Visualizzazione post con etichetta vampiri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vampiri. Mostra tutti i post

sabato 16 settembre 2017

Vampires! - Le notti di Salem

16:36


Quando iniziai a pensare al romanzo di vampiri che sarebbe diventato Le notti di Salem, decisi di provare a usare il libro un po’ come una forma di omaggio letterario e quindi il mio romanzo ha un'intenzionale somiglianza con Dracula di Bram Stoker, e dopo un po’ mi accorsi che quello che stavo facendo era giocare un’interessante, almeno per me, partita di squash letterario: Le notti di Salem era la palla e Dracula il muro contro cui la rimandavo, stando attento a come e quando rimbalzava, così da poterla colpire ancora. Andò che certi rimbalzi furono davvero interessanti, e questo è dovuto al fatto che, mentre la mia palla esisteva nel Ventesimo secolo, il muro era un prodotto del Diciannovesimo. Allo stesso tempo, poiché le storie di vampiri erano la materia prima dei fumetti horror con i quali ero cresciuto, decisi che avrei anche provato a inserire questo aspetto della storia dell’horror. (S. King, Danse macabre


Ho aperto il post nel modo che mi sembrava più corretto. Salem's lot, Le notti di Salem in italiano, è il secondo romanzo di Stephen King nonchè uno dei più grandi. Uscito nel '75, riletto oggi non perde un briciolo della sua inquietante bellezza. Per parlarne, quindi, c'era da partire dalle parole del legittimo proprietario.

Salem è l'abbreviativo di Jerusalem, una cittadina la cui tranquillità è scossa dall'arrivo di nuovi abitanti. Uno di questi è lo scrittore Ben Mears, molto incuriosito dalla storia terribile di Casa Marsten, la villa che si affaccia sulla città.

Nessuno al mondo, per quanto io possa saperlo con le mie limitate conoscenze, parla delle piccole comunità come Stephen King. Jerusalem's Lot è casa di tutti, è familiarità, routine, intimità, confidenza, fin dalle primissime pagine. È un paese in cui gli abitanti si conoscono da anni, in cui il professore ricorda tutti i suoi alunni, in cui non si possono fare le corna al marito senza che tutti lo sappiano e in cui la gente si saluta per strada chiamandosi per nome. Quello che ne esce è un ritratto semplice ma affettuosissimo.
Allo stesso tempo, però, questo è un romanzo di vampiri. Se posso permettermi, è anche un romanzo di vampiri coi contrococomeri, che regala strizza come confetti gli sposi. La dispensa così, a manciate abbondanti, sulla testa di noi poveri lettori che poi abbiamo i locali da chiudere la sera tardi e per non farcela sotto mandiamo messaggi vocali chilometrici a tutta la rubrica. Non che parli di me, sia chiaro.

Nel suo Danse Macabre SK dice che Le notti di Salem è un omaggio. A me sembra proprio una dichiarazione d'amore. Le dichiarazioni d'amore, quando sono sincere, sono belle a prescindere da come sono scritte. Accade però che ogni tanto, ed è decisamente questo il caso, le lettere degli innamorati siano ispirate, brillanti, potentissime. Dracula trasuda da ogni virgola, a volte in modo più sottile e in altre più palese, fino alla citazione diretta del mio adoratissimo professor Van Helsing. Leggere i due romanzi uno dietro l'altro è appassionante, diventa quasi un gioco. Stephen è fangirl come tutti noi del vecchio Bram, con la differenza che, mentre noi tagliamo gli articoli del Cioè e li appendiamo in camera, il suo fangirling si trasforma in uno dei più bei romanzi di vampiri (e non solo) che io abbia mai letto.

Uscita dal Lot, però, non ero pronta a lasciar andare i miei personaggi del cuore. Ero diventata cittadina, e non volevo salutare i miei compaesani. Mi sono quindi guardata la miniserie del '79, diretta da un tale Tobe Hooper, trasmessa dalla CBS. Hooper è morto pochi giorni dopo la mia visione, e l'infelice coincidenza è stata tristissima.
Un Barlow chiaramente attanagliato dai sensi di colpa

Il passaggio da un media all'altro è spesso impietoso, soprattutto quando si crea un legame forte con i personaggi del libro e si finisce per dare loro un volto e una voce che inevitabilmente finiscono per essere sostituiti da quelli scelti da qualcun altro per noi.
Quel Barlow, però, è una favola.
Avrebbe potuto avere ogni aspetto, e tanto ci avrebbe fatto paura comunque, però è stato scelto di usare il carico da mille e dare al vampiro l'aspetto che più gli si confà: quello del mostro. Di vaghiiiiiiissima ispirazione Nosferatiana (in che neologismi mi sono buttata?), il Barlow della serie non scherza proprio per niente. L'umanità non gli appartiene, non una parvenza di appartenenza alla nostra specie si intravede in lui. Chi lo biasima poi il povero Straker, suo discepolo e servo, se non ha il coraggio di disubbidirgli?
Questo fa paura, e lo sa benissimo.

Con mia estrema soddisfazione Hooper ha scelto di tenere quasi tutte le scene che nel libro mi avevano incollata alle pagine, riportandomi quindi non solo all'atmosfera intima della cittadina ma anche alla paura che avevo preso nelle pagine.
La trasposizione funziona proprio perché anche laddove adegua parti della storia alla sua nuova forma, non ne perde l'aria principale, rendendo ancora più difficile l'uscita dal Lot.

Voi, però, se ancora non avete vissuto la bellezza di arrivare a Jerusalem's Lot per la prima volta, fatelo, accomodatevi.
Avrete una gran paura, ma troverete casa.

lunedì 11 settembre 2017

Vampires! - I ripescati

13:47
Abbiamo concluso la prima parte della rassegna, quella dedicata a Dracula. Prima di proseguire con tutti gli altri succhiasangue, però, mi pareva giusto dare una ripassata a quei film che sono già stati recensiti sul blog e che hanno voglia di tornare ad essere chiacchierati.



ONLY LOVERS LEFT ALIVE - Jim Jarmush



Ai tempi della visione mi aveva folgorato. Lento, tormentato, con una colonna sonora da peli rizzati sul collo, Only lovers left alive è uno dei miei film preferiti, perché sono ancora l'emo maledetta che ero a 15 anni.
I vampiri del film di Jarmush (che dopo Paterson si è confermato una delle mie persone preferite al mondo) sono artisti, amanti dell'arte e del bello, e si procurano il sangue in modo tutto sommato etico. Adam, però, il vampiro di Hiddleston, non riesce a convivere serenamente con la sua condizione, valuta il suicidio, e richiama a sè Eve, una Swinton allarmata. La coppia Swinton - Hiddleston è una di quelle che non si scordano, lei perfetta ovunque la metti e lui di una bellezza di quelle che mi cavano il fiato, in questo film soprattutto.
Intorno a loro, un mondo in cui gli umani sono ormai tutti contaminati e dal sangue imbevibile, una parente pericolosamente vivace e Christopher Marlowe. Sì, quel Marlowe lì. È tutto strepitoso.
Quindi, ascoltate me: se il fatto che Only lovers sia un film splendido non vi convince a vederlo (e dovrebbe, è davvero un incanto, in cui il tormento della condizione di vampiro viene assaporato in ogni doloroso istante), lasciate che con una immagine vi convinca di quanto sia il film di cui avete senz'altro bisogno:

Non ringraziatemi.

LASCIAMI ENTRARE - Tomas Alfredson



Altro giro, altro preferito.
Let the right one in, visto la prima volta quasi per caso, mi ha scavato una buca nel cuore e lì è rimasto da allora. Devo essere particolarmente sensibile ai vampiri colmi di senso di colpa, altrimenti non si spiega.
In questo caso la vampira è Eli, una ragazzina che vive in Svezia con suo padre e che fa amicizia con Oskar, un vicino di casa della sua età. Suo padre la aiuta a procurarsi di che sopravvivere, ma la condizione in cui vivono li sta mettendo a dura prova entrambi. Oltretutto, gli omicidi che lui commette per nutrire lei non passano inosservati, e la faccenda di complica.
Non che Oskar sia messo meglio, comunque. Tormentato dai bulli a scuola, sogna di ucciderli per avere vendetta. Ecco che allora, nel glaciale clima nordico, il calore arriva solo dalla nascita di qusto rapporto, così profondo e genuino da annebbiare il resto.
Eli è una vampira piuttosto convenzionale, non tollera la luce, può volare e ovviamente non entra nelle stanze se non è invitata a farlo. Quando Oskar la sfida e lei soffre terribilmente io ho sofferto con lei. Il coinvolgimento è totale, l'affetto tra i ragazzini è tale che anche noi ne restiamo coinvolti in un modo che prosegue dopo la fine della visione, quando si riaccendono le luci e si torna alla normalità.
Purtroppo non ho letto il romanzo da cui è tratto nè ho visto il remake americano, ma vorrei davvero che in mezzo a vampiri mostruosi, ad assetati assassini senza scrupoli, trovaste il tempo per calmare le acque con questo gioiello.
Il cuore ne uscirà appagato.

