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lunedì 14 ottobre 2019

Vengo in pace: un post su Joker

09:48
Il domestico cineforum che si svolge sulla mia Yarisina dopo la visione di un film di solito dura il tempo di tornare a casa dal cinema, 30 minuti di discussione se non mi addormento prima e passa la paura.
Di Joker io e Erre abbiamo discusso per tutto il viaggio di rientro, prima di andare a dormire e per le due ore di strada che, il giorno dopo, ci hanno portato verso la meta della nostra gita domenicale.
E secondo me ancora non abbiamo finito.
Oggi, quindi, provo a mettere giù i miei confusi pensieri a riguardo.


DISCLAIMER: RECENSIONE SENZA SCORSESE MA CON SPOILER.

Prima che arrivino i sostenitori armati: in linea di massima il film mi è abbastanza piaciuto ma ho alcune perplessità.

Io arrivavo in sala avendo amato tantissimo il trailer. Le scritte giganti mi fanno questo effetto, sono una ragazza semplisce. A fine film mi sono resa conto che il trailer aveva già detto tutto quello che il film aveva da dire: che ci sarebbe stata una palette strepitosa, che Phoenix sarebbe stato il grandissimo attore che però sapevamo già essere, che Phillips voleva tantissimo che le immagini del suo film ci piacessero. E allora via di lunghi silenzi e immagini bellissime pronte per diventare la copertina su facebook dell'utente medio, primissimi piani di un protagonista al quale è stata data la dura missione di tenere in piedi qualcosa di molto fragile, una ricercata iconicità che ha ben poco di spontaneo.
Mi ha dato l'impressione di essere un film che voleva tantissimo piacere e ci ha provato un pochino troppo forte. 

Il mio primo dubbio arriva prima ancora della visione. 
Dunque, Batman Begins, il primo della trilogia di Nolan, è del 2005. Prima di allora i film sui supereroi erano roba da non considerarsi Vero Cinema Importantissimo. Arriva lui, fa i film cupi e seri e bellissimi e i suoi Batman diventano i film di supereroi che la critica può amare senza avere vergogna. Poi però è arrivato l'MCU, tre anni dopo, e i cinecomic, che pur esistono da molto prima, esplodono e diventano un fenomeno gigantesco, smuovono le masse e fanno i fantastiliardi. Non li possiamo più guardare con snobismo.
Penso, con queste premesse, che il cinecomic con pretese autoriali oggi abbia meno senso, ammesso che l'operazione Nolan ne avesse (ricordatevi che a me Nolan piace, mettete giù quelle torce, lì). L'ho trovata fuori tempo. Qualcuno potrebbe parlare di Logan, che ha un tono diverso dai suoi predecessori, ma io non lo farò perché non sono abbastanza ferrata sul tema cinecomics da perdermi in digressioni troppo profonde. Mi è solo sembrato che fosse più coerente con quello che è venuto prima e comunque collegato al suo mondo, mentre Joker spunta dal nulla ed è un fenomeno a sé, non legato a saghe pre esistenti.

Il film di Phillips si prende la responsabilità di parlare di cose grandi, e quando lo fai hai in mano una fragilità che rende tutto il lavoro più difficile. La mia conclusione è che devi essere molto più bravo di lui per farlo. Arthur Fleck come personaggio dei fumetti nasce (leggo su wiki, ché io vi ricordo non so quasi nulla sui fumetti di supereroi) nel 1940, ed è un matto incontrollato, sadico, psicopatico. Mi sta bene che nel 1940 si parli in questi termini della disabilità mentale, in un medium che non vuole certo essere scientifico. Finora anche il cinema ci aveva mostrato questo, un fuori di melone con un fascino tale da circondarsi di mistero e curiosità, inesplorato, furbo, disturbatissimo. Nel 2019 mi aspetto altro. Mi spiego: il politically correct è un concetto che sposo (ne riparleremo, magari) ma non è il metro che uso per giudicare le cose che leggo o guardo. Non sono io, quindi, che cerco questo nel film di Phillips ma è lui che pone le basi perché io me lo aspetti. Se mi fai una origin story e la fai così concentrata su quanto il personaggio del Joker sia nato per colpa di una società incapace di gestire lui e i suoi problemi, i quali ci sono anche a causa delle persone orrende, lo devi fare più a fondo di così, il tempo lo hai avuto. Invece di bruciare secondi con Arthur che guarda fuori dal finestrino dell'auto della polizia e sorride, approfondisci la questione della sua malattia, ché tanto lo sappiamo già quanto è bravo Phoenix, non continuare a buttarmelo in faccia, lo vedo. Non lasciare tutto il lavoro sporco sulla faccia e il corpo del tuo protagonista, troppo facile così. Wikipedia dice che esiste davvero qualcosa del genere, parliamone. Approfondiamo, facciamo conoscere. Non mi basta un bigliettino passato sul bus con scritto il problema. 
Parlare con questi toni di quello che poi a tutti gli effetti si rivela un criminale efferato non aiuta la causa. Cosa facciamo, ora, con questo Joker? Gli è stata data un'umanità che finora non aveva avuto, e questo non può essere un male, però non possiamo arrivare alla legittimazione dei gesti. Joker è una vittima e questa empatia che inevitabilmente crea (sempre perché Phoenix è tanto bello e tanto bravo, se lo leggo ancora una volta mi cavo gli occhi) distoglie l'attenzione dal caos totale che nel frattempo a Gotham si è generato. Joker è un cattivo, e pur essendo vero che il mondo ha mille sfumature e le persone non sono solo buone o cattive non possiamo e non dobbiamo dimenticare che Arthur non può e non deve essere idolatrato. Non possiamo farne solo una vittima.
Allora non mi bastano gli accenni (anche qui, sempre e solo grandi temi accennati e buttati lì, nessun approfondimento) a Bruce Wayne e a quello che diventerà, mi devi dare di più, e invece sto film si perde talmente tanto nel suo essere bello da dimenticarsi che, spesso, è vuoto. Io peraltro non li ho apprezzati, sti rimandi a Batman, li ho trovati solo buttare altra, l'ennesima, carne al fuoco che non aggiunge e non toglie niente al film. Lo sapevamo già chi sarebbe diventato Arthur Fleck, lo avete messo nel titolo, non mi serviva un ulteriore strizzatina d'occhio. 

