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giovedì 11 marzo 2021

WandaVision

19:27
WandaVision è finito, e con lui le scorte di lacrime che avevo a disposizione per il mese.

La facciamo la solita premessa? Ma facciamola.
Come sa chiunque sia in una relazione di lungo corso, si arriva ad un punto in cui le passioni si mescolano. Lui viene sottoposto a più film dell'orrore di quanti ne voglia tollerare e io mi sono guardata tutto l'MCU. Poi è successo che mi sono affezionata ai tizi in calzamaglia (ma che modo di dire vintage è? bellissimo) e ho letto un paio di fumetti. Poca roba, giusto le cose più cattive tipo Planet Hulk. 
Questo per dire che su questo blog in generale, e quindi in questo post, troverete le opinioni di una che ha fruito praticamente solo dei film.
E, adesso, di una serie che l'ha ridotta ad uno straccio.
Ma non è bello venire sulla Redrumia e trovare solo cose scoppiettanti di allegria? 



Breve accenno di trama, perché poi andiamo in FULL SPOILER MA PROPRIO FULL FULL FULL.
Wanda e Vision sono una felice coppia fresca di casa nuova, e sono i protagonisti di una cotonatissima sit com anni '50. Sembrano usciti dai migliori manuali per signorine dell'epoca, ma ci è chiaro da subito che qualcosa non va, soprattutto perché arriviamo alla serie sapendo che Vision è morto, e che cosa sia lo scopriamo ripercorrendo la storia delle più famose sit com familiari della storia della tv. 

Avevo già scritto un lunghissimo post sulla serie, ma rileggendolo mi sono accorta che era una sbrodolata logorroica su quanto tragico fosse il personaggio di Wanda, sulla sua infelice sorte, su quanto ero triste per lei e su quanto era stato doloroso. 
Nulla di falso, sia chiaro. Ho davvero sofferto come una cretina, ma forse è il caso di argomentare un po' meglio. Diciamo che metterei un trigger warning per i cuori sensibili perché si piange davvero, ma giuro che poi mi fermo qua.

Anche perché quello che ho amato di WandaVision e del suo finale è che non si tratta di una delle sdolcinate faccende con la morale del "Se non ti uccide ti rende più forte". Wanda esce da Westview e sembra tutto ok (per quanto possibile, sia chiaro), fino a quando la vediamo nelle scene post credits. Wanda non solo non è guarita dai lutti della sua vita, ma è più incazzata che mai. E chi la biasima.
Quando Scarlet Witch ha fatto la sua comparsa Erre, che è la persona che mi fa da guida nell'esorbitante mondo dei supereroi a fumetti, mi aveva detto da subito che era in poche parole la più figa di tutte. Nasconderò al mio ego il fatto che probabilmente parlasse anche della bellissima Elizabeth Olsen per concentrarmi sul fatto che i poteri di Wanda sono strepitosi. Non solo sono impressionanti, ma sono anche inseriti in un personaggio molto umano e facile da amare, il che la rende ancora più forte. Anche Capitan Marvel ha una forza senza senso, ma è un'intollerabile snob, quindi non c'è proprio gara.
La serie non solo mette bene in mostra di cosa Scarlet Witch sia capace (cosa impressionante di per sè), ma mostra come i fenomenali poteri cosmici siano pericolosi in mano ai sentimenti umani. 
Wanda è ferita, soffre tantissimo, ed è anche incazzata durissima. L'enormità di quello che crea, assoggettando al suo dolore i suoi poteri, è impressionante. Ho adorato le scene in cui le persone prigioniere riprendevano conoscenza, perché erano la prova di quanto fosse crudele quello che Wanda stava facendo. 

Quindi, collegandoci a questo e in virtù della scena post credits: Wanda è la cattiva della serie?
Non dirò mai niente di cattivo contro quella che è diventata la mia preferita, scusatemi. Più un personaggio soffre più me lo sento vicino e mi ci affeziono e lei soffre come una dannata. Non credo però sia la villain, perché come nei più felici standard marvelliani, il vero cattivo è l'uomo bianco etero preferibilmente con un ruolo in una agenzia governativa. A fianco a lui, all'esterno di Westview, ci sono i comprimari della serie, che ho ricollocato nei propri film di provenienza solo grazie all'intervento del sopracitato Erre. Tranne Asian Jim, quello l'ho riconosciuto da me. (Sì, mi manca ancora The Office.)
Sono personaggi secondari deliziosi, che riempiono bene senza invadere lo spazio dei protagonisti, simpatici e interessanti. Ben scritti.
Poi, però, parlando di comprimari, succede il patatrac. Il vero fallimento della serie. Pietro Maximoff. Fan in visibilio, nerd di tutto il mondo uniti con bandierine celebrative pronti a festeggiare (finalmente!) l'arrivo degli amati X-Men nel MCU. Io faccio parte del gruppo, perché preferisco di gran lunga i mutanti agli Avengers, Giorni di un futuro passato è uno dei miei cinecomic preferiti. Evan Peters è arrivato calandosi dal cielo con ali angeliche a farci sognare. Prima di tutto perché il suo cazzonissimo Quicksilver è un adorabile cretino, e poi per tutte le implicazioni della sua presenza nella serie.
E invece no. La Paraculata Suprema. La Faciloneria Mephistofelica (Erre, sto diventando brava?). Il Martyrs dei finali dei cinecomics. (scusate, questa era esagerata.) Pietro non era davvero Pietro e i nostri cuori si sono infranti, di nuovo. In una serie struggente non ce n'era davvero bisogno, 'nfami. 
C'era gente che era scesa in cantina a ripescare spillati incellophanati a cercare risposte, c'erano forum infuocati, i server di internet rotti. Scusate, mi faccio prendere dal mio iperbolismo. Però mi dispiace, poteva essere una cosa bellissima e invece proprio no. 

Insomma, Pietro non era davvero Pietro, Vision e i bambini sono morti e Westview è tornata alla normalità, con quella frase di Monica che è stata peggio di una spolverata di sale su un graffio: "Non sapranno mai a cosa hai rinunciato per loro."
Vuoi altro, Marvel? Hai sentito che ho goduto un po' troppo per la dipartita dell'odiato Iron Man e hai deciso di punirmi così? Lo accetto. 

La serie finisce, negli episodi finali, per tornare ad essere un classico prodotto Marvel, con la sua battaglia bella grossa e importante e il resto che passa in secondo piano. Non la parte che ho preferito, come non è mai la parte che mi interessa dei film, però nel complesso è un prodotto ben più che godibilissimo. Non esattamente la ventata d'aria fresca che speravo restasse fino alla fine, ma mi sono comunque ritrovata in lacrime a soffrire come una cretina per un personaggio di finzione quindi immagino che abbia funzionato alla perfezione.

Concedetemi di concludere con una riflessione di parte e assolutamente superficiale: le supereroine donne sono le più forti di tutti, non c'è proprio gara. Ora, non so se anche questo sia parte del retaggio culturale per il quale una donna per far parte di un mondo maschile deve essere assolutamente superiore a chiunque o per lei non c'è posto, ma io penso di apprezzarlo. Tra Carol Danvers, Wanda, ma anche Wonder Woman. Non c'è spazio per la mediocrità, tra le donne supereroine.
Devo riflettere su come la penso su questa cosa, ma la bambina che è in me gongola e vorrebbe vederle spaccare tutto, nello specifico i culi dei compagni maschi. 


venerdì 12 febbraio 2021

The Office è finito, lunga vita a The Office

16:37

 Tecnicamente è finito da 8 anni, The Office Us, ma per me è finito oggi, e questo è un tipo di tristezza a cui l'università della vita non ti prepara.

Abbiamo provato a centellinarlo, ci siamo anche fatti una pausa dopo che Michael se n'è andato, per provare a prolungare la visione, ma è giunto il giorno in cui abbiamo lasciato la Dunder Mifflin e devo scrivere un post per salutarla come si deve.


mi mancano già 


POST PIENO DI SPOILER


Per chi non sapesse di che cosa sto parlando: The Office è una (ormai mitologica) serie tv, di 9 stagioni, adattamento statunitense di una serie originale inglese di BBC. È un falso documentario sulla vita lavorativa, e non solo, dei dipendenti di un'azienda che rivende carta nella sede di Scranton, in Pennsylvania. 

Ed è una meraviglia.


Premessina di fatti miei?

Ma chiaro.

Io sono una rompiscatole che non ama la comicità, in particolare quella basata sul cringe, e sono anche una che considera il black humor l'etichetta del cazzo dietro cui ci si nasconde per sentirsi liberi di dire quello che si vuole insultando gli altri. Aggiungo anche che detesto con tutta l'intensità di cui sono capace Ricky Gervais, che della serie è produttore. Così, per chiarire che sono sempre l'anima della festa. 
Eppure, per qualche ragione inspiegabile, una serie che doveva essere l'unione di tutto quello che odio è diventata sgomitando una delle mie preferite di sempre. The Office ha tante di quelle cose sbagliate che non posso nemmeno iniziare ad elencarle. Ma è stata capace di infiltrarsi tra le maglie del mio guardarla con sospetto e si è presa una fetta di cuore larghissima. Mi mancherà un sacco.


Quando ho guardato per la prima volta Friends per intero ero nel target perfetto. Non l'ho visto da bambina in tv, ma da ventenne, quando quel gruppo di amici lì ce l'avevo anche io. Ho anche io amici che sono con me da almeno un decennio e identificarsi in quelle dinamiche era così semplice che Friends è stato a lungo una fetta enorme del mio modo di parlare. Vedevo praticamente la mia vita su schermo. 

Ora che sono un po' cresciuta, è in The Office che trovo ritratta la mia quotidianità. (Di Friends prima o poi parliamo, forse). Magari non negli scherzi di Jim a Dwight, magari non nelle idee folli in cui Michael trascina i colleghi, magari non in Creed. Di sicuro però nelle coppie che nascono senza le grandi scene epocali dei film d'amore ma che nascono dall'amicizia, nei momenti in cui ci si sente fuori posto, negli attimi di piccola condivisione del proprio spazio e del proprio tempo con persone che non sempre si è scelto e che nostro malgrado diventano parte di quello che siamo. 

The Office ha l'immenso pregio di fare il più dolce ritratto delle relazioni umane che ho mai visto in una sit com. Accanto a momenti esagerati e caotici ci sono scambi di sguardi che dicono tutto, piccoli gesti che non passano inosservati, pacche sulle spalle, abbracci e sorrisi. La Dunder Mifflin li ha uniti per caso e loro sono diventati una famiglia. In quanto tale si distruggono di dispetti, si odiano a tratti, fanno cose completamente crudeli uno verso l'altro, si maltrattano e se serve si picchiano anche. Poi in altri momenti, però, cantano insieme, si aiutano (possibilmente senza che il destinatario dell'aiuto lo sappia), si supportano, condividono piccole cose quotidiane che sono quelle che più di tutte ti vincolano l'uno all'altro. Per 7 stagioni sono stati tutti esasperati, imbarazzati, disturbati quotidianamente da quell'incredibile personaggio che risponde al nome di Michael Scott. Quando se n'è andato, però, è stato dolore vero. (Non parlo di me. No no. Io l'ho superata benissimo. Non mi ha affatto lasciato affranta in un mare di sofferenza ad accogliere la sua sostituzione con lo stracavolo di DeAngelo). Le persone più improbabili sono messe insieme per caso e le situazioni di ogni giorno le hanno rese amiche. Pam e Dwight? Senza dubbio l'amicizia migliore della serie. Oscar e Angela? Nati per essere amici. Stanley e Phyllis? Adorabili.


