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mercoledì 20 dicembre 2017

Broadchurch - stagione 3

14:37
Quando è successo lo scandalo Weinstein mi ero ripromessa di tacere. Il milione di opinioni che stavano spuntando in ogni dove mi dava un gran mal di testa. Avevo deciso che non potevo farmi il fegato in pezzi per colpa di chi non capisce e di chi fa della propria non comprensione un vanto.
Incredibilmente, ho taciuto davvero.
Anche quando persone insospettabili postavano immagini ridicole, anche quando perdevo la stima per qualcuno per colpa di questa storia sporca.
Oggi, però, l'argomento della violenza lo tiriamo fuori parlando della terza stagione di una delle serie che più mi aveva toccato: Broadchurch. Questa, almeno, è finta.


Tennant aka la testa più piccina della Gran Bretagna e anche di tutto il Commonwealth
Se nelle prime due stagioni il tema era l'omicidio di un bambino, la terza racconta di uno stupro e delle indagini che seguono. Trish, una donna di 49 anni, è stata violentata alla festa di compleanno della sua migliore amica e ha denunciato l'evento qualche giorno dopo. Il caso viene assegnato alla coppia Miller - Hardy.

Ormai lo sapete, il femminismo è un lato fondamentale di quello che sono e di quello in cui credo. È un tema a cui sono sensibile, sul quale non accetto humor ed è anche uno dei pochi argomenti per cui litigo. Passo sopra a tante cose, per non rompere l'anima, su questo mai.
Mi sono approcciata alla terza stagione con cautela perché so che con Broadchurch le emozioni sono spesso devastanti, e questi otto episodi non sono stati da meno. Se l'omicidio di un bambino è un argomento facile, passatemi il termine, con uno stupro si toccano terreni ben meno lisci. Intendo che lo scalpore, l'orrore e il dolore che si provano per il primo caso sono naturali, e colpiscono chiunque, indistintamente. Se resti indifferente ad un bambino morto hai qualcosa che non va, ed era facile colpire una gigantesca fetta di pubblico.
Lo stupro è molto, molto, molto meno scontato, e in questo la serie conferma la sua intelligenza fine. Non è così ovvio che le reazioni ad una violenza sia unanimi.
In questo sta uno dei punti di forza della stagione. Quello che ho appena detto, sulle reazioni alla violenza, non fa che essere confermato dalla serie. Vediamo se riesco a spiegarmi meglio.

Prima ottima idea: la vittima della violenza non è una strafigona di diciotto anni. È una donna di mezza età, non convenzionalmente attaente. Una donna normalissima, quasi banalotta. Le viene anche fatto notare, con una delicatezza inimitabile, che pare strano sia stata violentata proprio lei, con tutte le donne che c'erano. Eppure, pensa un po', vittime lo possiamo essere tutte. Tutte e tuttI, senza distinzione di età, aspetto, vestiario. La violenza non fa selezione, non ha gusti precisi. Avviene e basta, e non c'è alcuna differenza tra un episodio e l'altro.
Una volta avvenuta la violenza, poi, arriva il peggio: il dopo. La reazione delle persone, le ferite che devono guarire, le indagini, le domande inopportune, l'assenza delle persone care e l'eccessiva presenza di chi invece non si vorrebbe vedere. Iniziano le chiacchiere, le supposizioni, le visite di cortesia. C'è molta cura verso la vittima, in questa serie, che non è solo la poverina violentata ma che è una persona che con grande dignità (niente affatto dovuta) cerca di rialzarsi. È quello che accade intorno a lei che fa schifo. Poliziotti stessi pronti a non crederle solo perché la denuncia non è avvenuta immediatamente dopo la violenza, per esempio. Poliziotti donna pronti a metterla in dubbio. Ricorda qualcosa? Perché io ci ho pensato. Ho pensato a come sarei dopo una violenza. Conoscendomi, sarei incazzata come una vipera. E se invece fossi spaccata in due da un dolore sconosciuto? Se la mia lucidità fosse annebbiata? Se la mia volontà fosse sciolta in un mare di caos acido che non saprei in grado di gestire? E chi ci pensa ad andare dalla polizia? Dovrei rialzarmi, ritirarmi su i pantaloni, togliermi la terra di dosso e andare in caserma? Io non riesco a crederci. È tutto talmente reale che mi sono infilata le unghie nelle mani a forza di stringerle.

C'è stato il 'Beh? È solo sesso, lo aveva già fatto prima!', per esempio. Questo non lo commentiamo, perché siete abbastanza intelligenti da non richiedere un commento a questo. C'è stata la molestia verso la poliziotta, c'è stato l'odio tra donne, c'è stato lo stalking, non è mancata la vigliaccheria, la spavalderia di uomini che credono il sesso sia loro dovuto, gli insulti, le ferite.
C'è l'analisi a 360° di un reato tremendo e di quello che gli gira intorno. Ci sono uomini viscidi e ripugnanti, ragazzotti che meriterebbero sberle in faccia date con la paletta per ammazzare le mosche e poi ci sono gli Hardy. Uomini come Alec che guardano inorriditi alla realtà che li circonda e provano a comprendere, inutilmente.
Di fronte a tante serie in cui i detective erano utili solo a risolvere il caso, Broadchurch spicca per la sua capacità di mostrare come, mantenendo un'indiscutibile professionalità, nemmeno i migliori tra i detective possono restare indifferenti. I casi li colpiscono e spesso le indagini si muovono proprio insieme alle emozioni di chi le sta conducendo. Tennant e Olivia Colman sono stati eccezionali, come attori e come personaggi, colpiti tanto quanto noi dalla realtà terrificante che stava emergendo.
Una realtà fatta di uomini violenti e incapaci di comprendere quanto le donne siano esseri senzienti dotati di una propria volontà, di uomini incapaci di arrendersi ad una relazione finita, di ragazzini irrispettosi del corpo altrui e di donne incapaci di reale solidarietà, quella che non è fatta di pietà ma solo di reale e profonda compassione.
Insieme a loro, persone semplicemente buone, disposte all'aiuto e all'ascolto, in grado di condividere un dolore e di mettersi al servizio degli altri. No, non parlo solo del prete.

Una stagione per me anche superiori alle prime due, strazianti. Reale in un modo quasi doloroso e scritta divinamente, ha fatto la fine che solo le cose così incredibilmente belle fanno.
È finita.

mercoledì 13 dicembre 2017

The Crown 2

15:29
Correva l'anno 2016.
Tutto il web è esploso per Stranger Things, il fenomeno di Netflix.
Sbagliando?
No, perché Stranger Things è bellissimo e la seconda stagione lo è stata ancora di più.
Questo successo intergalattico, però, ha fatto anche una cosa brutta: ha messo nell'ombra The Crown. 
La serie in questione è una splendida ricostruzione del regno di Elisabetta II, beniamina mia e del mio migliore amico, a partire dalla morte di suo padre, re Giorgio VI fino ad oggi. Il piano è di dedicare un decennio ad ogni stagione.
Ho appena finito il chiusone sulla seconda stagione e confermo: smettetela di sottovalutare The Crown che è superba.


Premetto prima che mi lanciate i sassi che ho una conoscenza veramente limtata della famiglia Windsor e solo alcuni ricordi della storia inglese dai tempi della scuola. Questo per dire che qua si giudica la serie per quello che è: un prodotto di finzione ispirato ad una storia vera. Ma che prodotto d'intrattenimento resta. Ho sentito gente sollevare polveroni inutili su dettagli quali i sottoposti che danno le spalle alla Regina, e ho desiderato solo per un momento l'estinzione della specie.

Questo perché la serie è davvero un incanto. La ricostruzione dei luoghi, degli abiti, dei gioielli ha dell'incredibile. È un sogno ad occhi aperti, con una cura per i dettagli che fa impallidire. I castelli, le residenze, perfino le scene all'aperto sono sensazionali. Elisabetta inginocchiata a tagliare le rose non perde un briciolo di autorità, nemmeno al confronto con l'Elisabetta in tenuta ufficiale con tutto l'armamentario brillante messo in bella vista.

Ah, Elisabetta.
Se la Regina è davvero come è ritratta io vorrei abbracciarla. È una creatura di ghiaccio, in questa stagione molto più che nella prima. Se l'anno scorso l'abbiamo vista imparare il nuovo ruolo strada facendo, in questa stagione non c'è più bisogno di alcun aiuto. Elisabetta è una donna adulta e molto, molto più forte di quanto chiunque avrebbe creduto. È competente e presentissima, circondata delle persone giuste e in grado di gestire ogni situazione. Ha trovato il proprio spazio non solo nel suo Regno ma nel mondo intero, guadagnadosi amore e rispetto.
Ma è nella sfera privata che Elisabetta tira fuori i lati più interessanti. Se nella prima stagione era stata la parte storica ad attrarmi di più, qui gira tutto intorno alla sfera personale. Non che la storia manchi, solo che a me è interessata meno. La relazione tra Elizabeth e Philip è instabile e problematica, e ce ne vengono mostrati anche gli aspetti più dolorosi. Ad onore del vero, sembra che questi ultimi siano molti di più rispetto ai momenti felici, che sono ritratti poco ma molto dolcemente.
Philip, lo ricordiamo, è interpretato da Matt Smith che, ricordiamo anche questo, è destinatario di un amore cieco e appassionatissimo da parte della sottoscritta. Il suo personaggio è atroce, dalla prima stagione si cova nei suoi confronti un risentimento che trascende la parete della finzione. Eppure ogni tanto ci si sofferma su uno sguardo, su una mano che si passa preoccupata tra i capelli, su una battuta, su un sorriso, e ci si ricrede un po'. Forse forse questo matrimonio complesso turba anche lui e non solo per il suo incessante senso di inferiorità. Forse forse in mezzo a battutine evitabili ed un altrettanto evitabilissimo flirtare con ogni creatura femminile che respiri c'è una persona sinceramente affezionata ad Elizabeth. Non credo lo sapremo mai. La parte fragile di me ama pensare che in lui ci sia affetto sincerissimo e solo un'incapacità di gestirlo quasi leggendaria, se fossi un briciolo più pessimista direi che l'amore qua ce lo sogniamo e abbiamo solo due persone che hanno imparato a convivere.
Dall'altro lato, l'Elizabeth della serie prova un amore enorme che traspare in ogni gesto e in ogni scelta, soprattutto in quelle più discutibili. Io, poi, che sono così fumantina, la guardavo incredula. Silenziosa, con occhi che parlavano di un dolore enorme (che brava Claire Foy, che bravissima) e una bocca invece silenziosissima. Mesi di pensieri trattenuti solo per essere tirati fuori con calma frustrante solo all'occasione giusta, foto conservate, dubbi coltivati. Il tutto nel silenzio e nel candore di una conversazione mantenuta forse un pochino fredda ma pressoché identica. Io sarei esplosa, perché manifesto il dolore nel modo più rumoroso possibile, mentre lei non ha versato una lacrima una in tutta la stagione. Io, che la guardavo, fiotti di lacrime furiose e addolorate, lei rigida come una statua di pietra. Il suo sguardo ha spesso bucato lo schermo, però, ed è stato sufficiente.
La posa, la camminata, le braccia delicatamente appoggiate alla borsa, tutto in Claire Foy è stato eccezionale.
Pare la cambieremo nella prossima stagione, e sarà per me molto triste.
Se se ne va pure Matt Smith io tentennerò. La guarderò comunque, ma tentennerò. E con questa minaccia pericolosissima so che Netflix mi ascolterà.