30 GIORNI DI BUIO - David Slade



La mia reazione a caldo sul film di Slade era stata non dico entusiasta ma quasi soddisfatta.
I 30 giorni di buio del titolo sono quelli che colpiscono il Circolo Polare e che vengono intelligentemente sfruttate dai vampiri per andare a fare le scorte per l'inverno. La cittadina colpita è Barrow, in Alaska. I cittadini sono quasi tutti andati via, e i pochi che restano (tra cui lo sceriffo Josh Hartnett e sua moglie Melissa George) devono sopravvivere all'attacco dei succhiasangue.
Dimenticate la finezza dei vampiri dei due film sopra: qua le creature sono macchine da guerra, mostri assetati di sangue e con nessun rimasuglio di umanità. Tra le due tipologie, quindi, quella che mi piace di meno.
La soddisfazione iniziale è andata lentamente scemando nel corso del tempo, facendo finire il film nel Dimenticatoio dei Film Mediocri. C'è dell'azione, dei vampiri sanguinari che magari a qualcuno possono soddisfare, ma col tempo mi ha lasciato molto poco.
Adatto magari ad una serata cazzona con pizza e birra, che vengono sempre completate come si deve dalle botte da orbi. C'è però poco altro.

CRONOS - Guillermo Del Toro




Il primo incontro di Sua Maestà GDT con i vampiri ha prodotto un film particolarissimo. Non che la cosa sia sorprendente, ma come di consueto Del Toro ha deciso che a lui i vampiri comuni non interessavano granchè e quindi ne ha creati di nuovi. Ciò che porta alla necessità di assumere sangue, in Cronos, è un antico dispositivo in grado di dare a chi lo utilizzi la vita eterna. Siccome i regali non si fanno mai per niente, però, ecco che le lievi cointroindicazioni del dispositivo emergono: vita eterna ok, ma da vampiri. Jesus, un antiquario che ha trovato il dispositivo per caso, ne fa uso e ne trae istantaneo beneficio. Dispositivi di questo genere, però, restano al sicuro per molto poco tempo, e infatti Jesus viene presto cercato da qualcuno di interessato alla vita eterna.
Qui del vampiro canonico manca tutto, se non la sete di sangue e l'intolleranza alla luce. Questi elementi che ci sono, però, ci vengono raccontati in scene indimenticabili, buttati lì come un accenno e invece tatuati nella mente.
GDT fa così, senza gridare si impone al mondo con questo primo film, finendo inevitabilmente, come merita un talento sfacciato come il suo, nel panorama dei Grandi.
E il tutto con una blatta d'oro che ti rende immortale.
A voi l'onore di riuscire a replicare.

THE HAMILTONS - The Butcher Brothers



Se dopo avere visto 30 giorni di buio ancora non avete sonno e vi va ancora qualcosa di sanguinario, ecco che i Butcher Brothers vi servono The Hamiltons. 
Gruppo di fratelli alquanto bislacchi si rivela ancora più bislacco di quanto già non ci sembrasse ad una prima visione. Quasi quasi il fatto che siano vampiri è il meno.
Indifferenza totale verso questo film, che dopo la visione è finito inesorabile nell'oblio.

A GIRL WALKS HOME ALONE AT NIGHT - Ana Lily Amirpour



Ho aperto la carrellata di film già presenti nel catalogo gentilmente offerto dalla casa con due incanti. In modo diverso, il film di Jarmush e quello svedese mi avevano sciolta, volando alti alti nell'Olimpo delle Belle Visioni. Non ci finiscono tutti i bei film, badate bene, solo quelli belli belli in modo assurdo.
Accanto a loro sta questo piccolino qui, un film iraniano in bianco e nero, che è passato quasi inosservato tranne che agli occhi attenti dei grandi appassionati.
È stata una visione inaspettata, quasi casuale, ma preziosissima. La Amirpour è delicata ma decisa, come la sua vampira, coperta da un enorme chador che assume tutt'altro significato.
Indimenticabile.

Tutto sommato negli anni scorsi ero caduta sul morbido. Mi sono lanciata quasi sempre in visioni confortanti, che per qualche motivo sapevo mi sarebbero piaciute e sono di rado uscita dalla comfort zone.
Che vita facile.
Poi è arrivato Nosferatu, e la facilità è scappata dalla finestra.

sabato 9 settembre 2017

Vampires! - Lee vs Lugosi

16:14
Nell'ultimo post sul personaggio di Dracula sto per fare una cosa che spezzerà i cuori di molti di voi.
Sarà come scegliere la pizza preferita, o come dichiarare se si vuole più bene alla mamma o al papà.
Parliamo di Bela Lugosi e Christopher Lee.
Apriamo la battaglia nei commenti.
Le parolacce vanno bene, le minacce solo se credibili come 'Ti sparo con il fucile da paintball e ti faccio un malone', ma non accetterò risposte da troll che dicono che preferiscono Kinski o Schreck o chessò io. Vi voglio concentrati.



Se lasciassi il mio disturbo compulsivo guidare questo blog, questo non sarebbe un post discorsivo ma un elenco puntato in due colonne, con un diverso uso dei colori in base alle caratteristiche positive e negative e così via. Mi trattengo, per non farvi fuggire allarmati.

Una breve intro per chi passasse di qui per caso e non conoscesse i due nomi del titolo. Sono questi due qua, con i visi più rilassati con cui li si ricordi:


I due sono i due volti più noti nell'universo per avere interpretato Dracula. Non c'è storia, i Dracula sono stati milioni di milioni, ma come loro nessuno mai. (E sì, ho citato un becero film mucciniano in un post del genere. Fermatemi se vi riesce.) Lee, quello bello a sinistra, è stato Dracula un sacco di volte per la Hammer, quella casa di produzione inglese che ha fatto un sacco di film coi mostroni storici. È riuscito ad essere Dracula anche per qualcuno che non fosse la Hammer, tanto per dire. PPer qualche anno se c'era da fare Dracula non si facevano neanche i casting, si alzava dritto il telefono per lui. Lugosi, quello a destra, è stato lo storico Dracula targato Universal. Talmente preso dal suo ruolo da farsi seppellire con uno dei mantelli del set. Mantello che oggi nessun Dracula indosserebbe se non l'avesse indossato lui per primo. Oggi, allora, nel più antipatico dei modi, li mettiamo a confronto e decidiamo in modo insidacabile quale sia il nostro preferito.

Ve lo dico in modo che sia chiarissimo e non ci siano supposizioni nei commenti.
Se avete il sospetto che io sia di parte è perché, banalmente, lo sono.
Sir Christopher è il signore e padrone del mio cuore.

Lee, infatti, parte con uno scatto iniziale che supera Lugosi a destra e lo semina rapidamente. È nato nel '22. Non credete nel karma? Male. Il '22 è l'anno di Nosferatu e qui nella Repubblica di Redrumia non crediamo affatto alle casualità. Il destino lo ha voluto Dracula, e lui ha obbedito alla chiara vocazione con la quale era stato marchiato fin dalla nascita.

Pausa.
Lo so, LO SO, che ricordare un attore (o due) per un ruolo soltanto è limitato e ingiusto, ma in una rassegna sui vampiri parlare di Saruman mi pareva un minimo off topic. Se si pensa poi che la carriera di Lee è una delle cose più variegate e sconfinate del panorama mondiale (anche grazie al fatto che sia vissuto sette milioni di anni) e che quella di Lugosi è stata fondamentalmente un disastro, direi che è meglio rimanere in tema e parlare di quello che hanno fatto decine di anni fa.
Hanno cambiato il volto di un culto.

Sia chiaro a tutti che non è che siccome la mia preferenza va al gentiluomo inglese allora io snobbi il succhiasangue ungherese. Il film di Tod Browning è stato per me quasi rivelatore. Il costume è diventato iconico mica per niente, regala al Conte un'aria splendidamente elegante, i suoi occhi e la sua fronte sono stati quasi indipendenti dal resto, l'aspetto è ben più umano di quello del suo predecessore tedesco ma non per questo meno sinistro. Il suo castello è quello che preferisco, tra l'altro.
Non si diventa mai icone per niente, e Bela Lugosi ne è la prova.

