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lunedì 9 gennaio 2017

Ouija: Le origini del male

20:56
Su questo blog non parliamo di Ouija, quel lungometraggio di cui il film di oggi è sequel. Fingiamo che non sia esistito e proseguiamo nelle nostre miserabili esistenze. Abitualmente mi diverte parlare di film brutti, ma quello era un oltraggio alla pubblica decenza e quindi l'abbiamo lasciato finire nel dimenticatoio in cui le creature come lui meritano di stare.
Diversi blogger, però, mi hanno messo una mano sulla spalla:
'Guarda, non so come sia successo, giuro che il due è meglio, non sembra vero nemmeno a me ma è buono sul serio'
E allora che fai, non lo guardi?
Lo guardi.


Nel primo film avevamo incontrato la famiglia che è protagonista di questo sequel: madre con due figlie. Si mantengono consolando famiglie in lutto, fingendosi medium. Loro stesse, però, sono in lutto: hanno perso padre e marito di recente e la ferita è ancora sanguinante. Quando la mamma si decide a comprare una tavoletta Ouija, allora, provano per prime a comunicare con il loro defunto, scatenando forze ben più potenti.

Niente di originale, vero?
Il film, però, è di Flanagan. Non è che lo conosca alla perfezione, io, il vecchio Mike, ma è il signore che ha girato Oculus, una robina bella assai con immagini di rara bellezza. Diamogli allora in mano il sequel di un gran pattume, e incrociando le dita preghiamo fortissimo che faccia di meglio. Confermando le ipotesi più rosee, lo fa, eccome.
Prende una storia che più inflazionata di così si muore, usa escamotage tra i più comuni (colori scuri e freddi, dinamiche familiari poco serene, bambini con sensibilità più acute che diventano l'anello di comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti...) eppure finisce per fare una cosa che, paradossalmente, ha del miracoloso: fa PAURA.
Riesce nella missione che spesso l'horror si è scordato: spaventare, inquietare, far salire i brividi lungo il collo. A volte ripugna, usando la bocca come mezzo di disagio esattamente come era successo in quella scena della lampadina di Oculus su cui ancora faccio gli incubi, ma soprattutto, vista l'evidente capacità del solito MF, riesce in tutte queste cose pur avendo a sua disposizione un cast che definirei, come il consueto modo di dire, 'non bello ma un tipo'. A volte le mani sono state tenute con i palmi rivolti verso il fronte per un periodo un po' troppo lungo per essere sensato, e tendo a notare queste cose perchè mi suscitano la ridarella. A meno che tu non risponda al nome di Simon Pegg credimi che la ridarella non è quello che vuoi. Flanagan scongiura il rischio e mantiene inalterata la sensazione di inquietudine. Non era mica facile.

L'horror dell'anno (scorso)? Anche no, dai.
Una visione che fa il suo sporco lavoro e conferma Flanagan come un nome da tenere d'occhio? Per me assolutamente sì, e di questi tempi di magra sinceramente tanto mi basta.

lunedì 12 dicembre 2016

Found

12:13
Mi ero svegliata di buonumore. Il lunedì qui è giorno di horror ed ero determinata a buttarmi di nuovo sotto il treno dei survival, perché al momento non guarderei altro. Poi il mio sito di streaming preferito mi ha buttato fuori sto Found, della cui esistenza io ero totalmente ignara. Leggo l'accenno di trama, mi ispira, ed eccoci qua, con buona pace del mio survival.

Found si apre con un ragazzino, Marty, che frugando tra le cose del fratello maggiore trova una testa umana, e finisce così per scoprire che questo è un serial killer. 
Una cosina leggera per iniziare la settimana in freschezza.

Lo sapete perché è GIUSTO che i siti di streaming chiudano? Perché sono fetenti. Perché tu vuoi tensione e magari farti un po' la cacca sotto, ma vuoi mantenere integra la tua già traballante emotività. Non necessariamente vuoi iniziare la settimana con la morte nel cuore porco il giuda ballerino. E invece no, lui ti spta fuori titoli inesplorati e decide che se i subbatori hanno sofferto tu devi unirti al club soffritori. Mannaggial'oca.

Perché fa così male, sto Found?
Il protagonista è un ragazzino pieno di lentiggini (motivo per cui capirete che empatizzo molto), vessato dai bulli (continuo ad empatizzare), con una famiglia apparentemente tradizionale e infine un fratello omicida. È appassionato di film horror e graphic novel (empatia top level) e ha un solo amico, David. 


Piano piano che il film prosegue, però, anche quella famiglia apparentemente tradizionale diventa fonte di disagio. Ci sono segreti, cose non dette sia gigantesche che più piccole, ma soprattutto ci sono occhi ciechi. Sotto allo strato carino con mamma e figlio minore che prendono in giro il litigio babbo vs figlio maggiore c'è, per fare solo un esempio, un odio razziale sconfinato e involontario ispiratore. E allora, quando questo si palesa, diventa tutto più chiaro. Mai giustificabile nè comprensibile, ma si tira quel sospiro di sollievo da 'AAAAAhhhh ecccooooo'.
Mi rendo conto che agli occhi di chi non abbia visto il film io sembri parlare in italiacano, ma posso garantire che ha un senso. 
Vediamo se riesco a parlare anche per chi sia ancora libero dal dolorone di sto film:
Marty ama moltissimo suo fratello. La passione per l'horror l'ha presa da lui, lo emula e guarda con ammirazione. Spulciando proprio tra le cose di Steve (il fratellone), trova una videocassetta, che sembra davvero essere stata di ispirazione per i suoi crimini. Ed era troppo facile così, vedere un film che è bruttissimo e violentissimo e malatissimo e pensare che la sola visione ti renda uguale al protagonista. Io e un gruppetto di persone che bazzicano per la blogosfera dovremmo essere tutti rinchiusi nella stessa cella. Invece no, Found va oltre, ribalta l'apparente semplicità e ti ricorda che tu hai delle radici, e che queste devono per forza averti lasciato qualcosa, nessuno ne è indenne. 
E allora la violenza dilaga, si trasmette come un virus tanto che persino la creatura più innocente ad un certo punto esplode rischiando di superare un grosso limite. Nessuno ne è indenne. 
Marty, quindi, ad inizio film è una persona, e alla fine è tutt'altro. Chissà che cosa resterà di lui, dopo quel devastante finale. Lo aspettavamo, detto in tutta onestà, non è stato un sorpresone. Ma ciò non toglie che sia stato straziante e dolorosissimo.

In tutto ciò non ci è risparmiato il lago di sangue. Certo, prevedibile anche questo in un film che parla di un serial killer, ma la carta splatter è stata a mio parere giocata benissimo. Troppo facile mostrare Steve che uccide. Qua la scena più impegnativa è indiretta, metacinematografica: c'è di mezzo una VHS che non voglio vedere mai più mai più mai più. Era da un sacco che non vedevo scene così toste e ci sto mettendo un po' a digerirle. Certo, fossero state inserite in un film discetamente di merda forse adesso le avrei già mandate giù, ma qui, buttate lì quasi da avvertimento, sono state tostissime. 
E le lacrime di quel povero Marty, colpevole solo di essere nato nella famiglia sbagliata e di non essere ancora interessato alle tette, sono state un macigno. 
Mi sento un po' sporca, un po' scossa, un po' triste. 
Io, che per mio fratello mi sono privata di tutto, che ho difeso lui sopra ogni altra cosa e persino al di sopra della mia stessa dignità, io che sono la maggiore, e che quindi quando sento Steve implorare Marty di non piangere mi sento cadere il cuore, non sono pronta a rivedere sto film in tempi brevi. 
Sentire Marty dire che quello non era Steve, non poteva essere Steve, è stato devastante. Mio fratello non può fare queste cose, mio fratello è l'unico che mi ascolta, è l'unico che capisce, è l'unico che mi difende. 


Oggi pomeriggio con un sorriso sgargiante andrò a vendere i pasticcini per Santa Lucia con quel film qua sul groppone. Pensatemi.

sabato 3 dicembre 2016

Non solo horror: Song of the sea

12:26
Io e la mia solita amica Elena abbiamo questa cosa per cui i nostri discorsi non hanno alcuna logica, partono da una cosa e finiscono chissà dove. La creatività è uno dei punti su cui torniamo spesso, e ogni volta in cui mi sono sentita in blocco (ed è capitato con frequenza allarmante), lei mi ha detto che niente stimola la creatività più di Song of the sea, che lei ha visto molto prima che uscisse nelle sale italiane.
Ce ne ho messo di tempo, ma eccomi qua.

Song of the sea è la storia di due fratelli, e penso abbiate ormai capito che i cartoni con due fratelli non riescono a lasciarmi fredda, che convivono con la scomparsa della madre, una selkie, creatura del folklore irlandese. Questa natura mitologica è stata trasmessa alla figlia minore, Saoirse.
Capirete da voi che il primo vero vantaggio del film è quello di decidere insindacabilmente quale sia la vera pronuncia del nome della Ronan, fine della questione.