Insieme a regina e principe consorte, però, ci sono anche gli altri membri della famiglia.
Una su tutti Margareth.
Che bene che le voglio, povera creatura.
Folle, fumantina (ricorda qualcuno?), selvaggia, innamorata dell'amore e anche di qualche uomo, ha sofferto come un cane e non ha esitato a comunicarlo ripetutamente a tutto il mondo. Viziata, troppo sicura di sè, a volte detestabile, è stata semplicemente, per la seconda volta, la mia preferita.

Che splendore The Crown.
Giuro, sono seria quando dico che non è solo per Matt Smith.

venerdì 1 dicembre 2017

Alias Grace

16:45
Volevo lasciar passare qualche giorno tra la mega chiusa che ho fatto ieri pomeriggio e il post su Alias Grace, la nuova serie Netflix tratta dal romanzo di Margaret Atwood. Principalmente perché mi servirà ancora qualche giorno per digerirla del tutto e poi perché è il quarto post in quattro giorni, e io faccio o troppo o niente.
Per stavolta vada per il troppo, la Atwood si merita questo e altro.



La Grace del titolo è una donna irlandese, emigrata in Canada da ragazzina, che deve scontare una pena in carcere per omicidio. Il dottor Jordan viene assunto per farle una valutazione psichiatrica, in modo da poter tramutare la sua pena in una diagnosi di isteria, in modo da farla scarcerare. Inizia così una serie di incontri in cui Grace si racconta al medico, dal momento del suo arrivo in Canada fino al giorno degli omicidi di cui è accusata.

Più di una cosa scritta da Margaret Atwood all'anno è autolesionismo. Se The Handmaid's Tale mi aveva lasciata ad un ameba informe di sofferenze, qua non siamo caduti tanto lontano. La narrazione è intima ed emotiva e il percorso di vita di una donna dell'800 è tutto tranne che delizioso intrattenimento. Mettiamoci il carico da mille, però: rendiamola un narratore inaffidabile.
La deliziosa Grace, che dai flashback appare creatura mite e pudica, ignara della malizia del mondo e profonda credente, a noi che la sentiamo parlare non appare proprio così. La comprendiamo corrotta dal manicomio prima e dal carcere dopo, e tanti cari saluti alla ragazzina che si prendeva cura dei suoi fratelli come se fossero figli suoi. La Grace che parla con il dottore è misurata e furba, sa quello che il dottor Jordan vuole sentirsi dire e perché, sa come dirlo e quando dirlo, e quando la situazione si fa più intrigante ecco sopraggiungere la sua lieve stanchezza, che le impedisce di proseguire. È scaltra e anche un'ottima attrice, con i suoi grandi occhioni celesti spalancati sul dottore che ormai ha l'ormone ballerino e se la figura in romantiche immagini sognanti.
Qual è la vera Grace? Quella che noi vorremmo fosse, l'innocente anima candida sporcata da una vita infelice o una donna crudele, indurita dalla vita e colpevole di un omicidio tremendo? L'ultimo episodio, da pelle d'oca e anche un filino di pauricchia di quella che si sente nelle viscere, dà risposte e allo stesso non ne dà, aprendosi ad almeno un paio di interpretazioni.

Le sue protagoniste hanno amiche che inevitabilmente ci spezzeranno il cuore. Laddove la Bledel che urla sul furgone ancora me la sogno la notte, è Mary che questa volta mi ha annientata. Mary la frizzante, Mary folle e libera, leggera come l'aria. La sua fine è stata un incubo. Dolorosissima, attualissima.
Le donne della Atwood non sono mai imbecilli. Magari sono ingenue, con uno sguardo infantile sul mondo, magari sono troppo fiduciose. Neanche tutte, in realtà. Ma ad un certo punto si svegliano, e non sono più cazzi per nessuno. Soprattutto per un motivo: sono spesso e volentieri complici. Non generalizziamo, ci sono le donnacce tremende che le vorresti fare fuori a pedate (ciao Anna Paquin, lo sai che parlo di te e anche a prescindere dalla parte) esattamente come nella vita reale. Ma non è un caso che i personaggi migliori siano quelli che fanno squadra. Le ragazze si consigliano, si mettono in guardia, si aiutano, si adorano. Fanno squadra e quando ci riescono diventano imbattibili.
Prendete esempio.

Se però non potete fare a meno di ammazzare una persona, tranquille: ci pensa Cronenberg a tirarvi fuori di galera.


mercoledì 25 ottobre 2017

A new Whovian

18:05
AVVISO AI NAVIGANTI
Il post che segue parla nello specifico della stagione 5 della nuova serie di Doctor Who e di conseguenza ha qualche spoiler. Ammesso e non concesso che gli spoiler non vadano in prescrizione dopo tutti sti anni.


Se è vero che c'è un momento giusto per ogni cosa, oggi ringrazio di avere snobbato così a lungo Doctor Who. Una delle serie preferite di sempre del mio ragazzo, me lo sono lasciata scorrere di fianco per anni, ignorando il suo entusiasmo. È arrivato a me nel momento giusto, e mi è entrato dritto nel cuore.
Oggi ho finito di vedere A Christmas Carol, lo speciale di Natale della quinta stagione, e tra le tonnellate di lacrime che ho versato in questi giorni di binge watching, cerco di scriverci su due paroline sensate. Non sullo speciale di Natale, sulla serie.
Parole da neofita quale sono, perché lungi da me voler fare la grande esperta di un universo così vasto che io ho solo da poco iniziato ad esplorare, e soprattutto parole che niente hanno a che vedere con la fantascienza di cui il telefilm, come immaginerete, è pieno. Insomma, chiamiamolo un post di prime impressioni. Ne prevedo molti altri.

Mi ritrovo di nuovo a difendere la fantascienza da me stessa e da quelli come me. La mia innata ostilità verso tutto ciò che è alieno, spaziale (ma solo nella fiction, nella realtà bingwatcho Cosmos su Netflix), laser o androide non è riuscita a tenermi distante a lungo dal fenomeno Doctor.
Come mi ritrovo a dire in ogni caso, quindi, ho avuto la netta sensazione che anche negli episodi del Dottore la fantascienza fosse solo un espediente. C'è tanto, tanto altro di cui parlare, e per farlo in un modo che lasci scorrere episodi da un'ora come fossero sorsi di acqua fresca c'è solo una cosa da fare: metterci l'avventura.
Ho iniziato ad emozionarmi al primo episodio. (Parliamo, ve lo ricordo, della stagione 5, quella da cui, senza alcuna logica spiegabile, Netflix ha deciso di partire.)
La piccola, incantevole, Amelia Pond incontra il Dottore. Cioè, questo squilibrato con il papillon le atterra in giardino, le mangia fuori la dispensa nemmeno fosse uno dei Nani in casa Baggins (sì, mangia davvero fish fingers and custard, causando grossi problemi a me, che vi ricordo lavoro in pasticceria) e la convince di essere pronto a portarla con sè per mille mirabolanti avventure. Lei prepara di corsa la valigetta e aspetta, aspetta, aspetta. The girl who waited.
Se ve lo steste chiedendo, sì, io stavo già frignando.
Alla fine il Dottore torna, diversi anni dopo. Quando viaggi nel tempo a volte perdi un po' il senso della misura.
Inizia così la più felice delle relazioni, tra un alieno che controlla il tempo e la donna che lo accompagna, cresciuta aspettandolo e mai perdendo una goccia sola della grande, dolcissima fede in lui. Separati sono interessanti, insieme fanno scintille. Il loro dialogo è spumeggiante, stuzzicante, irresistibile. Li amo come fossero amici miei. Amy Pond è sensazionale. Curiosa, nel senso di Davvero Molto Curiosa, incurante dell'opinione degli altri, intraprendente, determinata, forte, adorabile. In alcuni momenti ho pensato fosse pazza e in altri ancora che fosse scorretta, brusca, antipatica. Accettarla in ogni suo aspetto, però, significa diventare come lei: coraggiosi e pronti a lanciarsi in un viaggio all'interno del tempo e dello spazio.

E poi Lui, chiaramente, il Dottore.
Mi ha fatto proprio qualcosa dentro, in mezzo allo costole, perché quando guardo un episodio (o due, o tre, o quattro per volta) mi sento contenta. Mi rende contenta. Con il suo sorriso, il suo papillon e la sua enorme sicurezza in sè mi appiccica in basso sulla faccia un sorriso enorme. Sì, ha un cacciavite sonico, una cabina della polizia che viaggia nel tempo e altre cose di cui mi importa poco e niente, più poco che niente, ma vale la pena 'sopportarle'. In realtà ho adorato quel dispositivo indossato come un bambino in fasce che gli permetteva di vedere il Krafyis, con lo specchiettino retrovisore. Ma è stata una felice eccezione.

Il Dottore ha un amore per gli uomini che nemmeno gli uomini hanno per se stessi. Proprio lui, che umano non è. Il suo range di sentimenti è sconfinato, spesso gli basta un gesto con le braccia per esprimere quell'universo intero in cui viaggia.
Esempio? Esempio.
Il mio episodio preferito, quello che ho già rivisto un paio di volte senza mai interrompere il flusso del pianto, è Vincent and the Doctor, il decimo. Il Vincent in questione è Van Gogh, che il Dottore e Amy hanno conosciuto al suo peggio. Pochi mesi prima del suo suicidio, solo, alcolista e profondamente sofferente. Dopo avere combattuto insieme il mostro di circostanza, il Dottore decide dimostrare a Vincent che non tutto è perduto. Lo porta al Musée d'Orsay, nella sala a lui dedicata. Entra, si mette in mezzo alle opere che hanno segnato la storia dell'arte e si limita ad aprire le braccia. Con un gesto gli dice solo 'Guarda, guarda quanto vali davvero.'
Davvero, come avete fatto, voi che non avete pianto? Tutta una vita ridiscussa, un talento rimesso al suo posto, una vita aiutata, in un gesto delle braccia. È stato poetico e meraviglioso e ho pianto tanto. Quando il curatore del museo ha iniziato a parlare pensavo sarei soffocanta nelle mie lacrime.