Accade, però, che un giorno, in cima alle scale, ci stia Cristopher Lee, in un ingresso in scena ai miei occhi indimenticabile. Scende le scale con la distinta eleganza che contraddistingue i suoi movimenti e che appare così bizzarra su un corpo così spaventosamente alto, cementificando così l'immagine di un Conte raffinato e curato. Sembra quasi levitare, mentre scende i gradini.
Lui e la sua quindicina di metri di altezza si sono portati a spasso un mantello praticamente grande come un lenzuolo matrimoniale con la scoltezza di chi è nato per vestirsi così. Senza parlare troppo (parlando anzi davvero molto poco), Lee si è preso lo schermo e lo ha mangiato, creando l'immagine del vampiro sensuale e irresistibile, dal fascino fuori dal comune. Le sue dimensioni, i suoi occhi e il suo silenzio sono stati la tela perfetta su cui dipingere un'immagine che sarebbe entrata nella storia.
Competeva sullo schermo con il mio Van Helsing preferito, il pacato Peter Cushing, eppure, senza privarlo del suo santo spazio, gli passava sopra con un trattore e si prendeva la meritata gloria.
Il Dio Indiscusso.



domenica 3 settembre 2017

Vampires! - Nosferatu for dummies

15:27
In modo assolutamente non creativo la parte cinematografica dello speciale sui vampiri non può che partire con Nosferatu. È proprio previsto dalla legge marziale che si faccia così, non ho scelta.
Il destinatario ideale di questo post è il fruitore di cinema medio, quello non troppo appassionato ma che se la gode un po' e che non ha mai voluto guardare i film fossili per paura di dormire/non capire/ridere (selezionare voce a scelta). Ritratto peraltro pericolosamente somigliante alla me di qualche anno fa. 
Senza alcuna (giuro) pretesa di fare la maestrina mi piacerebbe parlare a loro di Nosferatu.


Intanto, ciao, fruitore medio di cinema che non ha mai voluto guardare i film fossili. Ti dò il benvenuto nella mia modesta magione. Ti immagino pronto ad addentrarti nelle antichità del cinema e come tutti i cristiani ti immagino a cercare informazioni nell'unico modo che conta davvero: Google. Cerchi Nosferatu e ti esce questa frase ormai scolpita nella storia: film del '22 diretto da Friedrich Wilhelm Murnau, caposaldo del cinema espressionista.
Caposaldo del Cinema Espressionista
(Leggilo piano, goditelo sulla lingua, perché adesso puoi iniziare a dirlo con aria snob, erre moscia finto francese per sbattere in faccia la tua cultura ai tuoi amici che vanno a vedere i film dei supereroi. Film che tu non vedrai più perché sei stato Iniziato.)

A questo punto, amico mio, ti immagino chiederti, con tutte le ragioni di questo mondo, che minghia vuol dire. Sono qui per te, perché potrei essermelo chiesto anche io, qualche tempo fa. E allora, lascia che la sigla di Superquark ti accompagni mentre ti racconto cosa è sto espressionismo tedesco così ce lo leviamo dai cosidetti.

Dunque, siamo negli anni 10 del '900, in Germania. Nell'arte pittorica e nel teatro si diffonde questa nuova corrente, questa tendenza artistica, l'Espressionismo, appunto. In un'epoca in cui a spopolare erano la voglia di realismo e di concretezza, ecco che l'Espressionismo, con la strafottenza tipica di chi sa che avrà la storia a dargli ragione, si è imposto per la sua voglia di andare in direzione diamentralmente opposta. Ah, tu vuoi l'oggettività? La fedeltà al reale? E io ti dò le emozioni, invece. Ti lancio addosso la soggettività come se fosse stella filante a Carnevale. Quella realtà per te tanto preziosa io la prendo e deformo, la tiro e la mollo come se fosse mia e voglio proprio vedere cosa fai per fermarmi. Quello che vedi non è proprio il mondo, è la mia interpretazione dello stesso. Nel cinema quindi le cose sono un po' ballerine. Le figure hanno forme esagerate, distorte, allungate.

Ad inserirsi in questo contesto casca a fagiolo la primissima trasposizione cinematografica del romanzo di Bram Stoker: Nosferatu.




Nosferatu non ha una sorte felice: uscito nel '22 viene ben presto preso a male parole dalla moglie di Stoker, alla quale non era stato proprio chiesto il permesso per fare un film dall'opera del marito. La signora Stoker ottiene che tutte le copie del film vengano distrutte, ma suna qualche intercessione di divinità unite ha fatto sì che una copia sopravvivesse.

L'ho visto per la prima volta in un cinemino spettacolare della mia città, con i ragazzi del corso di Musicologia della mia città che suonavano dal vivo, come il film era pensato in origine. Vedere lavori del genere in sala è un evento incredibile a prescindere dalla passione per il cinema quindi fatemi il favore di scollare le chiappe abbronzate dai multisala e tornate ad esplorare i cinemini.
(Per i cremonesi: se non andate al Filo puzzate di cacca.)

È inutile che ti prenda in giro, fruitore medio di cinema: io preferisco i film più vicini a me. Diciamo che ne godo di più, l'esperienza è più piacevole e rimane sul piano della passione. Quando mi avventuro in film del genere lo faccio per studiare. Mi metto lì, con i miei libri di teoria del cinema e cerco nel film le cose che leggo, e cerco di imparare. Mi aiuta a godere meglio della mia passione e mi piace sinceramente farlo, ma non è la prima cosa che cerco quando ho voglia di vedere un film.
Nonostante ciò, Nosferatu è riuscito laddove Il gabinetto del dottor Caligari con me (CON ME) aveva fallito: fa paura regà.
Il film di Murnau funziona alla grande anche dopo i suoi migliaia di anni. Il Conte Orlok è spaventoso. E non parlo dell'iconica salita delle scale che ho postato, gli basta stare sulla porta e niente, è agghiacciante. Non deve parlare, è bestiale, inumano, terrificante. L'aspetto di Max Schreck è sicuramente di grande aiuto, ma quello sguardo lì mica te lo dà la natura, lo devi fare tu, e lui lo fa in maniera straordinaria.
Murnau, poi, era fuori come un balcone. Intanto si era convinto che Schreck fosse un vampiro vero, aveva convinto tutti di questa cosa e secondo me un pochino questo timore nei suoi confronti traspare nel film (o forse sono io che ce lo voglio vedere, chissà). Poi, in un periodo in cui gli scenari dei film erano dei bellissimi pannelli colorati lui ha deciso di spostare baracca e burattini e girare in esterno, per la prima volta all'interno della corrente dell'Espressionismo. La natura diventa quindi parte integrante della pellicola, e collabora alla perfezione nel trasmettere quasi del misticismo.
Potremmo stare qui a parlare dei giochi di ombre, luci e specchi, dell'effetto Schufftan e tutto il resto, ma allo spettatore quelle cose qua spesso non interessano. Ci sono i tecnici per questo. Lo spettatore fruisce del loro lavoro, e oggi, millesettecento anni dopo, siamo ancora nelle mani di espedienti ormai abbondantemente superati. La storia e la tecnica sono andati avanti ma Nosferatu non ha perso niente.
Solo un inizio così sfolgorante avrebbe potuto rendere il Dracula cinematografico la leggenda che è oggi.

CONSIGLIO PER I NAVIGANTI
Attenti quando lo cercate online, evitate youtube (dove se ne trovano diverse versioni) per essere certi di stare guardando la versione corretta, perché la musica di Nosferatu è complice di Schreck nel incutere un'inquietudine di quelle viscidine che sembrano essere facilmente superabili ma che invece non si schiodano di dosso.


Simile capolavoro non sarebbe rimasto intoccato a lungo.
In realtà tra lui e il suo remake sono passati intorno ai 60 anni, ma cosa sono 60 anni rispetto all'immortalità dei due film in questione?
Sì, signora mia, lo so che il remake non è mai bello come l'originale, ma un giorno un tale, Werner Herzog (quindi insomma non l'ultimo degli stronzi), ha pensato bene di dirigere di nuovo la storia di Orlok ed è riuscito nel miracolo di creare un film che, portando i suoi dovutissimi omaggi all'originale, vive di vita propria e non ha proprio niente da rimproverarsi.
Da un punto di vista narrativo si sceglie di ripercorrere la stessa identica vicenda del '22, restituendo soltanto ai personaggi i propri nomi, quelli del romanzo. Inspiegabilmente spesso Mina diventa Lucy e viceversa, ma non andiamo troppo per il sottile.