Fare i cinici è facilissimo, è una cosa a cui gioco continuamente e che mi dà anche piuttosto soddisfazione. Ogni tanto, però, per ristabilire un minimo gli equilibri interni e scongiurare quindi il rischio di un TSO, ecco che faccio queste manovre suicide e mi lancio in visioni che prendono tutti i sentimenti umani e li scombussolano tutti, lasciando me e chiunque altro ad un ameba singhiozzante.
Song of the sea parla di una famiglia, che nel suo piccolo mondo sembra stare d'incanto. La madre, però, deve fare ritorno al suo habitat, il mare, e lascia dietro di sè lo scheletro di quella che era la calorosa famiglia iniziale. Un uomo spezzato e solitario, un bambino rancoroso e sofferente e una bambina muta. Chiaramente quando la nonna fa la sua comparsa cerca di rattoppare il danno, come le chiede la sua natura di nonna, ma certe ferite vanno ricucite da sè. Iniziano allora canti, rincorse, suppliche, avventure. Arrivano streghe, gufi, streghe dei gufi. Perchè la più reale delle storie, ovvero quella di persone che soffrono, viene raccontata con la magia di un mondo fatato, in cui i bambini si legano alla cintola col guinzaglio e in cui i sentimenti diventano di pietra.
Viene raccontata con disegni dai tratti semplici ma incantati, dai movimenti leggeri e dai colori tenui, e con un dolcissimo uso della musica. No, non è un musical, è un film in cui la musica è salvifica e non riesco a pensare a niente di altrettanto vero.

E se fino a qui sembra solo la storia tenerina di un fratellone maggiore che deve salvare la sorellina, ecco che ad un certo punto arriva ciò che spinge la lancetta un po' più in là, e che fa passare Song of the sea da un bel film d'animazione ad un'opera ben più profonda, facendo quello stesso percorso che fa il mio adoratissimo La città incantata.
Ben, il bambino, e la strega, hanno l'ambito confronto, e lei gli fa la più semplice delle domande: se potessi pietrificare il tuo dolore, non lo faresti?
Eh.
Se avete una risposta tenetevela per voi ancora un po'.
Poi guardate Song of the sea. Può essere che finiate affogati nella vostra commozione, ma se non altro avrete le idee un po' più chiare.
Mettete da parte il nostro amico cinismo per un po', ché io sto ovulando e ho la lacrima facile, e accettate che la soluzione è questa: il dolore ce lo dobbiamo tenere, fa parte di quello che siamo anche se è una superba rottura di coglioni. Ma si cura. L'amore lo cura. L'amore (di qualunque tipo) ti prende il viso tra le mani e ti forza a cantare la canzone che ti salverà la vita. Ed è vero, lo è sempre anche quando queste ci sembrano solo cagatine buoniste e smielate, che ci rende individui migliori, che affrontare quella sofferenza (anche quella più arrabbiata) ci libera di quel risentimento rancoroso che ci rende ostili e furiosi col mondo.
Non so quanto io possa essere attendibile, quando dico certe cose, ma una cosa la so per certo: io SONO rancorosa, io provo risentimento, io sono arrabbiata. Lo sono da quando ho memoria. Lo sono per quelle cose di cui sono stata privata, soprattutto per le possibilità che mi sono state tolte, lo sono per quelle cose che avrei desiderato e che non ci sono state e per anni sono stata certa che questi sentimenti me li sarei portata dentro per sempre, e quel piccolo maleducato dispettoso Ben non poteva starmi antipatico, era una Mari irlandese.


Per quanto Song of the sea sia incantevole, non fraintendetemi: non dico certo che un film rende persone migliori, e se I Tenenbaum non hanno risolto i miei problemi nessuno al mondo lo può fare, ma la testa si apre. Quando ci si emoziona per il dolore provato da un bambino disegnato su uno schermo, è naturale riflettere sul proprio, e guardarlo dall'esterno per un po'.
Fa bene all'anima.
E fa bene alla testa, perché oltre a tutte queste infinite sovrastrutture che ci costruiamo sopra in base alla nostra vita, Song of the sea è una poesia.

Questo il link per acquistare il DVD del film: http://amzn.to/2gkDeQf
Cliccando qui, invece, arriverete dritti alla playlist di spotify della colonna sonora. Se riuscite ad ascoltare altro fatemi sapere.

martedì 25 ottobre 2016

Incontri ravvicinati del terzo tipo

14:53
Me ne frega qualcosa di alieni? No.
Me ne frega qualcosa di Spielberg? No.
Quindi che film guardo?
Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Chiaro.

Roy è un elettricista, Jillian la madre di un bambino tra i più belli che io abbia mai visto in un film. Insieme ad altre persone assistono a strani fenomeni in cielo, e capiscono che si tratta di alieni. La loro curiosità non viene affatto soddisfatta dalle autorità,e toccherà a loro andare a fondo.


Io non lo so cosa mi sia venuto in mente, perché se oggi penso a me che guardo un film di millecinquecento ore (va beh, sono due abbondanti, ci siamo capiti) che parla di astronavi con le lucine mi viene da ridere. Non è la mia cup of tea, e capisco che in effetti verrebbe da chiedere quale sia, la mia cup of tea, dato che non mi piace quasi niente.
Come mi era già successo guardando Pacific Rim, però, ho provato ad uscire dalla mia adorata comfort zone, e a buttarmi su qualcosa di fuori dai miei canoni. Come con Pacific Rim, ne è valsa la pena.

La curiosità è una di quelle caratteristiche che mi fa piacere le persone. Figuratevi quindi come mi è piaciuto Ray. Avrebbe potuto archiviare tutti i folli eventi che gli sono capitati sotto l'etichetta 'eh va beh avevo sonno' oppure 'forse dovevo bere un pochino di meno'. E invece no. Lui si è fissato che gli alieni stanno arrivando e ne vuole sapere sempre di più, lui e quella sua esilarante faccia mezza scottata.
Come spesso mi capita, non avevo letto niente al riguardo, volutamente. So di essere molto influenzabile e non volevo essere una di quelle per cui Incontri ravvicinati è bello perché sì. Non sapevo se aspettarmi uno di quei film in cui gli alieni sono brutti e cattivi e ci vogliono morti, e speravo di no perché l'ultima volta che ne ho visto uno è stato quella pagliacciata de Il quarto tipo e non volevo ripetere l'esperienza. Avevo anche paura che fosse uno dei film pieni di buoni sentimenti di SS, che a me in generale non soddisfano e fanno un po' sbuffare.
Effettivamente, è stato questo il caso.
La differenza è stata nel modo in cui ai buoni sentimenti si è arrivati, perché poco prima un bambino era stato rapito e va bene tutto ma di buono non ce n'è nemmeno l'ombra.


Riesco tranquillamente a vedere i bambini degli anni 80 a fremere dall'eccitazione per questo film, e questo non può che essere un complimento. La scena dell'arrivo della nave madre (si dice così? Riccardo invoco il tuo aiuto) è incredibile, da bocca spalancata. E mi immaginavo milioni di bambini così, con le manine incollate allo specchio ad ammirare le luci e l'enormità della nave, e secondo me questo è sinonimo di successo spaventoso. Perché prima è stato brutto, e spaventoso (sappiamo per esperienza che i papà che perdono la testa ci fanno paura), poi però è diventata magia.

Non se se arriverà il giorno in cui film come questo mi faranno gridare al miracolo. L'altro giorno, però, mi sono molto divertita, mi sono lasciata di nuovo andare all'inaspettato e non esiste esperienza migliore.

lunedì 27 giugno 2016

The Conjuring - Il caso Enfield

14:38
Due settimane fa ero in sala, lo schermo stava per proiettare The Neon Demon. Partono i trailer, che io malsopporto ma che il cinema mi propina forzatamente ogni volta. Parte quello di The Conjuring - Il caso Endfield. Mi convince, guardo Riccardo con sguardo sognante, ricevo come risposta un netto 'No.'
(Riccardo, lo dico per i lettori occasionali, è la povera anima che sopporta la mia ben poco gradevole compagnia. Tenetelo a mente, perché è molto presente sul blog e sarà il protagonista di questo post che prevedo di una lunghezza sconsiderata.)
Riassunto per gli impazienti: mi è piaciuto tanto e mi ha fatto paura.
Avrei solo preferito vederlo senza essermi coccata il trailer prima.

Siccome la femmina della coppia sono io, ecco quello che è successo:
al cinema ci siamo andati
colma di misericordia, ho acconsentito a far venire con noi il nostro amico scemo, affinchè Riccardo avesse un'ulteriore manina da stringere qualora la tensione si fosse fatta insostenibile, il che è avvenuto abbastanza alla svelta. Tutto si può dire di Wan, ma lento proprio non è.
Per raccontarvi cosa altro è successo ieri sera, devo sottoporvi a qualche spoiler ma niente di che.

Il caso Enfield che dà il (sotto)titolo al film è quello della famiglia Hodgson. È una vicenda piuttosto nota a chi, come chi scrive, bazzica per storie paranormali che si spacciano per vere. Se anche solo una volta avete cercato faccende simili su Google siete sicuramente incappati nella storia di questa madre divorziata, con quattro figli a carico, una situazione di ristrettezze economiche e fenomeni bizzarri ad infestarle la già malconcia casa. Sicuramente avete visto questa foto da qualche parte:


La trama del film, insomma, è questa. Madre sola, figli piccoli in età scolare, entità che si palesa a disturbare la loro (mancata) quiete. In particolare ad essere presa di mira è Janet, la minore delle figlie femmine, 11 anni. Per capire cosa succede e valutare se sia il caso di richiedere l'intervento della Chiesa Cattolica, intervengono gli amatissimi e bellibelliinmodoassurdo Warren, i soliti Ed e Lorraine a cui vogliamo così bene. Se la Farmiga e Wilson dovessero mai figliare, cosa che spero perché qui è partita una ship di quelle importanti, ne uscirebbe una creatura dalla chiara appartenenza angelica. Galeotta fu la scena in cui quel bell'uomo di Patrick Wilson, armato di chitarra e sguardo pieno d'amore, canta ai bambini la sola canzone di Elvis che mi sia mai piaciuta, I can't help falling in love with you.

