati al tema della parità), oggi ho guardato Nanette, uno spettacolo di stand up di Hannah Gadsby. (Cose che sapevo su Hannah Gadsby: zero.)
Ed è stato eccezionale.


Ci sono tanti modi per parlare di temi fondamentali come la parità, il patriarcato, l'omofobia.
Hannah ne sceglie uno che spiazza e lascia senza fiato: l'onestà.

Dopo una prima parte in cui prende se stessa, il suo background, le sue origini e fa tutto a pezzi piccoli piccoli ridendone e lanciandone i coriandoli per aria (facendo sinceramente divertire, evitando il cringe furioso che causano a me a volte i comedian), con una sterzata che ha colpito dritta dritta in un mio punto debole (l'autodemolizione) si è cambiata aria.
Addio alle battute sul coming out con la nonna e addio al racconto della chiusura mentale e legale della Tasmania degli anni '90.
Non si scherza più.
Quella che sembrava essere un'oretta di risate tranquille è diventata un ritratto ferocemente sincero sulle donne, sul loro ruolo nella storia dell'arte, sulla loro condizione odierna e sul ruolo ancora più complicato delle donne omosessuali, donne a metà.
Se già le donne contano metà dell'essere umano maschio, le lesbiche ancora la metà.
Un quarto di umano.
Senza paura di essere troppo provocatoria - amanti di Picasso siete avvertiti, non ci va giù leggera - l'elenco di cose che Hannah dice è spaventosamente reale. Il tono della commedia è cambiato, e non c'è proprio niente da ridere.
Sembra spesso trattenere le lacrime, ma proprio come chi non ha tempo per lamentarsi ma ha un messaggio fondamentale da lanciare, non piange mai. Sputa fuori aneddoti dolorosissimi, e verità che tutti conosciamo e sulle quali ci siamo spesso accomodati, per paura di combattere.
Ma lei no, lei non ha paura di parlare di violenza, di malattia mentale, di rapporti fratturati, di maschi privilegiati impauriti da chi questi privilegi sembra volerli far vacillare.
Quando parla traspare chiaro - anche se ha dovuto specificarlo, che la gente è scema e non capisce niente a parte quello che vuole - che il suo non è odio verso gli uomini. La capisco bene, io sono nata nella privilegiata sfera dell'eterosessualità. Ed è proprio perché esistono uomini splendidi, rispettosi e intelligenti che quelli che non lo sono vanno combattuti più forte. Proprio perché storicamente li abbiamo costruiti più potenti, più importanti, perché gli abbiamo concesso di fare di noi quello che credevano, oggi qualcuno va aiutato più di altri a capire cosa è giusto. Da quella società qui ci siamo nati tutti, ma qualcuno fa più fatica a scollarsene.
Spettacoli come quello di Hannah Gadsby vanno proiettati nelle piazze, vanno imparati a memoria, vanno inseriti nei programmi scolastici.
Fanno un male cane, ma sono talmente grandi che il loro tema principale è solo uno dei mille a cui certe frasi possono essere applicate.
In Italia, nel 2018, uno spettacolo così è una ventata d'aria fresca.
E siccome questa ventata d'aria fresca fa un male del demonio, pensate a che schifo di opinione ho dell'Italia del 2018.
Vi lascio così, con una frase di Hannah che mi tatuerei, che vorrei affissa nelle classi al posto del crocifisso, di fianco a Sergione Mattarellone, per ricordarci che possiamo essere migliori di quello che stiamo dimostrando in queste settimane.

The only people who lose their humanity are those who believe they have the right to render another human being powerless.

lunedì 11 giugno 2018

Sense8: Amor vincit omnia

21:44
Ho aspettato qualche giorno a guardare l'episodio finale di Sense8 perché sapevo che, una volta visto, l'avrei finito davvero, e per sempre. Non ero pronta, e non lo sono manco ora, a salutare i Sensate, ma l'episodio alla fine l'ho guardato.
Ed è stato, naturalmente, magnifico.


SPOILERS!

Faccio fatica a stare sui social, ultimamente. Ci sto lo stesso, ma sempre arrabbiata.
Con l'attuale governo chiunque era dotato di pensieri sporchi, intolleranti e deviati si sente ancora più legittimato ad esternarli, questi pensieri, con ancora più imbecille convinzione.
In questo panorama desolante e imbruttito, Sense8 si conferma un faro. Uno splendido faro alto, generoso di luce e chiarezza, in un cielo oscurato da chi vuole, con la sua cieca rabbia, far passare per sbagliato chi conserva la sua umanità.

Sarebbe troppo facile dire che è così perché ci sono i ghei e le lelle che fanno il sesso brutto contronatura.
Eh no, mica si ferma lì.
In questo finale dolcissimo la serie più bella della storia del mondo continua ad insegnarci il valore dell'individualità. Ogni personaggio ha un ruolo fondamentale nella risoluzione del 'caso', e se anche uno solo di loro fosse stato un briciolo diverso da quello che è, nessuno si sarebbe salvato.
Se Kala non fosse stata indecisa tra due uomini loro non avrebbero collaborato per salvarla. Se Hernando non fosse stato insegnante d'arte non avrebbero avuto il loro cavallo di Troia. Se Capheus non fosse stato un pilota esperto e soprattutto un'artista dei pullman colorati, col cavolo che avrebbero avuto il furgone della polizia. E ancora Lito, con le sue doti attoriali, Riley e le sue conoscenze giuste, Dani e il passato burrascoso, Will e Nomi con le loro competenze.
Ma soprattutto, se Sun non fosse il Personaggio Migliore di Sempre non avremmo avuto le spettacolari scene di botte da orbi che ci hanno accompagnato dal primo episodio.

Ognuno di noi conta, ognuno di noi ha un valore preciso.
A volte facciamo fatica a vederlo, o a tirarlo fuori, e ci sembra di essere inutili. Eppure c'è, o ci sarà prima o poi, un momento in cui la nostra unicità sarà importante. Potrà essere un momento, un bisogno, o una persona, a tirarlo fuori, ma ci sarà. E forse riconosceremo se quel valore lo abbiamo noi, allora devono averlo tutti. Magari non tutti salveremo cucciolini che annegano, o ribalteremo un politico inadeguato (ma che qualcuno lo faccia, ve lo chiedo per favore), o inventeremo un portentoso medicinale contro il ciclo mestruale doloroso. Magari aiuteremo solo una vecchina con una borsa, o avremo una buona idea, o una parola giusta al momento giusto, ma ce l'avremo, quel momento lì.
Riconoscere che gli altri hanno la nostra stessa importanza non è solo un segno di bontà e apertura verso il prossimo.
Dovrebbe essere la norma.
Con la riappacificazione tra Nomi e la madre ci mostra che a volte basta davvero una piccola spinta per uscire da quella zona di comfort dietro la quale ci nascondiamo quando chiudiamo fuori gli altri. Con questo non intendo dire che dobbiate tutti fare uso di droghe leggere (cosa che evidentemente non volete altrimenti avreste votato diversamente) (adesso potrei aver finito col governo) per uscire dai vostri limiti, per l'amor del cielo. Cioè se volete ok, ma non è dovuto.
La sola cosa che è dovuta è il rispetto, l'apertura, l'abbraccio verso ciò che non capiamo ma che esiste a prescindere dalla nostra comprensione.
Sense8 è questo, un enorme abbraccio globale che include colori, profumi, baci, fuochi d'artificio, passione strepitante, risate di cuore e un amore immenso, verso la vita, l'universo e tutto quanto. Per davvero.

Salutare personaggi di finzione che ci hanno donato così tanto è un colpo al cuore atroce. I Sensate sono una famiglia incredibile da cui non si vorrebbe uscire mai, sono sempre, e questo finale non fa altro che confermarlo, un vortice di emozioni quasi tangibili da cui bisogna essere strappati a forza per tornare alla vita reale. Li lascio avendoli visti diventare uno dopo l'altro persone migliori grazie alla presenza del cluster. I criminali sono diventati uomini di cuore immenso, che hanno abbandonato alle loro spalle la virilità forzata. Le donne algide e glaciali si sono aperte al più tenero dei sentimenti. Le donne timide e pie hanno scoperto lati di sè inesplorati. I giovani e poveri autisti di bus si sono lanciati in politica per il bene del loro popolo.
Avrebbero avuto ancora moltissimo da dirci e lo avrebbero fatto nel modo straordinario a cui ci hanno abituati, e questo non fa che rendere peggiore il saluto.
Ma quella scena finale lì, che ci riporta alla forza del loro legame, ad un gigantesco abbraccio che prende tutto il mondo, è il finale migliore che potessimo sperare.

This is the morning of our love,
This is the dawning of our love.

venerdì 19 gennaio 2018

Consapevolezza alimentare: i documentari su Netflix

13:59
Da anni nella lista dei miei buoni propositi c'è il dimagrimento.
Quest anno mi sono decisa a smettere. Non perché all'improvviso mi sia caduta dal cielo una improvvisa sicurezza in me tale da farmi accettare per come sono, ma mi sono semplicemente stancata di rincorrere una cosa e di non raggiungerla mai.
Per colpa mia, beninteso.
Ho deciso di prendere la questione 'prendermi cura di me' in un altro modo, ovvero informandomi. Questo non significa che da oggi sono vegana, nè vegetariana, ma ci sto pensando su, e ci sto lavorando. Capitemi, sono mezza mantovana, qui pane e salame li passa la mutua. È un percorso difficile, per tutti.
Non troverete mai qui una vegan-nazi per il semplice fatto che di quello che mangiano gli altri francamente mi frega meno di niente. Di quello che mangio io, però, da oggi mi frega un po' di più.



WHAT THE HEALTH

Ho iniziato con il più chiacchierato di tutti.
Ad oggi è ancora quello che preferisco, perché What the health è strutturato in un modo che ho molto apprezzato. È un documentario che spinge verso uno stile alimentare plant-based, ovviamente, quindi l'obiettivo è chiaro fin dai primi minuti, ma come ci si arriva è molto interessante. Si parla solo ed esclusivamente di salute. Non si parla di etica, di scelte, di possibilità: essere vegani è la scelta migliore principalmente per la nostra salute, punto e basta. Si portano studi, ricerche, esempi, tutti volti a mostrare come i principali beneficiari di questo stile di vita siano gli uomini stessi, più che gli animali risparmiati.
Si usano paragoni estremi spesso tipici di chi fa del veganesimo quasi una fede, ma se si sceglie di prendere le cose con le giuste pinze, è davvero un'ottima motivazione per iniziare un percorso di consapevolezza maggiore. Spinge ad altra informazione, ad approfondire, a provare.
Con me, personalmente, ha funzionato.

