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sabato 30 settembre 2017

Vampires! - What we do in the shadows

09:28


Finisce oggi la Rassegna Succhiasangue.
Dopo morsi, morte, combattimenti e castelli polverosi, però, serve qualcosa per staccare la spina, e se Fright night, l'altro giorno, non è stato sufficiente, ci vuole il carico da mille: What we do in the shadows.




Prendete quattro dei vampiri canonici: il mostro simil-Nosferatu, il dandy elegante e garbato, il bad boy anni 80 e il cavaliere innamorato con una vaga somiglianza garyoldmaniana. Presi?
Metteteli a vivere insieme e ad entrare in contatto con il nostro tempo. La tecnologia, i locali, la musica...
Risultato: What we do in the shadows, uno dei pochi film che mi hanno fatto ridere fino alle lacrime.

Il film si apre con una rassicurazione: stiamo per vedere un mockumentary, che narri la vita di quatto vampiri ai giorni nostri, ma non dobbiamo preoccuparci per la crew che lavora al film. Ognuno è protetto da una croce. Siccome appunto il film è un mock, il primo dei vampiri parla direttamente con noi. L'adorato Viago, il vampiro elegante e curato, ci presenta i suoi coinquilini, andandoli a svegliare nelle loro camere, in un escalation di divertimento che per me è esplosa nel momento della discesa in cantina, luogo nel quale si cela la cripta del riposo di Petyr, l'anzianissimo Nosferatu di casa.
Viago li sta convocando per una riunione tra coinquilini, per parlare dei problemi della casa. Uno su tutti, la totale anarchia nei confronti dei turni delle pulizie. Tutto ciò è inaccettabile per lui, che mette per terra le traversine per non sporcare quando ammazza qualcuno.
La vita dei quattro è abitudinaria, e la loro routine viene spezzata dall'arrivo di Nick, trasformato in vampiro per errore. Nick è giovane e inesperto, e le sue bravate influiranno su tutti gli abitanti della casa.

Io lo dico sempre che a me i film del ridere non piacciono. Non mi piacciono le stand up comedy, non mi piacciono le trasmissioni comiche e per l'amor di dio tenetemi lontana dai buddy movies. Ogni tanto, però, soprattutto quando si gioca così piacevolmente con l'orrore, spuntano queste cosine qui adorabili (il mitologico Shaun of the dead, ma anche il più recente Deathgasm, per dirne solo due) che a me spaccano. Hanno in comune il grande affetto per la materia che trapela da ogni scelta, l'ironia che sì può essere anche scoreggiona quanto volete ma spesso pende più dal lato intelligente della comicità, e spesso il fatto di essere australiani.
Se il mio problema con la comicità è che quando si esagera io inizio a sbuffare, qua il problema non si pone proprio, perché il 90% del tempo più che farmi ridere mi ha lasciato uno stupefatto sorriso divertito, che riesco ancora a sopportare, che è esploso in risata sguaiata giusto con qualche gag che però mi ha messa ko dal ridere. Tutta la forza, per me, sta nei tre assurdi personaggi principali, con la loro ironia disagiatissima ('Look, a ghost cup!'), i loro vestiti inadeguati e il loro legame fraterno.
Ma secondo me basta guardare che due scemi sono questi e la voglia di vedere il film si fionda tra le vostre braccia.


lunedì 10 febbraio 2014

Non solo horror: Little miss sunshine

10:36
(2006, Jonathan Dayton e Valerie Faris)



Non amo le commedie, e credo che ormai sia cosa nota per chi bazzica abitualmente per questa cameretta. Soprattutto non amo le commedie che cercano a tutti i costi di strapparti risate sguaiate. Preferisco di GRAN lunga quelle commedie che ti regalano sorrisi sinceri, a volte dolceamari, ma accompagnati da quel senso di tenerezza che ti regalano solo i bei film.
E Little miss sunshine è poco ma sicuro uno di quelli.

Olive ha sette anni ed è arrivata finalista al concorso di Piccola Miss California. Parte quindi a bordo di un furgoncino Volkswagen di quelli anni 60 con la mamma, il papà coach motivazionale di scarso successo, il fratello che si rifiuta di parlare da 9 mesi, il nonno eroinomane un po' fissato col sesso e lo zio gay appena sopravvissuto ad un tentato suicidio.


Già la presentazione vi fa sorridere, vero? Ma come convivono, simili esemplari umani? Litigando, discutendo, scendendo a compromessi ('Dwayne, se vieni ti prometto che ti faccio iscrivere all'Aeronautica!'), parlandosi sopra, facendo un gran casino. Ma quanto sono reali, nel loro essere volutamente esagerati.

La famiglia parte, e in 700 miglia accadono tutti i possibili disastri di un road trip. E il furgone che non parte, e il nonno in ospedale, e i ritardi, e la strada, tutte. Ma non sono tanto i problemi a suscitare il divertimento, quanto il modo della famiglia di reagire. Il cinismo del nonno, la pazienza della mamma, il silenzio tombale del fratello, tutte caratteristiche a cui nel corso della pellicola ci si affeziona.

E in tutto ciò la piccola Olive conserva la sua totale ingenuità, il suo amare tutti incondizionatamente alla stessa maniera, anche un padre del genere (dopo due minuti l'avrei preso a schiaffi) lei lo abbraccia. Rende il nonno scontroso con tutti dolce solo con lei, riporta con i piedi per terra il fratello in piena crisi isterica. E la piccola Abigail Breslin ha un'aria tenerissima con quegli occhialoni.


Tutto questo buonismo apparente in realtà però non c'è, perché insieme ai sorrisi, Little miss sunshine regala anche scene abbastanza drammatiche (rese comunque con quell'atmosfera leggera che contraddistingue il tutto) e tematiche di una certa rilevanza, dal suicidio, all'omosessualità, alla rivalità personale e lavorativa, quasi tutte incarnate in uno Steve Carell a cui non avrei dato un euro E INVECE, passando addirittura per la morte e per lo spettacolo impietoso dei concorsi di bellezza per bambine.

Si arriva ad un delirante finale, in una scena di gruppo memorabile, in pieno Sundance style, che ridà unità e divertimento ad una famiglia che ha passato un'oretta abbondante di film a litigare. E a quella che se vogliamo può essere anche la 'morale' del film.
La salvaguardia del diritto ad essere sfigati.


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