Ciò detto, passiamo alla cosa che mi ha incuriosito di più durante la visione, oltre ovviamente al film: Riccardo, e il suo modo di guardare i filmacci brutti che fanno paura.
Facciamo una piccola presentazione del personaggio per i soliti lettori occasionali di cui sopra.
Lui guarda un buon numero di film, ha una certa esperienza, ma le sue preferenze vanno sempre sul fantasy e sulla fantascienza pura. Parliamo di uno che tutte le sere dice una preghiera a Gandalf e che non è ancora certo di avere superato la dipartita di Han Solo, eroe della sua infanzia. Gli horror gli fanno una discreta paura, ma questo non lo ha mai fermato dall'accompagnarmi (nonostante gli sia stato fatto notare che posso andare al cinema da sola e cavarmela, EHM).
Quando inizia a salire la tensione, lui ha un rituale che al confronto Nadal prima di battere pare non faccia niente. Intanto, parla. Ridacchia, cerca dettagli in scena (e lui ha un occhio per i dettagli insignificanti che non ho mai trovato in nessun altro), commenta le cose a voce alta. Ho quasi la sensazione che dire le cose a voce alta lo aiuti a riportarle nella loro dimensione di finzione. La cosa peggiore, però, è che inizia a farmi i grattini sul polso, sempre nello stesso identico punto, rischiando di mandarmi alla neuro.


Questo volendo ci potrebbe anche stare, diciamocelo. La paura è lecita se non sacra, e The Conjuring 2 la sua bella paurina la fa eccome. C'è qualche spaventino di quelli da saltello possente sulle poltrone, ma poca roba. Come era stato con il primo film della saga (la possiamo già definire così?) Wan ha trovato il punto di forza nel creare atmosfere incredibilmente funzionanti, e se la paura del saltellino passa subito, l'aria pesante resta dentro e anche quando finisci il film e vai a mangiare una gigantesca pizza di quelle alte una spanna ti senti il fiato sul collo. Il fiato di un vecchio.
La cosa di Riccardo che mi infastidisce/incuriosisce di più quando siamo al cinema, però, è la sua totale incapacità di sospensione dell'incredulità. (Tre volte al contrario allo specchio e il mio faccione spunterà a torturarvi nel sonno)
Non è capace di godersi un film per intero, così com'è. Lui deve mettere in dubbio, lui deve capire alla perfezione, lui cerca di 'risolvere il caso' prima che lo faccia il film, lui vuole LO SPIEGONE. E io, ogni singola volta, gli dico di rilassarsi, di godersi quello che viene, di lasciarsi trasportare. Ma lui niente. Ci provo a dirgli che il bello è proprio quello, è proprio sentire crescere la tensione, sapere che ti spaventerai (perché lo sai sempre), spaventarti comunque, e provare quel sollievo tipico che si percepisce quando finalmente il male ha un volto che non sarà mai brutto quanto quello che stavi immaginando.
Esempio, che secondo me vi fa capire ala perfezione di che tipo stiamo parlando: Janet è APPESA AL SOFFITO. Tenuta su dalla forza malefica che sta cercando di farsi largo dentro di lei. Viene improvvisamente risucchiata attraverso il soffitto, per ritrovarsi nella stanza al piano di sopra. Risucchiata, Attraverso. Il. Soffitto. Per entrare nella stanza ritenuta il centro delle attività paranormali. La scena non è impressionante a vedersi, ma sta 11enne stava appesa al benedetto soffitto! Ha attraversato la parete!
Sua reazione: 'Sì ma sta roba non è possibile!'
Trattengo il 'MA VAH?' a malapena. Questo si guarda i film in cui la gente combatte nello spazio con le spade laser (le spade laser) ma se in un horror in cui si parla di fantasmi e demoni una bambina passa attraverso le pareti a lui pare strano. E il 'tratto da una storia vera' non c'entra, eh. Non gli torna e basta.


Ora, perché parlare così a lungo delle sue reazioni al cinema? Perché sono reazioni comuni ad una fetta molto alta di popolazione. Immagino non sia un'esclusiva del multisala di Cremona, secondo me i giovani che fanno così li avete anche nel vostro cinema. Certo, poi magari non tutti vanno a vedere su Google le corrette classificazioni dei demoni, ma capite bene che se questo sta con me da quasi 5 anni bene bene non sta.
Ma forse è questo il punto di The Conjuring - Il caso Enfield. Ha tutte le potenzialità per piacere a chiunque, per intrattenere chiunque. Ognuno poi ne trae quello che più lo aggrada: se sei un'ingegnere psicopatico passi le due ore a cercare spiegazioni fisiche a fenomeni che proprio per loro natura non ne hanno, se magari sei un appassionato di orrore ti siedi e ti godi lo spettacolino che Wan ha preparato per te, se sei scemo come il nostro amico cerchi le immagini di gattini su Google per resistere. Sono due ore di giostra, che passano come se fossero il minuto convenzionale di Blue Tornado. Sta a te decidere se chiudere gli occhi e farti sballonzolare in giro dai binari o se studiare come la meccanica ti porti così in alto senza farti cadere.
Tanto fa paura comunque.

martedì 10 maggio 2016

Intervista col Vampiro

20:20
Ho incrociato il libro della Rice nella biblioteca del mio paese, anni fa. Ero nel pieno della mia traumatica fase post - Friedkin, e siccome all'inizio del romanzo si parla di un personaggio posseduto dal demonio, il buon Intervista col Vampiro, dopo essere stato accuratamente cosparso di acqua di Lourdes direttamente dalla testa di quelle inquietanti madonnine di plastica, è tornato nel posto in cui meritava di stare: ad impolverare sugli scaffali.
Lo riprendo oggi, a trauma QUASI superato, perché in questi giorni si parla tanto di un suo remake con Jared Leto. (A me Leto è sempre piaciuto, ma non si starà trasformando in una macchietta johnnydeppiana? Mi esprimo dopo Suicide Squad)

Daniel è un giornalista che si trova nella situazione di dover intervistare un vampiro, Louis, il quale nel corso della chiacchierata gli racconta tutta la sua lunga esistenza, dalla sua creazione da parte del vampiro Lestat all'incontro con la piccola Claudia.


Quante volte sarà già stata fatta secondo voi la battuta sulla crescita di Claudia all'interno di una famiglia gay? Che dite, mi trattengo? La tentazione è forte.
Di certo la regazzina è venuta su in un ambiente completamente maschile, e la sola conseguenza negativa che ha subito nulla ha a che vedere con l'assenza di una donna. Di certo amore ne ha avuto. Tanto, tantissimo, da spalancare il cuore, da quel Louis che ha vissuto (e sta vivendo) un'esistenza colma di senso di colpa per avere causato alla piccola quella trasformazione che lui stesso aveva tanto detestato. Bellissimo, eh, il rapporto tra i due, per quanto sia difficile vedere le sembianze di una bambina chiamare 'Amore' un adulto Brad Pitt, ma che nooooia Louis. Buono, buonissimo, pieno di buoni valori e incapace di crudeltà, ricorda la noooooia di quel Ned Buoncuore Stark che sappiamo tutti bene che fine ha fatto.
Molto più interessanti i Lannister, allora, così come è molto più interessante Lestat, con quella sua risata incredibile e quella splendida sfrontatezza. Le lagne etiche ci stanno per cinque minuti, poi davvero non se ne può più, vai piuttosto avanti a mangiare i cagnolini delle ricche megere ma smetti di rompere l'anima a noi, ché la scelta ti era stata data e tu non hai voluto morire.


Insomma, io stasera sono poco seria perché non scrivo da un po' e devo tornare a mio agio, ma Intervista col vampiro è un film pieno di fascino. Aiutato sicuramente dall'oggettiva bellezza dei signori coinvolti (Cruise non è per niente il mio tipo, ma se considerate che a me piace da morire Bardem forse il problema sono io), ci conduce in un mondo in cui il tormento regna sovrano, sia esso per il senso di colpa di cui parlavamo prima, sia per l'insaziabilità dei vampiri, sia per l'attrazione non corrisposta, sia per l'amore ossessivo che lo lega a Claudia. 
Certo, se quelli che piacciono a voi sono i vampiri brutti e cattivi, violenti e caciaroni, Intervista col vampiro lasciatelo proprio perdere. Se invece, come a me, vi piacciono gli uomini più composti ed eleganti, che portano giacca e cravatta con la dimestichezza con cui io porto i pantaloni con su Ganesh comprati a 5€ sul mercato, allora siete nel film giusto.
Un gusto incredibile per il romanticamente bello, tre (facciamo due, dai) personaggi indimenticabili, una lentezza di quella dolce che ti culla un po', e tanto è bastato a rendere questo pomeriggio di angosce un po' meno tremendo.

sabato 16 aprile 2016

The boy

11:10
Sto per copiare un post, vi avviso.
L'altro giorno su facebook ho trovato questa recensione. In poche parole, è un chilometrico post in cui si prende un libro (in questo specifico caso il primo lavoro della Troisi), e lo distrugge parola per parola. Argomentando in maniera esemplare, però, se no è troppo facile. Capito che scoperte rivoluzionarie faccio, io?
Quindi, visto che il signore del link di cui sopra mi ha aperto un universo, gli copio l'idea, tiè.

Da qualche tempo a questa parte non ho parlato di film brutti semplicemente perché è da un po' che non ne incontro. Se non uscivo convinta dal trailer molto semplicemente stavo alla larga dal film, ché a me la mentalità del 'lo vedo lo stesso per giudicare' non fa impazzire. Al massimo ho trovato cose mediocrine di cui non avrei avuto niente da dire se non 'meh', quindi mi pareva inutile scriverci un pezzo stiracchiato tanto per fare numero. Ricominciare a farlo dandogli un senso, però, mi sembra più intelligente piuttosto che tornare a fare dei post tipo 'prendiamo in giro questo film perché fa schifo!'. (E VOGLIO ricominciare a guardare anche i film brutti, perché mi voglio divertire pure io.)
Sempre scoperte rivoluzionarie? Mi ringrazierete dopo, dai.