In mezzo a scene esilaranti di adulti che cercano di stare al passo con i più giovani (parlo del parkour? parlo del parkour.), di giovani inabili alla vita (una Erin che è un miracolo sia arrivata all'età adulta), di personaggi caricaturali ed estremi, con Michael come capitano di tutte e tre le squadre, ci sta la vita vera. Quello che ho capito di me è questo: mi conquistano completamente quelle serie in cui è la quotidianità che parla meglio dei suoi personaggi. Guardo tante cose, di tanti generi diversi, ma sono i momenti di intimità che viviamo ogni giorno senza rendercene conto che mi prendono e mi portano via il cuore. In tutte le serie che oggi considero le mie preferite di ogni tempo sono i piccoli momenti di condivisione della vita che alla fine conservo come ricordi preziosi. Il volersi bene ogni giorno, il conoscersi così a fondo che ogni piccola abitudine, ogni vizio, ogni tic, sono noti e detestati e quindi, insieme, amatissimi. 

Ho proprio un punto debole, io, per le famiglie per scelta e non di sangue. Il sentirsi parte di qualcosa di più grande, essere un puntino che insieme ad altri puntini così uguali e così diversi formano un disegno sempre unico, sempre diverso. Gli inside jokes, gli sguardi complici, i ricordi. Sono proprio qualcosa che parla alla mia emotività.


E detto così sembra che The Office sia una sit com seria. Non lo è. The Office è oltre il concetto di demenziale. Non c'è un solo personaggio che sembri una persona normale. Eppure, non appena ci si affeziona a loro, e per quanto mi riguarda ci ho messo un po' di tempo, sono le persone più normali di questo mondo. Con le loro follie e i loro estremi. Sarà difficile accettare di non avere più del nuovo Kevin da vedere. Il mio compagno vivrà la fine di The Office come un lutto solo per il fatto di non avere più Dwight. E io, debole romantichina che so essere, sentirò la mancanza di Jim e Pam come fossero amici miei. Lo so che Jim è un personaggio molto discusso online, e giuro che la mia opinione non è falsata dal fatto che abbia la faccia di 💖John Krasinski💖. Lo so che all'inizio sembra un bulletto con Dwight (non che quest'ultimo non si prenda le sue rivincite quando vuole), e so anche che nell'ultima stagione fa per buona parte delle puntate il verme egoriferito, però ho proprio un debole per loro, la più adorabile coppia delle serie tv di sempre. Lui alza l'asticella dello standard della carineria troppo in alto per i comuni mortali. 

Poi certo, nell'ultima stagione se ne fotte di mettere in completa difficoltà la moglie per InSeGuIrE I sUoI SoGnI, incurante di quelli di lei, e alla fine a cedere è lei per via dei sensi di colpa, questo lo riconosco. Riconosco anche che un video sia un po' poco per farsi perdonare. Però insomma, una stagione negativa su nove mi pare un buono standard. 

Proseguo il mio voler fare la romantichella a tutti i costi perché The Office ha un modo splendido di ritrarre l'amore, sempre. Tutte le coppie che nascono (e che finiscono bene, ovviamente, questo non vale per Michael e Jan o Angela e Andy) hanno una cosa in comune: si divertono. Non importa mai di mostrare la chimica, l'affinità intellettuale, i dialoghi sui massimi sistemi. Jim e Pam, ma anche Michael e Holly, come anche Erin e Pete verso la fine, sono persone che insieme se la godono un sacco, ridono sempre, hanno lo stesso senso dell'umorismo. Angela stessa, la più rigida dell'ufficio, per stare con Dwight si lascia andare e finisce per sposarsi dentro al buco della sua stessa tomba ridendo come una matta. E questo è la cosa più simile alla mia vita reale che ho mai visto ritratta in tv. 


Lo so che The Office ha costruito gran parte della sua ironia intorno ad un personaggio che è sempre sbagliato. Michael Scott non ha detto una cosa giusta in 7 stagioni in cui c'è stato. Tranne gli insulti a Toby, quelli erano sempre meritati. Eppure ha sempre cercato di correggersi, migliorarsi, farsi amare comunque.

E c'è riuscito, perché non si resiste al world's best boss. 

E non si resiste alla Dunder Mifflin. Quello in The Office è un viaggio divertente come nessun altro, e che alla fine lascia col cuore pieno di cose belle. 


Oggi per me è stata una giornata strana. Ho avuto una notizia molto bella, e una molto brutta, e nel mentre ho finito The Office. Forse non me lo sono goduto bene, questo finale.

Forse la ricomincio.


lunedì 23 novembre 2020

The Crown - stagione 4

12:16

Avevo scritto un lunghissimo post su Megan is missing che ho poi deciso di prendere e cestinare. Magari ne farò un riassunto su Letterboxd, mia croce e delizia. Se vi andasse, qua di fianco c'è il link al mio profilo, spesso scrivo qualcosa su quello che sto vedendo. Il punto è che faccio ancora fatica ad avere un'idea precisa sul film e quindi siccome avevo comunque voglia di scrivere un post ho pensato di farlo su una cosa bellissima: The Crown.

Ho scritto post anche sulle stagioni precedenti e lo ripeto con tutto l'entusiasmo che ho: è una serie bellissima che vorrei guardaste tutti a prescindere dal vostro interesse per i reali inglesi. Che loro siano persone reali (nel senso che esistono, non nel senso della nobiltà) fino alla scorsa stagione contava poco e nulla. In questa stagione cambia tutto, e poi ne parliamo, però non cambia quello che penso: è un lavoro meraviglioso.





La quarta stagione ci porta negli anni '80, e negli anni '80 succede la cosa che per me cambia tutto l'approccio alla serie: arriva Lady Diana. Questa donna si è presa un posto così grande nei cuori delle persone che quella distanza che poteva esserci con le prime stagioni viene qui completamente annullata. Mia madre (casalinga della provincia di Cremona) ha pianto guardando i funerali di Diana, me lo ricordo come fosse successo ieri, e non solo per la presenza e la canzone del nostro venerato Elton John. Era proprio commossa come se fosse morta una sua conoscente. Io ero troppo piccola e non ho vissuto questo 'affetto' che il mondo aveva per lei, però vi basta fare un giro tra i commenti su app come TvTime. La gente in questa stagione è impazzita. 

Ora, la serie lo sapeva bene cosa sarebbe successo, perché è una serie scritta da persone intelligenti. Il modo in cui Diana è presentata è perfetto, la metafora del cervo è stata perfetta, l'equilibro che sono riusciti a trovare tra quello che la gente voleva - un primo piano sulla relazione che ha fatto parlare per 15 anni il mondo - e il senso della serie, ovvero ripercorrere la storia della Gran Bretagna attraverso gli occhi di chi vi regna. Elisabeth non è mai messa in ombra da Diana, nella serie, perché sono stati in grado di trovare il modo giusto di raccontare entrambe, ma basta un dialogo tra Philip e Diana a ricordare come funzionano le cose: tutto è sempre e comunque in funzione della Corona. 

Questa stagione è stata per me dolorosissima. Se prima di oggi non avevo mai bene compreso l'appeal di Diana sulle persone, oggi è un po' più facile. Sempre ricordando che si parla di una serie tv e non della realtà, il ritratto della Principessa che viene fatto è straziante. Una ragazzina che dal giorno alla notte si è trovata in una situazione straordinariamente più grande di lei, in un mondo sconosciuto e in cui non le era concesso di essere quello che avrebbe voluto essere. Vedere i sogni romantici di una ragazzina di manco vent'anni distruggersi in così poco tempo è stato tosto. Vederla sbattere fortissimo i piedi per stare a galla lo è altrettanto, e vedere le conseguenze che quello che ha vissuto hanno avuto sul suo corpo e sulla sua mente è stata la batosta definitiva. Ho pianto tanto, in caso non l'avessi fatto intuire. Diana è così umana che non riesce a mescolarsi in quella rigidità di sentimenti e di vita che la Corona impone. E vederlo succedere è davvero doloroso perché la serie ha da sempre messo in chiaro come vengono vissute dai reali le persone che non sono in gradi di contenersi. Margaret da quando è nata combatte contro la vita che le viene imposta, Charles ci ha provato, ma era meno forte della zia. Edoardo VIII ha dovuto fare una storica rinuncia per colpa della famiglia. Diana si è trovata in questo mondo così severo, non ci è cresciuta. Laddove tutti gli esempi citati su erano ben consapevoli di quello che li circondava, perché ci erano cresciuti, lei si è lanciata nella gabbia del leone senza sapere che il leone non era ammaestrato. La serie ci dice che lei, in realtà, nella vita avrebbe sempre voluto essere più di quanto fosse, e di certo lei non arriva nella suddetta gabbia del leone spaventata. Ci ha pensato la vita a ridimensionarle gli entusiasmi. 


Certo, nello stesso periodo la Gran Bretagna stava assistendo anche all'ascesa al potere di un'altra donna che oggi ricordano ancora tutti: la Thatcher. Ecco, questo forse in effetti spiega perché cercassero consolazione nella principessa Diana. Io di brave attrici in questa serie ne ho viste tante, vi ricordo che Olivia Colman è la mia attrice preferita della vita nonché persona preferita dello showbiznez, ma questa stagione ha proprio deciso che voleva mettere il carico da 11 e vincere la briscolata. Quella pazzesca di Gillian Anderson fa la Thatcher, e come la fa bene lo sa solo lei. Di una bravura incredibile. Ora, io sono una bimba della Anderson da Sex Education (per favore, se non lo avete visto lo guardate? è bellissimo lo amo tanto), non da X-Files che - ehm - non ho mai visto, però giuro che il mio amore è recente ma sincero. Ma quanto si può essere bravi? Che lavoro incredibile ha fatto sulla voce? Difficile odiare la Iron Lady se a farla è lei. Poi si odia comunque, cosa vuol dire, però viene dopo, ecco. 

Parliamo anche di Emma Corrin che fa Diana, quando volete. Sta ragazza è del '95, un talento meraviglioso di cui spero sentiremo parlare tantissimo perché a volte la somiglianza fa quasi impressione. 

Le donne si confermano il cuore della serie, anche in un sistema dove sono gli uomini vecchi con i capelli grigi a comandare. 

Poi va beh la sottoscritta deve avere un problema con tutti gli interpreti di Philip perché laddove il mio amore per Matt Smith è immutato e immutabile, Tobias Menzies è bravo, eh, non gli si può dir niente, ma non è il motivo principale per cui lo si nota, ecco. Era una info inutile ma valeva la pena di essere condivisa. 


The Crown è sempre, sempre, sempre una gioia. I colori, la musica, i paesaggi, gli abiti (!!!!!!!gli abiti!!!!!!), l'accuratezza, i suoi eccellenti interpreti, l'intelligenza della scrittura, la pacatezza che riesce sempre e comunque a trasmettere, anche quando parla di cose tutt'altro che pacate. Una serie deliziosa, che adesso vorrei ricominciare da capo perché mannaggia a sti reali maledetti e crudeli, mi mancano tutti. 

Anche la Thatcher.

sabato 17 ottobre 2020

The haunting of Bly Manor

11:54

Non starò qui ad ammorbare chi legge con l'ennesima intro su quanto Mike Flanagan sia uno dei registi che amo di più al mondo e su quanto The haunting of Hill House sia per me la cosa migliore più grande mai accaduta al mondo delle serie tv. Per questo c'è un post specifico che trovate qui.