Nel marasma di ottime idee che hanno portato Nosferatu, il principe della notte ad essere il bel film che è, una su tutte ha secondo me del glorioso: KLAUS KINSKI.
Non frintendetemi, almeno nei suoi primi anni al cinema Dracula ha avuto la fortuna di avere sempre dei volti ben più che dignitosi, quantomeno nelle trasposizioni più celebri, ma Klaus...un incubo.
E ricordate che parliamo di Dracula, quindi è un complimentone.
Più di tutti i suoi predecessori, Kinski ha uno sguardo assolutamente killer. Lo so, l'ho detto anche di Schreck poco sopra, ma lui era muto, aveva solo quello da sfruttare. Qua no, qua Kinski parla. Parla, è a colori, ha 60 anni di tecnologia in più da sfruttare a suo favore, ma tutto questo è NIENTE in confronto al sudore freddo che il primo sguardo di Dracula verso il taglio che Jonathan si fa ad un dito mi ha causato.
Amico mio, il fruitore di cinema medio, se sei giunto fino a qui: lo so che io parlo per iperbole e sono un po' drama queen quindi sembra sempre che esageri, ma mi devi ascoltare. Kinski è uno dei migliori Dracula che la storia ricordi e il fatto che spesso sia oscurato da altri è ingiusto e frustrante. Se anche tu pensi che sia giusto ridare luce ai talenti, lascia da parte la venticinquesima versione di Sir Christopher Lee (a cui comunque rivolgiamo una preghiera ogni sera prima di dormire) e dai una possibilità anche a lui.
Scoprirai un Dracula drammatico, umano, amaro.
Eterno.

Il Dracula in questa versione è pieno di gloria. Non mi stupisce che quindi, oggi, Nosferatu sia pronto a tornare. Non ha ancora finito con noi, e Robert Eggers lo sa.
(Qui per leggere le prime info!)

giovedì 31 agosto 2017

Vampires! - Dracula, Bram Stoker

13:31
Ogni anno, per il compleanno del blog, decido di scrivere un post più particolare, magari più ricercato o che sia per me in qualche modo significativo. Quest anno, invece, ho deciso che avrei approfittato della mia ricorrenza per colmare una mia grande lacuna. Per tutto il mese di settembre, quindi, a parte un paio di eccezioni con i colleghi blogger ai quali non posso dire di no, e a parte oggi che è ancora agosto, si parlerà di vampiri.
Così è deciso.


Prima di tirare in ballo il cinema, però, c'è da leggere almeno almeno Dracula. 
La mia prima lettura del romanzo di Stoker risale ai tempi del liceo, in cui leggere certe cose mi faceva sentire così outsider che le avrei lette anche per strada pur di far sfoggio del mio essere diversa. Non sembra, ma dai miei tempi del liceo sono passati un po' di anni, quindi, in previsione di questa serie di post, mi sono riletta Dracula.
Pensavo mi piacesse, prima. Ne avevo un buon ricordo, quindi mi era senz'altro piaciuto. Adesso, dopo anni, è amore. Se è vero che c'è un momento giusto per ogni cosa, allora io devo essere reinciampata sul romanzo nel momento perfetto, perché la lettura di Dracula è stata illuminante, e come le cose molto molto luminose ha annebbiato la vista e rincoglionito un po' il cervello, impedendomi di leggere oggettivamente quanto venuto dopo.

Ma andiamo con calma.

Anno domini 1890. Bram Stoker, un gentiluomo irlandese, fa un brutto sogno, come ne facciamo tutti. Si sveglia la mattina, decide di fare un po' di ricerche (ma giusto un paio, per qualcosa come sette anni), poi butta giù due cosette. Nel 1897 le sue ricerche producono un romanzo e la narrativa dell'orrore non è più la stessa. È più o meno la stessa sensazione che deve avere provato Freddie Mercury quando ha scritto Bohemian Rhapsody. Hai un'idea, e anni dopo le persone ancora vivono all'ombra della maestosità di quanto hai fatto. Letteratura e musica non sono mai più stati gli stessi. Chissà cosa si prova. Se esiste un'aldilà spero che entrambi possano vedere che ancora oggi pendiamo dalle loro labbra.
Insomma, esce un romanzo che si chiama Dracula. Finisce per diventare fenomeno di costume, vincolando per sempre la leggendaria figura del vampiro al suo nome. Sono passati 120 anni e le ristampe del libro non sono ancora cessate. Se chiudo gli occhi riesco quasi ad immaginare John William Polidori che alza la mano, si schiarisce la voce e dice timidamente che veramente quello che è considerato il primo racconto di vampiri lo ha scritto lui, ma uno sguardo di Bram, dall'alto della sua indiscussa superiorità storica, dovrebbe bastare a rimettere il povero John al suo posto.
Polidori lo ricordiamo essere portatore di una sfiga rara. Il suo racconto è stato prima offuscato da un certo Frankenstein, scritto nella stessa sera e oggi finito ingiustamente nel dimenticatoio (ironia alert), e poi da quest'altro qua, il cui nome è diventato sinonimo di vampiro, capostipite assoluto di una discendenza che, ancora oggi, non accenna ad estinguersi, prima fiammella di un fuoco che non ha alcuna intenzione di placarsi.

Il romanzo si apre - e si chiude - con un diario. Jonathan Harker, un giovane apprendista in uno studio legale, è in partenza per la Transilvania, per concludere un affare con un cliente del luogo. La gente intorno a lui gli fa intuire che non si tratti di una buona idea, ma il lavoro è lavoro e Jonathan e Dracula si conoscono. Li vediamo insieme solo nella prima parte del romanzo perché poi, con l'eleganza dei cattivi migliori della storia, Dracula sparisce. Sta sullo sfondo, mentre noi leggiamo dai racconti dei protagonisti le conseguenze delle sue azioni. E tutto questo, per me, è già straordinario. Dracula fa paura non essendoci mai, ma essendo sempre presente, Sta sullo sfondo, eppure tutto quello che succede in primo piano è in funzione di lui. Una città intera è piegata al suo potere, ma nessuno lo conosce.
Mina, Jonathan, Arthur, Lucy, Renfield, Quincey, Seward,e ovviamente l'amatissimo (almeno da me) Van Helsing sono personaggi di cui non facciamo mai conoscenza diretta, nel senso che non ci vengono mai presentati. Il romanzo è costituito solo delle loro parole, attraverso diari, lettere, memorie, e niente di tutto ciò è diretto ad un lettore. I protagonisti scrivono per se stessi, quindi sono onestissimi, e hanno una paura maledetta.
Oppure sono incuriositi, frustrati, addolorati, affascinati. L'unico a non avere voce diretta è proprio il protagonista indiscusso della vicenda, il Conte. (Non fate i pignoli, lo so che anche Renfield non parla mai direttamente.) Dracula parla e compare pochissimo, non abbiamo mai visione diretta dei crimini che compie, perché non ne ha bisogno. È già terrificante così.


Esistono creature particolari, chiamate vampiri. Qualcuno di noi ha prove di loro esistenza. (...) Un Nosferatu non muore come ape dopo che ha punto. Diviene solo più forte. (...) Questo vampiro che è tra di noi ha, da solo, la stessa forza fisica di venti uomini. Sua astuzia è più che mortale perché sua astuzia cresce con passare di anni. È bestiale, anzi più che bestiale! È demonio insensibile, senza cuore.
Solo un personaggio alla sua altezza poteva contribuire alla sconfitta del Conte più temibile della storia del mondo: Abraham Van Helsing. Badass senza precedenti, AVH ha cinque milioni di anni (iperbole, sempre iperbole), un centinaio di lauree in scienze dalla diversa utilità (Lettere e Filosofia vs Medicina, per dirne solo tre) ed è l'unico che abbia la più vaga idea di quello che sta succedendo, azzoppato anche dal lieve dettaglio di essere l'unico a crederci, a quello che sta succedendo. Dettaglio peraltro niente affatto irrilevante se si pensa che non si può uccidere qualcosa in cui non si crede.
È molto interessante, poi, che sia proprio lo scienziato a diventare la rovina di Dracula. Il sovrannaturale, il pericoloso, il mortale, vengono annientati, come nelle migliori favole a lieto fine, dall'uomo di scienza, dalla razionalità. Ai miei occhi non esiste niente di più rassicurante.

Io mi rendo anche conto che una che trova rassicurante Dracula possa non sembrare tutta a posto con il cervello, lo capisco. Ma nell'eterna lotta tra il bene e il male il romanzo di Stoker ci mostra che il Male è anche umano, che può essere anche un uomo per il quale sia lecito provare a volte anche sentimenti di tenerezza (all'inizio, il Conte solo nel castello a me ha stretto il cuore che vve devo dì), e che annientarlo non lascia mai privi di cicatrici.
Ma che si combatte, sempre.
Spesso con la scienza.
Il che mi porta a concludere che un romanzo di 120 anni fa scritto da un irlandese sia un baluardo dell'antigrillismo.
Ok, la smetto.



martedì 10 maggio 2016

Intervista col Vampiro

20:20
Ho incrociato il libro della Rice nella biblioteca del mio paese, anni fa. Ero nel pieno della mia traumatica fase post - Friedkin, e siccome all'inizio del romanzo si parla di un personaggio posseduto dal demonio, il buon Intervista col Vampiro, dopo essere stato accuratamente cosparso di acqua di Lourdes direttamente dalla testa di quelle inquietanti madonnine di plastica, è tornato nel posto in cui meritava di stare: ad impolverare sugli scaffali.
Lo riprendo oggi, a trauma QUASI superato, perché in questi giorni si parla tanto di un suo remake con Jared Leto. (A me Leto è sempre piaciuto, ma non si starà trasformando in una macchietta johnnydeppiana? Mi esprimo dopo Suicide Squad)

Daniel è un giornalista che si trova nella situazione di dover intervistare un vampiro, Louis, il quale nel corso della chiacchierata gli racconta tutta la sua lunga esistenza, dalla sua creazione da parte del vampiro Lestat all'incontro con la piccola Claudia.