Per fare per bene il mio lavoro, stavolta, mi sono informata.
Il film è diretto da William Brent Bell, la cui manina ha firmato anche La metamorfosi del male e L'altra faccia del diavolo. Film visti: 0/2, sono aggiornatissima. Quantomeno sono partita senza pregiudizi. Anche perché il movie database la sufficienza gliela dà, Rotten Tomatoes lo liquida con uno spietato 29%. Fine del mio livello di informazione.

Partiamo dalla stessa domanda da cui parte l'autore dell'articolo che vi ho linkato su: perché questa roba ha trovato una distribuzione? Peraltro, una buona distribuzione: nel mio multisala di fiducia. quello di cui mi lamento sempre ma in cui non smetto di andare, era presentato con un gigantesco cartonato tutto blu messo all'ingresso in modo che a nessuno sfuggisse che DEBOI, l'horror dell'anno, era in sala. Certo, la statistica era dalla sua parte. Se una cosa è brutta è più facile che qua da noi le venga data una possibilità.
Animo da madriterese del cinema? Buoni samaritani della pellicola? Vediamo il bello anche nelle situazioni tragiche?
Chi lo sa.
Sta di fatto che quando in giro si scoprono film più piccini ma intriganti e benfatti, qua non abbiamo chance di vederli in sala, e da questo punto in poi ci starebbe bene una riflessione sulla pirateria che vi risparmierò. E qui mando un bacio con la manina e la duckface a Honeymoon, Starry Eyes, Spring e It follows. 
Se fossi capace come l'autore originale a questo punto farei ipotesi sul motivo del successo di certi film poco impegnati e generalmente (con le dovutissime eccezioni) pessimi, ma mettendomi dalla parte dell'utenza media del cinema mi viene solo da pensare che siano film molto semplici.
Esci con gli amici, vuoi un filmettino che vi faccia un po' strizza (e in genere questi prodottini funzionano dal punto di vista dei sussultini sulla sedia), senza pensieri nè complicazioni, una cosina come DEBOI va benone. Fa cagare, ma va benone.
E quindi ne escono sempre di più, tanto qualche pirla ci va sempre, a vederli in sala.
Ma questi sono solo pensieri superficiali, non ho le competenze per andare troppo a fondo sulla questione. I soldi facili che questi prodotti portano potrebbero essere investiti in cose meno a favore di mercato, quindi chi sono io per chiedere ai signori produttori di smettere?
Ma, e queste non vogliono essere domande retoriche ma oneste riflessioni che mi viene da fare e di cui voglio parlare con voi, possibile che il guadagno sia la PRINCIPALE spinta di una realtà come quella cinematografica? Non vivo sulle nuvole, pago le bollette e so che nessuna attività vive d'amore per l'arte, ma cosa spinge una casa di produzione ad investire in quello che è evidentemente uno script scadente? Su questo poi ci torniamo.
Altra domanda che a questo punto mi sorge: perché la gente ha paura di impegnarsi? Perché cerchiamo film leggeri in modo da 'staccare' il cervello? È comprensibilissimo, tanto è vero che, come dicevo su, mi impegno a ricominciare con i FDM, ma perché ci limitiamo a quello? Perché riflettere anche al cinema ci fa paura?

Ma vediamo il film nello specifico, prendendolo come quello che è: uno dei tanti horrorini che escono tanto per trasmettere qualcosa nella sala sette in cui non si sa mai cosa sbattere.
DEBOI parla di Greta, ragazza statunitense che per scappare da una situazione difficile si rifugia in Gran Bretagna, dove è stata assunta da una coppia come babysitter del loro bambino, Brahms.
Che non è un bambino, è un bambolotto.


Pausa di riflessione: se le bambole vi inquietano statene pure alla larga che qui è tutto un mostrare il faccino tondo e sorridente in favore della luce delle candele. Oppure andate a vederlo proprio per quello, almeno avete qualche speranza di provare qualcosa durante la visione.
Se, come a me, i finti bimbi non vi arrecano danno, andate tranquilli che è una passeggiata.

Andiamo con calma dall'inizio: DEBOI ha iniziato a non piacermi dopo i primi minuti. E da questo momento in poi attivo lo SPOILER ALERT!
Greta arriva in casa, nessuno la accoglie, lei entra e si guarda intorno. È giorno, ma tutto è cupo, scurissimo, manco una luce accesa (e questa cosa delle luci tornerà). E qui parte tutta una serie di inquadrature che si vede troppo (TROPPO) quanto si sforzino di inquietarti. I corridoi bui, e le teste degli animali impagliati in penombra, e i ritratti, il tutto ambientato in una casa vittoriana bellissima e gigantesca che francamente non ha senso di esistere. Quando abbiamo deciso che la casa era un personaggio del film? Se stessimo parlando di case maledette, che sappiamo piacerci tanto, ti appoggerei l'impresa, che qua a Redroomia le case vittoriane tutte scure ci piacciono assai. (Avreste dovuto vedermi a Praga. Tutto cupo, e gotico - romanico, con le chiese imponenti e spaventose, mi sentivo come una bambina per la prima volta a Disneyland)
Ma non capisco questo sforzo sovrumano di creare l'atmosfera.
Guarda, amico mio, ti dico una cosa io che non ne so niente: hai per le mani un bambolotto. Asso nella manica incredibile, puoi giocare con quello, ma non sforzarti troppo di condurmi per mano verso la Paura.
Perché a me fa un po' tenerezza questo tuo sforzo incredibile che sembra che devi fare la cacca dura, e penso tu concordi con me che la tenerezza mi ostacola un po' lo spavento.
Faccio un esempio a favor di lettori che non hanno ancora visto il film: la messa a tacere repentina del suono, in un momento che tu mi stai indirizzando a vedere come di tensione, mi fa capire che in quel preciso momento succederà qualcosa.
E se me lo aspetto, non mi spavento più.
E sia chiaro che qui non serve fare i grandi intenditori di cinemone: basta avere visto anche giusto due cose come Bianca e Bernie o Grease per non farsi invischiare in faccende del genere. Semplicemente, non funzionano.

È tutto troppo lampante, niente è lasciato in sospeso, niente ci tiene attaccati allo schermo per vedere come finisce. Avrei anche voluto scrivere un post semplicemente sui cliché che non si riesce manco a contare, ma a che pro?
A cosa vi servirebbe sapere che, per l'ennesima, frustrante, volta, abbiamo due giovani bei ragazzi che, sempre per qualche strano caso sono entrambi single e pronti ad innamorarsi l'uno dell'altra, che dopo due volte che si sono visti sono pronti a perdere la vita l'uno per l'altra, che sono incredibilmente capaci a flirtare e che provano istantanea simpatia?
Perché lo fate?
Perché non ci provate neanche, a offrirmi qualcosa di diverso?
Perché nel 2016 una povera cretina si alza da letto in piena notte e anzichè accendere la luce o usare la torcia del telefono come qualsiasi cristiano usa una candela?
Perché non mi regalate un minimo di approfondimento, ci sono due personaggi DUE buondio, fammeli conoscere. Greta da quando scopre che il bambolotto è in realtà un bambino, o un fantasma, o boh, subisce un istantaneo cambiamento, come quando butti la candeggina sui vestiti e in due secondi questi perdono il colore.
Donna con profondo istinto materno a cui la vita ha strappato la prole che allora riversa tutto il suo amore su un cazzo di bambolotto.
Di Malcom si sa giusto il nome.
Non contano niente questi due esemplari, come non  conta niente il bambolotto, non conta niente la noia, conta solo che ti faccia pauuuuuuraaaaa

E come te la faccio, di nuovo, la paura?
Ti mando in scena un uomo violento e lo faccio comparire grande grosso e inquietante e poi faccio le inquadraturine spaventose dove ha il viso in penombra così ti inquieeeeeto.
Questo di violenza sulle donne ne sa meno di niente. Come se gli uomini violenti avessero tutti le sembianze di Khal Drogo, come se invece di solito non fossero omuncoli piccoli, dall'aspetto banale, comune. Come se ci fosse bisogno di penombrargli il viso per renderli spaventosi.
Gli uomini violenti sono terrificanti alla luce del sole, brutto deficiente. Fanno già paura, sono il Male. Smettila di perdere tempo.

E invece, di tempo se ne perde.
Se ne perde in bizzarri esperimenti scientifici in cui si dimostra che il bambolotto si muove, se ne perde con delle telefonate mute, soprattutto se lo scherzone del telefono me lo fai più di una volta perché NON. FUNZIONA. PIù.

Ci prova troppo, WBB, ci mette anche il finalone sorpresona, e si prende incredibilmente sul serio.
Peccato.

Va beh alla fine la recensione seria ed argomentata mica mi è venuta troppo bene.
Facciamo che ci riprovo un'altra volta, ok?

mercoledì 30 marzo 2016

Cronos

21:47
Fermo restando che non ho alcuna intenzione di farvi sopportare per l'ennesima volta la filippica sul mio amore per il signor Del Toro, devo dire a coloro che passano di qua per caso (ciao nuovi amici, sappiate che sono prolissa, scusatemi) che per me quell'omone lì che ho nominato è ciò che più si avvicina alla perfezione. Se la sua fissa zoofila (?) fossero i gattini e non gli insetti potrei attribuirgliela senza timore delle conseguenze, quella perfezione.
Comunque la mia dose di felini mi è stata ampiamente somministrata in Hellboy, per cui posso tranquillamente dirmi soddisfatta.