(qui un link per chi invece sia scettico e voglia un punto di vista diverso, in una critica al documentario fatta da time.com)

COWSPIRACY

Cowspiracy è un punto di vista completamente diverso.
Non vi frega nulla di mangiare esseri viventi?
Non vi frega nulla di morire male perché, per citare mio fratello, tanto muoio comunque?
Proviamo con l'ambiente.
Non credo che chi è strafottente cambi atteggiamento quando si parla di un tema piuttosto che di un altro, ma tanto vale chiarire che mangiare al McDonald's tre volte a settimana fa male anche all'ambiente.
Gli allevamenti intensivi sono una delle cose più inquinanti al mondo. Ci fanno una testa tanta chiedendoci di spegnere l'acqua quando ci insaponiamo in doccia (e questa è giusta ma è una violenza, diciamocelo), per non raccontarci che le salsiccie che mangiamo fanno danni ancora maggiori.
Nessun benaltrismo, bisogna fare tutto quanto è in nostro potere per non peggiorare una situazione già gravemente compromessa, ma è altrettanto giusto sapere tutto.
Cowspiracy ci prova, senza risparmiarsi niente. Non arriva ai livelli di Earthlings, ma quando si sposta dal tema principale, cioè l'ambiente, a quello inevitabile animalista, lo fa senza mezze misure.

LIVE AND LET LIVE

Questo documentario mi ha fatto un po' arrabbiare. Solo un po', perché ho iniziato meditazione e ho giurato di provare ad arrabbiarmi meno.
Si incontrano vegani di vario genere: attivisti, medici, sportivi, scrittori, nutrizionisti, biologi...
Ognuno di loro parla del veganesimo, delle sue motivazioni, dei suoi stimoli e della sua lotta contro i maltrattamenti animali.
Non fraintendetemi: continuo a pensare che sia tutto molto nobile. Ho solo molto, ma molto, poco apprezzato il tono generale del documentario. Credo solo che se si vuole avvicinare qualcuno ad un percorso così complesso come quello del cambio totale di alimentazione, usare toni quasi drastici non solo non avvicini nessuno alla causa ma anzi, la allontani.
Sentirmi dire che mangiare gli animali è inaccettabile è un modo basso e ingiusto di puntare sull'inevitabile senso di colpa che chi guarda certi documentari già prova. Altrimenti mi sarei fatta un toast al prosciutto e avrei acceso altro, su Netflix. Se sono qui è per avvicinarmi a questo mondo, sentire che siamo tutti miserabili assassini (più per tono che per effettive parole pronunciate) mi ha solo innervosita. Non è un tono utilizzato da tutti gli intervistati, è solo un'atmosfera (se così si può dire) diffusa per tutto il documentario, e mi ha scocciata.


SCELTE ALIMENTARI

Di tutti, questo è l'unico che consiglia di rivolgersi ad un medico prima di fare qualsiasi cambio di dieta. Mi sembra non solo saggio, ma una grave mancanza degli altri.
Scelte alimentari non si distingue poi molto da What the health, se avete poco tempo potete guardarne solo uno poi fare le vostre valutazioni. È comunque un altro documentario pro-veg che si pone in modo cordiale ma convinto. Con me sono questi i toni che funzionano.

EARTHLINGS

Questo l'ho lasciato volutamente per ultimo.
Earthlings è su Youtube, l'unico tra quelli di cui parliamo oggi che non è su Netflix, ma non mi sento di consigliarvelo a cuor leggero. Me ne avevano parlato e sapevo si sarebbe trattato di una visione estrema, ma non pensavo mi avrebbe colpita così.
Parliamoci molto chiaro: lo sappiamo tutti cosa succede nei macelli. Mangiamo la carne e il prosciutto e qualcuno il maiale di quella fetta di crudo lo ha fatto fuori. Lo sappiamo, lo accettiamo e lo mangiamo. Non ce ne frega niente. Magari se vediamo la fotina carina del maialino sorridiamo e pensiamo che poverino diventerà una braciola, ma finisce lì. Se bastasse parlare della sofferenza animale per indurre tutti ad una dieta vegana o almeno vegetariana non ci sarebbe nemmeno bisogno di parlarne: lo saremmo tutti e basta.
Ma non basta, perché la carne la mangiamo.
Quindi?
Quindi si prende una camera, si va nei macelli e si mostrano le cose. Si mostrano tutte, si sentono tutte. 
Io ve lo dico: avevo sottovalutato la questione etica. Se fino a questo punto i documentari mi avevano intrigato molto da un egoistico punto di vista della mia salute, da Earthlings non si esce indenni. È una visione estrema e dolorosissima, ma forse se siete in dubbio non serve altro.
So che parlando di Live and let live avevo detto che puntare sul senso di colpa è, per me, il modo sbagliato di affrontare un certo tema. Lo confermo, ma qua mica sono gli umani a sgridarti. Qua gli umani scelgono di mostrarti la verità e di non censurare proprio niente. Io ti faccio vedere, poi tu decidi.
È stata una delle cose più dure che ho visto in tempi recenti.

Il mio viaggio è solo all'inizio.
Ci sono migliaia di altri documentari, libri, articoli, saggi sul tema che aspettano solo di essere trovati da me. È stato interessante vedere le mie reazioni prima, durante e dopo le visioni. Ne sono uscita provata, impensierita e preoccupata. Immediatamente dopo le visioni ero anche determinatissima a cambiare vita.
Sono passate alcune ore, poi, ed è arrivata ora di cena. Quando mi sono trovata a dover pensare a cosa cucinarmi mi è scesa la morte nel cuore. Sono stata brava, ho solo aggiunto un po' di grana ai miei pancake agli spinaci, ma è stato sufficiente per capire che nessun documentario, nessuna consapevolezza renderà il percorso più facile.
Lo renderanno solo più informato, ed è già un grande punto di partenza.

mercoledì 20 dicembre 2017

Broadchurch - stagione 3

14:37
Quando è successo lo scandalo Weinstein mi ero ripromessa di tacere. Il milione di opinioni che stavano spuntando in ogni dove mi dava un gran mal di testa. Avevo deciso che non potevo farmi il fegato in pezzi per colpa di chi non capisce e di chi fa della propria non comprensione un vanto.
Incredibilmente, ho taciuto davvero.
Anche quando persone insospettabili postavano immagini ridicole, anche quando perdevo la stima per qualcuno per colpa di questa storia sporca.
Oggi, però, l'argomento della violenza lo tiriamo fuori parlando della terza stagione di una delle serie che più mi aveva toccato: Broadchurch. Questa, almeno, è finta.


Tennant aka la testa più piccina della Gran Bretagna e anche di tutto il Commonwealth
Se nelle prime due stagioni il tema era l'omicidio di un bambino, la terza racconta di uno stupro e delle indagini che seguono. Trish, una donna di 49 anni, è stata violentata alla festa di compleanno della sua migliore amica e ha denunciato l'evento qualche giorno dopo. Il caso viene assegnato alla coppia Miller - Hardy.

Ormai lo sapete, il femminismo è un lato fondamentale di quello che sono e di quello in cui credo. È un tema a cui sono sensibile, sul quale non accetto humor ed è anche uno dei pochi argomenti per cui litigo. Passo sopra a tante cose, per non rompere l'anima, su questo mai.
Mi sono approcciata alla terza stagione con cautela perché so che con Broadchurch le emozioni sono spesso devastanti, e questi otto episodi non sono stati da meno. Se l'omicidio di un bambino è un argomento facile, passatemi il termine, con uno stupro si toccano terreni ben meno lisci. Intendo che lo scalpore, l'orrore e il dolore che si provano per il primo caso sono naturali, e colpiscono chiunque, indistintamente. Se resti indifferente ad un bambino morto hai qualcosa che non va, ed era facile colpire una gigantesca fetta di pubblico.
Lo stupro è molto, molto, molto meno scontato, e in questo la serie conferma la sua intelligenza fine. Non è così ovvio che le reazioni ad una violenza sia unanimi.
In questo sta uno dei punti di forza della stagione. Quello che ho appena detto, sulle reazioni alla violenza, non fa che essere confermato dalla serie. Vediamo se riesco a spiegarmi meglio.

Prima ottima idea: la vittima della violenza non è una strafigona di diciotto anni. È una donna di mezza età, non convenzionalmente attaente. Una donna normalissima, quasi banalotta. Le viene anche fatto notare, con una delicatezza inimitabile, che pare strano sia stata violentata proprio lei, con tutte le donne che c'erano. Eppure, pensa un po', vittime lo possiamo essere tutte. Tutte e tuttI, senza distinzione di età, aspetto, vestiario. La violenza non fa selezione, non ha gusti precisi. Avviene e basta, e non c'è alcuna differenza tra un episodio e l'altro.
Una volta avvenuta la violenza, poi, arriva il peggio: il dopo. La reazione delle persone, le ferite che devono guarire, le indagini, le domande inopportune, l'assenza delle persone care e l'eccessiva presenza di chi invece non si vorrebbe vedere. Iniziano le chiacchiere, le supposizioni, le visite di cortesia. C'è molta cura verso la vittima, in questa serie, che non è solo la poverina violentata ma che è una persona che con grande dignità (niente affatto dovuta) cerca di rialzarsi. È quello che accade intorno a lei che fa schifo. Poliziotti stessi pronti a non crederle solo perché la denuncia non è avvenuta immediatamente dopo la violenza, per esempio. Poliziotti donna pronti a metterla in dubbio. Ricorda qualcosa? Perché io ci ho pensato. Ho pensato a come sarei dopo una violenza. Conoscendomi, sarei incazzata come una vipera. E se invece fossi spaccata in due da un dolore sconosciuto? Se la mia lucidità fosse annebbiata? Se la mia volontà fosse sciolta in un mare di caos acido che non saprei in grado di gestire? E chi ci pensa ad andare dalla polizia? Dovrei rialzarmi, ritirarmi su i pantaloni, togliermi la terra di dosso e andare in caserma? Io non riesco a crederci. È tutto talmente reale che mi sono infilata le unghie nelle mani a forza di stringerle.