Non ci sono solo lacrime, però.
Il Dottore è la persona giusta da far conoscere ai bambini, perché è la migliore avventura che gli si possa regalare. E con bambini non intendo solo quelli che avete creato, ma parlo soprattutto di quelli che custodite dentro e che ogni tanto vi dimenticate di far emergere.
Si ride tanto, si viaggia per i secoli e per i pianeti, si salvano donzelle in difficoltà ma anche giovanotti sprovveduti, si combattono robottoni e si uccidono mostri, anche se la violenza è ciò che il Dottore più detesta. Ha la forza fisica del sollevatore di topi, un fisico esilissimo e nessuna arma che non sia il suo cervello. È frequentissimo vederlo bloccarsi proprio nel vivo nell'azione, quando tutto è in pericolo e rischia di perdersi, perché deve pensare. Sono le idee a farlo sopravvivere attraverso il tempo, non le botte. Parla, parla un sacco e implora gli altri di tacere. Zittisce, mette mani sulla bocca e si sfrega la testa, e alla fine l'idea geniale arriva.
Spesso arriva anche il colpo di culo, ma è per questo che ci piace. Se non è sicuro, di certo ci prova. Non smette mai di provare, in realtà. Ogni episodio ha un momento in cui riconosce di avere sbagliato, di essersi confuso, di avere sottovalutato la situazione. Ad un certo punto, però, gli si accende la lampadina del genio, e finiamo per vivere momenti come questo, indimenticabile:


Se non l'avete ancora fatto, lasciatevi trascinare in un'avventura indimenticabile. Ci sono i Dalek, i quadri famosi, i fidanzati goffi e gli Antichi Romani.
Riuscite a pensare a qualcosa di meglio?



Post dedicato a Erre, ovviamente. 
Possa io continuare ad essere la Pond che ti accompagna nelle tue avventure, senz'altro più terresti, ma non per questo meno entusiasmanti.

sabato 21 ottobre 2017

Mindhunter

20:58
Sto malissimo in sti giorni. Vado a lavorare la mattina, all'una sono a casa e passo il resto del pomeriggio febbricitante e pronta a scrivere le mie ultime volontà dal letto in cui ormai ho lasciato la forma.
Netflix ha capito. Spiandomi dalla webcam del mio pc come tutti i veri e grandi poteri forti ha captato la mia necessità: un binge watching serratissimo.
Ha voluto però anche punire la mia pigrizia, infliggendomi una serie da scombussolamento cerebrale.
Parliamo di Mindhunter.


L'agente Ford lavora per l'FBI. Si occupa di gestire gli uomini che prendono ostaggi e rischiano stragi, quindi è solito avere a che fare con un lato più psicologico che con le armi, ma desidera fare di più, allargare le sue conoscenze, ampliare il suo ambito di competenza. In particolare, è affascinato dalle menti dei grandi criminali, quelli celebri, colpevoli di omicidi plurimi efferatissimi. Il suo interesse e la sua lingua lunga porteranno quello che era solo un esperimento condotto di nascosto da lui e il suo partner a diventare un ramo innovativo del Bureau.

Messa così potremmo confonderla con un procedural qualsiasi. Netflix, invece, si diverte tantissimo a prendere le cose e renderle il meno ovvie possibile. Mindhunter non è solo il racconto della risoluzione di alcuni casi. È la storia di una rivoluzione.

Siamo nel 77. Le parolacce sono sconvolgenti fonti di scandalo, l'apparenza nei confronti della propria comunità era fondamentale, e soprattutto, i criminali erano pezzenti sacchi di merda da umiliare e punire, fine della storia.
40 anni dopo (QUARANTA): le persone vengono squalificate dal Grande Fratello perché bestemmiano (in uno stato che dovrebbe essere laico), dell'apparenza non voglio nemmeno iniziare a parlare, e per quanto riguarda i criminali vi invito a fare un giro tra i commenti su fb ad ogni link condiviso da La Repubblica.
Lo vedete, vero, cosa fa Netflix? Ci prende tutti quanti per i fondelli, e fa di un bene che non riesco neanche a dirlo.

In questo momento in cui ancora urliamo alla giustizia privata, agli squadrismi, alla tortura, una serie come Mindhunter è fondamentale. Riporta all'attenzione il fatto che ogni persona, anche una che commetta atti terrificanti, abbia bisogno prima di tutto di comprensione. Senza quella abbiamo perso ogni scopo.
Non sono pazza, quando sento di certi crimini il mio primo istinto è sempre una rabbia cieca. Stasera la tv mi ha quasi fatto sputare sangue. Però prima di uscire per la strada e massacrare di mazzate chiunque rubi una mela al mercato, mi fermo a pensare. E Ford applica questo concetto, che dovrebbe essere basilare, a fenomeni ben più ampi della mia povera mela del mercato. Affronta assassini e stupratori con calmissima lucidità, quasi dimentico del reato di fronte alla sua spiccata curiosità per quello che al reato sta dietro.
La mente.
In mezzo a colleghi che vedono la risoluzione del caso come una realizzazione personale, lui vede oltre e deve combattere contro i mulini a vento per impedire che l'efferatezza di quello che viene sollevato oscuri l'altezza del suo ideale. Chissà se questa frase è comprensibile. Il punto è che tutti gli altri coinvolti, nella serie, non vedono l'ora di sbattere il mostro in cella. Non che a lui questo non importi, tutt'altro, ma non si può fermare lì. Una mente in grado di rapire e uccidere molte donne deve avere qualcosa che vale la pena comprendere. Chi comprende può affrontare, chi si limita al giudizio finisce per non risolvere nemmeno il caso.
Entrare nel vivo di menti così deviate, però, non può essere senza conseguenze. Le vite di tutti i coinvolti non possono scorrere come se fosse la normalità. Questo aspetto, in Mindhunter, arriva con un moto lentissimo ma costante, ed è doloroso. Non si può toccare il male senza sporcarsi.

Mindhunter mi è sembrata coraggiosissima nel tirare in ballo criminali ancora in vita, riportando in discussione i loro terrificanti omicidi e spiattellandoli sulla piattaforma più vista del mondo, come se niente fosse. Il rispetto per le vittime, però, considerato che alcuni familiari potrebbero essere ancora in vita, non è mai mancato. Sembrava facilissimo commettere un passo falso.

Un lavoro consì intenso e importante ci arriva con una confezione deliziosa. Questi anni 70 sono pieni di colori grigi e abiti da uomo mai della misura perfetta, sigarette continue e cabine del telefono, grandissime scritte bianche riempischermo e una colonna sonora strepitosa.
Tiè, siccome è sabato sera e non tutti starete in casa come me, una canzone che vi carichi per la serata:



sabato 24 giugno 2017

The Handmaid's Tale

15:48
Oggi avevo in programma di rispondere al Liebster Award a cui mi ha nominata Silvia (però magari ci penso domani). Sto lavorando molte ore e quello era un post veloce e semplice da scrivere, e oltretutto le sciocchezze su di me le dico sempre volentieri.
Sono però reduce da un intenso binge watching di The Handmaid's Tale, e le mani bruciano.
Insieme al cuore.



È ovviamente la serie del momento, quindi dirò la trama a grandi linee giusto per quelle due persone che non hanno avuto internet nello scorso periodo.
Siamo in una realtà distopica (non dico futuro perché si parla di Uber e ci sono gli smartphone, siamo ai giorni nostri). Degli Stati Uniti come li conosciamo non è rimasto niente. La società è stata completamente ricostruita, gli uomini hanno completa gestione del tutto mentre le donne sono divise in categorie, in base al loro ruolo. Le Marta sono le donne che gestiscono la casa, le Zie sono le educatrici, mentre le Ancelle sono le donne preposte a mettere al mondo i figli. Delle incubatrici. La nostra protagonista è un'ancella. Come tutte le sue pari ha perso il nome con cui è nata e ora ha il nome dell'uomo che la possiede. Da June che era, quindi, è diventata Offred.

Non che non fossi preparata. Ogni ragazza che seguo e conosco e che ha visto la serie prima di me ne era uscita malmessa. Sapevo, quindi, che sarebbe stato duro, e che mi avrebbe messo alla prova.
Ma quanto, perdio, non lo sapevo mica.

Fino a qualche tempo fa detestavo utilizzare per me il termine 'femminista'. È bastato informarmi, leggere, ascoltare, per capire che femminista io ci sono nata. Oggi lo grido al mondo con ogni mio pensiero, con ogni azione, con ogni sospiro. Fa parte di quello che sono, è lato fondamentale del mio carattere, perché i miei ideali sono quello che mi caratterizzano, come, se posso permettermi, per ogni altro essere umano. Quando siamo usciti dalla visione di Suffragette (l'avete visto, vero? È conditio sine qua non per stare sul mio blog) il mio ragazzo mi ha chiesto preoccupato se stessi bene, forse la mia faccia parlava da sè. Meno male che non può vedermi ora.

È una delle cose più difficili che ho visto in tempi recenti, ma allo stesso tempo è di una forza quasi travolgente, di quelle che ti fanno venir voglia di alzarti e urlare ancora più forte il tuo valore. Niente di quello che è mostrato è irreale. Qui di distopico, mi perdonerete un francese, non c'è proprio un cazzo di niente. C'è slut shaming, c'è oggettivizzazione del corpo, c'è omofobia, c'è giustificazione dell'aggressore, ci sono stupri legalizzati e non, c'è fondamentalismo religioso, ci sono mutilazioni genitali. Non c'è niente di inventato. E io, dalla mia posizione privilegiata, l'ho visto succedere per finta e lo vedo succedere davvero, ogni giorno. E quando non lo vedo, lo sento, lo percepisco, lo ascolto. Capito, antifemministi di questo grandissimo cazzo? (francese di nuovo)
Il problema esiste e non saranno i vostri capricci a farci smettere di combattere per risolverlo.