Sto cercando in questi giorni di finire i suoi lavori che mi mancano, tanto per essere certa di non sbagliare quando rispondo il suo nome a chi mi domanda chi sia il mio regista preferito.
Toccava ai succhiasangue, perché sto mollando gli insetti e i robottoni per ultimi, ché loro mi interessano meno.

SEMBRA CHE ORMAI NON SAPPIA PIù SCRIVERE POST SENZA ANTICIPAZIONI

Jesùs è un antiquario che un giorno trova nel suo negozio un bizzarro marchingegno. Una volta attivato, assume la forma (da me detestata) della blatta (va beh magari è un altro insetto, ma non stiamo qui a parlarne) e fa un male cane a chi lo tiene, ma pare che in qualche strano modo faccia bene. Dopo l'uso, Jesùs si sente rinato, in forze, ringiovanito.
Mica per niente quel marchingegno lì è piuttosto ricercato.


Non sapevo niente del film prima della visione, se non che si tratta del primo lungometraggio del buon G. e che ci sono di mezzo i vampiri. Avendo una minima conoscenza del signore, non mi aspettavo certo vampiri convenzionali.
Al bando quindi denti affilati, bare, mantelli, aglio e proiettili d'argento.
Qui abbiamo un anziano signore che si china in un bagno a leccare del sangue dal pavimento, in una scena da brividi sul coppino, e che finisce per dormire in un vecchio baule dei giocattoli preparato apposta per lui.

E poi c'è Ron Perlman, che sappiamo essere per G. come Johnny Depp per Burton, salvo il fatto che i primi per ora non hanno toppato niente neanche a chiederglielo, mentre dei secondi potremmo parlarne per ore. Ron Perlman che conserva le sue caratteristiche principali, ovvero il 72 di piede e una testa grande come il mio gatto, quello grasso, quando si appallottola. Stavolta però l'attenzione non è su lui. E, per quanto mi riguarda, neanche su quel Jesus che non ha affatto un nome scelto a caso.
È tutto sulla nipotina.
Una silenziosa, amorevole, all'occorrenza irresponsabile e coraggiosa bambina con un caschetto nero che mi ricorda dolorosamente quello che portavo io alla sua età. Una presenza costante e delicatissima, che col suo eterno tacere ha reso migliore la vita del nonno e che con una sola parola, la sola che pronuncia per tutto il film, gli ha permesso di fare la più difficile e dolorosa delle scelte.


Questo modo magico che ha G. di dipingere i bambini è una poesia a cui non potrò mai abituarmi.
Ho lavorato in un asilo e ora lavoro in una gelateria, vedo parecchi bambini. Li vedo sporcarsi fino ai gomiti, lasciare in giro disgustosi tovaglioli sporchi, li sento strillare e far spazientire le madri. Li vedo al loro peggio.
Poi vado a vedere la bacheca dei disegni e ogni tanto ne trovo uno con scritto 'Per Marica' o 'x maica' o qualcosa del genere, e per due o tre secondi mi ritrovo con un sorriso ripagatore.
È come se G. prendesse quei due o tre secondi e li espandesse, con un tocco dolcissimo, per prolungarli all'eterno.

Anche stavolta è riuscito ad inserire un elemento per me completamente inaspettato: l'ironia. Non che volessi il dramma a tutti i costi e poco altro, ma non credevo avrei visto una esilarante scena di cremazione. Vi dirò di più: non credevo mi sarebbe piaciuta. Anche Hellboy aveva elementi comici, me lo ricordo bene, ma se lì ero pronta a vederli, qua lo ero meno.
E invece eccolo qua di nuovo, Del Toro, che si prende gioco di me e dell'idea che mi ero fatta di lui, che mi mostra un nuovo lato, un nuovo punto di vista, che mi insegna che gli Artisti sono sempre un passo avanti a noi comuni mortali e che, sorpassandoci a destra, ci fanno ammirare la bellezza della loro auto senza permetterci di raggiungerli.
Se abbia senso o meno quello che ho appena scritto non è dato saperlo, ma sono certa che Lui saprebbe trovarci qualche significato interessante.

domenica 28 febbraio 2016

#CiaoNetflix: Miss Violence

16:05
Ieri sera ho guardato l'ultimo episodio di Love, sulla nostra piattaforma streaming preferita (onestamente, fatevi Netflix). Dieci episodi di brillantezza forzata e poco frizzante incoronati da un titolo di una presunzione imbarazzante.
Mi serviva un polpettone, allora ho chiamato il mio amico, il solito Netflix, gli ho chiesto cosa passasse il convento e lui mi fa:
'Toh, prova questo!'

Che dovesse mai venire un accidenti a lui, a chi gli ha consigliato il film e a me cretina che non mi informo a sufficienza.

La blogosfera un paio di anni fa è impazzita per sto Miss Violence, volevo mettermi in pari, ma non sono andata a rileggermi i post dei colleghi, NON SIA MAI che qui si parte preparate, noooo, qui ci facciamo investire da autobus emotivi per restarne azzoppati a vita.

Al minuto due di Miss Violence un'undicenne si suicida.
Non è sufficiente? Una bambina, una bellissima bambina dai capelli biondi e dal vestito candido che scavalca una ringhiera, ci guarda dritti negli occhi, sorride, e si lascia cadere giù.
Non è comprensibile il suicidio di un'anima così piccola. La mia mente già al minuto due aveva le balle girate: i bambini non si ammazzano.
Ma toh, Mari, è il mondo reale. A volte sì, i bambini si ammazzano.
Nel tuo mondo bucolico fatto di arcobaleni, giornate assolate, tanti libri ed Harry Potter non sarà così, ma in questo universo scapestrato invece sì.


E perché mai una bimba dovrebbe buttarsi giù?
Perché quello che avrebbe trovato restando si sarebbe rivelato molto peggio della morte.
Avrebbe trovato la disperazione più miserabile, l'umanità più marcia, i mostri sotto al letto che prendono vita e rendono infernale la vita di chi non credeva nemmeno nella loro esistenza.
Lei, quindi, si salva, morendo.
Noi no.
Noi siamo vivi e vegeti, a guardare con gli occhi affamati di curiosità quello da cui lei è scappata, quello che l'avrebbe privata del candore, quello che aveva già distrutto ogni persona intorno a lei. E non avrei voluto vederlo. È un filmone, questo Miss Violence, una elegantissima ballerina di bianco vestita che si muove molto lentamente ma tenendo un coltello in mano, per farti sempre più male ad ogni passo. Immagini statiche e un bianco quasi disturbante per accompagnarci nel nero dell'anima. Ma no che non ve lo consiglio, io mi sento come se mi fossero passati sopra con la macchina.
C'è la violenza vera, quella che causa una rabbia cieca in chi la osserva e soltanto sottomissione in chi la subisce.
Il dolore, tutto quanto, è talmente enorme che nessuno si ferma a piangere la morte di una bambina.

DA QUI IN POI DUE RIGHE DI SPOILER, OCCHIO CHE VI VEDO.

Oggi finalmente ho capito qual'è il filo conduttore che collega le cose che mi sconvolgono di più. Sono terrorizzata dai film di possessione demoniaca, sebbene porti con orgoglio la bandiera del mio ateismo, e nello stesso tempo non riesco a tollerare le scene di violenza sessuale. Quella psicologica mi turba molto, mi fa soffrire, ma quella sessuale proprio non la riesco a guardare.
E quindi, ho fatto due più due.
Non c'è niente di più MIO del corpo che abito. Forse è la sola cosa nell'universo su cui posso davvero avere pretese di possessione esclusiva. Il pensiero che qualcun altro (umano o demone) lo prenda e ne faccia quello che vuole mi disturba in un modo che non credevo possibile.
Poi certo, le ovvietà: lo stupro è una cosa terrificante a prescindere, e i film demoniaci FANNO PAURA A TUTTI, però io ne esco sempre a pezzi.
La pedofilia, poi, è una di quelle cose (pochissime, tbh) di cui nemmeno riesco a parlare.
Immaginate come posso stare dopo avere visto quell'unica, massacrante, scena di sesso che ci sta nel film. Ho avuto bisogno di una boccata d'aria, per non picchiare violentemente lo schermo. Continuavo a implorare nella mia mente di smettere, ho provato un odio cieco che quasi mi ha spaventata. Questo padre, questo nonno, e quella porta chiusa, mi hanno fatto venire voglia di vomitare.
Che gran luogo comune, eh? I pedofili mi fanno venire il vomito.
E allora, se da un lato la parte razionale di me promuove l'educazione anzichè la punizione e blablabla, quella più emotiva, dall'altro lato, vorrebbe solo vomitare addosso a queste persone che persone non sono, che sono il MALE, quello grande, quello in caps lock, Privarli di ogni parvenza di umanità.
Se ti serve un corpo da smerciare usa il tuo, feccia.