Credo che a questo punto sia una semplice questione di gusti: si può amare il Joker misterioso e imprevedibile, di cui non si sa nulla, che resta uno dei villain più affascinanti del mondo oppure preferire l'Arthur umano, creato da un mondo vigliacco e crudele. 
Credo, nonostante le mille paranoie uscite in questo post, di preferire il secondo.
Avrei solo voluto non lo raccontasse Todd Phillips.


martedì 1 dicembre 2015

Signs

17:34
Si sta parlando in massa di The Visit, ultima fatica di uno registi più perculati della blogosfera: Shyamalan. Lo so che non lo trovate mai in giro scritto col nome giusto, noi ci divertiamo a storpiare il suo nome da brave personcine mature quali siamo, ma garantisco che il film è suo.
Ne ha parlato anche Frank, qui, e parlandone diceva che Shallallà ha fatto delle belle cosine (e guardate che Frank è uno a cui non era piaciuto Il sesto senso) tra cui la prima parte di Signs, che ho realizzato di non avere mai visto.
Per cui, mentre i blogger seri parlano di nonni e mockumentary, io, facendo leva sulla mia possente trasgressione, parlo di Shyamalan sì, ma di alieni.

Alieni che travolgono le vite di Graham, Bo, Morgan e Merrill, una famiglia già scottata dalla perdita della donna di casa: mamma, moglie e cognata. Si parte dai cerchi nel grano, fino all'arrivo degli autori degli stessi.


Premesso che gli alieni non mi hanno mai fatto paura e che il fenomeno dei cerchi nel grano mi incuriosisce in un modo incredibile, a me il film di Shallallero è piaciuto.
E non è scontato, perché con questo qui o si parla di filmoni o di misere cacchette, non so come ci riesca. Vogliamo ancora tutti un gran bene a The Village, ma siamo gli stessi che cercano di capire come gli sia venuto di mettere Zooey Deschanel in un film horror.

Guardare Signs per la prima volta in questo particolare momento storico rimanda alla mente certi riferimenti che danno al film quasi un'aria di inquietante premonizione.
Enormi problemi globali (il mondo intero è colpito dai cerchi nel grano, si parla di Gerusalemme, Pechino...) vissuti nella piccola quotidianità di una fattoria sperduta chissà dove. Un pericolo incombente, la possibile fine del mondo (come lo conosciamo). Mi è stato fin troppo semplice pensare a quello che stiamo vivendo, al nostro comodo e pacifico mondo occidentale che viene scosso tremendamente da 'alieni' che, forti delle loro convinzioni, vengono qui e ci uccidono mentre siamo ad un concerto. E noi, comuni cittadini, non abbiamo alcuna arma per difenderci, possiamo al massimo inchiodare le finestre e calmare i nostri bambini raccontandogli il momento della loro nascita. Accendi la tv e senti le notizie, vedi la cartina dell'India tempestata di fenomeni di cerchi nel grano e pensi che l'India è lontana da te, quel segno strano nel tuo, di campo, te l'ha fatto il vicino di casa dispettoso. Poi non è più solo l'India, è la Cina, Israele...è il mondo intero che sta combattendo un nemico comune. Quando poi vai dal compaesano e scopri che quel nemico lì è chiuso nel suo sgabuzzino, cominci a fartela sotto dalla paura. Più le cose sono vicine a te più sono reali. E non è indifferenza verso il resto dell'umanità, è timore. Se il cerchio nel grano è proprio nel tuo giardino, a meno di un miglio dal viso di tuo figlio, il timore diventa terrore.
Mi sono riconosciuta in tantissimi sentimenti dei quattro personaggi: nell'ingenua paura della piccola Abigail Breslin, che sapete essere la salamotta che ha fatto nascere in me l'istinto materno (come si partoriscono bambine belle così? non me ne capacito), nella feroce curiosità del giovane Morgan, nella spietata serietà del padre. E nel liberatorio pianto finale dei quattro,


Posso quasi anche accettare che l'alieno sia francamente ridicolo, davvero. Ho sempre più paura del non visto, e unghie lunghe verdi avrei preferito davvero non vederle. Ma non ho mai detto che fosse un film perfetto. Joaquin Phoenix, poi, piccola perla che non è altro, lo voglio ricordare con un imbuto di alluminio in testa, perché nessun'altra immagine gli renderà mai altrettanta giustizia.
E poi, sì, poi parliamo anche di nonni.

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