La sola cosa che è importante dire è che, nonostante le mie paure siano sempre state ampiamente smentite dal regista di cui sopra, mi sono approcciata alla visione della seconda stagione della serie migliore della storia con una bella fetta di timore. Era The haunting ma non era la mia storia, non erano i Crane, non era Hill House. Non so come avrei reagito se non mi fosse piaciuta.

Facciamo quindi una recensione breve: sebbene Hill House mantenga nel mio cuore un posto tutto suo dovuto forse al suo essere la prima (o forse al suo essere perfetta, chi lo sa), Bly Manor è stata l'ennesima conferma che io questi timori non li devo avere mai più, perché il cuore e la testa di Flanagan continuano a parlare ai miei e anche questa volta ha fatto la magia.




Per la recensione intera mi sa che ci sarà da mettersi comodi. Farò il possibile perché sia senza spoiler.

Piccolo accenno di trama per chi non sapesse di cosa di parla: la serie è tratta da Il giro di vite, di Henry James, e racconta dell'arrivo di Dani a Bly Manor come ragazza alla pari. Dovrà occuparsi di Flora e Miles, due bambini rimasti recentemente orfani. Con lei nella casa ci saranno il resto dello staff e qualche fantasma.

Ho provato diverse volte a scrivere questo post, perché ci penso da ieri sera, quando ho visto l'ultimo episodio. Eppure le parole che mi vengono in mente quando parlo di Flanagan e dei suoi lavori - anche se in questa stagione il suo ruolo è "solo" di showrunner, perché di episodi ha diretto solo il primo - sono sempre le solite: delicatezza, poesia, intimità, profondità. Alla lunga scrivere sempre le stesse cose diventa ridondante, persino per me che mi ripeto in continuazione. 

Però sto provando a mettere a fuoco cosa di lui io ami così profondamente, per imparare ad argomentare meglio quando scrivo i miei post, ed è difficile. Perché Bly Manor, tanto quanto Hill House prima di lei, non tocca la mia parte razionale. Si tratta di una serie con un'estetica che incontra il mio gusto (costumi, luci, ambienti, messa in scena, per i miei occhi è stata estasi costante), con una scrittura superba che ho ammirato scena dopo scena, con una bella regia coerente con quella del suo showrunner, con grandi interpreti. E queste cose sono certamente fondamentali per il giudizio di un prodotto del suo tipo. Flanagan ricerca sempre una raffinatezza nel comparto tecnico che anche qui si è fatta notare. Però il punto per me non è quello, e da quando ieri sera ho spento la tv rifletto su come mettere nero su bianco il modo preciso in cui mi colpisce così forte.

Il punto è sempre stato il cuore. In un momento in cui escono mille serie al giorno e si punta sempre al prossimo grande successo che farà vendere mille magliette e creerà milioni di cosplay tutti uguali al Lucca Comics (nessun riferimento a case di carta è intenzionale), Flanagan rallenta i ritmi. Non ricerca la frenesia dell'azione, l'iconicità e la riconoscibilità del suo prodotto. Lui ha storie di persone da raccontare e sa che per fare questo serve altro. Si prende il lusso della lentezza, pur essendo in grado di non creare mai storie noiose, perché, come dicevo su, sa scrivere come nessun altro. Usare la lentezza è quello che serve per creare la quotidianità. Ed è quando ricrei una quotidianità reale, con cui si empatizza così tanto, che ci sbatti con violenza dentro il cuore e la testa dei personaggi che stai portando in scena. L'amore reale che si porta a casa per queste persone non nasce nel momento in cui rischiano la vita l'una per l'altra, o quando affrontano fantasmi spaventosi. è un sentimento che si sviluppa quando assaggiano tutti le creme che Owen ha fatto e decidono quale sia più buona, è quando si prendono una pausa dal lavoro e si fermano a bersi un gin tonic e a fare del sano gossip. Li ami un po' di più quando si danno il primo bacio e non va tutto come nelle favole, quando sono spaventati, quando litigano. Quando si scambiano parole quotidiane, quando sono persone normali, con amori che fanno male, con gelosie, con piccole discussioni della vita di tutti i giorni. E per raccontare questo serve tempo. Servono 9 episodi da un'ora l'uno (e sa solo dio se ne vorrei di più) per far sì che alcune persone passino da sconosciuti a colleghi, ad amici, a famiglia. Serve morbidezza nel racconto perché alcune persone capitate lì per caso diventino l'anima intera della casa che amano. L'amore che inevitabilmente si prova per i bambini diventa collante e infine l'amore permea la casa, ed è così forte l'unione che ne nasce che l'ultimo, meraviglioso episodio ce lo conferma. Non si esce mai da quei legami qui, quelli nati con le piccole cose, con la vita condivisa. 

E noi, che lo vediamo sullo schermo, siamo con loro, con il cuore e con la testa. Siamo insieme al meraviglioso Owen quando soffre e ammette cose difficili e beve perché tanto cosa altro può fare? Siamo con Hannah che deve convivere ogni giorno con una vita nuova perché la sua le è stata stravolta. Siamo con lo zio Henry, quando con una sola battuta è stato in grado di ribaltare la sua immagine e spezzarci il cuore. E siamo con i bambini, che sono piccini e pieni di problemi, ma che sono più grandi di tutti, perché hanno segreti e li tacciono solo per il bene di quei grandi che dovrebbero nasconderli a loro, i segreti.

Il male, a Bly Manor, ha la forma del trauma, del dolore che ha fatto fermentare il germe cattivo. Non ci sono cattivi e basta, ci sono persone rotte dentro che non sanno come fare ad essere altro che così. Non ci sono nemici, non ci sono vincitori. Quello a cui assistiamo è il frammento di alcune esistenze e, sebbene da un punto di vista strettamente tecnico i tempi siano perfetti così, è ogni volta un dolore non poterli accompagnare oltre. Vedere Flora diventare grande, vedere Owen guarire dal suo mal di cuore, vedere Jaime felice, vedere la vita di tutti andare avanti. Mi pare evidente che la serie la ricomincio subito, ma mi fermerò sempre lì, e sarà sempre una sofferenza.


Il modo in cui Flanagan ha rivestito di un amore così profondo l'orrore mi lascia ogni volta senza parole. Tra gli appassionati si sa che l'orrore è cosa ben più ampia dei cinemacci di sangue e squartamenti che gli vengono spesso affibiati come unica caratteristica, ma Flanagan lo sta facendo su Netflix. Non in un cinemello di nicchia, ma sulla più grande piattaforma di streaming del momento lui sta  mostrando a tutti che quella poesia qua è possibile. Ci sta dicendo che il modo migliore per parlare di sentimenti è quello sincero, non artefatto, non costruito a pennello per ricalcare un nostro immaginario. Usa un linguaggio così vicino a noi che i nostri sentimenti si fondono sempre alla perfezione con quello che vediamo sullo schermo. Mi dispiace non essere in grado di evitare i consueti aggettivi che gli riservo, quindi li metto tutti alla fine e tutti insieme, per sfogarmi di averli trattenuti finora: Bly Manor è l'ennesima storia di Flanagan che mescola l'orrore con la poesia, fondendoli con la maestria di chi questo cuore ce l'ha sinceramente e non costruito solo per fare un buon prodotto. In questo caso c'è anche l'aggiunta di un magnifico racconto d'amore, e se aveste qualche dubbio ve lo sciolgo subito: è dolcissimo nel modo potente e mai mai mai mai mai stucchevole in cui solo lui poteva esserlo. Emozionante sempre, dolce, elegantissimo, magnetico.

Anche questa volta, Mike Flanagan è stato il più bravo di tutti. 

The rest is confetti.

mercoledì 1 luglio 2020

Ho guardato Sex and the city e ho delle opinioni

10:41
Da un po' di tempo a questo parte la tizia che scrive su questo blog si spacca di esercizio fisico. Mica per passione, per carità. Solo per dovere. Avevo bisogno di una serie leggera che mi tenesse compagnia durante le infinite sessioni di cardio e ho pensato che fosse una buona idea guardare finalmente Sex and the city.
Ho tante opinioni in merito.
Spoiler: temo sarò antipatica e rivelerò ogni singola cosa successa nella serie, lo spoiler alert è ai massimi livelli.


Cominciamo col rant femminista, così ce lo leviamo subito.
La serie si è fatta la fama di essere femminista, rivoluzionaria, estrema per quello a cui si era abituati, e io, che negli anni in cui è uscita facevo le scuole dell'obbligo, non so dire quanto e come questo sia vero. Però l'ho guardata oggi, e se è vero che alcune delle cose di cui parla sono ancora oggi considerate tabù (masturbazione femminile, una su tutte), ha dei limiti enormi, che mi sento di giudicare perché non parliamo mica di roba di 40 anni fa. Ok la contestualizzazione, ma questo non è Via col vento.
Le donne protagoniste sono ricchissime (non fatemi nemmeno cominciare a dire quello che penso sulla parte in cui Carrie si deve ricomprare la casa che Aidan aveva comprato per lei o sbrocco subito), bellissime, bianche come il latte, magre. Non sono rappresentative del genere nella sua complessità nemmeno per sbaglio. E sì, parlo dell'estetica, ma non solo. Come ci si può identificare in Carrie? Una che per campare in un bellissimo appartamento a Manhattan scrive un (uno) articolo a settimana in cui fondamentalmente racconta i cazzi suoi e di tutti quelli che la circondano? Solo perché anche lei soffre per amore? Siamo solo questo? Siamo tutte uguali perché prima o poi nella vita siamo state con uno che non voleva le nostre stesse cose e quindi la comprendiamo?
Non è così, è una visione troppo limitante per essere presa sul serio.
Ma la cosa più grave è che quando la serie prova a parlare di argomenti davvero significativi (non che l'amore non lo sia, non fraintendetemi) non lo fa mai come dovrebbe. Non approfondisce, non esplora, non va mai oltre la singola scena carina che fa da contorno ai discorsi sul sesso.
Miranda e Samantha hanno tanto da dire, e ci provano, ma non vanno mai a fondo. Samantha è una donna di successo, realizzata professionalmente e con una sicurezza in sé tale da permetterle di avere sempre chiaro in mente quello che vuole. Però è più comodo farla passare per quella che vuole solo scopare perché fa più ridere. (personalmente, ma so che io sono antipatica, ho trovato talmente cringe le sue scene di sesso da doverle skippare, sempre) Ma soprattutto alla fine le relazioni le hanno dovute dare anche a lei, non sia mai che una scelga di voler stare senza uomini in pianta stabile.
Miranda è quella che non solo ha l'unico percorso sentimentale degno di nota (quella tra lei e Steve è l'unica relazione costruita con un minimo di senso), ma quella che affronta temi più interessanti. Miranda è un'avvocata di grande successo, che fa carriera ma che vive il suo essere donna nel suo ambiente di lavoro come uno svantaggio. Lei è quella che viene trattata in modo diverso quando single o in una relazione, lei è quella che sta con un uomo che si sente svilito dal fatto che lei guadagni di più, lei è quella che vive una maternità ancora considerata anomala. Ama suo figlio ma non l'aveva cercato, non sa cosa sia il senso materno, non si è mai snaturata in virtù della sua nuova condizione di madre pur avendo accettato che a volte fare compromessi è un buon modo per essere felici. Davvero un peccato che tutto questo sia stato reso come un blando accompagnamento alle ben più importanti relazioni sentimentali.
Charlotte è una macchietta che non si sostiene. Sia chiaro: che una donna desideri la vita "convenzionale", che sia romantica e ingenua mica è da criticare. Dignitosa tanto quanto le altre, anche se c'è sempre da chiedersi quale sia l'origine di certi desideri. Ma insomma, lei è l'elemento classico, con i suoi cagnolini borghesi e il suo straordinario attico pagatole dall'ex marito. Poteva esserlo senza essere una caricatura, e invece sembra una cretina, e questo è un modo manco troppo velato di giudicarle, le Charlotte.
E infine Carrie. Come a questi sia venuto in mente di fare di lei la protagonista è un mistero. Carrie vorrebbe essere quella più simile a noi: non è un estremo in nessuno dei sensi delle sue amiche, non ha alcuna caratteristica degna di nota se non quella di auto considerarsi una 'cavalla pazza impossibile da domare' quando tutto quello che vuole dall'episodio uno è sposarsi, quindi cosa ci sia di indomabile ce lo spiegheranno i posteri. Vorrebbe essere la ragazza comune della porta accanto, ma la ragazza comune della porta accanto non fa il suo lavoro, nella sua città, con i suoi soldi. Carrie è irragionevole, ostinata nelle cose sbagliate e soprattutto protagonista di una delle più brutte storie d'amore mai raccontate. Lei e Big sono due persone orrende e in quanto tali si meritano a vicenda.
Le carriere sono ridicole, o meglio lo è il modo in cui sono mostrate. Miranda aveva qualcosa da dire ma non le è stato dato spazio, Charlotte si licenzia appena si sposa, Samantha si vede solo accennata e Carrie fa passi avanti mostrati come scusa per dare delle feste con tanti cari saluti a tutto il resto.