Quante volte sarà già stata fatta secondo voi la battuta sulla crescita di Claudia all'interno di una famiglia gay? Che dite, mi trattengo? La tentazione è forte.
Di certo la regazzina è venuta su in un ambiente completamente maschile, e la sola conseguenza negativa che ha subito nulla ha a che vedere con l'assenza di una donna. Di certo amore ne ha avuto. Tanto, tantissimo, da spalancare il cuore, da quel Louis che ha vissuto (e sta vivendo) un'esistenza colma di senso di colpa per avere causato alla piccola quella trasformazione che lui stesso aveva tanto detestato. Bellissimo, eh, il rapporto tra i due, per quanto sia difficile vedere le sembianze di una bambina chiamare 'Amore' un adulto Brad Pitt, ma che nooooia Louis. Buono, buonissimo, pieno di buoni valori e incapace di crudeltà, ricorda la noooooia di quel Ned Buoncuore Stark che sappiamo tutti bene che fine ha fatto.
Molto più interessanti i Lannister, allora, così come è molto più interessante Lestat, con quella sua risata incredibile e quella splendida sfrontatezza. Le lagne etiche ci stanno per cinque minuti, poi davvero non se ne può più, vai piuttosto avanti a mangiare i cagnolini delle ricche megere ma smetti di rompere l'anima a noi, ché la scelta ti era stata data e tu non hai voluto morire.


Insomma, io stasera sono poco seria perché non scrivo da un po' e devo tornare a mio agio, ma Intervista col vampiro è un film pieno di fascino. Aiutato sicuramente dall'oggettiva bellezza dei signori coinvolti (Cruise non è per niente il mio tipo, ma se considerate che a me piace da morire Bardem forse il problema sono io), ci conduce in un mondo in cui il tormento regna sovrano, sia esso per il senso di colpa di cui parlavamo prima, sia per l'insaziabilità dei vampiri, sia per l'attrazione non corrisposta, sia per l'amore ossessivo che lo lega a Claudia. 
Certo, se quelli che piacciono a voi sono i vampiri brutti e cattivi, violenti e caciaroni, Intervista col vampiro lasciatelo proprio perdere. Se invece, come a me, vi piacciono gli uomini più composti ed eleganti, che portano giacca e cravatta con la dimestichezza con cui io porto i pantaloni con su Ganesh comprati a 5€ sul mercato, allora siete nel film giusto.
Un gusto incredibile per il romanticamente bello, tre (facciamo due, dai) personaggi indimenticabili, una lentezza di quella dolce che ti culla un po', e tanto è bastato a rendere questo pomeriggio di angosce un po' meno tremendo.

mercoledì 30 marzo 2016

Cronos

21:47
Fermo restando che non ho alcuna intenzione di farvi sopportare per l'ennesima volta la filippica sul mio amore per il signor Del Toro, devo dire a coloro che passano di qua per caso (ciao nuovi amici, sappiate che sono prolissa, scusatemi) che per me quell'omone lì che ho nominato è ciò che più si avvicina alla perfezione. Se la sua fissa zoofila (?) fossero i gattini e non gli insetti potrei attribuirgliela senza timore delle conseguenze, quella perfezione.
Comunque la mia dose di felini mi è stata ampiamente somministrata in Hellboy, per cui posso tranquillamente dirmi soddisfatta.

Sto cercando in questi giorni di finire i suoi lavori che mi mancano, tanto per essere certa di non sbagliare quando rispondo il suo nome a chi mi domanda chi sia il mio regista preferito.
Toccava ai succhiasangue, perché sto mollando gli insetti e i robottoni per ultimi, ché loro mi interessano meno.

SEMBRA CHE ORMAI NON SAPPIA PIù SCRIVERE POST SENZA ANTICIPAZIONI

Jesùs è un antiquario che un giorno trova nel suo negozio un bizzarro marchingegno. Una volta attivato, assume la forma (da me detestata) della blatta (va beh magari è un altro insetto, ma non stiamo qui a parlarne) e fa un male cane a chi lo tiene, ma pare che in qualche strano modo faccia bene. Dopo l'uso, Jesùs si sente rinato, in forze, ringiovanito.
Mica per niente quel marchingegno lì è piuttosto ricercato.


Non sapevo niente del film prima della visione, se non che si tratta del primo lungometraggio del buon G. e che ci sono di mezzo i vampiri. Avendo una minima conoscenza del signore, non mi aspettavo certo vampiri convenzionali.
Al bando quindi denti affilati, bare, mantelli, aglio e proiettili d'argento.
Qui abbiamo un anziano signore che si china in un bagno a leccare del sangue dal pavimento, in una scena da brividi sul coppino, e che finisce per dormire in un vecchio baule dei giocattoli preparato apposta per lui.

E poi c'è Ron Perlman, che sappiamo essere per G. come Johnny Depp per Burton, salvo il fatto che i primi per ora non hanno toppato niente neanche a chiederglielo, mentre dei secondi potremmo parlarne per ore. Ron Perlman che conserva le sue caratteristiche principali, ovvero il 72 di piede e una testa grande come il mio gatto, quello grasso, quando si appallottola. Stavolta però l'attenzione non è su lui. E, per quanto mi riguarda, neanche su quel Jesus che non ha affatto un nome scelto a caso.
È tutto sulla nipotina.
Una silenziosa, amorevole, all'occorrenza irresponsabile e coraggiosa bambina con un caschetto nero che mi ricorda dolorosamente quello che portavo io alla sua età. Una presenza costante e delicatissima, che col suo eterno tacere ha reso migliore la vita del nonno e che con una sola parola, la sola che pronuncia per tutto il film, gli ha permesso di fare la più difficile e dolorosa delle scelte.


Questo modo magico che ha G. di dipingere i bambini è una poesia a cui non potrò mai abituarmi.
Ho lavorato in un asilo e ora lavoro in una gelateria, vedo parecchi bambini. Li vedo sporcarsi fino ai gomiti, lasciare in giro disgustosi tovaglioli sporchi, li sento strillare e far spazientire le madri. Li vedo al loro peggio.
Poi vado a vedere la bacheca dei disegni e ogni tanto ne trovo uno con scritto 'Per Marica' o 'x maica' o qualcosa del genere, e per due o tre secondi mi ritrovo con un sorriso ripagatore.
È come se G. prendesse quei due o tre secondi e li espandesse, con un tocco dolcissimo, per prolungarli all'eterno.

Anche stavolta è riuscito ad inserire un elemento per me completamente inaspettato: l'ironia. Non che volessi il dramma a tutti i costi e poco altro, ma non credevo avrei visto una esilarante scena di cremazione. Vi dirò di più: non credevo mi sarebbe piaciuta. Anche Hellboy aveva elementi comici, me lo ricordo bene, ma se lì ero pronta a vederli, qua lo ero meno.
E invece eccolo qua di nuovo, Del Toro, che si prende gioco di me e dell'idea che mi ero fatta di lui, che mi mostra un nuovo lato, un nuovo punto di vista, che mi insegna che gli Artisti sono sempre un passo avanti a noi comuni mortali e che, sorpassandoci a destra, ci fanno ammirare la bellezza della loro auto senza permetterci di raggiungerli.
Se abbia senso o meno quello che ho appena scritto non è dato saperlo, ma sono certa che Lui saprebbe trovarci qualche significato interessante.

giovedì 11 febbraio 2016

Nosferatu

14:21
Ieri sera, per la prima volta in 25 anni, ho visto un film muto.
L'ho visto in quello che considero il cinema più bello e adorabile dell'universo, per di più.

Non penserete mica che io sia qui a recensire un film del 22, vero?
Non che non lo pensate, non siete mica scemy.


Però due chiacchiere si fanno sempre volentieri, se sono sul cinema ancora meglio.

Fino a qualche tempo fa a me del lato storico e tecnico del cinema interessava quanto mi interessa la politica dell'Islanda. Meno di niente, l'Islanda non è neanche nell'Unione Europea.
Superficialità? Ignoranza? Entrambe.
Volevo andare al cinema e farmela sotto. Oppure emozionarmi, oppure divertirmi (questo meno). Oppure tutto insieme.
Poi è successo, un giorno, che mi sono messa a rosicare perché gli altri sapevano le cose. Capivano le citazioni, i riferimenti, riuscivano a stendere con cognizione di causa una 'poetica' degli autori. E io leggevo i loro post (gli altri generico, chiaramente) e mi sentivo piccola piccola.
Mi ci sento ancora, btw.