Sarebbe stato facile lasciarci sprofondare in questo mare di merda e farci annegare. La serie non lo fa. The handmaid's tale è il miglior ritratto delle donne che ho visto in una serie tv. Le protagoniste sono variegate, pliedriche, reali. C'è la donna forte, che prende la sua forza solo da se stessa (Moira), c'è la donna con una forte motivazione esterna (la figlia per June/Offred), c'è la donna che la forza la perde (Ofglen, in una interpretazione che Alexis Bledel scusa se ti ho sottovalutata - sei stata un mostro - e in una scena che mi ha atrocemente commossa), c'è quella che non l'ha mai avuta (Janine), la donna succube del proprio uomo, vittima della sua presenza e sottomessa ai suoi desideri, la donna crudele (Serena).
Ma soprattutto, c'è l'alleanza. Ci sono donne amiche, baci, strette di mano, sguardi che dicono più di ogni altra cosa (sì, va bene, farò gli incubi su quella scena della Bledel nel furgone), pacchetti, abbracci, sentimenti condivisi, incoraggiamenti. E c'è quella scena finale in cui si mostra come l'unione salva le vite, e non c'è niente al mondo che conta di più.

Abbiate il coraggio di dirmi che il femminismo non serve a niente, poi.

sabato 20 maggio 2017

#CiaoNetflix: Trollhunters

17:10
Vediamo: Netflix che crea una serie animata che ha evidentemente a che fare con i troll firmata da Guillermo Del Toro.
Evasione in massa da questo post (che arriva in ritardo colpevolissimo) per andare a vederla, suppongo, perché non mi vengono in mente combo più felici.
Rischio: non totale oggettività, GDT è pur sempre il mio grande amore. Però vi garantisco che Trollhunters è splendido davvero.



Il protagonista è Jim, un ragazzino normalissimo, forse un po' sfigatino, che un giorno viene scelto  da un amuleto per diventare il protettore dei troll buoni, per difenderli da quelli meno buoni. Il trollhunter, appunto.

Ma allora, perché il titolo è al plurale?
Ah, mettetevi comodi, perché è stupendo.
Jim mica sa niente dei troll. Come noi, nemmeno sapeva che esistessero. Poi, di punto in bianco, un amuleto, e una vita rivoluzionata. Mica solo quella di Jim, però, perché Jim non è solo. Toby, il suo migliore amico, diventa la spalla che serve ad ogni eroe. Barbara, la mamma, nota che il figlio, fino ad un momento prima così adulto e responsabile, improvvisamente diventa un misterioso adolescente dal comportamento un po' troppo strano. Claire, la belloccia della scuola, viene derubata del fratellino minore...la vita di tutta la città di Arcadia è messa sottosopra.
Ed è qui che inizia il bello. Il trollhunter si circonda di anime amiche, di sostenitori ed aiutanti, di consiglieri e protettori, e il ruolo che fino ad allora era stato ricoperto da un solo troll alla volta ora è un lavoro di squadra, di trollhunterS, appunto.
La squadra di amici, umani e troll, è solo uno dei vari modi in cui Del Toro usa la serie per parlare di famiglia. Jim è stato abbandonato dal padre e vive con una madre un po' troppo impegnata col lavoro ma comunque molto presente, i genitori di Toby sono morti, le famiglie troll cercano per i mondi sotterranei i loro membri, Claire combatte i mostri per riprendersi il fratellino, Draal teme di deludere il padre...
La famiglia diventa più o meno direttamente il movente di ogni azione, di ogni combattimento, di ogni scelta. Anche la famiglia che non ha vincoli di sangue. E lo diventa senza bisogno di scene madri con bambini straziati e piagnistei inutili. Conservando un'ironia adorabile (e da Del Toro non mi sarei mai aspettata le risate scorreggione), soprattutto in quel Tobias che è un personaggio perfetto, si toccano picchi altissimi di approfondimento, emozione ed avventura. Sì, anche emozione, perchè mi sono commossa pure in un cartone sui troll, maledetto messicano.

Ma d'altronde, chi si sarebbe mai aspettato qualcosa di meno, da lui?

sabato 6 maggio 2017

#CiaoNetflix: Sense8, stagione 2

13:49
Io ieri ho pure guardato Paterson, che è un film incantevole.
Il problema è che l'ho guardato mentre refreshavo Netflix nell'attesa di Lei, Nostra Signora Seconda Stagione Di Sense8. 
Qualcuno di voi si ricorderà lo sconvolgente stravolgimento emotivo che la prima stagione di quella che è per me una delle serie migliori di sempre mi aveva causato. Ora sono reduce da una maratona della seconda stagione, e il coinvolgimento non solo non è calato, è cresciuto ulteriormente.


Avevamo lasciato i Sensate nello speciale di Natale, li abbiamo visti proseguire nelle loro vite cercando di sopravvivere a chi vuole dare loro la caccia. Non credo sia necessario raccontare quello che accade, perché è un viaggio eccezionale nelle emozioni umane che va vissuto in prima persona.

La prima stagione ci aveva presentato i Sensate, le loro vite all'inizio della connessione, il loro rapporto agli inizi e soprattutto le loro personalità. Il loro presentarsi nelle vite degli altri al bisogno, il loro essere condivisione di conoscenze e di sentimenti, è stato di grande, grandissimo impatto sullo spettatore. (O se non altro, su di me)
Li ritroviamo in questa stagione un anno dopo. La loro connessione è sempre lì, con nostra grande gioia. Se c'è da picchiare qualcuno arriva Sun, servono informazioni e Nomi ha già il pc in mano, servono bislacche quanto funzionali performance attoriali e si presenta Lito, in una scena davvero esilarante. Ci sono ancora le scene di gruppo, quelle più intense che si infilano nella memoria come se fossero ricordi personali. Ci sono le scene di sesso (delle quali mi è capitato di chiedermi l'utilità, ma in effetti c'è un momento in cui le sensazioni sono più amplificate? La loro connessione è fisica, tattile, emotiva. Forse davvero il sesso è il momento che rende meglio), quelle festose, quelle riflessive, le crisi. I momenti alla 4NonBlondes della scorsa stagione.
Seriamente, riuscite ancora a collegare quella canzone lì a qualcosa che non sia quel capolavoro di scena della prima stagione? Io no.

Ma quindi, è cambiato qualcosa dalla prima stagione?
Oh, eccome.
Sono diventati amici.
No, non amici nel senso che al sabato si prendono una birretta in vari locali sparsi per il mondo, amici nel senso in cui lo intendo io quando parlo dei miei, di amici. Amici nel senso di famiglia. Tengono l'uno all'altro, sono pieni di affetto e premure, la loro comunicazione è affinata dal bene che si vogliono. Giocano, ballano, si aiutano, si scambiano confidenze. Non è più solo un legame dato dalla loro condizione, i loro rapporti crescono e sono più sofisticati, profondi.
In questa seconda stagione c'è grande attenzione nel far comunicare tutti con tutti. È chiaro che Riley e Will magari passano più tempo insieme, ma ci sono molte scene con i Sensate presi a coppie, o a gruppi di tre, in assortimenti magari trascurati nella prima stagione, e si approfondiscono relazioni che altrimenti, senza il dono di cui sono stati omaggiati, non sarebbero mai nate e che si rivelano salvifiche. Non solo perché devono salvarsi le chiappe da chi li cerca, ma anche nella quotidianità distinta di ciascuno di loro.

Sun è ancora la mia preferita. Lei inizia a combattere e io esulto come allo stadio, poi riguardo la scena ed esulto di nuovo. Algida, rigidissima, forte come una roccia, implacabile, imbattibile, senza paura. Wolfgang può dare pugni ad un sacco finchè gli pare ma lei con due dita gli spezzerebbe il collo. Adoro che ci sia fatto credere che la sua caratteristica fosse il combattimento ma che in questa stagione lei compaia sempre alle persone sperdute. Riley, Kala, Lito. Quando uno dei Sensate perde il controllo sulla propria vita, è la calma e apparentemente fredda Sun a comparire. È un personaggio stupendo, la adoro.
E quando è Sun a stare male, non basta un Sensate ad aiutarla, ci vuole un fronte comune, in una scena splendida splendida splendida. C'è una scena che non lo sia?
Spoiler: no.
Mi è solo dispiaciuto che non fosse dato lo stesso spazio alla mia coppia del cuore, Lito ed Hernando, che nella prima stagione mi avevano emozionato come poche altre coppie di finzione. Lito, in compenso, diventa il vero divertissement della serie. Mi ha spaccata, con quel pigiamone blu da bambino. Che bene che gli si vuole.
Infine, sono stata molto contenta di vedere Kala assumere una personalità ben più definita, da cerbiatto dei boschi a donna di potere, con conoscenze e carattere utilissimi alla causa.

È troppo facile nelle serie tv farci piangere. Vediamo protagonisti a lungo, ci affezioniamo, cerchiamo di empatizzare, quindi quando succedono scene alla Not Penny's Boat finiamo a pezzi. Ho pianto singhiozzando come una dannata quando è morto il mio Charlie, lo amavo appassionatamente. Aveva fatto un percorso bellissimo e poi me lo hanno sacrificato così, è stata una morte ingiusta. Però facile.
Quello che fa Sense8 non è farci piangere. (Cioè io ho pianto sempre, ma riconosco sia un mio problema.) È coinvolgere in maniera equilibrata ogni sentimento, coinvolgendoci in ciascuno in ugual misura. Uscirne indenni è impossibile.
Se sopravvivete con qualche emozione rimasta da questo ultimo episodio, sediamoci a parlarne. Ora c'è il lutto della fine, e con Sense8 è un po' più difficile del solito.
Mi mancano già.

sabato 8 aprile 2017

#CiaoNetflix: 13 reasons why

11:12
Netflix è tornato, sia lodato Netflix!
Connessione nuova fiammante e il mio servizio preferito di nuovo in funzione che ho voluto onorare con un binge watching come non ne facevo dai tempi di Stranger Things. 



13 reasons why è una serie che temevo fosse la Pretty Little Liars del 2017. Mi sbagliavo, perché da Netflix non ci lavorano dei babbi.
Parla di Hannah, una diciassettenne che si è tolta la vita. Prima di suicidarsi, però, ha deciso di registrare 13 cassette nelle quali confidare i motivi del suo gesto, e di farli girare tra alcuni compagni di scuola, tutti in parte responsabili della sua decisione.