Ma la serie vuole parlare d'amore e sesso? Parliamone anche noi.
La costruzione delle relazioni in questa serie tv è ridicola. Persone che compaiono e scompaiono alla velocità della luce, senza che si abbia alcun modo di affezionarsi a nessuno, persone che ritornano senza che ci sia una costruzione. Big scompare una decina di volte dalla serie. Si sposa, poi si trasferisce, poi la lascia, e puntualmente, senza alcun perché sensato, ritorna, giusto per farlo tornare. Un esempio su tutti tanto per dare l'idea. Big si trasferisce in California, ci sono grandi addii ed è tutto molto commovente (no). Ritorna a New York perché deve essere operato. Ma che scrittura del cazzo è, non c'è un cardiochirurgo in tutto lo stato della California? Che cavolo di pretesto idiota è per farlo tornare? Ma basta, la loro storia è un ripetersi delle stesse identiche dinamiche per sei infinite stagioni. Lui che per un po' di episodi non si vede e poi ricompare. Per non parlare dell'orrore della terza (mi pare) stagione, in cui Big diventa l'amante di Carrie quando lei sta con quell'uomo meraviglioso che è Aidan. Per quattro episodi consecutivi la puntata si chiude con Carrie e Big che decidono di chiudere e per quattro volte l'episodio successivo si apre con loro che non hanno chiuso davvero. Ci fosse stata una quinta avrei lanciato il pc dalla finestra. Questa serie è talmente scritta male che non ha senso.
Vediamo troppo poco gli amori, nonostante siano il centro delle vicende non sono mai approfonditi. (Con l'eccezione di alcuni di quelli di Carrie) Per dire, se qualcuno alla fine ha capito quale fosse effettivamente il problema di Trey con Charlotte e volesse farmelo sapere, i commenti sono aperti. Sempre parlando di Charlotte: incontra Harry, ci finisce a letto, niente di nuovo all'orizzonte. Due puntate e cinque minuti totali di discorso dopo questa si è convertita per lui, per poterlo sposare. Ma quando è successo tutto? Le cose diventano serie senza che noi le vediamo succedere. La serie si concentra sul modo in cui le amiche si raccontano le cose che succedono loro ma noi spettatori ne vediamo una piccola porzione che rende impossibile il tanto amato concetto di ship. Il famoso show not tell in fumo per sei stagioni.
Giusto Steve e Miranda hanno una costruzione interessante: stanno insieme, non funziona, ma lui non scompare se non per un breve periodo. Steve rimane presente nella vita di Miranda, restano amici e anche se lei stronza capisce di volerlo sempre appena lui cerca di andare avanti, non si separano mai veramente, e il loro matrimonio non è improvviso e inspiegabile come entrambi quelli di Charlotte, nonostante la lente sia puntata su Charlotte e Harry un po' di più sul finale. Tutto il resto? Una nebulosa di persone che passano senza lasciare alcun segno. Direte voi: beh sono donne libere, escono con tante persone, non tutte sono significative. Sacrosanto, viva le storielle passeggere, però non se quando ne parli con le amiche descrivi sentimenti profondi e come sei felice con lui e finalmente è la volta buona.
Questo però non è un bel segno. Volere l'amore è legittimo, perché l'amore è davvero una cosa bellissima. Che tutte e quattro, compresa quella che l'amore non lo voleva, però finiscano accasate e felici è l'happy ending che una serie così non poteva non avere ma che non ha nulla di trasgressivo, diverso, innovativo. Le donne sono complete sono quando sono felici con un uomo e tanto basta a far concludere la serie con un sorriso.
Che desolazione.

Io alla fine a loro quattro mi sono affezionata, perché sono una che si affeziona anche agli oggetti inanimati e a cui basta nulla. Però se questa è la trasgressione, se parlare di pompini a tavola è il solo modo per mostrare le donne sotto una luce inedita allora a me non basta.
Continuo a guardare volentieri le scarpe e i vestiti e a piangere su quanto voglio i capelli di SJP, ma voglio di più.

martedì 19 novembre 2019

The Crown - Stagione 3

10:19
Se mi seguite su Twitter prima di tutto mi dispiace per voi, lì sono logorroica.
In secondo luogo, però, sapete già che The Crown non solo è uno dei miei prodotti Netflix preferiti ma anche che aspettavo questa terza stagione come si aspettava il messia.
Sì, anche solo per lei, la Regina del mio cuore, Olivia Colman.
Ho sempre tentennato di fronte a domande come 'Chi è il tuo attore preferito?', cose del genere. Olivia Colman, però, è la mia attrice preferita, oltre ogni dubbio. L'ho vista per la prima volta prendere a calci e pugni il marito in Broadchurch (guardatela che è una serie breve pazzesca) e da quel momento tra me e lei è stato amore folle. Vederla diventare sempre più popolare e presente è per me fonte di orgoglio personale, le voglio il bene sincero che si vuole a certe celebrity che non hanno paura di mostrarsi umane. (Chi se lo scorda più, il suo discorso agli Oscar?)
Ma torniamo alla serie.


Per chi fosse nuovo da queste parti: The Crown è una serie che ripercorre il regno di Elisabetta II del Regno Unito, un decennio per stagione, a partire dalla morte del padre Giorgio VI. In questa terza stagione siamo tra gli anni 60 e i 70.

Sono nella solita estasi visiva da fine di The Crown. La serie si conferma esteticamente una goduria, tra abiti, trucco, il clima e i suoi colori, la natura, i castelli. Davvero conta come un ottimo motivo per guardarla, è curatissima ed eccezionalmente bella da guardare.
Dal punto di vista narrativo siamo di fronte a dieci puntate autoconclusive, ognuna delle quali racconta episodi specifici della storia della Gran Bretagna oppure si sofferma su un personaggio nel dettaglio. Spesso l'episodio si conclude con le classiche righe di spiegazione da film tratto da una storia vera, che non solo non danno fastidio ma danno anzi un senso di chiusura per quanto possibile, proprio perché, essendo gli episodi in linea di massima slegati tra di loro, si parla di certi fatti storici in un occasione e poi basta, e così si dà loro una giusta conclusione.

Poco importa che dei Windsor interessi o meno: la serie sarebbe magnifica anche se si trattasse di una serie di finzione. Ha una tale profondità nel mostrare (non raccontare, mostrare proprio) le persone e i loro rapporti che ha bisogno di poche parole. Ci sono tanti primi piani messi in mano ad attori (tutti quanti) che sono in grado di comunicare ogni cosa senza parlare, e la serie ne guadagna in eleganza.
Non di solo Colman è fatto il cast: se lei è la più brava di tutte (non dico nella serie, dico nel mondo) è vero anche che è stato fatto un lavoro di casting riuscitissimo. Ad eccezione della Bonham Carter, mi dispiace. Non me ne faccio una ragione che Margaret sia lei, non ha alcun senso, non la mando giù. A me la BC non piace proprio, la trovo sempre uguale a se stessa e che un personaggio tormentato come la sorella della regina sia uguale a Bellatrix Lestrange scusatemi ma non riesco a tollerarlo. A rubarci il fiato, però, è Derek Jacobi, nei panni del malato zio abdicatore, il Duca di Windsor. C'è una scena di un dialogo tra lui ed Elisabetta che è incredibile, lo zio è gravemente malato e Jacobi è di un bravo che non ci si crede.

In questa stagione troviamo anche un Filippo mai così umano e apprezzabile, proprio lui che nelle scorse stagioni si era fatto così detestare. A volte è difficile tenere a mente che quel personaggio lì è il memabilissimo duca di Edimburgo che conosciamo nella vita reale, perché questo Filippo, pur mantenendosi se stesso, è diventato più profondo, meno ossessionato dal suo ruolo di eterno secondo e più presente nella vita della moglie. Mi sono piaciuti tanto personaggio e interprete. Abbiamo anche il faro puntato su Charles, sulla sua vita e il suo ruolo che pian piano inizia a definirsi e acquisire importanza nella famiglia reale, non tanto per i suoi meriti personali, che come di consueto tra i Windsor non hanno alcuna importanza, anzi, ma solo per la figura che rappresenta. Charles è inquieto, frustrato, innamorato. Lui e soprattutto la sorella Anne portano una ventata di freschezza a questa stagione, la voglia di essere e fare niente di più di quello che ci si aspetta da due ragazzi della loro età.
Ma soprattutto, come sempre, il faro è puntato su di lei, Elisabetta, che in questa stagione si lascia andare a qualche momento di emotività in più, pur faticando a tirarli fuori. Si emoziona, piange, si lascia andare a dichiarazioni di affetto più ardite rispetto a quelle a cui ci aveva abituati. E poi ha la faccia della Colman, e prometto di non continuare a fare la fangirl, ma quella lì ha una faccia a cui basta un quarto di movimento per dire tutto, e quando si interpreta un personaggio che non può dire tutto quello che vorrebbe in ogni momento beh, è la scelta migliore che si potesse fare.

E adesso siamo qua, orfani dei Windsor, dei loro casini, dei loro sotterfugi, dei complotti politici e degli sguardi silenziosi. E prima di averne ancora dovremo aspettare che la piattaforma sforni altre 3 stagioni di roba come Tredici prima di avere la nostra meritatissima quarta stagione.
Mettiamoci comodi, sarà un'attesa lunga.


giovedì 19 settembre 2019

Di Euphoria e deliri vari sull'adolescenza

22:09
Ogni tanto HBO si ricorda che deve tenere testa ai due giganti Netflix e Prime Video quindi si impegna e tira fuori le bombe che smuovono il web. Quest anno in più doveva farsi perdonare di quell'involontario orrore che è stata l'ultima stagione di GoT e quindi ha tirato fuori dal cilindro Euphoria, ormai considerato dal'internet che conta il miglior teen drama di sempre.
Io ho delle cose da dire, e spero davvero non vengano prese come le opinioni di una che vuole fare la bastian contraria a tutti i costi, giuro che non è così.


Quella di Euphoria è la storia di un gruppo di adolescenti alle prese con droga, sesso, relazioni malate e famiglie complesse. La protagonista è Rue, che conosciamo appena uscita da una rehab. Con l'inizio del nuovo anno conoscerà Jules, che la motiverà a diventare la miglior versione possibile di se stessa.