Il punto è, e qui so che vorrete dire 'bencaduta dal pero' ma vi prego di trattenervi, queste persone mica sono nate imparate (dai che è dialettale, passatemelo).
Per imparare le cose bisogna studiare, pensate un po'. Leggere, prepararsi, informarsi.
E guardare sempre più film, compresi quelli che si sono sempre ignorati. Sempre per il discorso che la conoscenza non ci entra nel cervello per conto suo. Ce la dobbiamo mettere noi, altrimenti lei se ne sta comoda comoda, stampata sui libri, a riposare.

Per questo motivo ieri sera sono andata a vedere Nosferatu in sala.
Per questo e perché le iniziative intelligenti e stimolanti dei piccoli cinema vanno sostenute, la guerra ai multisala è ancora lunga.
Il 4 maggio, infatti, aspettatevi di leggere qualcosa su Caligari, perché al Filo ci torno.


Certa che sarebbe stato impegnativo da parecchi punti di vista, io, nannimorettiana fino alla morte, amo le parole (motivo per cui, unica cosa che dirò sul film, ho voluto un gran bene agli Odiosi Logorroicissimi Otto), e sono figlia della mia epoca. Nessuno chiederebbe alla mia epoca se sono stata adottata come invece succedeva con la mia madre naturale. Si vede chiaro due chilometri che sono proprio figliola di questo secolo.
Quindi, è stato difficile?
Molto, al punto da rendermi difficile il considerare Nosferatu un film. È stato complesso per me guardarlo ascoltando solo musica, fermandomi a leggere frasi qua e là, è stato strambo approcciarmi per la prima volta alla recitazione così sopra le righe. Ciò su cui si è concentrata la mia attenzione, però, è l'uso dei colori. Filtri (sarà poi corretto dire 'filtri'?) forti, colori che riempiono la scena e lo schermo. Un uso completamente diverso rispetto a quello a cui sono abituata, che però è stato interessante osservare.

Ho immaginato una me stessa degli anni 20. Mi sono immaginata al cinema a vedere un film su un vampiro per la prima volta. Ho guardato la sinistra figura di Schreck avvicinarsi lentamente alle porte, salire le scale, o semplicemente accogliere nel castello il povero Hutter (personaggio dall'entusiamo gilderoyallockiano, se me lo concedete), e sì, me la sarei fatta sotto.

Un'esperienza.
Un primo passo verso quello che voglio costruire, non tanto per il blog quanto piuttosto per mia volontà di completezza. E per sincera passione per qualcosa che finora avevo considerato solo ad un livello più comodo.

Ma tranquilli, il momento in cui su questo blog si inizierà a parlare di espressionismo tedesco è ancora moooolto lontano.

martedì 10 novembre 2015

Only lovers left alive

16:32
OCCHIO PERCHÈ VI DICO COME FINISCE

È Hiddleston mania, signori.
Prevedibilmente.
Dopo Crimson Peak la crush era inevitabile, perdonatemi. E poi lo so che i calori ce li avete tutte quante, per cui non guardatemi con quell'aria lì di giudizio che vi vedo.

Dopo avere visto anche Only lovers left alive, l'ultimo film di Jarmush, del 2013, ho capito con certezza l'arma con cui il buon Tom ci ha fregate tutte quante: gli occhi. No, non solo perché sono tanto belli, grazie tante. Perché li sa usare, il maledetto, e li sa usare in un modo che non lascia scampo ad anima viva. Il modo in cui guarda le donne di cui è innamorato rappresenta in pieno quello sguardo che tutte noi desideriamo ci sia rivolto. Che poi sti occhi siano anche incorniciati da uno dei più bei visi dell'industria cinematografica moderna è solo un punto in più, ma non è quello centrale. O quest uomo è davvero molto innamorato anche nella vita reale (e allora, chiunque tu sia, o donna fortunata, a te vanno i miei più sinceri complimenti), oppure è un attore grandioso. La seconda la dò per certa.


Questa volta il suo sguardo è rivolto a Eve, una sempre divina Tilda Swinton. Sono due vampiri, sposati, che vivono a distanza. Si riuniscono a causa della fragilità di lui, che lo porta ad avere desideri suicidi. Si unirà a loro Ava, sorella di Eve, che porterà notevole scompiglio.

Mi tocca ripetermi, mi ci costringete: date ad un film horror (definizione un pochino vaga per questa volta, ma passatemela, dai) una storia d'amore e vi scompiglierà le viscere come nessuna commedia romantica sa fare. Anche quando è estenuantemente lenta come questa.

Raghi, guardare Only lovers left alive è difficile, perché si prende tutta la tua concentrazione per due ore e se solo lo guardi un po' più alla buona ti rompi le palle e buonanotte al secchio. Ma se ti annoi rischi di perderti una bellezza incredibile. Una fotografia così cupa, luoghi così belli (ho una passione per i paesi arabi e tutti i miei amici leggeranno questa frase e ricorderanno quanto gli rompo i cosiddetti perché voglio andare a Istanbul), sguardi così coinvolti, corpi che non possono stare separati.
Non so il motivo per cui i due vivessero separati ad inizio pellicola, ma quando si rivedono è una botta di intensità non indifferente. Dal momento in cui lei si precipita a Detroit per correre in soccorso di Adam i loro corpi non sono quasi mai completamente separati. Gambe accavallate, corpi intrecciati, mani cercate. È incantevole starli a guardare, è poetico vedere lei sempre alla ricerca della voce di lui, anche solo per farsi raccontare storie che già si conoscono a memoria. Così come è gratificante vedere lui cambiare espressione dal momento in cui lei varca la soglia, vederlo rinascere solo perché lei gli gira intorno.



Sono due personaggi pieni di carisma (lo so che è una parola che uso sempre, scusatemi, non ho un vocabolario particolarmente vasto), eppure opposti: Adam affranto, ha perso ogni speranza, ogni fonte di gioia, niente lo appaga abbastanza da fargli desiderare di vivere ancora, almeno fino a che non torna lei. Eve, invece, affettuosa e dolcissima, riesce ancora, dopo secoli, a godere delle piccole cose, di una partita a scacchi, di un ballo insieme a lui, di un libro. È forte il contrasto con lui, che invece non riesce più a trarre soddisfazione nemmeno dalla musica.Mentre lei poi si tiene al passo con i tempi, quasi fosse affascinata da quello che gli uomini possono creare (ha uno smartphone, i suoi vestiti sono alla moda - espressione che odio - rispetta le tradizioni di Paesi diversi dal suo . . .), lui è ostile. Ha la possibilità economica di comprarsi a sua volta un telefono con cui la comunicazione con l'amata sarebbe più semplice, invece ricorre a bizzarri sistemi immagino di sua creazione pur di non riconoscere che anche gli zombie (noi umani) possono fare qualcosa di buono. L'unico zombie accettato è Ian, il che mi fa un po' arrabbiare, perché è troppo comodo che l'unico che ti piaccia sia quello che fa tutto quello che vuoi senza troppe domande rognose, caro il mio Tom. Vive costantemente nel passato, nemmeno si compra uno stetoscopio nuovo, eppure parlare di persone o eventi che non ci sono più sembra gli costi fatica. Come se niente del nostro tempo possa prendere il posto di quello che abbiamo perso, come se per l'umanità non ci fosse più speranza. Eppure, quando alla fine sono costretti ad uccidere dei giovani per nutrirsi, ritorna a fare i grandi discorsi colti di cui è capace. Come se volesse innalzarsi, o purificare l'atto che sta per compiere. Chissà se questo ha un senso o sono le follie di una che non ha capito il film.

Io, nell'umanità, ancora ci credo. Fino a che ci saranno le canzoni di Leonard Cohen, fino a che gireranno film così intensi, fino a quando giovani ricercatori lavoreranno sottopagati solo per portare avanti un ideale, io ho fiducia. Il talento e i valori mi fanno credere nell'uomo, talmente tanto da farmi passare quasi sotto gamba i 100000 che dovevano essere a Bologna nei sogni di Salvini. Ci credo davvero, eppure il film di Jarmush mi è piaciuto un sacco.

lunedì 7 settembre 2015

A girl walks home alone at night

09:00
(2014, Ana Lily Amirpour)

L'avete visto tutti Johnny Depp a Venezia, vero?
Impossibile che non sia così, ne stanno parlando tutti. E' brutto, è ingrassato, ha infranto i nostri sogni, ha spento i nostri ormoni, e blablabla.
Parliamone.
Sono tutti così sconvolti perché non era esattamente quello che ci si aspettava. Perché non rispecchiava più quell'ideale che ormai viveva nelle nostre teste, perché era diverso da come credevamo sarebbe stato.
Sapete chi altro è così? A girl walks home alone at night.
Perché è un film sul vampirismo unico nel suo genere, che seppur citando e ricordando altre pellicole sul tema (ma mica possiamo vivere sulla luna, il mondo ci circonda e ci ispira, è naturale) è diverso da come lo avremmo creduto.