Perdonatemi, è solo che ho appena preso un grosso e doloroso pugno nello stomaco.
Guardatelo, ma con cautela.

domenica 14 febbraio 2016

La spina del diavolo

16:41
OCCHIO PERCHÈ DICO UN PO' TROPPE  COSE

Sto per dire una cosa impopolare: a me San Valentino piace.
Niente baciperugina nè peluche nè rose da queste parti (anche se un mazzo di tulipani sarebbe sempre gradito. Uno oppure trecentosessantacinque, uno al dì come le compresse), non sono il genere di cose che mi fa felice.
Però sono contenta che esista un giorno all'anno in cui ci si può fermare a ridare al volersi bene quell'importanza che a volte la routine fa sfumare. Poche balle, non è vero che si dovrebbe festeggiare l'amore ogni giorno, ci sono il lavoro, le preoccupazioni, gli impegni, che a volte fanno sì che diamo per scontate le cose più belle.
E quindi sono felice che sia San Valentino, così da avere un giorno per prendere tra le mani il viso di chi amo e sentirmi il cuore battere forte come il primo giorno.
Quindi ciao, Guillermo Del Toro, grande amore mio. Mi sei mancato
Come nessun altro hai saputo trovare il modo di entrarmi nell'anima, creando Opere che per qualcuno sono semplici film e che invece io vedo come lettere tanto intense dirette proprio a me, pronte a colpirmi lì, in quell'angolino di cuore a cui nessun altro regista è mai riuscito a parlare così chiaramente.


Siamo sempre nel periodo della guerra civile, e siamo sempre bambini, come in quel Labirinto del Fauno che ha trasformato la mia anima in quella di una persona un pochino migliore. Questa volta, insieme a Carlos, viviamo in un orfanotrofio, gestito da due brave persone, che cercano di tutelarci dall'orrore che sta appena fuori. Stavolta, però, c'è anche un fantasma.

Ogni volta che vedo un film c'è sempre una sequenza che mi fa pensare che nel post dovrei dire una certa cosa piuttosto che un'altra. Questa volta è successo quando i ragazzini sono riusciti ad incastrare Jacinto. Ci viene fatto credere che il Male Vero sia la guerra, cornice che guida il film indirizzando le azioni degli adulti, ma la Crudeltà in realtà risponde al nome di Jacinto. Se per un po' abbiamo creduto che ogni sua azione fosse guidata da una ragione (denaro, denaro e ancora denaro, ma anche un po' di amarezza, un passato complesso, vedetela come volete, ma con queste ragioni si poteva anche spiegare l'omicidio di Santi), ad un certo punto l'uomo si avvicina ad uno dei bambini, restituendogli un 'anello' che il (più o meno) piccolo aveva regalato a Conchita, promessa sposa di Jacinto, ragazza per cui il ragazzino aveva una cotta. Gli fa intendere, così, senza possibilità di dubbio, che lei è morta. Gli spezza il cuore, volontariamente. Gli fa del male con tutta l'intenzione di farlo, per il solo gusto di vederlo soffrire.
E questo è infimo, è viscido, ed è uno di quei momenti di cui parlo quando intendo che Del Toro mi annienta.


Onestamente, però, come si riesce ad isolare una singola scena? Ancora una volta mi sono trovata in balia delle favole di Del Toro, completamente, dall'inizio alla fine. Perché c'era la guerra, sì, e la guerra è inimmaginabile. Però qui ragazzi i problemi grossi erano il fantasma e il bullo. La guerra è servita a noi e agli adulti per dare un senso alle decisioni, ma la nostra concentrazione e quelle di Carlos e i suoi amici stavano tutte sui loro problemi, solo all'apparenza più piccoli. E come al solito la cornice viene presto abbandonata nelle mani di chi se ne può occupare; noi abbiamo altro a cui pensare. Cerco di non fare confronti con quel Labirinto già citato, ma è difficile.
Quello che cambia, però, è che la mia Ophelia era sola. Era circondata di adulti che avevano altro da fare, e solo la sua incantevole mente l'aveva potuta aiutare. Carlos, invece, aveva alle spalle un muro di cinta fatto di scomposti e disordinati orfani, senza niente da perdere ma con tanto da difendere.
Una vita intera, la loro, da proteggere, insieme.
E quindi, come quei freaks di tanti anni fa, anche loro, insospettabili e per niente minacciosi si sono presi una potente rivincita, che si è conclusa con uno spaventoso abbraccio. E io, tra i singhiozzi, in piedi sul divano, ad incitare i miei piccini a picchiare più forte, perché il nemico era uno solo e loro erano tanti, forgiati da un'amicizia di quelle che nascono solo quando si è disgraziati insieme.
E non è vero che, come diceva Jacinto (lui sì, solo per davvero) che nessuno avrebbe mai cercato i poveri piccoli orfanelli.
Si sarebbero cercati l'un l'altro fino alla morte, protetti e difesi insieme, pronti a vendicarsi in ogni secondo.
Come per Santi.

martedì 5 gennaio 2016

Mi metto in pari: Goodnight Mommy

13:41
HO TRATTENUTO PER SETTIMANE QUELLO SPOILER Lì GIGANTESCO, FATEMI FARE ALMENO QUESTO QUA.

Siamo a gennaio e se come me siete usciti da un tempo (relativamente) breve dalle scuole ricorderete che a gennaio si inizia la maratona per recuperare i debiti.
Su MRR, quindi, approfittiamo del primo mese di questo nuovo anno per recuperare tutto quello (se va beh, tutto) che ci siamo persi l'anno scorso.
Iniziamo con Goodnight mommy, film quasi assente dalle vostre classifiche di fine anno. Il Bradipo, però, lo ha messo tra i migliori. Ad accrescere ulteriormente le mie già notevoli aspettative arriva il trailer.


Due gemelli,  una madre che è la loro ma forse no, una splendida villa immersa nella natura austriaca, pochissime parole (di cui una, 'Lukas', ripetuta fino allo sfinimento), solo un numero impossibile da contare di sguardi.
Un minimalismo incredibile, che in altre circostanze mi avrebbe condotta dritta dritta tra le braccia di Morfeo e che invece questa volta mi ha massacrata emotivamente.

È di una lentezza impegnativa, eh, sto Goodnight Mommy, ma è altrettanto pieno di fascino. È un film in cui si entra nel vivo del dolore, nel punto in cui la ferita fa ancora malissimo, e ci si ficca un gigantesco coltello dentro, e lo si gira, lo si continua a girare con incredibile sadismo.
Non che sia un film bastardo, eh.
Non è di quelli che alla fine ti fanno venire voglia di prendere il dispositivo su cui lo hai guardato per fargli fare la fine della Gabbianella a cui il Gatto ha insegnato a volare.
È piuttosto uno di quelli che ti fa credere di essere una cosa per poi rivelarsi tutt'altro.


Sembra quasi un home invasion, sembra che una sconosciuta si sia presa quel ruolo di madre che non era il suo. E invece è la storia di una donna a cui il ruolo di madre è stato strappato violentemente. E le resta solo la parte più difficile, la ricostruzione di quello che resta a chi è sopravvissuto. Deve farlo in quanto madre, anche se posso solo provare ad immaginare quanto possa essere stato doloroso continuare a preparare i pasti anche per il figlio morto, solo per assecondare il desiderio di quello sopravvissuto.
Ci sono piccoli dettagli che, tornati in mente a fine visione, fanno presa sul cervello e sul cuore: per esempio il momento in cui la mamma per dimostrare l'evidente assenza di Lukas mostra ad Elias come ci sia solo un cambio di vestiti, e mostrare a noi spettatori che quel singolo cambio lo indossano a turno entrambi i gemelli, scambiandosi poi l'abbigliamento a metà film, è stato commovente.

Il centro del tema dell'identità del film sembrava essere questa donna bendata (funzionano un casino ste bende, che angoscia), ma si rivela poi essere Elias, che deve ricostruire se stesso come individuo a sè stante, e non più come fratello di Lukas.
Straziante ed inimmaginabile.


Siamo dalle parti di The Orphanage, qui lo dico e qui non lo nego.


giovedì 26 novembre 2015

#CiaoNetflix: Coraline e la porta magica

22:09
Chi è che sta per iniziare una nuova rubrica che non finirà mai?
In questo caso forse il fatto che sia infinita è un bene, vuol dire che Netflix continuerà ad ampliare il suo catalogo, cosa di cui tutti noi gioiamo battendo felicemente le manine.

Iniziamo a parlare delle offerte Netflix parlando dell'incantevole Coraline, storia di una bambina che, in seguito ad un trasferimento, si accorge di avere una famiglia 'alternativa', notevolmente superiore a quella in cui è nata, fatta da genitori assenti e distratti. Come al solito, non è tutto oro quel che luccica.


Sapete quanti traslochi ho fatto nella mia vita? Sei. E ho 25 anni.
Ogni volta rabbia e frustrazione come se fosse la prima, soprattutto quando ero più piccola e da un paesino della provincia di Cremona sono finita in una cittadina della Toscana. Ogni tua certezza, ogni aspetto della tua routine se ne va a farsi friggere, e tu devi ricominciare da capo, trovare un nuovo equilibrio, adattarti alla nuova vita, come se adattarsi alla prima, di vita, non fosse sufficientemente difficile. (OST del mio primo trasloco: Daniel, di Elton John. Non giudicatemi) Ti restano giusto i tuoi genitori, la sola cosa rimasta uguale a prima del trasferimento.
Quando questi lasciano un po' a desiderare, però, è un attimo desiderare di cambiarle anche quelli. Come abbiamo sempre desiderato tutti, una volta nella vita, e come ogni ragazzino finisce per augurarsi non appena le cose non vanno proprio come le voleva.