Partiamo dalle cose oggettivamente vere: è una bella serie, con colori, fotografia, alcune interpretazioni e colonna sonora che sono spettacolari. Zendaya è una piccola perla che dobbiamo custodire gelosamente e i temi trattati sono di fondamentale importanza. Revenge porn, body positivity, droga, violenza (sessuale e non), molestie, aborti, disforia di genere...è importante che se ne parli sempre ma forse un pochino di più che se ne parli in una serie rivolta ad un pubblico teen. Non siamo ancora pronti a smettere di parlarne e temo che non lo saremo ancora per un po', quindi benvenga. Parliamone fino a che ce ne sarà bisogno e io sarò qui a sottolinearne l'importanza.

Però ho dei però e ne vorrei parlare un pochino, e per farlo temo finiremo in SPOILER.

La mia prima considerazione è soggettiva, quindi non vuole per forza essere una critica alla serie ma ai miei gusti: io sarei anche un pochino piena di quella rappresentazione qua dei giovani. Esistono i giovani tossicodipendenti, esistono i giovani violenti e squilibrati e disagiati. Ci sono quindi va bene che se ne parli. Capisco anche (e so per certo) che certe situazioni si attirano a vicenda, quindi è facile che il tossico esca con quello che ha la famiglia problematica che a sua volta esca con quella inquieta e così via. Lo capisco, mi sta bene.
Ma se in tutta la serie tv non c'è un personaggio che sia uno che faccia un chilo io mi faccio due domande. Il solo personaggio senza drama è Lexi, che infatti è ritratta come un secondario poco interessante a fronte dei grandi problemoni degli altri. Perdonatemi questo tono sarcastico, non so bene come esprimere quello che vorrei. Mi sembra scritto in modo pigro, ecco.
La cosa che mi dispiace di più è questa: le riflessioni che fa spesso Rue, che è la narratrice, le ho riconosciuti come mie. Sono un linguaggio universale che riflette dubbi e fragilità di chiunque abbia avuto 17 anni. Anche di quegli adolescenti che fanno vite più apparentemente banali. L'intensità di pensiero e dei sentimenti sono i medesimi. Solo, è più facile raccontarli se sono associati a vite piene di drammi. Una famiglia disfunzionale o dei problemi con la droga sono senz'altro difficili da raccontare, ma portano con sè molti più eventi, e il fluire della vicenda è più facile. Mi sbaglio io? Mi sembra solo che infilandoci tutte queste cose (e sono davvero tantissime, non c'è un'anima che abbia una vita senza tanti problemi immensi) se ne perda un po' il senso.
Prendiamo Cassie ad esempio. Cassie la conosciamo come vittima di revenge porn. Problema 1. Oltre alle voci e alla fama arriva il futuro da pattinatrice troncato. Problema 2, solo accennato. Poi la madre alcolizzata. Problema 3. Il padre si allontana dalla famiglia e diventa tossicodipendente. Mi sento di classificarli come problemi separati, 4 e 5. Infine, la gravidanza indesiderata e l'aborto. Problema 6. Considero questo insieme di problemi realistico? Sì, assolutamente, ci sono situazioni degradate dove è la norma. Lo considero pigro dal punto di vista narrativo? Sì. Potevamo scegliere uno dei problemi e approfondirlo come avrebbe meritato. Ma come, direte, se hai detto che è realistico perché togliere qualcosa? Perché la vita vera non dura 8 episodi da un'ora. Se hai questo tempo cerca di far passare al meglio che puoi un messaggio, persino il veterinario del mio cane dice che chi fa troppe cose le fa tutte male. Così si finisce che l'aborto è una scena in cui piangi un po' e in una successiva in cui rispondi a qualche domanda. Magari fosse così nella vita reale. Le cose sono un po' più complicate.
Mi è sembrato che ogni episodio fosse un elenco ordinato di tutti i problemi che rendono i personaggi quello che sono e non è il mio modo preferito di scrivere una serie tv. 
Ciò detto, se esiste una serie tv che ritrae giovani meno estremi ma in grado di esprimere con efficacia problemi e dolori dell'età, vi chiedo di farmelo sapere, la guarderei con estremo piacere. Nel dubbio continuo The Office.

Un'altra cosa che proprio non ho amato è stato il modo in cui ci viene raccontato il rapporto tra Rue e Jules. Le due si conoscono, diventano amiche da subito. Poi quasi improvvisamente il rapporto diventa intensissimo, e infine qualcosa di più che amicizia. Il mio problema con questa cosa è semplice: viene più raccontata che mostrata. Le scene tra le due sono poche e fatte prevalentemente di sguardi e silenzi e notti passate insieme a dormire e se un paio di occhiate intime bastassero a far nascere un amore folle i non vedenti non avrebbero alcuna chance di trovare l'amore. Non ho empatizzato, non mi sono emozionata, non ho provato nulla. Le scene tra le ragazze sono spesso flashback o ricordi, sono raramente 'dirette' e si è assistito troppo poco allo sviluppo di questo rapporto per poterne veramente godere a pieno. Un gran peccato, soprattutto perché Jules è il personaggio che ho trovato scritto meglio. Una giovane ragazza trans che a causa del suo trascorso difficile ora ha comportamenti masochisti ed estremi. Non c'è bisogno di grandi dialoghi sulla faccenda disforia, che avrebbero potuto finire per essere ridondanti e già sentiti, bastano poche immagini a cogliere il suo disagio e il suo dolore, e il suo bisogno di sfogarli. Non capisco perché per lei siano riusciti così bene mentre con altri no. 
Nate, altro grande esempio. Questo ha una famiglia che definire problematica è fargli un complimento, una relazione sentimentale malsana e una tendenza alla minaccia che sfocia nella violenza vera e propria. Eppure, non si va mai a fondo con lui. Non si scava più di tanto, si accumulano informazioni su informazioni che restano lì, come un elenco della spesa da spuntare. Sessualità confusa? Check. Daddy issues? Check. Bisogno di violenza? Svariati check. Fragilità? Al primo posto. 

Infine, ma non per importanza, il ritratto della sessualità che viene fatto in Euphoria è desolante. Ci sono adulti che fanno sesso violento con ragazzini e ragazzine fuori dalle mura domestiche, del sesso con la moglie non abbiamo informazioni, la purezza del talamo nuziale è intatta. C'è del sesso interrotto, violento, cattivo, doloroso. Si usa come sfogo, come ricatto, come punizione. Spesso c'è solo un grande squallore e soprattutto porta un casino di guai: foto, video, insicurezze, gravidanze indesiderate.
In una serie destinata ad un pubblico giovane questo non può essere l'unico esempio mostrato. Non c'è mai sentimento, mai divertimento, mai nulla di piacevole. Non va mica bene così, lo facevano negli slasher degli anni '80 e a loro perdoniamo ogni cosa, ma da una serie fresca e giovane mi aspetto altro.

Per me un gran peccato.
Guarderò comunque la prossima stagione sperando mi dia qualcosa che qua non ho avuto, e probabilmente se l'avessi vista a 17 anni me ne sarei innamorata. 
Oggi, però, chiedo qualcosa di più.


lunedì 10 giugno 2019

Chernobyl

09:51
Il web è forse saturo di persone che esaltano la nuova miniserie HBO?
Sì.
Questo mi esimerà dal parlarne anche qua?
Assolutamente no.


Non credo serva la trama, vero?
Raccontiamo solo che la serie inizia al momento dell'esplosione del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl e si conclude con il processo.
Vorrei dire che in casi come questi è scongiurato il pericolo spoiler, ma in realtà la vicenda è così complessa e piena di risvolti che io non conoscevo che alcuni dettagli che mi hanno comunque sorpresa e lasciata senza parole.

Di Chernobyl non si parla mai. Io sono del 90, quindi non l'ho vissuta, ma la conoscevo di fama come tutti. Eppure, fino a poco fa, mancavano documentari, libri, approfondimenti. HBO è arrivata come una ruspa (in un momento in cui l'attenzione sul tema era stata riaccesa, da un libro uscito qualche anno fa) e ha non solo raccontato una storia che va conosciuta e non dimenticata, ma anche alzato l'asticella degli standard delle miniserie, perché è un lavoro incredibile che merita tutta l'attenzione che sta ricevendo e anche di più.

(Edit: scopro da Wikipedia che in realtà sono sempre esistiti prodotti che raccontano la vicenda di Chernobyl, tra corti, documentari e film, ma io non li conoscevo, a parte quell'horrorino di qualche anno fa - Chernobyl Diaries - ma in ogni caso nessuno sembra avere avuto i fari puntati addosso quanto questa serie, che sembra essere arrivata a dare piuttosto fastidio alla Russia.)

Quando si parla di argomenti così delicati e con l'aggravante di essere vicini a noi nel tempo, si cammina sulle uova. Sarebbe stato facilissimo lasciarsi andare a commozione facile o a voyeuristici racconti macabri.
Sebbene non ci si possa esimere dal raccontare storie strazianti e dal mostrare immagini raccapriccianti, queste sono nulla in confronto al vero punto della serie: la vera colpa del disastro è di una nazione chiusa e orgogliosa, per la quale la tutela della propria immagine viene prima della protezione dei propri cittadini. Un disastro in cui ogni aspetto è peggiore del precedente, in cui ogni singolo dettaglio non fa che peggiorare l'opinione che lo spettatore ha delle persone e delle loro decisioni.

Si è scelto di raccontare storie singole perché sono più efficaci. Muoiono ogni anno centinaia di bambini sulle navi, per esempio, ma i numeri sono freddi, non ci colpiscono. Pare assurdo a dirsi, ma è vero, a fronte di centinaia di bambini noi ci ricordiamo solo di quello in spiaggia, o di quello con la pagella cucita. Siamo così, e la serie per raccontarci le migliaia di vite compromesse dal disastro sceglie di mostrarcene una, reale e non creata per la serie, quella del pompiere Vasily Ignatenko. Vasily ha un nome, una faccia e una storia, ma li rappresenta tutti: pompieri, ingegneri, minatori, liquidatori. Conoscere lui è stato un modo per colpirci più forte ma allo stesso tempo farceli conoscere tutti, e con me è stato efficacissimo. Non ho mai pensato: "Povero Ignatenko" ho sempre pensato "Povera gente".
(Non con commiserazione, la serie non lascia spazio alle lacrimucce alla John Green.)

Allo stesso tempo, si è data attenzione enorme alle persone che dovevano trovare una soluzione. La squadra capitanata dal vicepresidente del consiglio dei ministri Shcherbina e il vicedirettore dell'istituto di energia atomica Legasov.
Non erano robot a risolvere un guaio con un algoritmo o so ben io cosa. Erano persone, che si sono trovate di punto in bianco con un problema all'apparenza impossibile e con milioni di vite da tutelare. Non riesco ad immaginare ad una situazione più stressante di così. Il problema era così impossibile che non esistevano piani B. Non c'era una procedura standard da seguire, perché il problema non sarebbe mai dovuto esistere.
Queste persone le vediamo da vicinissimo. Non sappiamo nemmeno se abbiano o meno famiglia, siamo troppo concentrati su quanto loro siano concentrati sulla faccenda. Ci sono verità da conoscere, scomodissime e pericolose, un governo da soddisfare, milioni di vite da salvare e qualcuna da sacrificare. Un lavoro tremendo ma che qualcuno doveva pur fare. Shcherbina e Legasov non sono solo stati scritti magnificamente, sono anche stati dati in gestione a due attori che lasciano senza fiato. Stellan Skasgard e Jared Harris riempiono lo schermo con la loro rabbia, la frustrazione, la necessità di restare concentrati anche quando si vorrebbe mandare tutto all'aria e lasciare che di questo problema se ne occupasse chi ne era responsabile.
Poi ci si accorge che un solo vero responsabile non c'è mai stato, ma non è questo il punto.
Hanno dato vita a due personaggi che lasciano senza fiato, le cui vite sono cambiate per sempre dopo Chernobyl e che non si sono mai staccate dall'accaduto. Due attori che da soli sarebbero bastati a fare della serie il prodotto migliore dell'anno ma che non rubano lo schermo al resto. Si mischiano alla perfezione con l'altissima qualità di tutto quello che li circonda.