Siamo in Iran, in un'immaginaria cittadina chiamata Bad City. E' la raccolta dell'umanità più compromessa: tossici, spacciatori, prostitute, ragazzini costretti a elemosinare denaro. In questo ambiente nero si muove una ragazza, coperta dal suo chador, sotto cui nasconde capelli e segreti.


Esattamente come per l'arrivo di Johnny sul red carpet, avevo aspettative belle intense. Un po' perché blogger molto più competenti di me ne avevano parlato come di uno dei film dell'anno, un po' perché sapevo si trattasse di un film b/n sui vampiri. Ambientato in Iran. E tanto bastava a stuzzicare curiosità e fantasia (il Medio-Oriente è una di quelle zone del mondo che mi affascinano di più).
A fine visione vorrei avere le parole adatte per convincervi a chiudere questa pagina del vostro browser per invitarvi ad aprirne un'altra e cercare immediatamente questo film incantevole, ma non ne ho.
Vi basta sapere che è come Johnny Depp.
Diverso da come lo pensate.
Siamo abituati a vampiri resi glam da fenomeni di massa, al sangue talmente presente nelle pellicole da non spaventarci più, all'azione immediata e coinvolgente che non deve lasciarti respiro altrimenti il film è NOIOOOOOSO.
Ecco, questa giovane regista (è una donna! è una donna! in barba a voi maschilisti di sta grandissima ceppa di m, datele tempo e la signorina Amirpour vi mangerà in testa umiliandovi senza pietà) ha preso queste tre cose elencate sopra e le ha buttate dalla finestra. Violentemente proprio, credo abbia ferito dei passanti.
Ha girato un film introspettivo e intimista, lento fino all'esasperazione ma che riesce a non essere mai pesante, cupo, scurissimo, ma che paradossalmente scorre giù per la gola liscio e buono come lo yogurt alla nocciola della muller.
Ma soprattutto, ha girato un film SILENZIOSO. Le parole sono poche, ben studiate, il minimo necessario a darti un'idea di quello che accade tra i personaggi. Anche se gli occhi parlano molto di più. In particolare quelli della nostra protagonista, inquietante e silenziosa col chador addosso ed elegante come una giovane Ines De La Fressange con la sua maglia a righe e poco altro. La nostra amica Amirpour ha capito che il silenzio non è da temere come un nemico, lo usa come ciliegina su quella incantevole e fascinosa torta che è questo film dal titolo così interessante.


Esattamente come il povero Johnny, così chiacchierato perché, pensate un po', è invecchiato, e non è più il sexy trentenne tossico che si spatasciava sul letto con Kate Moss. E' diventato asulto, è tornato a concentrarsi sul girare film seri e smettere (spero una volta per tutte) di fare continuamente la macchietta di se stesso. Si è evoluto.
Spero sia la direzione del Cinema tutto, anche se, certo, almeno i capelli poteva lavarseli.


mercoledì 29 gennaio 2014

V/H/S

12:55
(2012, registi vari)



Io non so come uscirne da questa cosa che i found footage mi piacciono da impazzire.
Lo so che è sbagliato, avete ragione. Sto cercando di smettere, ma è difficile.
Se poi ti prende la Ti West fever con la scusa che tra 'solo' 4 mesi esce il suo nuovo film, me lo spiegate come fa una ragazza debole come me a non guardare V/H/S?
Appunto.

Episodio cornice: Tape 56, di Adam Wingard


Alcuni vandali vengono assoldati per entrare in casa di un anziano signore a recuperare una videocassetta. Sul posto scoprono che il signore è morto e iniziano a vedere alcune videocassette per trovare quella giusta.
Come 'episodio cornice' fa schifo.
Pardon, argomentiamo.
L'idea è buona e funzionale. Ci introduce l'argomento 'vhs' in modo non forzato, perchè poi i vari episodi che vedremo sono il contenuto delle varie vhs. Peccato che poi sia fatto male.
La cosa che ho detestato più d tutte, e che coinvolge anche alcuni degli episodi, è che evidentemente i registi credono di essere gli unici in grado di maneggiare macchine da presa senza tremori da Parkinson. Mi spiace, non è così. Anche le macchinette da profani possono avere movimenti abbastanza fluidi, non c'è bisogno che mi facciate venire la nausea per dare un senso di realtà.
Troppo caotico e poco chiaro, nemmeno i dialoghi sono a posto, e non penso che ci sia bisogno di spaccare la televisione per attirare l'attenzione.

Episodio 1: Amateur Night, di David Bruckner


Tre amici conoscono due ragazze in un locale e decidono di portarsele a casa. E a letto. Non finisce come speravano.
Personaggi idioti al limite dell'inumano, per un episodio che parte anche divertente, perché questi tre sono davvero davvero sfigati, e che si conclude davvero bene, in modo forse non originalissimo, ma che con la sola interpretazione della ragazza dall'aria poco lucida che vedete qui sopra riesce a essere inquietante ma anche triste e tenero, in una certa maniera.
Certo, la sua amica era di sicuro meno lucida di lei.

Episodio 2: Second Honeymoon, di Ti West


Un lui e una lei vanno in vacanza, ma pare che qualcuno li segua.
Ti hanno pagato poco, vero, Ti?
Episodio bruttino, ma tu nel 2011 avevi da fare con The Innkeepers, non avevi tempo da dedicare a questa cosa, io ti capisco, lo so.
Non fa niente.
Il mock più insensato di tutti, camera accesa SEMPRE. Per nessun motivo. Avrei apprezzato che ci fosse solo la camera del 'seguitore', per esempio, avrebbe avuto senso, forse. Visto poi come si conclude la vicenda (colpo di scena sì, ma nemmeno troppo grosso), l'ho trovato davvero inutile. Soprattutto visto che non mi dai una spiegazione UNA CHE SIA UNA.
C'erano soluzioni molto meno drastiche, mica c'era bisogno di fare tutto sto casino.
Peccato.

Episodio 3: Tuesday the 17th, di Glenn McQuaid


Quattro amici vanno in campeggio, per poi scoprire che proprio quel posto è la dimora di un assassino. Citazionista fino al plagio, ma solo per le caratteristiche iniziali.
Anche qui, videocamera inutile, sviluppo poco divertente o stimolante, un episodio che passa inosservato, non dà fastidio, sicuramente non è bello.
Per salvare il salvabile, l'assassino che non si può riprendere non è una brutta idea.
Per il resto, dimenticabilissimo.

Episodio 4: The Sick Thing That Happened To Emily When She Was Younger, di Joe Swanberg


Emily ha da qualche giorno dei fastidi. Prima un gonfiore al braccio senza apparente ragione, poi rumori sospetti in casa. Di queste preoccupazioni parla con il suo ragazzo su Skype.
PER-FET-TO.
Tutto l'episodio è visto dalle conversazioni Skype della coppia (geniale! geniale! geniale!), in un rapido crescendo di tensione fino allo shockante e amaro finale. Scritto bene, interpretato bene (Emily è adorabilmente brava, tanto complicato e tenero il personaggio quanto pacata e intelligente lei nella resa), riesce a toccare diversi argomenti in poco tempo senza risultare incasinato o esagerato.
Bello davvero, un pochinino doloroso alla fine.

10/31/98, di Radio Silence


This is Halloween, this is Halloween.
Essendo Halloween (mica cito Jack per niente, io) alcuni amici vanno in cerca di una festa, e ne trovano una.
Oddio, non proprio.
Anche questo ultimo episodio non è male, ricorda molto alcune leggende metropolitane che non vi dico perché ho lo spoiler facile di questi giorni. Devo dire che la mia concentrazione alla fine è andata scemando, quindi forse non me lo sono goduta come merita. Ho trovato alcune cose un pochino senza senso, o comunque non particolarmente chiare, ma nel complesso si gode bene, sembra un po' più ragionato di altri e questo è sicuramente un complimento.

Alla fine della fiera, V/H/S non è affatto male, se si fa una media simil-matematica una bella sufficienza se la porta a casa.
E di questi tempi è una cosa più unica che rara.




sabato 25 maggio 2013

Lasciami entrare, Tomas Alfredson

15:13
Titolo originale: Lat den ratte komma in
Anno: 2008
Durata: 114 minuti
Trailer:



Delicatezza s.f. 1 Caratteristica di delicato. 2 Gentilezza di sentimenti, di maniere: d. d'animo. Discrezione. Atto gentile.