C'è stato il 'Beh? È solo sesso, lo aveva già fatto prima!', per esempio. Questo non lo commentiamo, perché siete abbastanza intelligenti da non richiedere un commento a questo. C'è stata la molestia verso la poliziotta, c'è stato l'odio tra donne, c'è stato lo stalking, non è mancata la vigliaccheria, la spavalderia di uomini che credono il sesso sia loro dovuto, gli insulti, le ferite.
C'è l'analisi a 360° di un reato tremendo e di quello che gli gira intorno. Ci sono uomini viscidi e ripugnanti, ragazzotti che meriterebbero sberle in faccia date con la paletta per ammazzare le mosche e poi ci sono gli Hardy. Uomini come Alec che guardano inorriditi alla realtà che li circonda e provano a comprendere, inutilmente.
Di fronte a tante serie in cui i detective erano utili solo a risolvere il caso, Broadchurch spicca per la sua capacità di mostrare come, mantenendo un'indiscutibile professionalità, nemmeno i migliori tra i detective possono restare indifferenti. I casi li colpiscono e spesso le indagini si muovono proprio insieme alle emozioni di chi le sta conducendo. Tennant e Olivia Colman sono stati eccezionali, come attori e come personaggi, colpiti tanto quanto noi dalla realtà terrificante che stava emergendo.
Una realtà fatta di uomini violenti e incapaci di comprendere quanto le donne siano esseri senzienti dotati di una propria volontà, di uomini incapaci di arrendersi ad una relazione finita, di ragazzini irrispettosi del corpo altrui e di donne incapaci di reale solidarietà, quella che non è fatta di pietà ma solo di reale e profonda compassione.
Insieme a loro, persone semplicemente buone, disposte all'aiuto e all'ascolto, in grado di condividere un dolore e di mettersi al servizio degli altri. No, non parlo solo del prete.

Una stagione per me anche superiori alle prime due, strazianti. Reale in un modo quasi doloroso e scritta divinamente, ha fatto la fine che solo le cose così incredibilmente belle fanno.
È finita.

mercoledì 13 dicembre 2017

The Crown 2

15:29
Correva l'anno 2016.
Tutto il web è esploso per Stranger Things, il fenomeno di Netflix.
Sbagliando?
No, perché Stranger Things è bellissimo e la seconda stagione lo è stata ancora di più.
Questo successo intergalattico, però, ha fatto anche una cosa brutta: ha messo nell'ombra The Crown. 
La serie in questione è una splendida ricostruzione del regno di Elisabetta II, beniamina mia e del mio migliore amico, a partire dalla morte di suo padre, re Giorgio VI fino ad oggi. Il piano è di dedicare un decennio ad ogni stagione.
Ho appena finito il chiusone sulla seconda stagione e confermo: smettetela di sottovalutare The Crown che è superba.


Premetto prima che mi lanciate i sassi che ho una conoscenza veramente limtata della famiglia Windsor e solo alcuni ricordi della storia inglese dai tempi della scuola. Questo per dire che qua si giudica la serie per quello che è: un prodotto di finzione ispirato ad una storia vera. Ma che prodotto d'intrattenimento resta. Ho sentito gente sollevare polveroni inutili su dettagli quali i sottoposti che danno le spalle alla Regina, e ho desiderato solo per un momento l'estinzione della specie.

Questo perché la serie è davvero un incanto. La ricostruzione dei luoghi, degli abiti, dei gioielli ha dell'incredibile. È un sogno ad occhi aperti, con una cura per i dettagli che fa impallidire. I castelli, le residenze, perfino le scene all'aperto sono sensazionali. Elisabetta inginocchiata a tagliare le rose non perde un briciolo di autorità, nemmeno al confronto con l'Elisabetta in tenuta ufficiale con tutto l'armamentario brillante messo in bella vista.

Ah, Elisabetta.
Se la Regina è davvero come è ritratta io vorrei abbracciarla. È una creatura di ghiaccio, in questa stagione molto più che nella prima. Se l'anno scorso l'abbiamo vista imparare il nuovo ruolo strada facendo, in questa stagione non c'è più bisogno di alcun aiuto. Elisabetta è una donna adulta e molto, molto più forte di quanto chiunque avrebbe creduto. È competente e presentissima, circondata delle persone giuste e in grado di gestire ogni situazione. Ha trovato il proprio spazio non solo nel suo Regno ma nel mondo intero, guadagnadosi amore e rispetto.
Ma è nella sfera privata che Elisabetta tira fuori i lati più interessanti. Se nella prima stagione era stata la parte storica ad attrarmi di più, qui gira tutto intorno alla sfera personale. Non che la storia manchi, solo che a me è interessata meno. La relazione tra Elizabeth e Philip è instabile e problematica, e ce ne vengono mostrati anche gli aspetti più dolorosi. Ad onore del vero, sembra che questi ultimi siano molti di più rispetto ai momenti felici, che sono ritratti poco ma molto dolcemente.
Philip, lo ricordiamo, è interpretato da Matt Smith che, ricordiamo anche questo, è destinatario di un amore cieco e appassionatissimo da parte della sottoscritta. Il suo personaggio è atroce, dalla prima stagione si cova nei suoi confronti un risentimento che trascende la parete della finzione. Eppure ogni tanto ci si sofferma su uno sguardo, su una mano che si passa preoccupata tra i capelli, su una battuta, su un sorriso, e ci si ricrede un po'. Forse forse questo matrimonio complesso turba anche lui e non solo per il suo incessante senso di inferiorità. Forse forse in mezzo a battutine evitabili ed un altrettanto evitabilissimo flirtare con ogni creatura femminile che respiri c'è una persona sinceramente affezionata ad Elizabeth. Non credo lo sapremo mai. La parte fragile di me ama pensare che in lui ci sia affetto sincerissimo e solo un'incapacità di gestirlo quasi leggendaria, se fossi un briciolo più pessimista direi che l'amore qua ce lo sogniamo e abbiamo solo due persone che hanno imparato a convivere.
Dall'altro lato, l'Elizabeth della serie prova un amore enorme che traspare in ogni gesto e in ogni scelta, soprattutto in quelle più discutibili. Io, poi, che sono così fumantina, la guardavo incredula. Silenziosa, con occhi che parlavano di un dolore enorme (che brava Claire Foy, che bravissima) e una bocca invece silenziosissima. Mesi di pensieri trattenuti solo per essere tirati fuori con calma frustrante solo all'occasione giusta, foto conservate, dubbi coltivati. Il tutto nel silenzio e nel candore di una conversazione mantenuta forse un pochino fredda ma pressoché identica. Io sarei esplosa, perché manifesto il dolore nel modo più rumoroso possibile, mentre lei non ha versato una lacrima una in tutta la stagione. Io, che la guardavo, fiotti di lacrime furiose e addolorate, lei rigida come una statua di pietra. Il suo sguardo ha spesso bucato lo schermo, però, ed è stato sufficiente.
La posa, la camminata, le braccia delicatamente appoggiate alla borsa, tutto in Claire Foy è stato eccezionale.
Pare la cambieremo nella prossima stagione, e sarà per me molto triste.
Se se ne va pure Matt Smith io tentennerò. La guarderò comunque, ma tentennerò. E con questa minaccia pericolosissima so che Netflix mi ascolterà.

Insieme a regina e principe consorte, però, ci sono anche gli altri membri della famiglia.
Una su tutti Margareth.
Che bene che le voglio, povera creatura.
Folle, fumantina (ricorda qualcuno?), selvaggia, innamorata dell'amore e anche di qualche uomo, ha sofferto come un cane e non ha esitato a comunicarlo ripetutamente a tutto il mondo. Viziata, troppo sicura di sè, a volte detestabile, è stata semplicemente, per la seconda volta, la mia preferita.

Che splendore The Crown.
Giuro, sono seria quando dico che non è solo per Matt Smith.

venerdì 1 dicembre 2017

Alias Grace

16:45
Volevo lasciar passare qualche giorno tra la mega chiusa che ho fatto ieri pomeriggio e il post su Alias Grace, la nuova serie Netflix tratta dal romanzo di Margaret Atwood. Principalmente perché mi servirà ancora qualche giorno per digerirla del tutto e poi perché è il quarto post in quattro giorni, e io faccio o troppo o niente.
Per stavolta vada per il troppo, la Atwood si merita questo e altro.



La Grace del titolo è una donna irlandese, emigrata in Canada da ragazzina, che deve scontare una pena in carcere per omicidio. Il dottor Jordan viene assunto per farle una valutazione psichiatrica, in modo da poter tramutare la sua pena in una diagnosi di isteria, in modo da farla scarcerare. Inizia così una serie di incontri in cui Grace si racconta al medico, dal momento del suo arrivo in Canada fino al giorno degli omicidi di cui è accusata.

Più di una cosa scritta da Margaret Atwood all'anno è autolesionismo. Se The Handmaid's Tale mi aveva lasciata ad un ameba informe di sofferenze, qua non siamo caduti tanto lontano. La narrazione è intima ed emotiva e il percorso di vita di una donna dell'800 è tutto tranne che delizioso intrattenimento. Mettiamoci il carico da mille, però: rendiamola un narratore inaffidabile.
La deliziosa Grace, che dai flashback appare creatura mite e pudica, ignara della malizia del mondo e profonda credente, a noi che la sentiamo parlare non appare proprio così. La comprendiamo corrotta dal manicomio prima e dal carcere dopo, e tanti cari saluti alla ragazzina che si prendeva cura dei suoi fratelli come se fossero figli suoi. La Grace che parla con il dottore è misurata e furba, sa quello che il dottor Jordan vuole sentirsi dire e perché, sa come dirlo e quando dirlo, e quando la situazione si fa più intrigante ecco sopraggiungere la sua lieve stanchezza, che le impedisce di proseguire. È scaltra e anche un'ottima attrice, con i suoi grandi occhioni celesti spalancati sul dottore che ormai ha l'ormone ballerino e se la figura in romantiche immagini sognanti.
Qual è la vera Grace? Quella che noi vorremmo fosse, l'innocente anima candida sporcata da una vita infelice o una donna crudele, indurita dalla vita e colpevole di un omicidio tremendo? L'ultimo episodio, da pelle d'oca e anche un filino di pauricchia di quella che si sente nelle viscere, dà risposte e allo stesso non ne dà, aprendosi ad almeno un paio di interpretazioni.

Le sue protagoniste hanno amiche che inevitabilmente ci spezzeranno il cuore. Laddove la Bledel che urla sul furgone ancora me la sogno la notte, è Mary che questa volta mi ha annientata. Mary la frizzante, Mary folle e libera, leggera come l'aria. La sua fine è stata un incubo. Dolorosissima, attualissima.
Le donne della Atwood non sono mai imbecilli. Magari sono ingenue, con uno sguardo infantile sul mondo, magari sono troppo fiduciose. Neanche tutte, in realtà. Ma ad un certo punto si svegliano, e non sono più cazzi per nessuno. Soprattutto per un motivo: sono spesso e volentieri complici. Non generalizziamo, ci sono le donnacce tremende che le vorresti fare fuori a pedate (ciao Anna Paquin, lo sai che parlo di te e anche a prescindere dalla parte) esattamente come nella vita reale. Ma non è un caso che i personaggi migliori siano quelli che fanno squadra. Le ragazze si consigliano, si mettono in guardia, si aiutano, si adorano. Fanno squadra e quando ci riescono diventano imbattibili.
Prendete esempio.