Se vogliamo parlare della vicenda, ci dobbiamo arrabbiare. Frustante, dolorosa, scandalosa. Non riesco dopo giorni a capacitarmi di come una cosa del genere sia potuta accadere, di come questa sia la prova tangibile che non esistono buoni e cattivi e che il potere è da sempre il vero grande cattivo della Storia. Ci si arrabbia e si soffre.
Ma siccome su questo blog non parliamo di Storia ma di serie tv, quello che posso dire su Chernobyl è che ha l'eleganza di chi non ha bisogno di mostrare troppo. Si vedono scene forti ma non sono il punto perché la storia ha così tanto altro da dare che soffermarsi sui dettagli macabri non serve. Si mostra per far conoscere. Io banalmente gli effetti delle radiazioni sul corpo non le conoscevo, ora sì. Ma non ci si sofferma su quello, perché tutto il resto è anche peggio.
Chirurgicamente la serie ricostruisce alla perfezione gli eventi e li riporta quasi come un approfondimento giornalistico. Ricostruisce così bene gli anni che ogni dettaglio sembra uscito direttamente dall'86, come se fosse tutto originale dell'epoca. Gli ambienti, i vestiti, i capelli, l'arredamento, la luce...emergere da un episodio è come fare un viaggio nel tempo.
Ogni singola scelta fatta per la realizzazione di questa serie è splendida: le luci, l'eleganza della narrazione, la sceneggiatura, le immagini. Mi è piaciuto tutto quanto.

Eppure, quando si emerge dall'apnea che sono le 5 ore di serie, c'è quell'inquietudine che non si scolla di dosso.
La storia è finita, Chernobyl è stata messa in sicurezza e i reattori difettosi sono stati sistemati, si volta pagina.
Eppure, quella sensazione lì che regalavano certi sguardi del KGB, l'essere seguiti e osservati da lontano dal potere, la certezza di non poter fare quello che si vuole e che si crede giusto, entrano sotto la pelle, e anche se non credo sarò mai un'anarchica, quella sensazione lì fa più paura di ogni singola scena di pelle divorata dalle radiazioni.
E non finisce con la visione della serie.



martedì 21 maggio 2019

Un post su Game of Thrones

13:59
Ogni parola di questo post sarà uno spoiler.
Uomo avvisato...



Ci ho pensato tanto prima di parlare di GoT anche sul blog. Su Twitter ho reso ben chiaro che mi ha fatto schifo ogni singola cosa di questa stagione, in compenso.
Però D&D sono riusciti a:

  • ignorare la faccenda del corvo a tre occhi completamente, mandando in rovina l'unica scena che aveva l'aria di essere un pochino interessante ovvero il confronto tra Bran e il Night King
  • far fare sesso a Brienne e Jaime
  • rispedire Jon Snow nella Night's Watch
  • far fare sesso ad Arya
  • fare re Brandon Stark. Proprio Brandon Stark. Davvero Brandon Stark.
  • bruciare la più importante delle battaglie in una pugnalata
  • ignorare Cersei Lannister se non regalandole una stupidissima scena a base di elefanti e Euron Greyjoy
  • trasformare Tyrion Lannister (Tyrion Lannister) in una rammollita pappamolla vuota e sgonfia
  • perso un drago (dov'è andato? a fa che? torna? chi può dirlo)
  • dire in un'intervista ufficiale che la protagonista regina si è dimenticata di una flotta
  • dire che uno stupro rende una donna più forte (davvero, eh, davvero davvero)
Ora, potrei andare avanti all'infinito. Mi pare chiaro che il post polemico scritto a caldo non solo se lo meritano, se lo sono proprio chiamati a gran voce. 
Perché, lo chiarisco una volta per tutte: questa stagione è stata terrificante in ogni suo aspetto e il finale di stagione è offensivo verso chi ha speso 8 anni a cercare di capire come sarebbe finita la guerra di Westeros.
Sia chiaro, si parla di serie tv e non di problemi veri, quindi va tutto messo in proporzione, ma a me Game of Thrones piaceva da morire. E questo finale non ha reso giustizia a nulla e a nessuno. Ma non nel senso buono, quello crudele ma reale che gli avrebbe dato Martin, nono. Nel senso che ha fatto tutto schifo e basta.

Diciamo le sole cose quasi positive per me: Danaerys che da fuoco a King's Landing ha molto senso, sia per la sua natura folle che per il giga pessimismo che ha sempre fatto parte del Trono di Spade, e Sansa che sceglie di restare indipendente con Winterfell, perché lei è l'unica ragionevole e almeno resta col suo regno lontana da questo branco di scemi. Basta così, il resto orrore e raccapriccio.

Partiamo dal sesso, vi va? 
Dall'episodio 1 siamo abituati a scene esplicite e frequenti, ma con una caratteristica principale: mai belle. Incesto, bordelli, violenza, prostituzione...non era mica una cosa piacevole, il sesso a Westeros, almeno per le donne (Cersei a parte suppongo, ma ci siamo intesi). Nessun interesse a mostrare romanticismo e tenerezza, non era il punto. 
A me vedere due delle donne più forti della serie fare sesso ha dato noia. Arya nelle stagioni precedenti si era annullata completamente (a che pro tutta quella formazione, poi? una coltellata? ok), accecata dal desiderio di vendetta. Aveva una missione che veniva prima di tutto il resto. Siamo alla vigilia di quella che avrebbe dovuto essere la battaglia più dura di tutta la sua esistenza e lei ha pensato che era il momento buono per perdere la verginità con Gendry. 
Obiezioni: quella che doveva essere la battaglia più dura e importante della storia di Westeros è stata una truffa (per quel poco che si è visto) che non manderò mai giù, Gendry è un personaggio loffio e insignificante e lei in quel momento non doveva avere quello per la testa. La Arya che ci era stata presentata non avrebbe mai nemmeno dubitato di morire in battaglia, figuriamoci se si fosse fermata a fare sesso per 'provare tutto prima della fine'. Ma che buffonata insignificante, priva di pathos e anche brutta da vedere. Della proposta di matrimonio che ha seguito il romanticissimo amplesso non posso nemmeno parlare.
Ma Brienne. Ah, non potrò mai perdonare quello che hanno fatto a Brienne di Tarth.
Non è concepibile nel 2019 avere la storia di una donna forte e potente, sicura e combattente e basta, vero? Non siete nemmeno capaci di immaginare che una donna possa vivere la sua esistenza senza che coltivi l'interesse per un uomo, vi prudono le mani. Dovete metterla con qualcuno, prima o poi, o non è completa, vero? Non ci serviva la ship, non serviva a lei, è stata una scena frustrante e imbarazzante e ha rovinato del tutto un personaggio grosso come un grattacielo che a tutto pensava tranne che a scoparsi Jaime Lannister. Stronzi.
Continuiamo sul filone 'Certe cose le deve scrivere una femmina' perché arriva la scena peggiore della stagione, poi. Il confronto Sansa - Hound. 
Erano anche partiti benino. Lui poi è uno dei miei personaggi del cuore, lo amo sempre. 
Ma ad un certo punto viene detto esplicitamente e senza nessuna vergogna che lo stupro che Sansa ha subito è servito a renderla la donna forte che è diventata e secondo me questa cosa qua è passata troppo inosservata. Facciamo che queste cose qua le lasciamo dire a qualcun altro? Facciamo che non esiste al mondo che si faccia passare il messaggio che lo stupro fortifica le donne? Facciamo che quella scena là era sbagliata dal principio? Che bisogna smettere di usare un reato immondo per modificare la storia delle protagoniste femminili? O semplicemente che fate un pochino schifo?

Tutte le priorità di questa stagione sono sbagliate. Davvero si combatte prima un esercito di morti che potrebbero distruggere tutti i regni e solo dopo una regina in decadenza che ha perso quasi tutti i suoi alleati compresi i suoi stessi fratelli? Non c'è qualcosina di sbagliato nell'ordine in cui sono state gestite le cose? Non c'è stato nulla, è questa la cosa imperdonabile. Anni a gonfiare situazioni che si sono ammosciate come palloncini, svuotate di ogni significato e di ogni conseguenza interessante. Mi fa quasi ridere, adesso, vedere quanto il web si era impegnato in teorie folli (e tutta la gente che voleva Bran viaggiatore nel tempo e Night King nel futuro? che ridere) per poi vedersi risolvere tutti in niente, zero, orez, vuoto cosmico. Non è successo niente. La battaglia sconvolgente contro un esercito di morti che ci portavamo sul groppone come una grossa spada di Damocle è finita con una coltellata, un incontro tra due personaggi che non si sono detti una parola una e tre morti del cavolo delle quali francamente non importava niente a nessuno. 
Ma vi ricordate come ci siamo svegliati la mattina dopo il Red Wedding? Il mondo era sotto shock. Qua sono morti Jorah, Theon e Lyanna Mormont. Ma mi state prendendo in giro, dai. La ricomparsa di Melisandre, l'inutilità di Jon e una coltellata hanno posto fine alla più brutta (esteticamente e non solo) battaglia della serie intera. Con tutti i soldi di cui disponete, maledetti e basta, non potevate chiamare Neil Marshall, ricreare una Blackwater e cercare di tirare fuori qualcosa di buono da questa stagione? 
Magari gli ha detto di no lui, vai a capire.

In generale le morti della stagione sono state ridicole. Missandei chi? Prive di sentimento, prive di coinvolgimento, nessun dispiacere. 
E il dispiacere c'è, potrei stare qui ad elencarvi centinaia di morti televisive che ci hanno distrutto le esistenze, e GoT non ha mai avuto paura di perdere i suoi fan, quindi ha ucciso uno dei protagonisti alla puntata nove della stagione uno. 
Ma no, Tyrion, Jon, Sansa e Arya dovevano arrivare sani e salvi fino alla fine, non sia mai che uno muore in una delle due battaglie della stagione, non ce lo si poteva proprio permettere. Jaime e Cersei lo sapevamo dalla prima stagione che sarebbero morti, non fregava più niente a nessuno, non dopo le loro azioni degli ultimi episodi. Nemmeno le morti dei draghi sono state interessanti, e sappiamo tutti che uccidere gli animali è più rischioso che uccidere le persone.
Ora, non è che le morti siano essenziali. Ma parte del nostro coinvolgimento come spettatori era dato anche dalla paura di perdere qualcuno di importante in ogni momento. Era una serie senza paura. Adesso è una sit com romantica. Ed è per questo che sono favorevole all'eutanasia. Morte prima delle atrocità.

Tyrion, il personaggio che mi ha legato alla serie più di ogni altro, avrei voluto vederlo morto piuttosto che vederlo finire così. Un rammollito ignorante senza spirito critico e senza la furbizia e la saggezza che lo avevano contraddistinto, privo di spina dorsale e soprattutto che ritiene che Brandon Stark possa essere il nuovo re di Westeros. Io davvero non capisco. Ma Peter Dinklage non si è ribellato alla violenza che hanno fatto al suo personaggio? 
Ma soprattutto, un'ovvietà ma alla quale evidentemente non è stato pensato: il punto della monarchia è l'ereditarietà. Se fai re qualcuno che non può avere figli e poi dici 'Ogni re verrà scelto da noi' stai facendo un'altra cosa, che non è né democrazia né dittatura, ma che di certo non è una monarchia.

