Visualizzazione post con etichetta infinitoamore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta infinitoamore. Mostra tutti i post

giovedì 9 febbraio 2017

Non solo cinema: Guillermo del Toro Cabinet of Curiosities

19:16
Giusto un paio di settimane fa dicevo che leggo in digitale. Un guilty pleasure cartaceo, però, è rimasto: i coffee table books, ovvero quei libri che sono quasi oggetti d'arredamento, belli quasi più da sfogliare che da leggere. Grafiche interessanti, colori, volumi bellissimi. Chiamarli guilty pleasure è un po' sbagliato, in effetti, perchè io li sogno e basta, mica li compro, perchè i bastardoni sono costosissimi. Il Cabinet of curiosities dell'uomo della mia vita GDT è un regalo, infatti (💝). Costa una sassata. Fare una recensione di un libro del genere è quasi impossibile, ma può essere interessante discutere insieme del prezzo e del valore effettivo, per valutare quanto valga la pena.


Intanto è un volumone. Ma proprio grosso, di quelli che in libreria dovete tenere coricati. La carta è spessa e liscia come la pelle di un avambraccio dalla parte del palmo. Si alternano pagine interamente fotografiche o di illustrazioni ad altre discorsive, oltre a quelle con illustrazioni e foto più piccoli. Anche quelle di sole parole, però, non sono classiche pagine bianche, ma di un bellissimo beigiolino di cui vorrei almeno un paio di vestiti, con quelle bellissime cornicette intorno che mi fanno venir voglia di sfogliare il libro e basta, tanto per rendegli giustizia. È, in soldoni, esteticamente un volume splendido, da sfogliare e risvogliare.

Accade poi, per una felicissima unione di bellezze, che il libro in questione parli interamente di Guillermo del Toro. Se non avete letto questo post non lo sapete, ma il messicano è il mio regista del cuore. Il primo preferito, quello che parla in un linguaggio che pare fatto su misura per me. Un libro intero su di lui non è solo una cosa bellissima, è un sogno. Quindi sconsiglio l'acquisto a chi non ama il signore in questione, che pare una cosa scontata ma oh, non si sa mai.
Si parte parlando della sua vita, ed è interessantissimo. Più avanti si parlerà delle influenze artistiche e della creatività, ma qui ci sono proprio le origini, la bellezza di una mente geniale che si forma e che brulica da subito di entusiasmi ed interessi. Certo, potete guardare Trollhunters per vedere una fedele rappresentazione del giovane Guillermo (qua il post della mia amica Kara Lafayette), ma se non dovesse bastarvi, qua c'è il resto.
Non farò spoiler per chi se lo vorrà comprare e leggere queste cose da sè, ma la cosa migliore devo dirla. La famiglia di GDT era povera in canna quando lui era bambino. Un bel giorno suo papà ha vinto alla lotteria e hanno fatto i big money. Il papà DT, che per fare un figlio così scemo scemo non doveva essere, pensava che a fare la differenza in una casa fossero i libri. Prima cosa comprata con i big money in questione, quindi, furono due enciclopedie: una medica e una di storia dell'arte.
Adesso rileggete quest'ultima parte e ditemi se non è la sintesi perfetta di quello che è il lavoro di DT. Non ne avevo idea prima di leggere il libro, ma quando ho letto questa frase ho pensato che non poteva che essere così. Anatomia e arte.

La sezione successiva parla di quel capolavoro che è Bleak House, il Cabinet of curiosities reale di quello sperperatore seriale di danaro che è Nostro Signore. L'intera abitazione è un museo, pieno (MA PIENO SBOBBATO) di reliquie, ricordi, libri (tantissimi libri), statue, pezzi da collezione, che derivano dal mondo del cinema, della letteratura, dell'arte e non solo. Ha stanze tematiche, angoli dedicati ad artisti in particolare, ricordi del suo lavoro, opere dei fan. È strabiliante, un giorno intero non sarebbe sufficiente a scoprire ogni piccola cosa presente. Ed è tutta rossa, il che mi fa sempre sentire a mio agio.

Pare poi che il divino sia un fanatico della scrittura, credo sia nel gruppo delle Cartopazze su facebook in incognito. Tiene da anni migliaia di quaderni pieni di annotazioni, disegni, schemi, idee. Il tutto per le sue figlie. O meglio, ha iniziato perchè è fatto così, e capisco che tenere a bada una mente così attiva senza segnarsi niente sia pure complesso, ma col tempo ha deciso di averne particolare cura, perchè restassero alle figlie. Se riuscite a non commuovervi...
Pensate a che patrimonio gigantesco avranno per le mani ste ragazze, non oso pensarci.
Nel volume abbiamo l'onore di vedere alcune delle pagine di questi quaderni: sono frenetiche, scarabocchiate, colorate, scritte metà in inglese e metà in spagnolo. È un piccolo spaccato sul suo lavoro, sul suo modo di creare, ed è magico.