Se però non potete fare a meno di ammazzare una persona, tranquille: ci pensa Cronenberg a tirarvi fuori di galera.


sabato 21 ottobre 2017

Mindhunter

20:58
Sto malissimo in sti giorni. Vado a lavorare la mattina, all'una sono a casa e passo il resto del pomeriggio febbricitante e pronta a scrivere le mie ultime volontà dal letto in cui ormai ho lasciato la forma.
Netflix ha capito. Spiandomi dalla webcam del mio pc come tutti i veri e grandi poteri forti ha captato la mia necessità: un binge watching serratissimo.
Ha voluto però anche punire la mia pigrizia, infliggendomi una serie da scombussolamento cerebrale.
Parliamo di Mindhunter.


L'agente Ford lavora per l'FBI. Si occupa di gestire gli uomini che prendono ostaggi e rischiano stragi, quindi è solito avere a che fare con un lato più psicologico che con le armi, ma desidera fare di più, allargare le sue conoscenze, ampliare il suo ambito di competenza. In particolare, è affascinato dalle menti dei grandi criminali, quelli celebri, colpevoli di omicidi plurimi efferatissimi. Il suo interesse e la sua lingua lunga porteranno quello che era solo un esperimento condotto di nascosto da lui e il suo partner a diventare un ramo innovativo del Bureau.

Messa così potremmo confonderla con un procedural qualsiasi. Netflix, invece, si diverte tantissimo a prendere le cose e renderle il meno ovvie possibile. Mindhunter non è solo il racconto della risoluzione di alcuni casi. È la storia di una rivoluzione.

Siamo nel 77. Le parolacce sono sconvolgenti fonti di scandalo, l'apparenza nei confronti della propria comunità era fondamentale, e soprattutto, i criminali erano pezzenti sacchi di merda da umiliare e punire, fine della storia.
40 anni dopo (QUARANTA): le persone vengono squalificate dal Grande Fratello perché bestemmiano (in uno stato che dovrebbe essere laico), dell'apparenza non voglio nemmeno iniziare a parlare, e per quanto riguarda i criminali vi invito a fare un giro tra i commenti su fb ad ogni link condiviso da La Repubblica.
Lo vedete, vero, cosa fa Netflix? Ci prende tutti quanti per i fondelli, e fa di un bene che non riesco neanche a dirlo.

In questo momento in cui ancora urliamo alla giustizia privata, agli squadrismi, alla tortura, una serie come Mindhunter è fondamentale. Riporta all'attenzione il fatto che ogni persona, anche una che commetta atti terrificanti, abbia bisogno prima di tutto di comprensione. Senza quella abbiamo perso ogni scopo.
Non sono pazza, quando sento di certi crimini il mio primo istinto è sempre una rabbia cieca. Stasera la tv mi ha quasi fatto sputare sangue. Però prima di uscire per la strada e massacrare di mazzate chiunque rubi una mela al mercato, mi fermo a pensare. E Ford applica questo concetto, che dovrebbe essere basilare, a fenomeni ben più ampi della mia povera mela del mercato. Affronta assassini e stupratori con calmissima lucidità, quasi dimentico del reato di fronte alla sua spiccata curiosità per quello che al reato sta dietro.
La mente.
In mezzo a colleghi che vedono la risoluzione del caso come una realizzazione personale, lui vede oltre e deve combattere contro i mulini a vento per impedire che l'efferatezza di quello che viene sollevato oscuri l'altezza del suo ideale. Chissà se questa frase è comprensibile. Il punto è che tutti gli altri coinvolti, nella serie, non vedono l'ora di sbattere il mostro in cella. Non che a lui questo non importi, tutt'altro, ma non si può fermare lì. Una mente in grado di rapire e uccidere molte donne deve avere qualcosa che vale la pena comprendere. Chi comprende può affrontare, chi si limita al giudizio finisce per non risolvere nemmeno il caso.
Entrare nel vivo di menti così deviate, però, non può essere senza conseguenze. Le vite di tutti i coinvolti non possono scorrere come se fosse la normalità. Questo aspetto, in Mindhunter, arriva con un moto lentissimo ma costante, ed è doloroso. Non si può toccare il male senza sporcarsi.

Mindhunter mi è sembrata coraggiosissima nel tirare in ballo criminali ancora in vita, riportando in discussione i loro terrificanti omicidi e spiattellandoli sulla piattaforma più vista del mondo, come se niente fosse. Il rispetto per le vittime, però, considerato che alcuni familiari potrebbero essere ancora in vita, non è mai mancato. Sembrava facilissimo commettere un passo falso.

Un lavoro consì intenso e importante ci arriva con una confezione deliziosa. Questi anni 70 sono pieni di colori grigi e abiti da uomo mai della misura perfetta, sigarette continue e cabine del telefono, grandissime scritte bianche riempischermo e una colonna sonora strepitosa.
Tiè, siccome è sabato sera e non tutti starete in casa come me, una canzone che vi carichi per la serata:



sabato 29 luglio 2017

#CiaoNetflix: Fino all'osso

08:50
Oh Netflix guarda, c'è un argomento spinoso!
Benissimo, che dite, ne facciamo un film?
Com'è come non è, Netflix butta fuori una storia sull'anoressia, completa di disclaimer per le
immagini forti e tutto il resto. Decido di guardarla.



Lily Collins è Ellen, una ventenne che soffre di anoressia da tempo. Nessuna terapia tradizionale sembra funzionare con lei, quindi Susan, la seconda moglie del padre, contatta il dottot Beckham, un medico che della tradizione se ne è sempre fregato.

Partiamo subito col renderci antipatiche e dire che a me sti personaggi che vogliono fare i diversi, gli speciali, quelli che capiscono veramente i cciovani, stanno tendenzialmente sulle balle. Non venitemi neanche a parlare de L'attimo fuggente perché mi viene un prurito fastidioso. I carismatici, di solito con posizioni di 'potere' tipo medico, o insegnante per restare a Robin Williams, ed è bene che siano di ispirazione. Parola chiave, l'ispirazione. Questi personaggi che vogliono a tutti i costi essere particolari, imprevedibili, che tendenzialmente ad un certo punto del film si ritrovano a strillare in mezzo alla strada, o in classe, o in un museo, a fare cose assurde come salire sui tavoli o portare della gente sotto una specie di cascata artificiale o quello che è. Il mio non vuole nemmeno essere un elogio della normalità, nella vita reale mi piacciono le persone che non hanno paura di essere diverse, è proprio nei film che mi fanno venire il latte alle ginocchia.
Keanu Reeves, in questi film, è l'EMBLEMA di questo tipo di personaggi che detesto. Come si cura quella voce nella testa che ti dice che mangiare farà cascare il mondo?
Ma la si manda a fanculo, chiaramente.
È proprio una scena del film. Lui che dice ai ragazzi di dire 'fuck you' alla loro malattia.
Ma perché anni di studi? Ricerca, gente ammassata nei laboratori e sui libri a farsi un culo quadro a studiare medicina, quando la soluzione era dire una brutta parola cattiva alla malattia? Che spreco di denaro pubblico, mi verrebbe da dire.
Mi rendo conto che quando ho questo atteggiamento risulto poco simpatica, e me ne dispiaccio, ma ogni volta che vedevo la faccia di Reeves speravo di sentirlo blastato da Roberto Burioni.

Ciò detto, il film ha anche dei pregi interessanti. Non cerca una causa alla malattia. Ci si prova, per un po', a dire che la famiglia disastrata può aver contribuito a creare in Ellen un disagio, ma si molla presto la presa sulle cause per pensare alle soluzioni, ed è un atteggiamento che a me piace parecchio. Nessuno meglio di Lily Collins sa che l'anoressia, come quasi tutte le malattie, è l'emblema della democrazia: che tu venga da una famiglia perfetta o che tu venga dall'inferno in terra, ti puoi ammalare. La Collins e la sua Ellen vengono da realtà ben differenti, eppure eccole lì, malate entrambe.
In generale, però, ho trovato il tutto un po' troppo addolcito. Sì, Ellen è magra in modo impressionante, ma le storie degli altri ragazzi residenti nella casa del dottor Beckham sono solo accennate per lasciare spazio all'inevitabile storiella d'amore che un po' mi ha innervosito. Sarebbe stato interessante vedere come una stessa malattia colpisce persone diverse in modi diversi, sarebbe stato forse anche utile vedere una persona fare un percorso positivo.

Netflix, tu hai i soldi e le idee, un mondo di possibilità. A volte va benissimo, a volte meno, e va bene così. Ti voglio bene lo stesso.

lunedì 17 luglio 2017

XX

13:42
Le emozioni più genuine sono quelle scaturite da piccoli dettagli colti in giro per l'esistenza. È lunedì, il giorno del post dell'orrore, e avevo deciso di guardare quell'XX che stava nella mia lista Netflix da un po'.
Lo accendo, parte il primo corto (che è poi il mio preferito), la famiglia accende la tv, il film che guardano è La notte dei morti viventi. Per cinque secondi mi sono sentita presa in giro. Ma come, karma? Proprio oggi? Proprio oggi che piangiamo George Romero?
Poi ho pensato che invece è proprio così che voglio vederlo ricordato. Omaggiato, citato, mostrato negli horror di oggi che a lui devono così tanto. Diamo spazio ai giovani (e alle giovani), ma continuiamo con i nostri altari dedicati a chi ci ha reso quello che siamo.



XX è un progetto antologico composto da 4 cortometraggi horror girati da altrettante registe donne. Donne sono anche le protagoniste, ritratte sempre in mezzo agli affetti più cari. Ci sono famiglie, amici, figli, vicini di casa. Eppure, alla fine, le protagoniste si trovano sempre sole a gestire le tragedie che accadono loro.