Ma soprattutto: in queste due ultime stagioni zia e nipote hanno intrapreso una relazione sentimentale. Zia e nipote. Uscita allo scoperto la notizia, la zia si inalbera perché lui diventa un potenziale ostacolo alla sua corsa al trono ma non perché è suo nipote. Mai, non un accenno, un briciolo di stupore, un po' di disgusto, niente, come per tutto il resto delle storie della stagione il tutto si è concluso in nullanullanullanulla. Nessun accenno a niente. Questa si fa suo nipote e la cosa non la tocca minimamente. Neanche una frasettina buttata lì. Zero.

Elenchiamo brevemente le scene senza importanza alcuna ma che hanno fatto sì che ogni episodio di questa tortura durasse un'ora ad episodio? Facciamolo, tanto sto post è scritto a caldo e senza un briciolo di organizzazione.
  • lo scontro tra Euron e Jaime a cosa è servito? A chi? Ma a qualcuno interessava la storyline tra Euron e Cersei? Mi azzardo a parlare per tutti e dico di no.
  • restando su Euron, la storia con Cersei. Davvero, D&D? Davvero.
  • raga Tyrion dice a Jon, parlando di Danaerys: 'I loved her too, not as successfully as you'. Ora, io voglio essere ottimista, ma se quello che intendevate era amore nel senso romantico vi meritate di fare la fine della figlia di Stannis. Ah, vi ricordate quando in GoT si bruciavano vivi i bambini per sacrificio? Pare un'altra vita.
  • la gravidanza di Cersei a cosa è servita esattamente?
  • il maestoso momento cringe del limone tra Jon e sua zia davanti allo sguardo di disapprovazione di un paio di draghi.
  • i bigliettini di Varys. Ah, Varys, quanto eri viscido e subdolo, un tempo. Adesso manda bigliettini misteriosi ai quali non si fa mai più alcun accenno. Che piacevolezza.
Potrei scrivere un post ancora più lungo di così, e di sicuro ho lasciato fuori qualcosa, ma per me la cosa veramente grave è che da parte mia non c'è stato nemmeno un briciolino di coinvolgimento emotivo. Era la fine di tutto, volevo emozionarmi, perché stiamo a Westeros da 8 anni e volevo salutarla per bene.
Non con un dito medio contro lo schermo del pc.

lunedì 18 marzo 2019

The Marvelous Mrs Maisel, finalmente!

11:13
Quando internet entra in fissa con una cosa bisogna ascoltarlo. A volte si tratterà di una sola pazzesca, ma altre sarà Midge Maisel, e allora ogni sola precedente sarà valsa la pena.
Perché sì, The Marvelous Mrs Maisel è davvero l'adorabile delizia che si dice essere e perché adesso fino a fine anno siamo a bocca asciutta e per consolarmi voglio parlarne un po'.


Se ancora non lo avete visto cercate di non saperne niente, ve lo chiedo per favore.
Vi dico solo che Miriam (Midge) Maisel è una squisita donnina anni '50, tutta sorrisi e abiti magnifici, che viene improvvisamente lasciata dall'amore della sua vita, il marito Joel. Si ubriaca, va in un club, prende in mano un microfono e parla, parla, parla.
E di parlare non smette più.

Quando ho finito il primo episodio ho spento la tele e mi sono messa a scrivere. Rimandavo da giorni delle modifiche grosse ad un lavoro che credevo finito e invece bam! Venute fuori le parole come acqua fresca. Ho trovato talmente tanto ispiratrice la serie, in ogni episodio, che non contengo le cose che voglio fare. Midge ha sì un talento naturale per la stand up comedy, ma ci lavora anche su. Prende appunti, studia, ascolta, a volte fallisce e spesso trionfa. Si fa ispirare dal mondo che la circonda e prende tutto quello che può per assimilarlo e trasformarlo in un momento di arte. E vederglielo fare, con la sua freschezza e il suo sguardo tagliente, non può che ispirare voglia di fare altrettanto.

Tutto, in Mrs Maisel, è delizioso. L'ambiente, i costumi (i costumi, i costumi, i costumi!), i personaggi, le loro interazioni, la ricostruzione degli anni '50 e dell'elite newyorkese. I coniugi Palladino ci avevano regalato la prima ventata di aria fresca quasi vent'anni fa, con l'esordio delle Gilmore Girls e del loro Una mamma per amica, e sono tornati con un ventennio di esperienza in più sulle spalle. Mrs Maisel è Una mamma per amica fatto meglio. E sia chiaro, io Una mamma per amica l'ho adorato (ma gli ultimi 4 episodi non esistono e non sono mai esistiti). Questa volta, pur con alcuni difetti soprattutto nella seconda stagione, è come se avessero dato una marcia in più a quella che era già la loro formula vincente: dialoghi brillanti, relazioni speciali, personaggi che rasentano la macchietta senza mai perdere di credibilità, trattamento nuovo di temi già visti.

I personaggi sono, come lo erano nella serie degli anni Duemila, il centro e il cuore di tutto e hanno nel corso di due stagioni uno sviluppo che è interessantissimo e credibile e profondo. Nessuno viene stravolto, ma tutti cambiano e crescono. Ad ogni comprimario è dato un tempo in scena sufficiente a farci affezionare, ad Abe più che a chiunque altro.
Joel nei primi episodi è una specie di Nino Sarratore per il quale non si possono che desiderare dolori e sofferenze. Eppure pian piano si mostra quello che è: un padre affettuoso, un uomo fragile che ha sbagliato e ne sta pagando tutte le conseguenze, un uomo spaventato dal talento e dall'indipendenza della moglie ma che non può che riconoscerne il talento e che quindi diventa spalla e supporto, un ottimo imprenditore. Ha fatto una scelta che ha stravolto la sua vita, e questo lo ha cambiato molto, lo ha fatto crescere. Alla fine ho provato una tenerezza per lui che mi ha stretto il cuore, proprio io che nei primi episodi urlavo contro di lui alla tele.
Susy è un personaggio pazzesco. Volevano mostrarcela piccola, sporca, povera e antipatica. Non le ci è voluto molto per schiudersi e diventare una perla: appassionata, determinata, piena di risorse. Ha riconosciuto un talento ed è riuscita a tirarne fuori non una ma due carriere. Non ha paura di niente e nessuno, forse perché la vita le ha già giocato contro tutte le sue carte peggiori, ha una voce e sa come farla ascoltare. Non ci sono ostacoli, per Susy Myerson, e se ci sono lei prende la rincorsa e salta sopra a tutti quanti. E soprattutto vuole bene davvero, anche quando è scorbutica e silenziosa e aggressiva. Vuole bene e combatte per i destinatari del suo affetto.

Ma soprattutto combatte per Midge, il gioiello della serie.
La perfetta casalinga anni '50: prima fan e supporter del marito, lo aiuta e consiglia, lo segue nel suo sogno anche se lui è una pippa e non si fa mai trovare struccata. Si prende le misure tutti i giorni, ha la piega impeccabile, conosce ogni segreto del make up. Ha un visino incantevole e un armadio pieno di vestiti dal taglio sartoriale.
Allo stesso tempo è sboccatissima, logorroica, spavalda, brillante, spesso inopportuna e fuori luogo, acuta osservatrice. Cerca di farsi spazio in un mondo maschile in cui argomenti legati alle donne non si possono nemmeno toccare, figuriamoci se detti dalle donne stesse.
Che poi, lo sappiamo che le donne non fanno ridere, no?
No, infatti.
Non fanno ridere, non sono credibili, non possono cavarsela senza un uomo. Quelle belle, poi, non sia mai. Quelle sono solo trofei per i maritini orgogliosi. C'è una scena in cui Midge e Susy stanno protestando perché un uomo viene meno ad un accordo. Urlano, scalpitano, si fanno valere. Niente da fare, quello non cede. Deve intervenire un uomo per aiutarle. La serie ritrae benissimo alcune di queste dinamiche per le quali non siamo considerate in grado di badare a noi stesse. Viene proprio presa per matta, perché vuole e può cavarsela da sola. Midge non solo divorzia, ma rifiuta categoricamente di riprovare a conquistare il suo uomo, e questo per l'epoca è scandaloso. Cosa potrà mai fare una donna da sola?
Lei non solo trova un lavoro, ma si costruisce una carriera parallela a quel lavoro. Non solo, la serie è stata anche criticata (da qualche casalinga frustrata su Twitter, probabilmente), perché Miriam rappresenta un pessimo esempio di madre. Verissimo, questa ha due figli che sono seminati in giro per New York e che lei vede una volta ogni tanto quando capita per casa se loro sono svegli. E va benissimo così, finalmente! Una donna che non vive solo per la prole. La risposta dell'attrice è stata semplice e perfetta. Anche Walter White e Don Draper erano genitori terrificanti. Nessuno che se ne sia mai lamentato, però.

La seconda stagione ha avuto alcuni momenti di piccolo eccesso che avrei preferito venissero evitati per lasciare spazio ad altro (la scena del pittore?), e a volte si è percepito un piccolo 'Midge ottiene sempre tutto perché è bellissima' che è stato fastidioso perché il punto del suo personaggio è essere molto, molto di più che un bel faccino e che quindi hanno stonato, ma niente di esageratamente inopportuno.

Date un po' del vostro tempo a Midge Maisel e alla squinternata banda di ebrei che è la sua famiglia. Non è solo una serie adorabile, è anche il ritratto di quello che tutte noi potremmo essere se ci lasciassimo un po' andare, se smettessimo di avere paura dello sguardo degli altri e ci lanciassimo nel vuoto.
Qualcuna finirà su un palco a fare stand up, qualcuna esporrà i propri disegni, qualcuna scriverà e qualcuna canterà. Male o bene non importa.
Basta trovare il coraggio di buttarsi.

mercoledì 12 dicembre 2018

The Exorcist (stagioni 1 e 2)

17:00
Che L'Esorcista sia una mia grande ossessione, penso di averlo detto in lungo e in largo qua su.
C'è un post in cui ne parlo per bene e a lungo, di questo rapporto malato che ho con la storia di Blatty, lo trovate qui.
Prima di decidermi a vedere la serie FOX, cancellata dopo la seconda stagione e che trovate su Amazon Prime, quindi, ci ho messo un po'.
Ma l'ho guardata, e l'attesa ne è valsa la pena.



Post con qualche spoiler 

Non è che si camminasse su acque impegnative. La FOX camminava direttamente su lava ardente, su ghiacciai sottilissimi, su chiodi arrugginiti. Ci si poteva fare un male cane, perché si stava toccando IL film dell'orrore. La storia più spaventosa di sempre, la leggenda, l'icona, l'indimenticato e indimenticabile.
Mamma che sfida. Che rischio. Che danno si rischiava.
Fan con i forconi ardenti, minacce di morte, follia collettiva. Lo avete visto cosa hanno fatto i fan con Star Wars o con il Dottore, quella è una categoria di gente matta.

Che fare, allora, se non un lavoro perfetto?
Un lavoro perfetto, appunto.
La serie ricalca come in una sorta di remake la strada percorsa dall'originale: una ragazza di buona famiglia colpita da un demone, un sacerdote giovane e per qualche motivo in crisi con la sua strada, un sacerdote esperto e cazzutissimo che conosce i demoni più di quanto conosca se stesso, una madre spaventata, un lungo ed estenuante esorcismo.