Coraline ha subito il trauma di un trasferimento, e ha bisogno di ogni attenzione. Ma i suoi, assolutamente a sorpresa, sono umani. In quanto tali, a volte hanno la testa altrove, sono stressati, distratti, e non si accorgono dell'ovvio. Non si accorgono di quanto un paio di guanti possa essere importante per affrontare il primo giorno in una scuola nuova. E quindi, non li comprano.
L'avremmo desiderata tutti quell'occasione lì, quella che ha avuto Coraline. Provare a cambiare vita, avere i tuoi genitori nella versione migliore di loro stessi.
Perché la vera carognata del film di Selick, a cui sarà sempre rivolto il nostro cuore da amanti di Jack Skeletron, non è che a Coraline siano offerti genitori nuovi, modelli da Mulino Bianco. No no, quelli lì sono i suoi, però al loro meglio. E questo è crudele, è impedire a due persone di avere dei difetti, dei momenti di cedimento, delle debolezze. Perché la versione migliore di te sarà sempre in forma, sorridente e composta, mentre tu sarai lì, spettinata e col fiatone, a correre per starle dietro.


Certo, questo lo vedo a 25 anni. A 15 avrei IMPLORATO per avere i miei sempre al meglio. Ma il momento in cui devi comprendere che tua madre non è soltanto tale ma è anche una donna, una moglie, un'amica, è il momento in cui devi crescere. È il momento in cui inizi ad apprezzarla sul serio, perché inizi a vedere un po' di più il mondo con i suoi occhi, il momento in cui il giardino fiorito comincia ad essere meno importante del tuo dover assolutamente avere una divisa per non dover andare a scuola in mutande, in cui fare la noiosa spesa diventa di vitale importanza se vuoi dare qualcosa da mangiare alla tua famiglia, per cui cerchi di renderlo gradevole proponendo a tua figlia di comprarsi quello che vuole ma lei no, lei vuole i guanti.
Ed è questo scontrarsi sui desideri, questo cercare di capirci spesso non riuscendoci, che rende il rapporto così impegnativo da gestire. È che io da ragazzina sono sempre convinta che tu, madre, non mi capirai mai, perché quando eri ragazzina tu il mondo era diverso. E invece no, noi siamo sempre uguali, il disagio, il malessere di crescere sono uguali.
È solo quando ci scontriamo con chi egoista e crudele lo è davvero che ci accorgiamo della differenza. Che ci accorgiamo che l'amore di una madre si manifesta anche solo sgobbando per la famiglia nonostante il mal di collo, o nell'insegnarti i ruoli nelle faccende domestiche.
Che l'amore sta lì, dove meno ci viene in mente di cercarlo.


Ci voleva un gatto, perché Coraline lo capisse. La soluzione è sempre un gatto.


venerdì 20 novembre 2015

200esimo post: La storia di Andrea

12:32
Qualcuno di voi saprà che scrivo storie per bambini e ragazzi, per cui oggi volevo andare un po' OT e farvi leggere, se lo vorrete, il primo capitolo di un racconto che per me conta come l'aria, ma che no, non si chiamerà 'La storia di Andrea'. Lo voglio regalare al mio blog, che ha avuto la pazienza di sopportare altri 199 post di sproloqui. Spero che pubblicarlo qui sia per me uno stimolo a regalargli molto più impegno. Il cuore no, quello ce l'ha già tutto. Spero anche che vorrete dirmi cosa ne pensate!

EDIT: Non chiedetemi info sul perché sia così malgiusto. Ho provato a risolvere ma Blogger fa quello che gli pare, io alzo le mani.


Andrea Neri aveva deciso che sarebbe scappato di casa. Eccome se l'avrebbe fatto. Fissava con lo sguardo pieno di determinazione la porta dietro cui sua madre – altrimenti nota come L'Arpia – lo aveva appena chiuso, in punizione. La fissava da un sacco di tempo, come se avesse il potere di farla scomparire oppure, cosa che gli avrebbe dato molta più soddisfazione, mandarla in frantumi.
Certo, era la porta della sua cameretta e non quella dell'inferno, ma questo dettaglio era assolutamente irrilevante in confronto al cocente imbarazzo di vedersi mettere in punizione alla bellezza di 12 anni. Come se avesse fatto chissà quale enorme danno, poi. Quel vaso in fondo apparteneva alla povera defunta zia Dina, e non piaceva a nessuno.
Deve leggere, lui! Ha bisogno dei suoi libri, lui! A chi importa se camminando prima o poi darà fuoco alla casa, l'importante sarà che almeno lui abbia i LIBRI!” si sentiva strillare furiosamente la madre, il suono ovattato dal filtro della porta chiusa.
Due settimane di punizione! Due settimane per un vaso! Come se l'avessi fatto apposta. Vuole farmi impazzire, L'Arpia, lo so.” continuava a pensare, camminando istericamente su e giù per la camera. “Devo andarmene di qui.”
Una fuga però non si improvvisa dal nulla e Andrea lo sapeva. Bisogna organizzarsi per bene.
Aveva giusto due settimane libere davanti a sé.

L'Arpia, in realtà, non era così tremenda. Era sicuramente apprensiva, sempre convinta com'era che tutti i mali del mondo si sarebbero incontrati sopra la testa del suo bambino. Ed era severa, quasi sempre. Ciò che agli occhi del suo primogenito la rendeva la creatura terribile che lui descriveva era proprio l'età del figlio in questione.
Andrea infatti stava iniziando a cogliere la vastità del mondo che stava fuori dal suo territorio conosciuto, come se non fosse sempre stato lì ma fosse piuttosto comparso senza preavviso. Ora che lo notava con tanta chiarezza il suo desiderio di conoscenza era diventato incontenibile e ogni limite imposto da L'Arpia appariva ai suoi occhi un crimine contro l'umanità.
Certo, questa apprensione era comprensibile. Erano passati due anni dalla morte di Chiara, ma la mamma ancora non era scesa a patti con l'ingiustizia di vedersi strappata la sua figlia più piccola. Come se l'orrore della prima perdita dovesse necessariamente replicarsi con la prematura dipartita anche di Andrea. Da mamma giusta e tranquilla quale era, quindi, si era trasformata in Arpia.
Il riferimento mitologico non è certo casuale. Andrea andava pazzo per la mitologia, ma pazzo per davvero. Quando era piccolo suo papà (che ancora non aveva nomignoli leggendari, anche se il figlio non escludeva di affibbiargliene uno a breve) gli leggeva una storia ogni sera, e anche ora che i due non vivevano più insieme la mitologia era uno dei loro principali argomenti di conversazione. Avrebbe potuto stare chino sulle pagine di un libro oppure incollato alla tv a guardare documentari sulle sue adorate leggende per ore senza minimamente accorgersi del tempo che scorreva.
In particolare, nutriva una sincera adorazione per gli dei nordici. Non per mancare di rispetto alle dignitosissime divinità greche o romane, dotate anche loro di una discreta dose di fascino, ma gli dei del Nord hanno un'epicità tutta loro. Si sarebbe comprato un cane pur di poterlo chiamare Fenrir. E lui non sopportava gli animali, quindi questo dovrebbe dircela lunga sulla sua passione. Mica come il suo banalissimo nome, scelto in onore dell'attore preferito della mamma.
Avrebbero potuto trascorrere molto velocemente queste due settimane, se solo lui le avesse spese coricato sul divano con un libro sospeso sopra al naso. Ma ormai era questione di principio: non si punisce un dodicenne per un incidente domestico, e che cavolo!
Se la mamma non lo capisce con le buone, devo per forza fare qualcosa.” rifletteva Andrea, in fase di organizzazione del suo piano di fuga, “eppure mi sembrava una donna ragionevole, proprio non riesco a capire.”

Si potrebbe dire senza pericolo di offenderlo che Andrea aveva un aspetto piuttosto buffo, soprattutto in questo momento di scarso controllo. Non appena apriva bocca sorprendeva chiunque grazie alla sua notevole proprietà di linguaggio, che appariva ancora più notevole se si considera che il ragazzino dimostrava al massimo nove anni. A chiunque sottolineasse questa caratteristica veniva riservata la medesima risposta: “Ho alle spalle sei anni di onorato servizio come lettore appassionato. Le parole si imparano.”
Era basso, davvero basso, con la testa leggermente troppo grande e troppo tonda, decorata da un paio di imbarazzanti occhialetti rossi.
Andiamo, nessuno porta gli occhiali rossi alle scuole medie, ma nessuna argomentazione pareva convincere L'Arpia, che non ne voleva sapere di sborsare altri soldi per la sua vista almeno per i prossimi 3 anni.
In questo preciso momento, poi, era fuori di sé per l'umiliante reclusione e si sentiva un po' in colpa per quel vaso. In casa Neri si sentivano troppe assenze, e secondo la mamma gli oggetti erano il modo più immediato per colmarle. Non che Andrea fosse d'accordo, ma pare che i figli non abbiano un gran potere decisionale quando si parla di arredamento.
Insomma, in preda a stati d'animo poco piacevoli il giovane stava seduto sul bordo del letto, con il pigiama ancora sporco della crema di nocciole con cui aveva fatto colazione (e che si era rovesciato addosso perché, ehm, stava leggendo), le guance violacee dalla rabbia e i capelli arancioni arruffati.
Un disastro.
Odino non avrebbe mai permesso ad una futile umana di ridurlo in condizioni che così poco si convengono ad un uomo della sua levatura. Quindi nemmeno Andrea era disposto a lasciare questo trattamento impunito. Una fuga sarebbe stata la soluzione. Mica voleva lasciare sola sua madre per sempre, eh. Il suo intento non era nemmeno spaventarla, non era così crudele. Sperava solo di riuscire a dimostrarle di essere diventato un uomo in grado di badare perfettamente a se stesso, e un uomo adulto non può essere messo in punizione.
Quello che Andrea stava escogitando, quindi, era un piano piuttosto complicato: uscire di nascosto, cercando di portare con sé quanti più soldi possibile, cercare un luogo in cui stabilirsi e infine trovare un lavoro. A questo punto avrebbe contattato sua madre, per mostrarle quale radioso futuro si stava costruendo tutto da solo.
Sembra lineare, così, ma le difficoltà erano notevoli.
Innanzitutto uscire non sarebbe stato così immediato: quando tua mamma è una sarta che lavora in casa, le tue possibilità di libero movimento si riducono drasticamente. Portare soldi con sé era il problema minore, paradossalmente. Quando L'Arpia dimenticava gli occhiali da vista a casa chiedeva a lui di comporre il codice della carta di credito al supermercato, bastava prenderle la carta in un momento di distrazione. L'ostacolo principale era trovare casa e lavoro. Pare che in una società barbara come la nostra, non fosse permesso ad un dodicenne maturo come lui di firmare contratti. Non importano il quoziente intellettivo o il buonsenso, si continua a giudicare le persone dall'anno di nascita, cosa che ad Andrea pareva retrograda e superficiale.