The Box

Nel primo corto, che come vi dicevo è il mio preferito, una madre è in metro con i due figli. Il più piccolo si mette a fare due chiacchiere con l'uomo seduto accanto, che porta una grossa scatola rossa. Il bambino chiede di vederne il contenuto e, una volta accontentato, qualcosa accade. Il bambino smette di mangiare, rifiuta il cibo con calma fermezza. Nessuno sa cosa abbia visto, fino a che il bambino non ne parla con la sorella.
A me queste cose senza risposta, che non hanno bisogno di coccolare lo spettatore, a volte innervosiscono a volte piacciono. In questo caso mi è piaciuto perché, diciamocelo: nessuna risposta avrebbe saziato. King in Danse macabre parla molto bene di quanto sia giusto mostrare per non deludere le aspettative (dato che la nostra mente va sempre al peggio possibile) e secondo me Jovanka Vuckovic ci riesce benissimo.
C'è anche da dire che come io leggo il nome di Jack Ketchum mi chiudo a riccio e parto con paura preventiva, ma tant'è.

The Birthday Party

Altro episodio bellissimo. È il compleanno di Lucy e la sua mamma Mary ha organizzato per lei una festa incredibile. Niente può rovinare la festa della bambina, nemmeno l'improvvisa morte del padre.
Anche stavolta, una donna si trova a dover gestire un grosso problema familiare. Mary ha l'aggravante del dover salvare la facciata. La sua ansia materna è quasi tenera se non fosse folle e sconsiderata. L'episodio, girato da quella che credo essere la morosa di Kristen Stewart, è brillante e grottesco, mi ha colpita molto.

Don't fall

Potevano mancare gli amici in vacanza? No, infatti.
Ecco quindi quattro ragazzi in esplorazione di una zona montuosa, con tanto di panorama mozzafiato e pitture rupestri. Chiaramente non finisce bene, ma nemmeno il corto, visto che a me è sembrato insipido e facilmente dimenticabile.

Her Only Living Son

Ah, questo stupendo. Cora e il figlio diciottenne Andy hanno un rapporto travagliato. Andy la preoccupa molto, e non accetta aiuto.
Il corto della regista di Jennifer's body e del ben migliore The Invitation è dolce e intenso, con un finale straziante.

Riconosco di non essere oggettiva a causa del mio amore per gli antologici, ma insomma, questo è bellino. Se dovete scegliere un modo indiretto per salutare George, eccovelo.

sabato 15 luglio 2017

#CiaoNetflix: Holy Hell

11:38
Per qualche motivo siamo (plurale maiestatico) attratti dalle cose cupe, macabre, malsane. Serial killer, casi irrisolti, sette, luoghi infestati. Il mondo è pieno di gente affascinata da queste cose e io vorrei dire che non lo sono, ma mentirei sapendo di mentire. Perdo le serate a leggere di storie come quella di Cicada 3301, o sulle creepypasta, o sulle leggende metropolitane, come un quindicenne.
Le sette sono quelle che attraggono la parte più 'adulta' di me. Il modo in cui umani normalissimi vengono circuiti completamente da altri umani quasi normalissimi è per me fonte di incredibile curiosità. Netflix lo sa, e quindi mi propone Holy hell.

il trash di questa foto è quasi ammirevole
Buddhafield è stata una setta, attiva indicativamente per una ventina d'anni, guidata da Michel Rostand. A girare il documentario è uno dei membri che ha lasciato la comunità alla luce di terribili rivelazioni sulla guida spirituale a cui tutti si sono affidati così a lungo.

Ora, lo 'spoiler' non credo nemmeno sia tale. Se avete un minimo di conoscenza base sul mondo delle sette sapete che il sesso è uno degli elementi che per primi vengono ridiscussi. La sessualità non è quasi mai serena e convenzionale, ma diventa uno strumento, e Buddhafield non è certo da meno. Il passato di Michel è senz'altro più divertente, ma quando si parla della comunità tutto si fa più inquietante.

Buddhafield ha trovato nei suoi seguaci una folta comunità di persone dalla fortissima fede religiosa. Come spesso accade si è attaccata come una malattia tra chi ha avuto un vissuto complesso (il regista, per esempio, era stato cacciato di casa dai genitori perché omosessuale) e finisce per rovinare definitivamente menti già fragili. La cosa sconvolgente è quanto all'inizio Michel abbia sfruttato in un modo sporchissimo la fede di chi non aveva altro che quella. Ora, io non credo, ma so quanto la religione sia importante per chi ha una fede onesta. Lo so che pare strano credere esistano veri credenti, ma esistono eccome. Prendere un lato così forte della vita di qualcuno e sfruttarlo in modo così sfacciato, proponendo reali incontri con dio per esempio, è stata la manovra più subdola di Michel. Quello che accade dopo è una conseguenza di questo becero sfruttamento e del lavaggio del cervello che ne è seguito.
Le persone come Michel mi intrigano sempre per quello che riescono a fare a chi li circonda. Io non sono capace di convincere il mio moroso ad iniziare Sense8, questo convinceva degli sconosciuti a lasciare le loro vite per entrare nella sua, di esistenza. Ha convinto estranei ad idolatrarlo, a fare di lui la divinità che lui stesso ha sempre creduto di essere. Per me è una capacità incredibile. Ingiustificabile, ma incredibile.

Come spesso accade, il documentario è realizzato montando interviste alle persone scappate dalla setta e filmati reali della vita di Buddhafield, e se da un punto di vista 'tecnico' non mi ha colpito particolarmente, è senz'altro molto intenso. Buddhafield ha cambiato la vita di centinaia di persone, che ne porteranno i segni per sempre. E tutto per mano di una persona sola.

sabato 8 luglio 2017

#CiaoNetflix: Okja

13:07
Non mi sono mai sentita particolarmente vicina alle tematiche animaliste. Ho due gatti che amo incredibilmente, ho sempre avuto gatti da che ho memoria, e sbatterei ai lavori forzati quelle bestie che usano violenza sugli animali perché non c'è niente che mi faccia più girare i cosiddetti della gratuità del male. Eppure mi tengo volentieri alla larga da quelli che 'I cani sono meglio delle persone' o da quelli che trattano meglio il loro animale rispetto alle persone di cui sono circondati (e il mondo di quella gente qui ne è pieno).
Okja, però, non è un cane, è un maiale. Un maialone dalle dimensioni esorbitanti, più simile ad un Totorone che ad un suino, dalle vaghe fattezze ippopotamesche, e non sono stata in grado di resisterle, anche alla luce delle recensioni entusiaste che sono girate sul web.


Okja è, come vi dicevo, un maiale. La sua razza è stata creata in laboratorio con lo scopo apparente di risolvere i gravi problemi di fame nel mondo. Alcuni esemplari sono stati spediti in giro per il mondo, da piccoli fattori che avevano il compito di crescere i super maiali. Noi conosciamo la storia del maiale spedito in Corea e cresciuto da una bambina, Mija, e da suo nonno. Quando la multinazionale tornerà in Corea per riprendersi Okja, la bambina non sarà disposta a lasciarla andare così facilmente.

Poteva essere uno di quei filmettini della mutua sul rapporto con i nostri amici animali (Paul, Beethoven, Io e Marley...) e causare in me quell'irritazione che il mio snobismo conosce così bene. Avrei potuto interromperlo a metà, presa dalla noia.
Invece mi sento come quando guardo un film dello Studio Ghibli: affascinata, commossa, piena di buoni sentimenti da un lato e incazzata nera con l'umanità dall'altro.
Okja ricorda un po' Nausicaa della valle del vento se vogliamo, nel modo in cui prima ti trascina in un mondo favolesco e poetico per poi prenderti per mano e mostrarti che non è vero niente, che anche gli idealisti possono essere degli stronzi, che una piccola buona azione non può surclassare il male che gli altri fanno, che i buoni non esistono, che sì Jake Gyllenhal fa tanto ridere ma alla fine è il più fetente di tutti.
Con il grottesco fa inorridire, in un modo che con me pochi altri hanno ottenuto.
In mezzo a tutto questo, alla denuncia, allo scoprire lo squallore di un sistema sbagliato in ogni suo aspetto, il barlume di luce che sta negli occhi di Mija. Mija non molla un cazzo. Vuole il suo maiale e se lo va a prendere, e vi voglio proprio vedere a fermarla. È stata tradita più volte, è stata ingannata, è stata arrestata, ma non sia mai che qualcosa la allontani dal suo sogno: tornare alla semplicità della sua vita con il suo maiale e il suo nonno. Combatte con i denti per la più umile delle esistenze, senza pretese nè lamentele, semplice e dolcissima. Non si è mai fermata a piangere in un angolino, come facciamo noi ogni giorno quando vediamo i documentari su come vengono trattati gli animali negli allevamenti intensivi per poi condividere la notizia su fb, scambiarci le reazioni tristi e poi tornare alla nostra grigliata del primo maggio. È una storia di amicizia straordinaria.

Badate bene che mangio pochissima carne ma non sono vegetariana. Ogni tanto, però, mi capita di pensarci, a cosa alimento grazie alla mia alimentazione (sorry not sorry), e di cercare di fare decisioni più ponderate.
Oggi, però, ci penso un po' di più.

sabato 20 maggio 2017

#CiaoNetflix: Trollhunters

17:10
Vediamo: Netflix che crea una serie animata che ha evidentemente a che fare con i troll firmata da Guillermo Del Toro.
Evasione in massa da questo post (che arriva in ritardo colpevolissimo) per andare a vederla, suppongo, perché non mi vengono in mente combo più felici.
Rischio: non totale oggettività, GDT è pur sempre il mio grande amore. Però vi garantisco che Trollhunters è splendido davvero.



Il protagonista è Jim, un ragazzino normalissimo, forse un po' sfigatino, che un giorno viene scelto  da un amuleto per diventare il protettore dei troll buoni, per difenderli da quelli meno buoni. Il trollhunter, appunto.