I nostri due sacerdoti sono il centro, come lo erano nella storia originale, di una vicenda marcia e sporchissima. Incontriamo padre Tomas (lo stupendo Alfonso Herrera a cui già avevo donato cuore ed ormoni nella mia venerata Sense8) pieno di difficoltà con la Chiesa. Ha un'amica speciale che non dovrebbe avere, dubbi sui suoi voti presi per amore della nonna, una parrocchia disastrata, e fa del suo meglio per stare in equilibrio in mezzo a questo caos. Quando Angela Rance, una sua parrocchiana, si rivolge a lui convinta che nella propria casa ci sia un ospite indesiderato, fa di tutto per aiutarla a mantenere la razionalità, ma padre Marcus gli compare in sogno.
Noi credevamo che padre Merrin fosse un duro vero. Era perché non conoscevamo Marcus Keane. Senza nulla togliere a Merrin che entra nelle case e fa tremare le pareti, sia chiaro, ma Marcus...
Un Ben Daniels in stato di grazia con il collo di uno che se ti accarezza ti fa un male cane, giubbetto di pelle, testa rasata e baffo minaccioso, che guarda il demonio negli occhi e lo combatte con la forza di nessun altro, perché lui, a differenza degli altri, ha paura.
Talmente tanta paura e talmente tanta dolorosissima fede che non è che abbia proprio voglia di andare a vedere sta Casey Rance e il suo demonio, ci pensassero da soli.
Però, però, però...
Qualcosa, ogni volta, lo chiama.
Il suo Dio, il suo amore, la sua motivazione, lo spingono ogni volta ad alzare le chiappe e andare a riprendersi quell'anima rubata.
E se Marcus vuole esorcizzarti lo fa, e voglio proprio vedere il diavolo come fa a fermarlo.


Le strizzatine d'occhio al film di Friedkin sono all'inizio delle gradevolissime frecciatine, dei fiocchetti posti a decorazione di qualcosa di già molto bello, ma diventano il centro di tutto più o meno dalla metà della prima stagione fino alla fine. Reagan torna sbattendo giù le porte, e a me solo il suo nome fa tremare le vene. Forse era prevedibile, che Angela fosse lei sotto falso nome, forse ci si poteva arrivare, ma io, accecata dal mio qi troppo basso, non l'avevo visto arrivare e ho finito la serie sotto shock.
La scelta è, semplicemente, questione di gusto: o vi piace che sia così oppure no.
Io l'ho adorato.
La cattiveria degli ultimi episodi della prima stagione è qualcosa di incredibile: la Chiesa messa sottosopra, Pazuzu in tutto il suo splendore che si riprende quello che aveva perso, una famiglia intera ostaggio di una presenza.

Gli episodi della possessione di Casey ricalcano solo in parte quelli della madre di quarant'anni prima: c'è la spider walk, la masturbazione pericolosa, la levitazione...ma è quando Reagan e Pazuzu si rivedono che i cuoricini dei fan innamorati palpitano, perché ad un certo punto torniamo nella cantina in cui tutto è iniziato, e ci emozioniamo tanto. In più, poi, questa volta vediamo cosa succede dentro l'anima di Reagan, come il vero combattimento tra bene e male sia interno ma non per questo meno doloroso.

Una prima stagione emozionantissima e sinceramente paurosa, che in questo riesce ad essere esattamente come il suo predecessore: a me il film non ha fatto paura durante la visione, ma ha permeato di terrore tutto intorno a me dopo, e a lungo.
Ci risiamo, sto di nuovo sotto un treno dalla paura, ma ne è valsa la pena.

La seconda si allontana per bene dalla trama originale: Marcus e Tomas ormai, inseguiti dalla Chiesa perché continuano come niente fosse ad eseguire esorcismi non autorizzati, girano per l'America combattendo demoni. Mai gli era capitato, però, di incontrare una madre che avesse convinto, con follia e farmaci, la propria figlioletta di essere posseduta. Per poco questi non la ammazzano, praticandole un esorcismo non necessario, ma quando riescono a salvarla e portarla via dalla follia materna incontrano qualcosa di ancora peggio.
La piccola Harper viene accompagnata nella casa famiglia gestita da Andy, dove le cose iniziano ad andare male per davvero. Ragazzini improvvisamente violenti, fantasmi, visioni, stormi impazziti...Marcus e Tomas non hanno fatto nemmeno in tempo a rifare le valigie che c'era già da tirar fuori i crocifissi.


Se la prima stagione mi aveva lasciata con occhi a cuoricino e paurella da corse in bagno, non so se posso dire del tutto lo stesso della seconda.

Ci sono due maxi storie che si svolgono insieme: quella della casa famiglia e dei suoi abitanti, che è quella che mi ha emozionato di più, e quella della Chiesa ormai irrimediabilmente corrotta e della lotta maxi tra demoni ed esorcisti. Certo, la Chiesa da sta serie ne esce maluccio, eh. Corruzione totale, Vaticano annientato, e ci mettiamo pure il prete gay, tiè. Tutto sommato, però, me ne è fregato meno di zero, l'ho trovato un passo più lungo della gamba e ha tolto tempo a quelle magnifiche dinamiche familiari che si creavano, invece, nell'altra storia. Andy ha preso con sè diversi ragazzi insieme alla moglie Nicole, morta suicida da poco, e si sta barcamenando nella vita da padre single di adolescenti molto problematici. Gli riesce in modo esemplare, ed è proprio bello da guardare, fino a che non capiamo (anche stavolta io non ci ero arrivata quindi shock sgomento stupore) che una delle bambine in realtà non esiste e allora iniziamo a sospettare che siano volatili senza zucchero.
E lo sono, eccome.
Anche stavolta è l'intero nucleo familiare ad essere colpito dalla possessione. L'amore e la preoccupazione sono tanto opprimenti quanto una presenza esterna e quello che lega questi personaggi è l'amore viscerale delle famiglie per scelta e non per sangue. Un amore nato dalle difficoltà e dalle ferite curate insieme, e quell'amore lì non lo ferma certo un demone.
Quindi sì, ho pianto un casino.
Marcus e Tomas continuano questo percorso che porterà Tomas a diventare un potentissimo esorcista e Marcus a ricercare il contatto con Dio perduto, e insieme a renderli la squadra perfetta.
Hanno fiducia e stima reciproca, e il giusto affetto per avere sempre a cuore l'uno la sicurezza dell'altro. Sono opposti e per questo funzionano: uno impulsivo e inesperto, l'altro polso fermo ed esperienza. Tomas da solo sarebbe morto al primo esorcismo. Marcus da solo non avrebbe mai ripreso ad esercitare, figuriamoci dopo la scomunica. Si supportano e combattono fianco a fianco, e vederli salutarsi alla fine è stato un gran dispiacere.
Di quel 'Tomas' sussurrato alla fine da Marcus, soprattutto dopo la cancellazione della serie, non parliamo. Non mi piacciono i cliffhanger e non darò loro la soddisfazione di vedermi sofferente.
Certo è che avremmo potuto avere ancora molto, e sarebbe stato bellissimo.

Visto che dovevamo salutarci ad ogni costo, però, è stato bello farlo ricordandoci uno dei più grandi bus di sempre.
Per citare il saggio: mi sono cagata sotto.

mercoledì 11 aprile 2018

This is us

19:04
Io quest'anno compio 28 anni. Sono 28 anni che guardo serie.
Non sono certo campionessa di competenza, preferisco sempre i film, ma di serie tv qualcuna l'ho vista.
E lo so, lo so, che il binge watching non è mai una buona idea.
Ci si affeziona, poi si resta senza subito e si rimpiangono i bei vecchi tempi andati passati sul divano a guardare le vite di qualcun'altro.
Ce l'ho fatta, questa volta, a centellinare?
Ma manco per idea.


NON ASSICURO L'ASSENZA DI SPOILER. RACCOMANDO CAUTELA.

La storia è quella della famiglia Pearson: mamma Rebecca, papà Jack, i gemelli Kate e Kevin e il fratello adottivo Randall. Seguiamo la loro storia dal momento della nascita dei bambini fino alla loro età adulta, e incontriamo tutte le persone che entreranno a fare parte delle loro vite.

Come cominciare?
Ho detestato Mandy Moore. Non mi piace come recita, anche se in alcuni momenti l'ho rivalutata, e non mi è piaciuto il personaggio di Rebecca, che a volte avrei preso a schiaffoni.
Non me ne fregava niente della storia di Kevin. Con l'eccezione della parentesi rehab, avrebbe potuto non esserci e l'avrei notato poco.
Toby interessantissimo, voce possentona e tutto il resto, ma a volte davvero, davvero inopportuno.

Potrei elencare migliaia di altre piccole cose che non mi sono piaciute (la sposa che affida il something old allo sposo? Lo sposo che se lo dimentica??) e potremmo stare qui a parlarne in eterno.
Il punto, però, è che mi sono innamorata di una storia di vita normale.
Senza pretesa di straordinarietà, mostrandoci anzi i mille lati negativi di un'esistenza intera, This is us ci mostra, come un magnifico album di ricordi, la storia di una famiglia come mille.
Esempio, ché senza esempi non so spiegarmi: l'adozione è una cosa grande ma la fanno in molti. Fare figli è una cosa grande ma la fanno in molti. Noi che non la stiamo facendo in quel preciso momento non la conosciamo quell'emozione lì. Anche chi l'ha già vissuta, magari, non la rivive in ogni istante.
This is us fa un po' questo: prende le emozioni comuni, condivise, e le porta sullo schermo con una semplicità che le avvicina talmente tanto allo spettatore da rendere inevitabile il coinvolgimento più totale. Si tratta spesso di emozioni felici. Molto spesso no, e sono lacrime a fiumi. Ingestibili.
Mostra persone normali che però sono eccezionali agli occhi di chi le ama, e ci ricorda quindi che l'amore non è altro che questo: vedere l'altro con occhi diversi da tutti gli altri, riconoscendo meriti anche laddove gli altri non lo notano, scovando talenti nascosti sotto l'insicurezza, trovando bontà anche dietro lo sguardo più rigido.
La mia non è una famiglia affettuosa, e vedere i Pearson scalda il cuore come poche altre cose al mondo. Vestiti sistemati, visi presi tra le mani, lacrime asciugate, mani strette.
Ma soprattutto, abbracci. Tantissimi, lunghissimi.

E, ovviamente, c'è Jack, l'immenso presente - assente.
Ho pensato spesso che un personaggio così perfetto non potesse essere vero, che la sua magnificenza imperfetta non potesse essere altro che il ricordo edulcorato dalla morte. In effetti, però, forse questo lo renderebbe ancora migliore: se il ricordo che lasci di te a chi ti ha amato è così potente da risuonare in ogni stanza dopo vent'anni, allora dovevi essere straordinario davvero.
Ho pensato, in tutta la mia stravolgente ingenuità nell'ambito della genitorialità, che vorrei tanto diventare un genitore come lui, che non si prendeva mai troppo sul serio ma che prendeva sempre sul serio gli altri. Che non ha mai buttato le proprie emozioni sugli altri ma che si è sempre fatto carico di quelle altrui, che sarà anche un personaggio esagerato dalla finzione, ma che è un personaggio meraviglioso di cui ci si innamora al minuto due.
E no, non parlo del fatto che a farlo sia Milo Ventimiglia.

Sono preoccupata di come potrà essere la terza stagione ora che la fine di Jack l'abbiamo proprio vista sullo schermo (non fatemene neanche parlare), soprattutto perché quello che abbiamo visto dai flash forward non è per niente rassicurante.
Nel dubbio, preparo i fazzoletti.

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