Lasciami entrare è la favola di Oskar ed Eli. Maltrattato dai compagni di classe e alle prese con i genitori separati lui, vampira lei. Si conoscono, con tutta l'assenza di malizia che dovrebbe essere caratteristica dei 12enni, diventano amici, entrambi così 'diversi' dalla normalità convenzionale.

Quindi, cosa ci fa un film del genere nella categoria 'horror'?
Ah, non ne ho idea.
Quel che è certo è che ognuno di voi, ogni singola persona che per qualche motivo, e in chissà quale modo, è arrivata in questo spazietto rosso, dovrebbe cercare questo film, al di là di qualsiasi genere o categoria, e aprire il proprio cuore alla sua bellezza.

Inizia la pellicola e conosciamo il giovane Oskar, lo vediamo sfogare la rabbia che gli si è accumulata dentro durante la giornata, con i suoi capelli biondissimi e la sua 'passione' per i coltelli. Gli si vuole già bene, perchè non potrebbe essere altrimenti.
E poi arriva lei, Eli, si conoscono in quel modo goffo e spontaneo che hanno i ragazzini, con la curiosità e l'orgoglio, il 'sì ti parlo, ma guarda che di te non me ne frega niente'.

Chiaramente gliene frega qualcosa, visto il crescendo di affetto che li coinvolge. Come accade sempre, con questi affetti così piccoli, e innocenti, il mondo lo si dimentica. Ci siamo solo noi due, ill resto non conta.

Ma Eli deve nutrirsi, la sua natura non può annullarsi solo perchè lei, consapevole della sua drammatica situazione, è stanca di uccidere e non ne può più (sentirla sfogare col padre, vedere lo sguardo disperato di lui, vi spezzerà il cuore). Questo porterà delle conseguenze, è piuttosto ovvio che gli omicidi non possono passare inosservati.



Questi due ragazzini, ognuno così complesso nel proprio essere diverso, sono interpretati splendidamente da due giovani (Kare Hedebrandt e Lina Leandersson - non immaginate quanto ci ho messo a copiare i nomi!) che spero di rivedere presto e che mantengano quello sguardo disincantato che mi ha conquistata.

Tanto per fare un esempio: quando i due si conoscono, la ragazzina è vestita leggerissima, quando siamo in Svezia e pare chiaro che fa un freddone. Passa il tempo, il loro legame si rafforza, e la sensazione (poi ditemi se sono folle e l'ho colto solo io) è che Oskar l'abbia 'riportata' sulla Terra, abbia riportato la sua attenzione sul mondo reale e lei finalmente potesse percepire il freddo.
E sono un fantastico esempio di come le cose sarebbero molto più semplici per tutti noi se fossimo tutti più diretti e sinceri. Eli chiede: 'Io ti piaccio?' e lui risponde 'Sì, molto.' Se le relazioni fossero davvero così, se tutto si potesse ridurre ad un 'Ti piaccio?' forse le persone sarebbero meno tese e ciniche.

Ma aldilà della questione sentimentale, quello che più ho amato di Lasciami entrare è che tutto è così semplice. Non ci sono elucubrazioni mentali da fare, è tutto incredibilmente lineare, chiaro, quasi basilare. Non ci sono elementi di troppo, non troppe argomentazioni tirate in ballo, perchè tutto quello che c'è riempie a sufficienza il cuore di chi guarda.

Il tutto accompagnato da una colonna sonora entrata prepotentemente tra le mie preferite di sempre.

Prima che io mi metta a frignare di nuovo, davvero, concedetegli una visione.

domenica 20 gennaio 2013

30 giorni di buio, David Slade

13:55

Titolo originale: 30 days of night

Anno: 2007

Durata: 113 minuti.

Trailer:
 
 
 
Ieri sera sono andata a vedere Frankweenie. Ma non mi sento di pubblicarne una recensione oggi, perchè ci sono moltissimi blogger più bravi di me che stanno dicendo la loro in questi giorni. Io mi farò sentire più avanti, magari:) Quello che volevo dire è che Tim è tornato. Finalmente. Mi eri mancato, man. 
 
Oggi, quindi, mi dedico a 30 giorni di buio.

Due motivi per vedere il film: Sam Raimi & Robert Tabert, i siori produttori. Facciamo tre, che Josh Hartnett l'è 'n bel veder.

Barrow (Alaska), la città più a nord degli Stati Uniti. La popolazione si prepara ad affrontare l'ultimo giorno di luce, perchè dal giorno dopo il sole non sorgerà per un mese. Quale momento migliore per un esercito di vampiri per fare scorte per l'inverno?

Ebbene, oggi fanno la loro comparsa nella cameretta rossa i vampiri. Niente figure di un romanticismo maledetto, niente sberluccichii (percarità) ma solo spietate, affamate e macchiate macchine da guerra. Come si suppone dovrebbe essere uno che di natura ammazza la gente.
 
Ammetto di non avere una grande cultura su di loro, perchè devo riconoscere (mea culpa, deplorevolissima) che questo è il primo film horror che vedo con protagonisti i succhiasangue. Quindi, niente paragoni.

Parto ringraziando Italia 2 per aver inventato Bloody Sunday che mi dà la possibilità di recuperare quei filmetti per cui non vale la pena sprecare la mia connessione.

(Stasera, per dovere di cronaca, è il turno del primo capitolo della saga di Saw)

Carina la location, sul serio. Si sono risparmiati di inventarsi cagate allucinanti su come tenere i vampiri lontani dalla luce, il Circolo Polare Artico si presta bene. E poi il sangue spicca bene sul bianco della neve. Il fatto che ci fosse sempre buio, poi, dava un'altro aspetto interessante: non c'era mai una pausa. Non arrivava il giorno a salvarti, no, eri sempre in pericolo.

Il rischio quando si affrontano certi argomenti topici è di cascare nel ridicolo, nel già visto o nello squallido. Qua per fortuna non succede. I vampiri sono piuttosto sensati, non fanno troppo orrore, né sono belli, sono solo uomini dalla lontana discendenza cinese, con occhi neri e i denti da squalo. Niente canini lucidi, ma denti da squalo. Che ha senso, perchè se ti morde uno squalo non è che sei contento. Il risultato è lo stesso, solo che alla fine non ti vengono le pinne, ecco. E sono sempre sporchi di sangue, il che è altrettanto sensato. Gli attacchi erano esattamente come io li immaginavo: cattivi, veloci, e soprattutto numerosi. E i vampiri non se ne stavano lì a giocare col cibo come Scar, no no. Ti prendono e ti ammazzano, chiaramente, son lì per quello.

Rimangono pochi sopravvissuti, che fortunatamente non son tutti cretini. Hartnett è lo sceriffo (si può fare qualcosa per il termine 'sceriffo'? Perchè a me ricorda solo quelli col sigaro e il cappello. Hartnett è uno sbarbatello, non può essere uno sceriffo.), sposato ma in crisi con Stella (Melissa George), che ha un fratello di 15 anni, una nonna, e degli amici, dei compaesani, da salvare. I personaggi non sono molto approfonditi, ma in fondo non me lo aspettavo molto. Tutto quanto gira intorno alla royal couple (anche perchè gli altri muoiono come i 10 piccoli indiani).
 
Sul finale ho due opinioni. La Mari femmina dice: 'Oooh, che uomo! Il principe azzurro coraggioso, senzamacchiaesenzapaura, che romantico, uomini così non esistono più!'. La Mari appassionata di horror dice 'Che finale rammollito.'

Insomma, un film carino. Chiaramente non è un capolavoro, ma si fa guardare. Ha degli elementi interessanti (una fotografia bellissima, sembra quasi un bianco e nero in cui spicca solo il rosso sangue, vampiri ben resi e non banali, una colonna sonora su cui dovrò indagare perchè mi è piaciuta tantissimo. .), e hanno limitato al minimo sindacale le cavolate, cosa che apprezzo sempre particolarmente.

Denti sani, gengive protette.
 
 
 
(Vi rimando all'esilarante pagina di Nonciclopedia.)
(Ancora senza foto, mi sto a innervosì)




Facebook

Disclaimer

La cameretta non rappresenta testata giornalistica in quanto viene aggiornata senza nessuna periodicità. La padrona di casa non è responsabile di quanto pubblicato dai lettori nei commenti ma si impegna a cancellare tutti i commenti che verranno ritenuti offensivi o lesivi dell'immagine di terzi. (spam e commenti di natura razzista o omofoba) Tutte le immagini presenti nel blog provengono dal Web, sono quindi considerate pubblico dominio, ma se una o più delle immagini fossero legate a diritti d'autore, contattatemi e provvederò a rimuoverle, anche se sono molto carine.

Twitter

Instagram

Google+