Ma allora, perché il titolo è al plurale?
Ah, mettetevi comodi, perché è stupendo.
Jim mica sa niente dei troll. Come noi, nemmeno sapeva che esistessero. Poi, di punto in bianco, un amuleto, e una vita rivoluzionata. Mica solo quella di Jim, però, perché Jim non è solo. Toby, il suo migliore amico, diventa la spalla che serve ad ogni eroe. Barbara, la mamma, nota che il figlio, fino ad un momento prima così adulto e responsabile, improvvisamente diventa un misterioso adolescente dal comportamento un po' troppo strano. Claire, la belloccia della scuola, viene derubata del fratellino minore...la vita di tutta la città di Arcadia è messa sottosopra.
Ed è qui che inizia il bello. Il trollhunter si circonda di anime amiche, di sostenitori ed aiutanti, di consiglieri e protettori, e il ruolo che fino ad allora era stato ricoperto da un solo troll alla volta ora è un lavoro di squadra, di trollhunterS, appunto.
La squadra di amici, umani e troll, è solo uno dei vari modi in cui Del Toro usa la serie per parlare di famiglia. Jim è stato abbandonato dal padre e vive con una madre un po' troppo impegnata col lavoro ma comunque molto presente, i genitori di Toby sono morti, le famiglie troll cercano per i mondi sotterranei i loro membri, Claire combatte i mostri per riprendersi il fratellino, Draal teme di deludere il padre...
La famiglia diventa più o meno direttamente il movente di ogni azione, di ogni combattimento, di ogni scelta. Anche la famiglia che non ha vincoli di sangue. E lo diventa senza bisogno di scene madri con bambini straziati e piagnistei inutili. Conservando un'ironia adorabile (e da Del Toro non mi sarei mai aspettata le risate scorreggione), soprattutto in quel Tobias che è un personaggio perfetto, si toccano picchi altissimi di approfondimento, emozione ed avventura. Sì, anche emozione, perchè mi sono commossa pure in un cartone sui troll, maledetto messicano.

Ma d'altronde, chi si sarebbe mai aspettato qualcosa di meno, da lui?

domenica 14 maggio 2017

#CiaoNetflix: Il lato positivo

15:09
Un sabato pomeriggio di riposo!
C'è anche il sole! Usciamo, facciamo un giro in bici, andiamo a vedere un museo, andiamo a dar da mangiare agli asinelli!
No, dormimo fino alle 4 e poi attacchimoci al pc, perché sprecare la vita è sport olimpico.


Il lato positivo è la storia di Patrick, appena uscito dall'ospedale psichiatrico in cui era stato ricoverato dopo che il suo disturbo bipolare era emerso. Una volta uscito il suo unico scopo è riconquistare la moglie, e per farlo chiederà l'aiuto di Tiffany, una conoscente. Tiffany, però, chiede un favore in cambio.

Quando dico che i film d'amore non mi piacciono in realtà mento sapendo di mentire. Diciamo che non sono la prima cosa che cerco quando vado al cinema, ma credo che la colpa sia anche del fatto che sono molto molto esigente. Quando mi emoziono piango per giorni, ma prima di trovare coinvolgimento dalle storie d'amore ce ne passa. Il mio snobismo mi fa dire che è molto presuntuoso voler parlare d'amore, è follia chiedere a due persone di fingere di amarsi e soprattutto è quasi impossibile trasmettere il sentimento a chi stia fruendo del prodotto.
Però ci provo, ogni tanto, perchè quando trovo un film d'amore che mi emoziona mi conquista in modo totalizzante.
È il caso di Silver Linings Playbook?
Eh, mi sa di no.

DA QUI ANTICIPAZIONI ROVINATRAMA, COME SE CI FOSSE QUALCOSA CHE NON SIA INTUIBILE ANCHE SOLO DALLA LOCANDINA

Partiamo dal dire cosa cerco: la cosa che preferisco della rappresentazione dell'amore è vederlo nascere. Cioè quello che preferisco è il prima. Outing: quando avevo 16 anni e leggevo Twilight (eh, oh), lo adoravo perché nel romanzo buona parte del rapporto tra i due è ritratta prima della nascita della storia. Edward e Bella si pizzicavano, si provocavano, si divertivano. Non alla Mulder e Scully che ci hanno messo 10 anni, ma insomma è stato bello per me vedere la lenta crescita di qualcosa oltre l'amicizia. È sempre bello per me, mi coinvolge e quando arrivo alla definizione della relazione sono già emozionatissima.
Niente, qua non mi ha toccato niente. Ci stava quasi riuscendo, con le scenate in giro per la città e i due che si rincorrevano per le strade, c'eravamo quasi. Poi hanno preso a ballare e niente, è morto tutto. E non è che io odi le scene di danza, ve lo ricordate vero che uno dei miei film della vita è Dirty Dancing?
Però Bradley, ti prego, sei bello come il sole, la finisci di ballare? Stai fermo, come la statua greca che ricordavi prima di diventare un mortadellino, e lasciaci sognare.
Il suo personaggio non mi conquistata nemmeno per un istante, non so se sia colpa del fatto che BC è tanto bello poco bravo. Anche Jennifer Lawrence mi ha lasciata freddina, ma c'è anche da dire che non sono una sua particolare ammiratrice.

Tutto sommato non è che il film sia brutto, scorre veloce e abbastanza piacevole, ma coinvolgimento da parte mia meno venticinque.
Lo troverò il film d'amore della mia vita, a costo di metterci vent'anni.

sabato 6 maggio 2017

#CiaoNetflix: Sense8, stagione 2

13:49
Io ieri ho pure guardato Paterson, che è un film incantevole.
Il problema è che l'ho guardato mentre refreshavo Netflix nell'attesa di Lei, Nostra Signora Seconda Stagione Di Sense8. 
Qualcuno di voi si ricorderà lo sconvolgente stravolgimento emotivo che la prima stagione di quella che è per me una delle serie migliori di sempre mi aveva causato. Ora sono reduce da una maratona della seconda stagione, e il coinvolgimento non solo non è calato, è cresciuto ulteriormente.


Avevamo lasciato i Sensate nello speciale di Natale, li abbiamo visti proseguire nelle loro vite cercando di sopravvivere a chi vuole dare loro la caccia. Non credo sia necessario raccontare quello che accade, perché è un viaggio eccezionale nelle emozioni umane che va vissuto in prima persona.

La prima stagione ci aveva presentato i Sensate, le loro vite all'inizio della connessione, il loro rapporto agli inizi e soprattutto le loro personalità. Il loro presentarsi nelle vite degli altri al bisogno, il loro essere condivisione di conoscenze e di sentimenti, è stato di grande, grandissimo impatto sullo spettatore. (O se non altro, su di me)
Li ritroviamo in questa stagione un anno dopo. La loro connessione è sempre lì, con nostra grande gioia. Se c'è da picchiare qualcuno arriva Sun, servono informazioni e Nomi ha già il pc in mano, servono bislacche quanto funzionali performance attoriali e si presenta Lito, in una scena davvero esilarante. Ci sono ancora le scene di gruppo, quelle più intense che si infilano nella memoria come se fossero ricordi personali. Ci sono le scene di sesso (delle quali mi è capitato di chiedermi l'utilità, ma in effetti c'è un momento in cui le sensazioni sono più amplificate? La loro connessione è fisica, tattile, emotiva. Forse davvero il sesso è il momento che rende meglio), quelle festose, quelle riflessive, le crisi. I momenti alla 4NonBlondes della scorsa stagione.
Seriamente, riuscite ancora a collegare quella canzone lì a qualcosa che non sia quel capolavoro di scena della prima stagione? Io no.

Ma quindi, è cambiato qualcosa dalla prima stagione?
Oh, eccome.
Sono diventati amici.
No, non amici nel senso che al sabato si prendono una birretta in vari locali sparsi per il mondo, amici nel senso in cui lo intendo io quando parlo dei miei, di amici. Amici nel senso di famiglia. Tengono l'uno all'altro, sono pieni di affetto e premure, la loro comunicazione è affinata dal bene che si vogliono. Giocano, ballano, si aiutano, si scambiano confidenze. Non è più solo un legame dato dalla loro condizione, i loro rapporti crescono e sono più sofisticati, profondi.
In questa seconda stagione c'è grande attenzione nel far comunicare tutti con tutti. È chiaro che Riley e Will magari passano più tempo insieme, ma ci sono molte scene con i Sensate presi a coppie, o a gruppi di tre, in assortimenti magari trascurati nella prima stagione, e si approfondiscono relazioni che altrimenti, senza il dono di cui sono stati omaggiati, non sarebbero mai nate e che si rivelano salvifiche. Non solo perché devono salvarsi le chiappe da chi li cerca, ma anche nella quotidianità distinta di ciascuno di loro.

Sun è ancora la mia preferita. Lei inizia a combattere e io esulto come allo stadio, poi riguardo la scena ed esulto di nuovo. Algida, rigidissima, forte come una roccia, implacabile, imbattibile, senza paura. Wolfgang può dare pugni ad un sacco finchè gli pare ma lei con due dita gli spezzerebbe il collo. Adoro che ci sia fatto credere che la sua caratteristica fosse il combattimento ma che in questa stagione lei compaia sempre alle persone sperdute. Riley, Kala, Lito. Quando uno dei Sensate perde il controllo sulla propria vita, è la calma e apparentemente fredda Sun a comparire. È un personaggio stupendo, la adoro.
E quando è Sun a stare male, non basta un Sensate ad aiutarla, ci vuole un fronte comune, in una scena splendida splendida splendida. C'è una scena che non lo sia?
Spoiler: no.
Mi è solo dispiaciuto che non fosse dato lo stesso spazio alla mia coppia del cuore, Lito ed Hernando, che nella prima stagione mi avevano emozionato come poche altre coppie di finzione. Lito, in compenso, diventa il vero divertissement della serie. Mi ha spaccata, con quel pigiamone blu da bambino. Che bene che gli si vuole.
Infine, sono stata molto contenta di vedere Kala assumere una personalità ben più definita, da cerbiatto dei boschi a donna di potere, con conoscenze e carattere utilissimi alla causa.

È troppo facile nelle serie tv farci piangere. Vediamo protagonisti a lungo, ci affezioniamo, cerchiamo di empatizzare, quindi quando succedono scene alla Not Penny's Boat finiamo a pezzi. Ho pianto singhiozzando come una dannata quando è morto il mio Charlie, lo amavo appassionatamente. Aveva fatto un percorso bellissimo e poi me lo hanno sacrificato così, è stata una morte ingiusta. Però facile.
Quello che fa Sense8 non è farci piangere. (Cioè io ho pianto sempre, ma riconosco sia un mio problema.) È coinvolgere in maniera equilibrata ogni sentimento, coinvolgendoci in ciascuno in ugual misura. Uscirne indenni è impossibile.
Se sopravvivete con qualche emozione rimasta da questo ultimo episodio, sediamoci a parlarne. Ora c'è il lutto della fine, e con Sense8 è un po' più difficile del solito.
Mi mancano già.

lunedì 24 aprile 2017

Under the shadow

10:06
Io e l'horror, mio compagno fedele dai tempi dell'infanzia, siamo stati per un po' in rotta. Nel periodo di lontananza da internet non ho visto niente, letto niente, scritto di niente. Siamo stati così, un po' lontani l'uno dall'altra, nella speranza che lo storico amore che ci lega ci riavvicinasse.
Non so niente delle novità, non ho ancora tempo di leggere altri blog come invece vorrei e quindi mi sono ritrovata, il giorno di Pasqua, a bazzicare per Netflix (ma va?) senza idea di cosa guardare.
Spunta Under the shadow. (O meglio, spunta L'ombra della paura ma noi fingiamo che il titolo italiano non esista).
Vi racconto una cosa: come tutti, mi piace l'idea di passare la vita a viaggiare. Ma se ci sono luoghi che mi fanno palpitare dall'attesa, che sogno ardentemente di visitare, sono i paesi del Medio Oriente. Mi rendo conto di dover aspettare un po', ma a me l'idea di visitare Israele, Iran e Iraq, la Turchia, tiene sveglia la notte. Eccoci allora al perché della scelta del film: Under the shadow ha una produzione tutta mediorentale. L'ultima volta che ci era piombato addosso un film di quelle parti c'era andata di lusso, il film era A girl walks home alone at night.