Alle superiori ci siamo andati tutti quanti e ne siamo bene o male sopravvissuti. Se la vita sociale di un liceo americano è molto diversa da quella di un istituto italiano (almeno per come l'ho vissuto io), ci sono enormi e tristi somiglianze tra quello che i media ci mostrano delle famose high school statunitensi e la vita di paese, soprattutto se come me si vive in paesini che si aggirano intorno alle 3000 anime. Tutti conoscono tutti, anche quando non ci si conosce affatto, tutti sanno tutto di tutti (o almeno credono, ma non è questo quello che conta), e soprattutto tutti giudicano tutti.

Indicativamente al minuto 5 abbiamo capito tutti dove sarebbe andata a finire la serie. Quale sarebbe stato l'evento scatenante, la famosa goccia traboccavasi. E va bene così, non è il reveal il punto. Il punto è che 13 reasons why va preso così com'è e fatto girare in ogni scuola. Anche già dalle medie, va benissimo. Perchè si parla di qualcosa di cui è fondamentale parlare sempre, ma la cosa più importante è come ci si arriva.

SPOILERS ARE COMING.
tante parolacce pure.

Fin dal primo episodio Hannah, che ricordiamolo è morta, viene riempita di accuse. Bugiarda, attention whore...intuiamo subito che i nastri contengono qualcosa di grosso, ma ci arriviamo col tempo, passando per una serie di molestie che tutte le donne almeno una volta nella vita hanno provato e che sembrano meno rilevanti.
Hannah è stata presa in giro da un ragazzo che le piaceva, una sua foto è stata diffusa contro la sua volontà e sottoposta al pubblico giudizio. Chi è stato mal giudicato in quel caso? Lui? Il ragazzo bello e popolare? Ma no, chiaramente. Quella da prendere in giro era lei. Inizia tutto così, da una foto fatta girare per la scuola. Si prosegue con accuse di essere una ragazza facile, perchè la serie ci ricorda chiaramente che un maschio può fare il gran cazzo che gli pare ma non sia mai che una si diverta. Zitte mute in un angolino. Non datela a nessuno, così poi vi chiamano fighe di legno. Oppure datela a qualcuno tanto per, e siete zoccoloni da combattimento.
Il fatto che Hannah facile non lo fosse non conta poi granchè. Era quello che la gente pensava, e tanto bastava a renderle la vita un inferno.
Siccome la gente ha iniziato a parlare, allora, altri ragazzi della scuola credono sia opportuno infilarle la mano in mezzo alle gambe al primo, idiotissimo, appuntamento. Tanto te la dà, no?
Passiamo poi per lo stalking, per la vita colma di paranoia di qualcuno che si trova un pazzo che ti fotografa sotto la finestra.
In mezzo a tutta questa spazzatura, amicizie false e che si rompono, la solitudine di chi non ha nessuno a cui rivolgersi e l'ipocrisia di chi ti si dichiara amico per poi contribuire alla tua rovina.
Infine, lo stupro. Prima all'amica, poi a lei. Come dicevo, quasi lo aspettavamo. Lo stupro che in questo caso è anche un pretesto per parlare di quello che succede intorno alle vittime, più che alle vittime stesse. Certo, qua una si dà all'alcool e l'altra si ammazza, quindi credo sia piuttosto evidente la vita di una vittima. La macchina che si muove intorno a loro, però, è quella cosa di cui dobbiamo parlare. La vittima la dobbiamo aiutare, ma il contorno lo dobbiamo denunciare.
Abbiamo insegnanti incapaci di gestire una violenza, figuriamoci una vita spezzata. Il pensiero principale è non perdere il lavoro, mantenere la facciata di scuola attenta ai suoi studenti e che non si lascia scappare niente, ma nessuno ad accorgersi che una studentessa è arrivata a scuola ubriaca. Nessuno ad accorgersi che un coglioncello (che poi si rivelerà più pericoloso dei suoi ben più temuti compagni) gira per la scuola scattando foto a persone ignare. Ma paghiamo fior fiore di avvocati per coprire la nostra facciata di professionalità.
Hai voglia poi a farti vedere a piangere.
Abbiamo ragazzi che coprono l'amico stupratore accampando motivazioni che pur facendo riflettere non sono e non saranno mai sufficienti, abbiamo un branco di adolescenti che pur di proteggere il proprio futuro decide di spalare merda su qualcuno che un futuro non ce l'avrà a prescindere. È allarmante, e lo è ancora di più il fatto che nemmeno per un istante io fossi sorpresa.
Di fianco a queste cose incredibilmente grandi e terribili, ci sono violazioni più piccole: l'amica che parla male di te per coprire la sua omosessualità, il collega che pubblica di nascosto un tuo lavoro dimostrando la sensibilità di un piede quando si addormenta, l'altra che ti schiaffeggia perchè pensa che tu le voglia rubare il ragazzo.
Statisticamente, che tutte queste cose accadano ad una sola persona è improbabile. Non impossibile, ma quantomeno complesso. Ma non è questo l'importante. Il ritratto della società adolescenziale che ne esce è tremendamente fedele, ed è spaventoso.
Per farvi un esempio, quando ero adolescente, quindi fino a tipo 5 minuti fa, nel mio paese c'era questa moda: se una ragazza andava con tanti ragazzi per prenderla in giro si diceva che aveva una squadra. Che ne so, di calcio, di basket. La squadra si chiamava con le iniziali della ragazza in questione. Il tono di perculo con cui queste ragazze (ne ho in mente in particolare due) venivano chiamate oggi mi fa accapponare la pelle. Chissà se allora mi rendevo conto di quanto disgustoso fosse.
È per questo che serie come 13 reasons why andrebbero proiettate nelle scuole, mostrate in circoli, associazioni giovanili, ovunque. Che siano uno spunto di comunicazione, di insegnamento, di riflessione.

Se pensate che la visione di 13 reasons why mi abbia reso incattivita, dovreste vedermi quando parlerò di Suffragette.

sabato 21 gennaio 2017

Una dichiarazione d'amore a Martin Freeman

18:17
Sherlock è finito, le serie tv non hanno più un senso e nemmeno io mi sento benissimo.
Dovete concedermi un ultimo post sull'argomento, poi giuro che chiuderò il mio dolore nel silenzio.
Che Benedict Cumberbatch sia un talento vero non c'è certo bisogno che ve lo dica io. Sapete anche, dal post che ho scritto sul suo Hamlet, che non c'è uomo al mondo che trovi più bello ed elegante di lui.
Ma c'è bisogno assolutamente che sia fatta luce su Martin Freeman, perchè io non posso credere che la cosa più grossa che gli sia stata data fuori dalle serie tv sia LO HOBBIT. Non posso e non voglio crederci.

Lascerò qui, quindi, una raccolta delle facce di John Watson, cosicchè sia più chiaro a tutti di cosa è capace il suo interprete. No, non di fare faccette, chè qua mica parliamo di Johnny Depp. Di recitare. Ogni piega, ogni centimetro del suo volto sembra investito nel lavoro, e la sua cpacità di perdersi dentro quello che sta dicendo è assoluta. Ve ne lascio qualche prova.













QUESTA





Martin, bello di zia. Sono felicissima di avere fatto la tua conoscenza. Ti auguro la carriera straordinaria che meriti, il successo tardivo di un Bryan Cranston e anche di tornare con Amanda Abbington perchè la bimbamichia da tumblr che, come si evince da questo post, è ancora viva e vegeta in me vi adora con tutto il cuore e vi trova pazzechi insieme.

Adesso per un po' basta Sherlock, lo giuro.

lunedì 16 gennaio 2017

#CiaoNetflix: Sherlock s4e3 - The final problem

21:15
Oggi niente post sull'orrore. Oggi è il giorno in cui Sherlock finisce, e non esiste che si parli di altro.
Chiedo scusa per la monotonia recente del blog, ma capirete che ho aspettato 3 benedecti anni per questi episodi. Questo, un altro post sull'argomento che esce sabato e poi, davvero, è finita.
Qui sul blog, almeno, chè nella mia testa c'è materiale per i prossimi sei mesi.
E poi inizieranno revisioni, maratone, ricerche su tumblr, lacrime...


OVVIAMENTE DICO TUTTO E CREDETEMI CHE NON VOLETE SPOILER.

Ci siamo lasciati con uno sparo e una rivelazione gigantesca: la terapista di John era in realtà Eurus, sorella degli Holmes completamente rimossa dai ricordi di Sherlock a causa di un grande, gigantesco trauma. Eurus era imprigionata nel carcere di massima sicurezza di Sherrinford (che evidentemente non era il terzo fratello come tutti sospettavamo), ma l'abbiamo vista fuori, nel secondo episodio.

L'inizio mi aveva spaventato: non mi stava piacendo per niente. La sceneggiata a casa di Mycroft per farlo confessare e fargli sputare la realtà sulla sorella mi aveva un po' messo su il grugno insoddisfatto, ma John mi ha rimessa cheta cheta in un angolino, sfoderando la battutona fan service che ho amato perchè SONO UNA FANGIRL OK?

There's a place for people like you, the desperate, the terrified, the ones with nowhere else to run.  221B Baker Street.
E io lì a fare la ola sul divano, estasiata. Il fatto che si vivesse la questione della sorella ricomparsa con grande leggerezza mi aveva confusa, ma non rispondo dei miei sentimenti.
Mycroft, quindi, diventa cliente. Sottopone la sua storia alla coppia e la trasforma in un caso. Non è la prima volta che membri della famiglia vengono declassati a clienti, ogni volta che ripenso a His last vow e rivedo John indicare la sedia a Mary mi sento lo stomaco sussultare.
Ora, non so bene che opinione avere sul fatto che Sherlock abbia completamente rimosso la sorella, non so quanto sia scientificamente possibile e non so se mi interessa, perchè voglio mantenere inalterata la mia sospensione dell'incredulità, e perchè chi si ricorda dei casi canonici sa che la logica rigidissima non è sempre stata la regola.
Facciamo l'indiretta conoscenza di Eurus bambina attraverso i ricordi che iniziano a farsi spazio e a tornare (bellissima la bambina e adorabile che Mycroft sia cicciotto come il Mycroft grasso del mind palace di Sherlock) e la sorella si palesa subito come estremamente brillante, la migliore dei tre, ma pericolosa. Proprio mentre si chiarisce che Eurus non può essere scappata, ecco che un drone con una granata entra nel 221B.
Quello che c'è ora è uno degli scambi più belli dell'episodio: i tre uomini sono immobili, in cerchio, e parlano con i volti immobili. Il dialogo tra i fratelli è splendido, e l'interferenza di Watson è leggera e adeguata. Il 'good luck boys' di Sherlock è carinissimo e stringe il cuore. Cumberbatch è quasi un ventriloquo, perdio. È in questa scena che, finalmente, si inizia la rivalutazione di Mycroft. Amiamo Sherlock e Watson dall'inizio perchè sì, la serie è la loro. Mary arriva e si fa amare dalla prima comparsa. Mrs Hudson ha un cambio tardivo ma ormai inesorabile (scena dell'aspirapolvere, che ve lo dico a fare), mancava giusto Mycroft. Bravissimo Gatiss (a quanto pare più a recitare che a scrivere) e meravigliose tutte le sue scene in questo ultimo episodio. Umano, passibile di errore, molto più sentimentale di quanto ci sia mai stato detto.
Questo mette una pietra sopra al cinismo: abbiamo salvato Sherlock, ammesso che ci fosse qualcosa da salvare, ora è toccato a Mycroft. Noi sentimentali abbiamo il controllo del mondo e dalla nostra parte ci sono le menti più geniali del pianeta. Non c'è niente che possiate fare per fermarci.