Certo com'era di trovare una soluzione ad ogni problema, non si era reso conto dell'assurdità del piano nel suo complesso, il pensiero che un dodicenne non potrebbe mai vivere indipendentemente dalla sua famiglia non lo aveva nemmeno sfiorato. Stava quindi studiando il piano in ogni minimo dettaglio: il giorno stabilito per la fuga era il 19 luglio. Data scelta accuratamente, dato che il 19 luglio era non solo il suo compleanno, ma era anche un giovedì, il giorno di Thor. Avrebbe decisamente avuto bisogno della protezione del dio del tuono, mica di uno a caso.
Il caso, ma solo il caso, voleva anche che il giovedì fosse anche il giorno in cui L'Arpia andava dal fisioterapista, per quelle sue spalle così intirizzite dal lavoro.
Di fronte a lei Andrea cercava di mettere in gioco tutte le sue migliori capacità recitative, per farle credere che tutto fosse tranquillo e che lui nemmeno fosse più arrabbiato per la punizione, che comunque rimaneva ingiusta. Questa messinscena non gli stava nemmeno costando troppa fatica, da quando Chiara era morta la mamma sembrava sempre vivere su un altro pianeta e si accorgeva dell'umore del figlio solo quando questo era influenzato da qualcosa di molto rumoroso. Un vecchio vaso che si rompe, per esempio.
Questa distrazione non sarebbe nemmeno dispiaciuta ad Andrea, se non fosse che aveva il potere di scomparire per magia quando lui combinava qualcosa. Ogni danno, ogni rumore improvviso, ogni starnuto di troppo venivano prontamente ripresi, ma da tanto tempo ormai non si faceva più caso ai sorrisi.

Il giorno della partenza si stava avvicinando, e Andrea stava rifinendo gli ultimi dettagli. Innanzitutto, grazie ad alcuni tutorial su Youtube aveva imparato a rifarsi il letto, così che L'Arpia potesse tenersi alla larga dalla sua cameretta. Era importante che non notasse il bagaglio che Andrea stava preparando, o lo avrebbe lanciato fuori dalla finestra. Il bagaglio, non il figlio. Il problema della sistemazione era stato momentaneamente accantonato, perché il nostro fuggitivo era giunto alla conclusione che per qualche giorno se la sarebbe potuta benissimo cavare con la vecchia tenda da campeggio che suo padre aveva lasciato in soffitta. Ancora non la sapeva montare, ma era certo che Youtube gli avrebbe fornito un tutorial anche per quello. Sulla scrivania, ben nascosta tra il Dizionario degli animali nordici e le Leggende di Asgard, stava la lista delle cose da mettere nello zaino, che suonava più o meno così:
Carta igienica
Carta di credito
Crackers
Vestiti
Spada di Frodo
Cartina della provincia di Reggio Emilia
Torcia
Panno per pulire gli occhiali
Deodorante
Patatine alla paprika
Beowulf, edizione a fumetti

Quello che lo preoccupava maggiormente era la ricerca di un lavoro. La soluzione che per ora aveva accreditato come migliore era quella che lo vedeva sfruttare la connessione internet di qualche biblioteca per cercare lavoro come consulente esperto di dèi, con specializzazione in tutto ciò che riguarda il Nord, il freddo e i vichinghi. Effettivamente non aveva mai sentito di nessuno che svolgesse questa professione, ma niente gli impediva di essere il primo.
A parte questo particolare, ogni dettaglio era ormai definito e a prova di bomba, L'Arpia non lo avrebbe mai scoperto e tutto sarebbe filato liscio come l'olio.
Voglio proprio vedere se dopo avrà ancora il coraggio di mettere i vasi sul bordo dei mobili e poi dare la colpa a me se si rompono. Mai vista una madre che si lamenta di un figlio che legge! Dovrebbe essere orgogliosa!” si ripeteva come una specie di mantra l'avventuroso Andrea, che aveva bisogno di una pacca di incoraggiamento prima del grande passo.

Perché definire Andrea avventuroso era un po' un azzardo. Non fraintendiamoci, amava moltissimo la natura: gli piaceva leggere a piedi scalzi sull'erba all'ombra di grossi alberi, con i quali ogni tanto conversava fingendo che fossero Barbalbero, sognava di visitare terre sconfinate e lo faceva guardando infiniti documentari sugli animali della Nuova Zelanda. Il problema era che era troppo attaccato alla comodità del suo letto spazioso, e che rinunciare al suo Nintendo DS sarebbe stata la vera sfida di questa fuga. L'Arpia aveva cercato di iscriverlo agli scout, ma la risposta di Andrea era stata:
Posso portare il computer?”
Insomma, le difficoltà di questo viaggio erano molte più di quelle che apparivano ad una prima visione, ma Andrea sembrava abbastanza motivato da poterle affrontare tutte quante.

Certo, sperava che almeno giovedì 15 settembre non piovesse!
E invece, appena spalancate le finestre la mattina del giorno X, a salutarlo trovò certi nuvoloni che pareva di essere in pieno inverno.
Questo non era previsto. Come ho fatto a non pensarci?”
Innervosito e teso per la giornata che lo aspettava, scese a fare colazione sovrappensiero e con aria indispettita. Seduto a tavola, allungò un braccio e rovesciò tutto il succo di frutta sul tavolo e, come di norma, la voce della mamma partì immediatamente con un tono di voce decisamente non adeguato alle otto di mattina:
Ma insomma, sei sveglio o stai dormendo in piedi? Fila a cambiare la tovaglia!”
Sbattendo nervosamente i piedi nelle ciabatte, obbedì, riflettendo su quanto sollievo gli dava il pensiero che quello fosse l'ultimo ordine che avrebbe ricevuto per molto tempo.
La seduta della mamma dal fisioterapista era fissata per le 10, per cui aveva ancora un paio d'ore per finire di riempire lo zaino, rifarsi il letto e riuscire a guardare la nuova puntata del suo telefilm preferito.
Stavano giusto partendo i titoli di coda del telefilm quando L'Arpia chiamò il figlio:
Andrea, io esco! Dopo la terapia mi fermerò a consegnare dei vestiti, farò tardi. Se hai fame hai in forno un trancio di pizza avanzato da ieri, fattelo riscaldare, ma stai attento! Ciao!”
Va bene mamma, ciao!” basico, non lasciava indizi.
Ah, Andrea!”
Dimmi, mà.”
Buon compleanno!”
Ugh. Se ne era dimenticato. Non poteva permettersi di impietosirsi, non oggi, per cui liquidò la conversazione con un sincero ma freddo “Grazie!”.

Se ne stava seduto sull'ultimo gradino delle scale, in attesa di sentire la porta chiudersi e l'auto partire per poi raccogliere le sue cose ed uscire a sua volta.
SBAM. Porta chiusa.
CLICK, CLICK.
Click?
Ha chiuso la porta a chiave? Ma perché ha chiuso la porta a chiave? Mi ha chiuso in casa? E io ora come esco?”
Allarmato, corse giù dalle scale, rischiando un paio di volte di caracollare giù, per controllare se la porta fosse proprio chiusa.
E lo era.
Il panico iniziale si trasformò rapidamente in rabbia verso se stesso: convinto com'era di avere controllato in dettaglio ogni evenienza e ogni particolare del suo viaggio si era completamente dimenticato di guardare le previsioni del tempo e non aveva considerato che, essendo stato messo in castigo, con ogni probabilità sarebbe anche stato chiuso in casa.
Poco male” si ritrovò a pensare “le dimostrerò che non sarà certo un mazzo di chiavi a cambiare i miei programmi!”
Mentre elogiava mentalmente il proprio sangue freddo scese a controllare le finestre del piano terra. Avrebbe potuto tranquillamente sgattaiolare fuori da ognuna, la possibilità di iniziare la vita da campeggiatore con un braccio rotto si poteva escludere. Non era ancora da escludere, invece, il rischio che a rompersi fosse il contenuto dello zaino, molto più importante dell'avere il braccio perfettamente dritto. La soluzione gli giunse dal ricordo di un vecchio cartone animato: posizionato lo zaino in un cestino e legato il suddetto cestino ad una corda, lo avrebbe lentamente calato giù. L'altezza della finestra da terra era sinceramente ridicola, ma non avrebbe mai permesso che la sua copia di Beowulf si macchiasse con l'olio delle patatine, era meglio essere prudenti. Lo avrebbe coperto con un vecchio impermeabile di papà per non farlo bagnare, e infine sarebbe saltato dalla finestra. Per quanto riguarda l'imprevisto meteorologico, invece, c'era poco che Andrea potesse fare. Quello stesso impermeabile lo avrebbe poi indossato lui per proteggersi.
Conclusi tutti i controlli del caso, allacciate per bene le scarpe da trekking, recuperato il trancio di pizza avanzato e calato il cestino dalla finestra, saltò giù.



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