Siamo in una Teheran degli anni '80. Un medico viene convocato in battaglia, e lascia sole a casa la moglie e la figlia. Occupate a vivere la vita tra un bombardamento e l'altro, si troveranno ad affrontare una presenza che sembra avere scelto tempi e luoghi ideali per un'infestazione.

Messa giù così la faccenda sembra velocemente riconducibile ad una banalotta ghost story con l'aggravante della guerra. Non è così, ma proprio per niente niente niente. È un film che, non dimendicandosi di mettere qualche momento molto teso in giro tanto per non farci ammosciare sul divano (cosa che sarebbe impossibile in ogni caso, ma non si sa mai), prende due milioni e mezzo di tempi di un'importanza fondamentale e li mette in pellicola.
Al che ti chiedi, giustamente, se non ne sia uscito un minestrone. No, affatto.
Partiamo dall'inizio e vediamoli.
Shideh, la madre, è un'ex attivista politica. Dalla parte sbagliata, però, perché adesso la sua passione civile le impedisce di inseguire il sogno di sempre: diventare un medico. Le viene impedito di riprendere gli studi, distruggendo ogni speranza. Torna a casa, dove la aspetta una bimba, Dorsa. Il padre della bambina è a sua volta un medico, che se all'inizio sembra comprensivo nei confronti della moglie, con lo scorrere del film diventa più teso e severo.
Lui viene convocato in guerra e le donne di casa restano sole. Dorsa inizia a percepire una presenza, e se all'inizio Shideh dà la colpa alle storie spaventose che le vengono raccontate dagli amici, non passa molto prima che le visioni della bambina si facciano più invadenti.

Ora, io non sono una cima a cogliere le metafore. Cioè magari vedo un film, per qualche motivo lo apprezzo, poi finisco a leggere qualche articolo a riguardo, mi vengono aperti gli occhi su simbolismi e similitudini allora io faccio «Aaaaaaaaaahhhh, ecco!» e poi vado avanti con la mia vita.
Qua, insomma, mi pare tutto piuttosto palese. La quotidianità delle due viene lentamente smantellata. Se iniziamo 'solo' con finestre scotchate e corse in cantina, finiamo con il vedere frammenti della loro routine che vengono lentamente portati via. Verrebbe naturale pensare che la prima cosa a saltare sia la serenità, ma vi rassicuro: noi la serenità non la vediamo proprio. Inizia il film ed è già tutto un disastro, la presenza peggiora solo cose già messe male.
Spariscono cose più piccole solo in apparenza: una videocassetta, una bambola, un libro. Cose piccole, ma solo in apparenza. Cose che ci rendono normali, che rendono la nostra vita come quella di tutti gli altri, che ci restituiscono quel briciolo di umanità in un Paese che l'umanità la sta perdendo. Il tutto per condurre ad una scena finale, in quella cantina-rifugio, da pelle d'oca, con due donne ricoperte da un immenso chador. Questa sono riuscita a leggerla persino io, di metafora.

Non ho nemmeno parlato di tutti i risvolti femministi del film, perché ci hanno pensato i signori del Guardian: trovate l'articolo qui.
Da troppo tempo ero lontana dal genere che ha fatto nascere questo posto. Senza la fretta che ho avuto in questi anni mi rimetterò in carreggiata. Dopo questo infatti ho visto Hellions che è un bellissimo film TUTTO ROSA. Splendido.

sabato 15 aprile 2017

Cosa guardare su Netflix se a Pasquetta piove

11:34
Lunedì è Pasquetta è per una serie di fortunatissimi eventi io non lavorerò.
Mettiamo che anche voi abbiate questa straordinaria fortuna ma all'orizzonte si stagli la possibilità di non avere programmi. Mettiamo anche che abbiate un divano, un pc, una connessione internet, una ciotola di patatine alla paprica. Deve essere un chiaro segno del destino: s'ha da fa la maratona Netflix.
Ora, ci sono alcune serie tv sulla piattaforma più bella della storia del mondo che vanno recuperate ad ogni costo, meritevoli di farvi saltare qualche pasto che tanto mangiare è sopravvalutato (Sherlock, Friends, Sense8, Lost, tanto per fare qualche nome sconosciuto), ma oggi parliamo di film.
Cercherò con i miei soliti precisissimi criteri casuali di dividere i film in categorie. Se il titolo del film è scritto in blu cliccateci sopra per finire al trailer, o a qualche scena.
Questo è un post aperto, perchè non è che posso avere visto tutti i film del catalogo anche se mi piacerebbe. Nei commenti si accettano postille, correzioni e aggiunte!

Sempre sia lodato

I famosissimi, quelli che se non li avete visti siete dei cinefili farlocchi!!11!1

Qua c'è da sbizzarrirci. Mettetevi comodi.
Voglia di western? Perfetto, c'è il Programma Leone pronto per tenervi occupati una giornata: C'era una volta il westC'era una volta in AmericaPer qualche dollaro in piùIl Buono, il Brutto, il Cattivo. Solo per citare i più famosi. Se riuscite a farveli di fila il Sergione D'Oro vi verrà recapitato direttamente a casa.
Point Break, che sta lì da secoli quindi ho il timore che scadrà tra poco.
Tutte quelle cose supericoniche che basta nominare metà titolo e tutti le conoscono ci sono: Scarface, Donnie Brasco, La sottile linea rossa, Il buio oltre la siepe, Schindler's list...Per una Pasquetta culturale.

Musica!

Lo sapete ormai che io con i musical ci perdo la testa. Accade che Netflix ospiti due dei miei preferiti di sempre: lo strabiliante, vertiginoso, provocatorio e irresistibile The Rocky Horror Picture Show. Avete presente quanto la gente sta facendo venire le palle quadre all'internet perché di Pennywise ce n'è uno solo ed è Tim Curry? Immaginate la rivolta popolare se venisse confermato un remake del Rocky Horror. Il film è da guardare solo previo spostamento di mobili in casa, c'è da ballare il Time Warp.
Moulin Rouge! è l'altro barocco splendore a cui dedico le mie preghiere prima di dormire. Una delle colonne sonore migliori di sempre (qui l'album su Spotify), per un pomposo e ridondante film che vi lascerà agonizzanti sul divano. E Ewan McGregor bello così non lo è stato più.
Footloose poverino rispetto ai due Signori qua sopra passa un po' in secondo piano, ma lo adoro.

Come non ridurre i bambini ai soli film Disney

Vi posso concedere due cartoni Dreamworks, che sono due miei grandi amori: Dragon Trainer, un film che crede di parlare di draghi e invece parla di gatti, e Shrek, una delle mie cose preferite di sempre. Mi spacca dal ridere, che ci posso fare.
Poi però si deve passare all'artiglieria pesante, che non è che li possiamo viziare sti bambini: Monster House, che secondo me la sua dose di strizza la dà eccome, e infine Lei, Coraline.
Se fanno i bravi e non frignano a metà dalla paura, vanno gratificati, con uno dei film d'animazione più belli che siano mai stati fatti, Wolf Children.

Che l'orrore sia con voi e con voi rimanga sempre

Netflix ha ampliato i suoi orizzonti sul genere horror con calma. Come un diesel, appena acceso arrancava un po', invece oggi, pur non avendo le prestazioni di un benzina, si difende bene. Titoli culto? Halloween, da cui si va in pellegrinaggio almeno una volta l'anno, Scream, così se poi vi piace (e vi piace) avete già pronta in canna la serie tv, Lo Squalo, che vi garantisce un'altra maratona a tema perchè ci sono tutti fino al 27.
Meno mainstream ma amatissimi da chiunque abbia visto più di 5 film di genere: The descent, che è indimenticabile perchè un po' fa un paurone e un po' spezza i cuori, The orphanage, che spezza i cuori e basta, ma lo fa con un twist che vi rovinerà la vita, Drag me to hell, che è praticamente Sam Raimi che corre per la strada sventolando bandierine fatte di vomito cantando I'M BACK BITCHEEEEESSSS.
Infine, ma non per importanza, uno dei finali più sconvolgenti della storia, inserito in un monster movie bello come pochi: The mist.
Ah, ci sono anche Evil dead e The final girls. Non fatemi nemmeno cominciare su questi, di corsa a guardare.

Documentari femministi

Netflix ha dato alla parola documentario un significato tutto nuovo, alleggerito della spocchia e della pesantezza che gli si attribuiva (o forse ero solo io).
Se tutto il catalogo è infarcito di cose davvero interessantissime, di ogni tipo e genere, oggi vi elenco solo quelli a tema femminista. Sono importanti, oggi e sempre, e sono impegnativi nel tema ma mai nella trattazione.
Audrie & Daisy The hunting ground parlano di violenza, nel primo caso riguardo a due casi specifici e nel secondo del problema enorme degli stupri nei campus universitari degli Stati Uniti.
She's beautiful when she's angry, che racconta della seconda ondata del femminismo statunitense, degli anni '60 e infine Miss Representation.
Ecco, mi raccomando. Una camomilla prima di partire con questa fila. Alla fine sarete incazzate nere. Ma è un'incazzatura necessaria, anche per Pasquetta.

Quelle due comedy in croce che mi piacciono

Non amo le commedie e nemmeno le stand up comedy. Se vi piacciono, però, Netflix è pieno anche di quello.
Delle poche che adoro, però, sul sito ci sono JunoColazione da Tiffany, e Clerks.
Insieme a loro, tonnellate di quelle cose con Jennifer Lopez o Schwarzy insieme a dei bambini, e un numero francamente inaspettato di roba italiana. Più i vari American Pie, Scarie Movie e compagnia briscola.