Proseguiamo con l'episodio, e altri due mostri sacri fanno la loro comparsa: Eurus e Moriarty.
Di Moriarty voglio uno spin off. PAZZESCO. Entrata in scena, occhialetti, movenze, voce. È un figo incredibile e ha lasciato un segno enorme nell'episodio. E sì, c'entra anche il mio problema con i Queen.
Eurus, finalmente.
Imo, stupenda pure lei. Inquietante al punto giusto, disperatamente commovente poi, un ingresso in scena fulmineo. Redbeard ci ha accompagnato fin dalla prima stagione e ora che è diventato un qualcosa di reale è stato una palata in testa, anche se le teorie del web avevano ipotizzato qualcosa. Diventiamo tutti peggio dei complottisti pentastellati quando si parla di sto telefilm.
Dolcissima la carezzina sul capo finale, che sembra tanto messa lì a strappare lacrime apposta, ma che con me ha funzionato al 100% e che fa subodorare che i rumors avessero ragione: niente s5.
Onestamente se finisse così andrebbe bene.
Non ho trovato questo episodio al pari di altri, perchè questa serie ha toccato picchi esplosivi, di pura elegantissima perfezione. Alcune cose non mi sono affatto piaciute (la reazione dei genitori Holmes alla scoperta che la figlia era viva? tremenda e recitata con i piedi), altre mi sono entrate dentro e resteranno nel mio cervello a macerare a lungo, come è sempre stato.
Ora Sherlock è finito, forse per sempre. Ogni volta che finisce un prodotto di finzione così potente è un colpo al cuore, la nostalgia è reale io credo che sentirò la mancanza di questi due molto a lungo. È una serie invasiva e invadente, entra nel cervello e nei sentimenti e ci resta per settimane, monopolizzando i pensieri. Ma è un monopolio straordinario.

Vi lascio qui la sigla, per tornare a sentirla quando avrete voglia di un sorrisino con stretta allo stomaco.



Se non avete mai visto Sherlock fatevi questo immenso regalo.
Buona fortuna per i vostri sentimenti.
I miei sono già perduti.

martedì 10 gennaio 2017

#CiaoNetflix: Sherlock, S4E2, The lying detective

13:46
Chissà come mai i prodotti di finzione ci coinvolgono così profondamente. Non succede sempre e non succede a tutti, ma quando succede è un fenomeno incredibile, chiederò delucidazioni alla mia amica psicologa. Penso abbia a che fare con l'empatia, o qualcosa del genere.
C'è qualcuno, però, che lo sa molto meglio di me, ed è Steven Moffat, creatore della serie e autore dell'ultimo episodio andato in onda, The lying detective. 


COME AL SOLITO SPOILERISSIMI, CULO CHI LEGGE SENZA AVER VISTO L'EPISODIO

In questa puntata un nuovo Magnussen è sceso su di noi: risponde al nome di Culverton Smith, noto filantropo. Sherlock intuisce la sua natura di serial killer, ne diventa come suo solito ossessionato, e troverà il modo per riprendere con sè John nelle indagini., anche se entrambi stanno ancora elaborando il lutto per la scomparsa di Mary.

Empatia, dicevamo.
Quando scrivi di una grande perdita e di un grande dolore, hai due possibili scelte: o ce ne parli direttamente, riempiendoci gli occhi di immagini spezzacuore e di musica di Alessandra Amoroso, oppure li mostri. Per mostrarli senza parlarne devi essere molto, molto bravo sia in fase di scrittura che nella recitazione effettiva. È inutile che mi ripeta, tutti e tre gli attori che ruotano intorno a questo lutto sono straordinari e ci rendono il coinvolgimento semplicissimo da raggiungere. Quello che è meno scontato è che Moffat abbia scritto del dolore in un modo bellissimo, se questo fosse possibile.
John va in terapia, sembra non cavarsela male, ma vede Mary. La vede, la sente, le parla. Eppure non solo lui stesso è lucidissimo (non sta perdendo la testa per il dolore, non sta impazzendo), ma la visione stessa di Mary lo riporta costantemente con i piedi per terra, ricordandogli che lei non è altro che un prodotto della sua mente. Io non so quanto il fatto che quella lì fosse davvero sua moglie (o almeno che lo fosse al tempo, ora sono separati) abbia influenzato sulla performance di Freeman. C'è uno sguardo, in particolare, che mi ha annientata: John e Mrs Watson sono di fronte al video che Mary ha fatto per Sherlock. Quando la si sente dire, per la prima volta, 'Save him, save John Watson' la camera è fissa su di lui, e lui se ne esce con un'espressione che è un po' un sorriso, un po' un ghigno disperato, un po' il tentativo di non esplodere, ed è INCREDIBILE. Una scena da un secondo eppure una delle più alte di tutto l'episodio. Questo è lo Sherlock che ricordavo, una scena scura e minimale che è un proliferare di sentimenti.

E Sherlock?
Sherlock non è in sè, è Shezza, è tornato lo Sherlock tossicodipendente. Non che le droghe gli siano mai estranee del tutto, ma è tornato nel pieno del suo consumo. E anche se la trama ci dice che il suo consumo era volto anche al caso del serail killer, noi sappiamo che non è solo così. Non risponde di sè, lo vediamo toccare il suo punto più basso, urlare, scalpitare. Siamo abituati ad un aplomb diverso, raramente ha perso il controllo, raramente ha espresso i suoi sentimenti. Questo, però, vale solo a parole. Come la straordinaria Mrs Hudson ci ha fatto notare, Sherlock è molto più emotivo di quanto vuole far trasparire: spara, colpisce, accoltella quello che gli sfugge. Non tollera di perdere e di non capire, e non c'è niente di più umano di questo. È di Sherlock la battuta migliore dell'intero episodio, nella scena (che al momento in cui scrivo ho visto quattro volte), del confronto con John:
'In saving my life she conferred a value on it, in a currency I don't know how to spend.'

E per la prima volta, Sherlock sembra soffrire davvero. Sembrava fermo anche quando stava prendendo una manica di mazzate da John, nella scena che a me ha spezza il cuore più di tutte. Ma qui, quando ha lo sguardo perso nel vuoto nell'ammettere che c'è qualcosa che non sa, è devastante. Vorrei dire che mi sono fatta forza, che non ho pianto, invece mi sono prosciugata. Subito dopo, la confessione di Watson alla moglie, all'immagine che ha di lei. Il tradimento (mai consumato), i pensieri, l'averla trascurata. Nemmeno il momento leggero in cui si ritira in ballo Irene Adler è stato sufficiente ad abbassare l'esplosivo impatto emotivo del momento.

Mary, in tutto ciò, è strabiliante. Buffa, allegra, intelligente, curiosa come sempre. C'è un quarto di secondo in cui rivolge uno sguardo orgoglioso al suo uomo, gli sussurra 'Attaboy' con una dolcezza che hanno causato pelle d'oca costante. Per tutto l'episodio fa quella cosa che John le attribuisce nell'ormai citato confronto con Sherlock: tira fuori il meglio di lui. Lo spinge ad andare oltre, a chiedere informazioni, ad approfondire. Ad un certo punto dice un semplice 'JOhn, do better' che è la summa del suo comportamento per tutto l'episodio. Ed è quello che gli lascia alla fine, quando sembra pronta a lasciarlo andare, incitandolo ad essere sempre l'uomo che lei credeva lui fosse.

Mrs Watson finalmente smette di essere l'ochetta che credevamo, sappiamo da sempre che ha molto più carattere di quanto ci sia mostrato, perchè sappiamo del suo passato. Qui è la figura materna di cui i due uomini avevano bisogno: è determinata ed estremamente protettiva, il suo confronto con il sottovalutatissimo Mycroft è esemplare. Mycroft, dalla sua, non è male come viene rappresentato. È lui quello realmente incapace con gli umani, non possiamo mica fargliene una colpa.

In conclusione, il caso: brillante. I serial killer sono i preferiti di Sherlock, lo sappiamo dal primo episodio ('It's Christmas!'), e lo vediamo dalla passione con cui ci si butta. Il suo cervello torna ad essere al massimo delle sue capacità, portandolo, come sempre, due passi avanti agli altri (o due settimane, dipende dai punti di vista).
Il finale è stato soprendente: sapevamo dai rumors che in questa stagione il terzo Holmes avrebbe fatto capolino e conoscendo lo stile di scrittura della serie sappiamo che le pistole di Cechov non sono certo una novità, quindi se inseriscono qualcosa o qualcuno di nuovo questo deve colpire. Io, però, che sono nata e morirò babba, non avevo capito un cdn e quindi ho AMATO il finale.

Scusate per il fiume di parole fuori programma. Mi prudevano le dita, non avrei mai potuto aspettare sabato a parlarne.


sabato 7 gennaio 2017

#CiaoNetflix: Sherlock, S4E1, The six Thatchers

13:44
Prima di Lost, prima di Friends (questa è pesante, ma bisogna guardare la realtà), prima di Sense8, nel mio cuore c'è sempre stata lei, Sherlock. La mia serie tv preferita. 
L'ho detto.
E no, smettetela, non è (solo) per Cumberbatch.
Da ANNI soffrivo come un cane nell'attesa di questa stracavolo di quarta stagione che lo stracavolo di Moffat, portatore di delizie e sofferenze, mi faceva aspettare. E ora è qui, ed è l'ultima. Soffro atrocemente al pensiero che tra due settimane sarà tutto finito, e per sempre. Ma ora è il momento della gioia, Sherlock is back!


In questo primo episodio vediamo Holmes avere a che fare con il ritorno presunto di Moriarty, nemesi storica. Quando quindi un caso apparentemente semplice si rivela più articolato del previsto, il pensiero andrà subito a Moriarty.

Se mi lasci in sospeso per un tempo così lungo innanzitutto meriti di essere sfanculato in tempo record. Mi trattengo per un momento, dandoti il tempo di dimostrarmi che questa attesa ne è valsa la pena. 
MA NON È COSì PORCA MISERIA LADRACCIA MALEDETTA
Cosa è successo, BBC? Ti sei stancata? Non volevi più fare Sherlock ma il finale della scorsa stagione ti ha vincolato? SONO AFFARI TUOI io quelle transizioni lì che mi pareva di guardare un fotoromanzo di GrandHotel non le voglio vedere maimaimai più. Giurami che nel prossimo episodio la smettiamo con questo trash e ci riprendiamo la sobria eleganza che ti ha contraddistinto fino ad ora. Siamo d'accordo? Non posso stare qua a guardarti mandare in vacca la serie tv più bella che sia mai stata realizzata senza fare niente. Ti faccio due scatole sui social che mi faccio denunciare per stalking. La testa di Cumberbatch che si fonde con il mare deve scomparire dal web e dobbiamo tutti scordarci che è esistita.
Le immagini non le ho riconosciute come familiari, mi sono sembrate davvero scadenti e non sono cose che posso accettare da un prodotto di questo tipo. Mi fa malissimo il cuore.
Chiariamo, l'episodio non mi è dispiaciuto. Ma a me le immagini interessano tantissimo, sono per me fondamentali, e non riesco a credere che la BBC non potesse fare meglio. Persino la scena di Lestrade fuori dalla porta di Sherlock con la ragazza di cui non ricordo il nome: concordiamo che c'è qualcosa nell'inquadratura di quella scena che non ha niente a che vedere con lo stile a cui siamo stati abituati?
Per il resto abbiamo: un'inconsueta lentezza, uno script un po' sottotono e casi poco pungenti.

Leggendo alcune critiche in giro, però, e mi riferisco in particolare a quella di Wired, mi sono trovata in forte disaccordo sulle argomentazioni. 
Partiamo da una: l'articolo rimprovera l'assenza di Moriarty, e lo fa anche ripetutamente. Ma davvero, dopo la super conclusione della stagione 3, ci aspettavamo che la questione Moriarty venisse bruciata nel primo episodio? Davvero? Non era più probabile che invece Moriarty in questa stagione tirasse fuori la sua vera natura, ovvero non quella di nemesi reale di Sherlock, quanto piuttosto di sua ossessione? Moriarty non è importante in quanto pericoloso criminale, ma in quanto mette in dubbio le sue capacità, in quanto diventa il suo chiodo fisso. Tutto l'episodio è PIENO di Moriarty, non come presenza fisica (cosa che credo non avverrà nemmeno nei prossimi episodi) ma in quanto pensiero ossessionante, che è la sola cosa che conta del personaggio. La sola esistenza di Moriarty mette Sherlock in crisi costante, che lui sia presente o meno. Il solo ipotizzare un suo ritorno è elemento di caos e confusione. Che ci si potesse aspettare altro mi incuriosisce. 
Altre cose che io ho trovato positive: l'ennesima conferma di Martin Freeman come attore più sottovalutato della sua generazione. Qualcosa nello sguardo di Freeman colpisce drittissimo nei sentimenti, è intenso da morire e MAI, MAI che risulti esagerato o mascherina. È credibile, in ogni istante, anche quando guarda il suo riflesso nel vetro di un bus e torna con i piedi per terra. Senza fare spoiler mi riesce difficile argomentare ancora di più, quindi continuiamo sotto l'alert.

DA QUI SPOILER CHE POI SE LEGGETE SONO AFFARI VOSTRI

Lo stesso articolo di Wired, che sto usando per sviluppare la mia, di argomentazione, parla - male - della morte di Mary. La definisce fan service. Ma il canone è stato letto? Mary è stata uccisa da Conan Doyle, mica da Moffat. E il personaggio era stato inserito nella vicenda talmente bene e in modo talmente unico (non è la moglie che porta via l'uomo al suo amico, ma è parte integrante della vicenda e delle indagini e, soprattutto, è amatissima da Sherlock stesso) che nessuno si sarebbe auspicato la sua dipartita per riuscire ad ottenere di nuovo la bromance tra i due uomini. Avremmo potuto risparmiarcelo, nella serie? Sì, certo, ma perchè? Perchè non inserire un elemento di disturbo, perchè non sfruttare la cosa che ci avrebbe finalmente e definitivamente eretto Sherlock a quello che è: un umano?
Ora, non guardando Doctor Who mi sento di poter parlare solo in parte, ma a me pare che a Moffat e compagnia piaccia assai prendere personaggi che non hanno niente di umano per poi esplorare la loro umanità. Se Sherlock ha scoperto l'affettività con la presenza di John prima e Mary poi, il dottore ha sempre bisogno di una companion. In che modo questo è un male? Non sono stati snaturati i personaggi, sono solo evoluti, e alla quarta stagione un po' di evoluzione non solo non fa male, ma è naturale.

Tirando le somme del primo episodio: inizio poco brillante, dopo una simile attesa chiedevo tanto, tanto di più. I tre volti protagonisti si sono confermati attori straordinari, e, come mi era successo anche con quella cosa tremenda che è stata Gilmore girls vA year in the life, il solo respirare l'atmosfera dei luoghi e dei volti familiari è stato bellissimo.

Il prossimo, comunque, è scritto d Moffat.
Steven, sorprendimi.

sabato 24 dicembre 2016

#CiaoNetflix: Sense8 Christmas Special

17:03
Vedere Sense8 è stata una delle esperienze più intense dei tempi recenti. Io non sono una grande amante di serie tv, ne guardo poche e di solito più son trash più le amo.
Poi è arrivato Netflix, creatore di piccoli miracoli, e mi ha regalato la più totalizzante, potente, emozionante delle visioni recenti. Staccarmene è stato difficilissimo.
Per questo ho accolto l'arrivo di uno speciale di Natale con qualche perplessità: avrei resistito ad averne solo una dose?
Spoiler: NO.
Ridatemi Sense8, che a fattanza qua sto peggio di Will.


Nell'episodio natalizio non succede un granchè, lo possiamo dire?
Riprendiamo in mano i nostri Sensate esattamente da dove li avevamo lasciati: una in prigione (la mia preferita, Sun ti amo), uno a confrontarsi con l'outing, una a nascondersi, eccetera. Nello speciale li vediamo semplicemente proseguire con le loro esistenze, lontane ma vicinissime, e con gli eventi che abbiamo seguito nel corso della prima, incantevole, stagione.

La sensazione di familiarità è intoccata, con mio gigantesco sollievo. L'episodio si apre con una bellissima scena, come al solito contornata da una colonna sonora per fet ta, in cui riprendiamo in mano il concetto di Sensate, ci viene ricordato come funziona il legame dei ragazzi, e di nuovo noi finiamo incastrati in un fluire libero e agile di sensazioni, odori, sentimenti. Se Wolfgang nuota, ci stiamo bagnando tutti.

Con movimenti morbidi come quelli del tedesco in acqua passiamo ad una scena che ha del meraviglioso. Vi racconto una cosa: io per Lito ed Hernando ho un affetto smisurato. Sono, molto semplicemente, quella che ai miei occhi è la coppia perfetta: oltre ad essere entrambi di una bellezza imbarazzante (Hernando soprattutto, parliamone), i due attori sembrano avere una chimica incredibile. L'attrazione è fortissima e divertita, la coppia si lascia andare a giochi continui, maliziosi e non, ed è un incanto starli a guardare. Poi arrivano i momenti difficili, sia nella stagione che nell'episodio, e li vedi diventare un tutt'uno, uno scudo di testuggine contro il mondo, loro e quella croce e delizia della loro amica Dani. Hanno un'ammirazione sconfinata l'uno per l'altro (ricordate la conversazione al museo tra Nomi e Lito? O quella all'incontro di wrestling? Io commossa all'inverosimile) Sono la coppia più bella rappresentata sullo schermo in tempi recenti, quasi non riesco a descriverli.

Per tutto l'episodio si alternano momenti più intensi, con Lana Wachowski che si diverte a prendersi gioco dell'empatia di chi guarda, a momenti più leggeri e scanzonati, utilissimi in uno speciale di due ore ad alleggerire la tensione. La tenerissima Kala e la sua ingenuità sono un toccasana. La scena del compleanno è di un bello da brividi, la battaglia con le palle di neve è dolcissima.
Poi, ovviamente, le batoste: Will col padre, Lito e la madre, Sun e il figliondrocchia del fratello. Ed ogni volta che uno di loro è in difficoltà, ecco la protezione degli altri, i suggerimenti all'orecchio, la consolazione, la forza, le botte da orbi. E vederli insieme da sempre senso di potere assoluto.

Anche stavolta, Sense8 conferma quello che era stato il suo pregio incredibile nella stagione uno: guardare la serie riuscendo a mantenere una distanza da quello che si vede è letteralmene impossibile. Le persone ritratte entrano nel cuore, diventano cari amici (e vi garantisco che se ne sente moltissimo la mancanza). Lo scambio tra Sun e Van Damme, che si rivedono dopo che lei gli ha salvato la vita, è semplicissimo ma scalda il cuore, perchè ci coinvolge ad un punto altissimo, perchè beneficiamo anche noi della totale apertura mentale dei Sensate, siamo anche noi all'interno di quel legame potentissimo che li unisce, lontani ma vicinissimi.
E questa dovrebbe essere 'solo' una serie tv.

lunedì 22 agosto 2016

Di case, motoseghe e libri dei morti

16:47
Ero qui, appollaiata nel mio sconforto, senza la voglia di aprire Blogger perché non avevo niente da farci. Contemporaneamente, una serie di fortunati eventi porta me ed R ad avere molto tempo libero da spendere a non fare altro che guardare film, su film, su film.
Risultato: maratona Evil Dead, film e serie.
Risultato #2: post.

Che La casa sia uno dei film pilastro della mi vita ormai lo sapete. Tutto quel sangue mi aveva fatto venir voglia di aprire un blog che avesse quantomeno lo stesso colore. A volte lo vorrei più minimal o professionale, ma poi mi ricordo che quei 3 pirla là, quelli grazie ai quali ci siamo tutti ricordati che fare film può anche divertire un casino, avevano fatto colare del sangue sull'obiettivo della macchina da presa, sento di volerli continuare ad omaggiare così.