Alcuni tra i miei film preferiti della vita 

American History X, una batosta come poche altre ne ho prese.
Fight Club, e credo di non dovervi dire nient'altro.
Gone girl, un thriller eccezionale e con un finale incredibile.
E infine Lui, il Re dei film che abitano il mio cuore: Il labirinto del Fauno. Aprite Netflix, fate partire il film, e lasciate che Del Toro vi porti altrove. Tornerete diversi.

Cosa c'è che devo recuperare assolutamente? Potrei giusto avere una mattina di Pasqua da passare al pc...

giovedì 13 aprile 2017

Non solo cinema: Ano Hana

20:04
La cultura giapponese non mi appartiene. Non leggo manga (o almeno, non li ho letti fino ad ora), non guardo anime, ho provato a leggere persino Murakami Haruki ma non mi è piaciuto. Per qualche motivo che non so spiegarmi lo Studio Ghibli fa eccezione, ma non è di Loro che voglio parlare oggi.
È del mio primo esperimento manga: Ano Hana, consiglio di mio fratello che della cultura nipponica ne sa molto più di quanto ne saprò mai io.


La storia è quella di un ragazzo che si è chiuso in se stesso, ha fallito l'esame d'ingresso in un prestigioso liceo della città, e ha perso gli amici dopo la morte di un membro del gruppo, Menma.
Il fantasma dell'amica scomparsa inizierà a fargli visita, intenzionato ad esaudire un proprio desiderio con l'aiuto dell'amico.

Il collegamento con la recente e ancora fissa in testa visione di 13 reasons why è immediato anche se un po' superficiale: una morte, un ragazzo ossessionato da questa morte, un gruppo di altri ragazzi che gli gira intorno. Se la serie Netflix mi aveva però completamente conquistata in nome di uno stile molto affine a quelli che sono i miei gusti, con Ano Hana il mio apprezzamento è arrivato con calma.
Il manga è composto di soli tre volumi che si leggono alla velocità della luce, motivo per cui ho scelto di iniziare da lui, e si prefigge di raccontarci l'elaborazione di un lutto così profondo. La cosa all'inizio mi aveva fatto storcere il naso.
Insieme a questo, la traduzione atroce e l'uso francamente offensivo della punteggiatura mi avevano fatto voglia di prendere i volumi e lanciarli dal balcone. Non sono miei quindi mi sono trattenuta. Non hanno aiutato nemmeno le espressioncine kawaii che a me fanno venire i brividi freddi.
Col tempo però è successo qualcosa.
Quello che all'inizio mi dava l'impressione di essere un drammone melò scritto con toni e riferimenti che non comprendo, pagina dopo pagina si è rivelato altro. Il fantasma di Menma non è comparso con lo scopo dolcissimo e strappalacrimissime di riunire gli amicy nel gruppo mitico dell'infanzia.
Se succede, è un effetto collaterale. Lei ha semplicemente fatto una promessa (che riconosco essere profondamente frignona e che quindi ammetto avermi fatto storcere il naso) e la vuole mantenere. In poche pagine si riesce a trattare il tema del lutto e dell'amicizia (insieme a quello, enorme e a mio parere trattato meglio), senza troppi fronzoli, andando dritti al sodo e con la voglia di dimostrare quelle che sono le cose che contano davvero. E poichè i miei amici sono la mia famiglia, direi che con me ha vinto facilissimo. La crescita, vista sia mentre avviene che grazie al confronto con i protagonisti bambini, è genuina e onesta, ho rivisto molte cose della Mari di qualche anno fa sparse per diversi personaggi. Ribadisco, in tre volumi si è riusciti a creare personaggi che pur essendo lievemente caricaturali sono riusciti e, se ridimensionati, credibilissimi.

Come primo approccio al mondo, direi che Ano Hana è stato un successo. Non ho in programma di diventare un otaku con il Giappone come solo scopo nella vita, e state tranquilli che non mi vedrete mai ad una fiera del fumetto conciata come un personaggio di finzione, ma sono uscita dalla solita comfort zone ed è stato bello.
Datemi bello e finisco per recensirvi Checco Zalone.

sabato 8 aprile 2017

#CiaoNetflix: 13 reasons why

11:12
Netflix è tornato, sia lodato Netflix!
Connessione nuova fiammante e il mio servizio preferito di nuovo in funzione che ho voluto onorare con un binge watching come non ne facevo dai tempi di Stranger Things. 



13 reasons why è una serie che temevo fosse la Pretty Little Liars del 2017. Mi sbagliavo, perché da Netflix non ci lavorano dei babbi.
Parla di Hannah, una diciassettenne che si è tolta la vita. Prima di suicidarsi, però, ha deciso di registrare 13 cassette nelle quali confidare i motivi del suo gesto, e di farli girare tra alcuni compagni di scuola, tutti in parte responsabili della sua decisione.

Alle superiori ci siamo andati tutti quanti e ne siamo bene o male sopravvissuti. Se la vita sociale di un liceo americano è molto diversa da quella di un istituto italiano (almeno per come l'ho vissuto io), ci sono enormi e tristi somiglianze tra quello che i media ci mostrano delle famose high school statunitensi e la vita di paese, soprattutto se come me si vive in paesini che si aggirano intorno alle 3000 anime. Tutti conoscono tutti, anche quando non ci si conosce affatto, tutti sanno tutto di tutti (o almeno credono, ma non è questo quello che conta), e soprattutto tutti giudicano tutti.

Indicativamente al minuto 5 abbiamo capito tutti dove sarebbe andata a finire la serie. Quale sarebbe stato l'evento scatenante, la famosa goccia traboccavasi. E va bene così, non è il reveal il punto. Il punto è che 13 reasons why va preso così com'è e fatto girare in ogni scuola. Anche già dalle medie, va benissimo. Perchè si parla di qualcosa di cui è fondamentale parlare sempre, ma la cosa più importante è come ci si arriva.

SPOILERS ARE COMING.
tante parolacce pure.

Fin dal primo episodio Hannah, che ricordiamolo è morta, viene riempita di accuse. Bugiarda, attention whore...intuiamo subito che i nastri contengono qualcosa di grosso, ma ci arriviamo col tempo, passando per una serie di molestie che tutte le donne almeno una volta nella vita hanno provato e che sembrano meno rilevanti.
Hannah è stata presa in giro da un ragazzo che le piaceva, una sua foto è stata diffusa contro la sua volontà e sottoposta al pubblico giudizio. Chi è stato mal giudicato in quel caso? Lui? Il ragazzo bello e popolare? Ma no, chiaramente. Quella da prendere in giro era lei. Inizia tutto così, da una foto fatta girare per la scuola. Si prosegue con accuse di essere una ragazza facile, perchè la serie ci ricorda chiaramente che un maschio può fare il gran cazzo che gli pare ma non sia mai che una si diverta. Zitte mute in un angolino. Non datela a nessuno, così poi vi chiamano fighe di legno. Oppure datela a qualcuno tanto per, e siete zoccoloni da combattimento.
Il fatto che Hannah facile non lo fosse non conta poi granchè. Era quello che la gente pensava, e tanto bastava a renderle la vita un inferno.
Siccome la gente ha iniziato a parlare, allora, altri ragazzi della scuola credono sia opportuno infilarle la mano in mezzo alle gambe al primo, idiotissimo, appuntamento. Tanto te la dà, no?
Passiamo poi per lo stalking, per la vita colma di paranoia di qualcuno che si trova un pazzo che ti fotografa sotto la finestra.
In mezzo a tutta questa spazzatura, amicizie false e che si rompono, la solitudine di chi non ha nessuno a cui rivolgersi e l'ipocrisia di chi ti si dichiara amico per poi contribuire alla tua rovina.
Infine, lo stupro. Prima all'amica, poi a lei. Come dicevo, quasi lo aspettavamo. Lo stupro che in questo caso è anche un pretesto per parlare di quello che succede intorno alle vittime, più che alle vittime stesse. Certo, qua una si dà all'alcool e l'altra si ammazza, quindi credo sia piuttosto evidente la vita di una vittima. La macchina che si muove intorno a loro, però, è quella cosa di cui dobbiamo parlare. La vittima la dobbiamo aiutare, ma il contorno lo dobbiamo denunciare.
Abbiamo insegnanti incapaci di gestire una violenza, figuriamoci una vita spezzata. Il pensiero principale è non perdere il lavoro, mantenere la facciata di scuola attenta ai suoi studenti e che non si lascia scappare niente, ma nessuno ad accorgersi che una studentessa è arrivata a scuola ubriaca. Nessuno ad accorgersi che un coglioncello (che poi si rivelerà più pericoloso dei suoi ben più temuti compagni) gira per la scuola scattando foto a persone ignare. Ma paghiamo fior fiore di avvocati per coprire la nostra facciata di professionalità.
Hai voglia poi a farti vedere a piangere.
Abbiamo ragazzi che coprono l'amico stupratore accampando motivazioni che pur facendo riflettere non sono e non saranno mai sufficienti, abbiamo un branco di adolescenti che pur di proteggere il proprio futuro decide di spalare merda su qualcuno che un futuro non ce l'avrà a prescindere. È allarmante, e lo è ancora di più il fatto che nemmeno per un istante io fossi sorpresa.
Di fianco a queste cose incredibilmente grandi e terribili, ci sono violazioni più piccole: l'amica che parla male di te per coprire la sua omosessualità, il collega che pubblica di nascosto un tuo lavoro dimostrando la sensibilità di un piede quando si addormenta, l'altra che ti schiaffeggia perchè pensa che tu le voglia rubare il ragazzo.
Statisticamente, che tutte queste cose accadano ad una sola persona è improbabile. Non impossibile, ma quantomeno complesso. Ma non è questo l'importante. Il ritratto della società adolescenziale che ne esce è tremendamente fedele, ed è spaventoso.
Per farvi un esempio, quando ero adolescente, quindi fino a tipo 5 minuti fa, nel mio paese c'era questa moda: se una ragazza andava con tanti ragazzi per prenderla in giro si diceva che aveva una squadra. Che ne so, di calcio, di basket. La squadra si chiamava con le iniziali della ragazza in questione. Il tono di perculo con cui queste ragazze (ne ho in mente in particolare due) venivano chiamate oggi mi fa accapponare la pelle. Chissà se allora mi rendevo conto di quanto disgustoso fosse.
È per questo che serie come 13 reasons why andrebbero proiettate nelle scuole, mostrate in circoli, associazioni giovanili, ovunque. Che siano uno spunto di comunicazione, di insegnamento, di riflessione.

Se pensate che la visione di 13 reasons why mi abbia reso incattivita, dovreste vedermi quando parlerò di Suffragette.

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