Non che in La casa ci sia alcunché di divertente, anzi. Ci sono morti, posseduti, violenza, sangue come se piovesse (e pioverà, nel remake di Alvarez). Però piano coi giudizi: ok che ci sono i demoni e la gente indemoniata, ma mica siamo Friedkin noi. Niente metafore, niente profondità di intenti, niente studi sull'anima e la religiosità e la vita degli adolescenti che entrano nella pubertà. Questi qua hanno solo voluto farci una paura incredibile e ciao, tante grazie. Ed è facile oggi, quando vediamo un film a scelta dalla saga di Saw e vediamo i tendini fatti al pc, dire che un film degli anni 80 non fa nè paura nè impressione, ché tanto siamo abituati meglio. Questi avevano meno di 30 anni, poco più di una quindicina di dollari e hanno creato una casa dalla quale trent'anni dopo ancora non vogliamo uscire, e paghiamo pure, per restarci, investendo in una nuova serie tv, dei vostri occhietti abituati agli effettacci francamente ci importa molto meno di un bel cazzo di niente.
Perché La casa, il primo, paura la fa. E diventa così popolare, così importante e così amato perché la passione trasuda insieme alle gocce di sangue. I tre pirla di cui sopra, dove con tre intendo Raimi Campbell e Tapert, pirla non lo erano per niente. Io me li immagino dei cazzoni incredibili, o forse è il mio cuore che li vorrebbe così, ma non erano stupidi per niente. Mi piace immaginarli seduti nell'altalena sotto il portico, con una cannetta, a cercare di capire come realizzare quella scena che hanno chiaramente in mente pur non avendo un centesimo, pieni di entusiasmo e poco altro, perché è solo quella voglia lì che ti fa alzare le chiappe per fare qualcosa.




La casa funziona, e quindi ci meritiamo un sequel. LORO si sono meritati il sequel, con più soldi e possibilità, ma con gli stessi cervelli cazzoni da soddisfare. Risultato: un film che sembra quasi un remake benestante. Sembra, dico bene. Perché per quanto la trama sia imbarazzantemente simile, qua succede una cosa diversa: si ride. Ma intendo che si ride davvero. I tre non si sono dimenticati certo che sognavano un horror, e quindi si danza di nuovo tra sangue e frattaglie, Qua ci si amputa la mano, non so se mi spiego. L'epicità è a livelli importanti, quando si passa davanti a La casa 2 ci si deve togliere il cappello in segno di rispetto.
Bruce smette di essere il tenero Ashley, fidanzatino devoto e amico leale, per trasformarsi in Ash, quello che è chiaramente il preferito di tutti.
La trasformazione è definitiva in L'armata delle tenebre, l'opera in cui la serietà e la volontà di terrore del primo sono ufficialmente mandate in vacca. Ora, per parlarci chiaro: non mi fa impazzire questo terzo episodio. Quell'aria da cult indimenticabile mi piace anche, ma ho riso meno di quanto avrei voluto. Certo, farmi paura è molto più facile che farmi ridere, e le commedie in generale non mi piacciono. Se voglio una horror comedy vado da Simon Pegg e passa la paura. Mi dispiace, non volevo sminuire il film importante e famoso, è solo che mi è piaciuto meno degli altri.

Questo faceva prevedere brutte cose verso la serie.
E invece, Djesoo, che roba incredibile. Già dal trailer subodoravo lo splendore, ma poi entrarci è stato un viaggio magnifico.
Primo episodio: il ritorno di Ash. Ce lo ricordavamo sbruffoncello, morto di patata e portatore sano di arroganza. Si conferma tale, al cubo. Se questo non fosse sufficiente a far riaffiorare in noi le farfalle nello stomaco, ecco che un nuovo elemento si aggiunge alla lista di cose che rendono Ash l'ideale compagno di birre: una brutale e straordinaria autoironia.
Nella serie Ash indossa la pancera, porta una dentiera, presumibilmente quei capelli sono pure tinti, sfrutta la disabilità per farsi donne banalmente nei locali, non prende sul serio nemmeno la morte. È una goduria per gli occhi. Ma non posso fermarmi qui, perché se il trio lescano non si è dato una regolata non vedo perché dovrei io.
Se il ritorno di Ash non vi fosse sufficiente, se Ash invecchiato - ma ugualmente cazzone - non bastasse a soddisfare la vostra impellente necessità di epicità, ecco che arrivano le novità tecnologiche: il fucile, quel boomstick che ha del mitologico, spunta volante dal pavimento della roulotte premendo un pulsante e la mano di legno viene sostituita da una robotica che sfrutta sempre adeguatamente la sua capacità di alzare il dito medio. La motosega non è stata certo dimenticata, solo che stavolta, almeno una volta per episodio, viene infilata sul moncherino al volo, possibilmente al rallenty.

È la fiera del TROPPO, ma è un troppo di quelli gustosissimi, di quelli con sangue che continua a scorrere a fiumi e la voglia di non smettere mai. Nemmeno quando Ash si rivela più umano del previsto, con i suoi nuovi bizzarri amici (per una volta non è solo!), nemmeno quando, in uno straripare di old feels, torniamo nella Casa, proprio lei (va beh, non lei lei, ma è lei, no?), con la sua altalena che sbatte e i boschi molesti.


Mi sono sempre immaginata seduta in un bar con loro tre, a sentirmi raccontare la stessa vecchia storia di come sia stato Sam a distruggere la caviglia di Bruce investendolo in bici, come una nipote che amorevole ascolta i nonni ripercorrere con nostalgia gli anni della gioventù.
La mia, di gioventù, è stata bella anche grazie a loro.

sabato 5 dicembre 2015

#CiaoNetflix: Sense8

17:45
A parte rare eccezioni pertinenti con l'anima del blog, non parlo mai di serie tv. Un po' perché con quelle ho la bocca buona, sono una delle poche che ancora segue quel disastro che è diventato The Big Bang Theory.
Però sono una che sulle serie si emoziona tantissimo. Piango ancora al Not Penny's boat, alla proposta di matrimonio combinata tra Monica e Chandler, alla ironica e dolceamara ricomparsa di Sherlock, al ristorante. 

Con quelle premesse qui, poteva essere una buona idea guardare Sense8?
No. Ma io, come i calabroni, non lo sapevo e l'ho guardato lo stesso.
E ora, dopo una maratona di due giorni (siano lodati i lavori su turni), sono qui che mi lecco ferite autoinferte.


Non leggete le trame su Netflix che le ha scritte un ragazzotto sotto droghe leggere, ascoltate me: Sense8 parla di persone che, per motivi che al momento non ci interessano, si ritrovano ad essere estremamente collegate e a condividere tutto, pensieri ed emozioni.
È definita una serie di fantascienza, ma continuate ad ascoltare me quando vi dico che anche se la fantascienza vi fa schifino (come, ehm, a me) questa cosa qui la dovete guardare perché proprio siamo su un altro livello. 

Siamo dalle parti di quelle cose che, più o meno consciamente, fotogramma dopo fotogramma, ti entrano dentro e si prendono ogni aspetto della tua emotività. Alla fine del primo episodio sei già un Sensate pure tu: le loro emozioni sono le tue, le loro sensazioni le provi come loro, altrettanto intense. 
I Sensate sono otto persone comuni, ognuno con le sue gabole per la testa. Problemi familiari, economici, legali, sentimentali, professionali. C'è l'attore che non può vivere la sua storia d'amore (incantevole, mi hanno fatta sognare dal primo momento) per non rovinare la sua carriera, la ragazza trans in lotta con la famiglia. . . nessuno di loro è un personaggio assolutamente irreale. Sono persone comuni, tridimensionali, ogni loro azione, anche quelle più lontane da noi (penso al tedesco criminale), sono comprensibili e, in un certo senso, condivisibili.


Ci sono sentimenti già nati, di cui noi veniamo solo fatti partecipi, ed altri che nascono sotto i nostri occhi ed è quasi inevitabile che sia così. Incontri (beh, più o meno) una persona nella tua vita e per la prima volta senti che comprende davvero quello che senti. Ha totale accesso alla tua parte interiore, la sente propria, è il concetto massimo di apertura all'altro, noi ce lo possiamo solo sognare. Noi saremo sempre condizionati, il nostro esporci anche alla persona che amiamo non potrà mai avere questo livello di genuinità. Se Lito ed Hernando avessero avuto questa possibilità si sarebbero risparmiati una bella dose di dolore. È il mio cuore che è il tuo, il mio cervello che è il tuo.

Perché è un po' questo il senso che ho più amato di Sense8: è tutta questione di menti aperte. Sono aperte in maniera esponenziale le loro otto, di menti, connesse anche nei pensieri e nei momenti più intimi. Ma anche quelle di chi li circonda: Amanita e sua madre, comprendono e sono incuriosite da quello che succede a Nomi senza farsi troppe domande, Daniela è fin troppo aperta verso la coppia di amici, Rajan è aperto a comprendere il lato religioso della fidanzata pur non condividendolo, il collega di Will è costretto a lavorare con uno che limona da solo ma tranquillissimo, gliene frega meno di niente. E l'intelligenza convenzionalmente intesa, e la cultura, non hanno niente a che vedere con questo: il ragazzo di Nairobi, nullatenente e con una vissuta di stenti. è quanto di più aperto alle possibilità che il mondo gli ha dato.
Ed è quanto più si avvicini al mio intendere il viaggiare: in pochi episodi abbiamo attraversato il mondo restando nel nostro, proprio come i ragazzi coinvolti. Il tuo corpo è nella 'solita' Chicago, ma ti sei ritrovato a Nairobi, in Corea, a Berlino, in India. E tu, che con la tua mente sei dentro a persone che quell'ambiente così lontano e diverso lo vivono come proprio, cresci. Diventi come carta assorbente per le culture, le usanze, il modo di pensare. È incredibile, è il mondo che è un paese solo, è l'intera umanità rinchiusa in un solo cervello. 
È che siamo tutti uguali, che i miei bisogni sono i tuoi, che i miei dubbi sono i tuoi, che le mie crisi sono le tue. È che io posso essere in crisi sulla mia omosessualità, e tu sulla tua transessualità. Siamo lontani, lontanissimi, eppure così uguali. È che come amo io, ami tu. Ed è tutto quello che conta.


Un incredibile viaggio all'interno dell'umanità, che è una e un milione, che è poliedrica e colorata, ma che finisce per essere perfettamente identica: tutti che cantiamo le 4 Non Blondes, e godiamo del momento liberatorio che una canzone così bella ti regala.

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