Infine, finalmente, si parla del suo cinema. Dopo una parte in cui si parla delle sue influenze e delle sue preferenze, in arte e in letteratura, si inizia a parlare dei suoi lavori, sia di quelli di cui (grazie. al. cielo.) possiamo fruire, sia di quelli mai completati (ancora ci spero in quelle Montagne della follia....). Il tutto in una chilometrica intervista, in cui GDT ci prende per mano e ci accompagna nel suo lavoro, dall'idea alla realizzazione, film per film. È un incanto

Quelle che per me sono la vera chicca del libro intero, però, sono le parole degli altri. Il libro intero è disseminato di brevi interventi di nomi di gente assolutamente irrilevante: James Cameron, Mike Mignola, NEIL amoremio GAIMAN, Ron amoresuo Perlman...
Leggendo l'infinita stima che questi giganti provano per lui si conferma la cosa più importante. Il valore della nostra vita, delle nostre opere, del nostro lavoro, si valuta in base a quello che lasciamo agli altri.
E quello che lascia Lui è immenso.

(Sì, il libro li vale i soldoni. Se potete, è imperdibile.)

martedì 10 gennaio 2017

#CiaoNetflix: Sherlock, S4E2, The lying detective

13:46
Chissà come mai i prodotti di finzione ci coinvolgono così profondamente. Non succede sempre e non succede a tutti, ma quando succede è un fenomeno incredibile, chiederò delucidazioni alla mia amica psicologa. Penso abbia a che fare con l'empatia, o qualcosa del genere.
C'è qualcuno, però, che lo sa molto meglio di me, ed è Steven Moffat, creatore della serie e autore dell'ultimo episodio andato in onda, The lying detective. 


COME AL SOLITO SPOILERISSIMI, CULO CHI LEGGE SENZA AVER VISTO L'EPISODIO

In questa puntata un nuovo Magnussen è sceso su di noi: risponde al nome di Culverton Smith, noto filantropo. Sherlock intuisce la sua natura di serial killer, ne diventa come suo solito ossessionato, e troverà il modo per riprendere con sè John nelle indagini., anche se entrambi stanno ancora elaborando il lutto per la scomparsa di Mary.

Empatia, dicevamo.
Quando scrivi di una grande perdita e di un grande dolore, hai due possibili scelte: o ce ne parli direttamente, riempiendoci gli occhi di immagini spezzacuore e di musica di Alessandra Amoroso, oppure li mostri. Per mostrarli senza parlarne devi essere molto, molto bravo sia in fase di scrittura che nella recitazione effettiva. È inutile che mi ripeta, tutti e tre gli attori che ruotano intorno a questo lutto sono straordinari e ci rendono il coinvolgimento semplicissimo da raggiungere. Quello che è meno scontato è che Moffat abbia scritto del dolore in un modo bellissimo, se questo fosse possibile.
John va in terapia, sembra non cavarsela male, ma vede Mary. La vede, la sente, le parla. Eppure non solo lui stesso è lucidissimo (non sta perdendo la testa per il dolore, non sta impazzendo), ma la visione stessa di Mary lo riporta costantemente con i piedi per terra, ricordandogli che lei non è altro che un prodotto della sua mente. Io non so quanto il fatto che quella lì fosse davvero sua moglie (o almeno che lo fosse al tempo, ora sono separati) abbia influenzato sulla performance di Freeman. C'è uno sguardo, in particolare, che mi ha annientata: John e Mrs Watson sono di fronte al video che Mary ha fatto per Sherlock. Quando la si sente dire, per la prima volta, 'Save him, save John Watson' la camera è fissa su di lui, e lui se ne esce con un'espressione che è un po' un sorriso, un po' un ghigno disperato, un po' il tentativo di non esplodere, ed è INCREDIBILE. Una scena da un secondo eppure una delle più alte di tutto l'episodio. Questo è lo Sherlock che ricordavo, una scena scura e minimale che è un proliferare di sentimenti.

E Sherlock?
Sherlock non è in sè, è Shezza, è tornato lo Sherlock tossicodipendente. Non che le droghe gli siano mai estranee del tutto, ma è tornato nel pieno del suo consumo. E anche se la trama ci dice che il suo consumo era volto anche al caso del serail killer, noi sappiamo che non è solo così. Non risponde di sè, lo vediamo toccare il suo punto più basso, urlare, scalpitare. Siamo abituati ad un aplomb diverso, raramente ha perso il controllo, raramente ha espresso i suoi sentimenti. Questo, però, vale solo a parole. Come la straordinaria Mrs Hudson ci ha fatto notare, Sherlock è molto più emotivo di quanto vuole far trasparire: spara, colpisce, accoltella quello che gli sfugge. Non tollera di perdere e di non capire, e non c'è niente di più umano di questo. È di Sherlock la battuta migliore dell'intero episodio, nella scena (che al momento in cui scrivo ho visto quattro volte), del confronto con John:
'In saving my life she conferred a value on it, in a currency I don't know how to spend.'

E per la prima volta, Sherlock sembra soffrire davvero. Sembrava fermo anche quando stava prendendo una manica di mazzate da John, nella scena che a me ha spezza il cuore più di tutte. Ma qui, quando ha lo sguardo perso nel vuoto nell'ammettere che c'è qualcosa che non sa, è devastante. Vorrei dire che mi sono fatta forza, che non ho pianto, invece mi sono prosciugata. Subito dopo, la confessione di Watson alla moglie, all'immagine che ha di lei. Il tradimento (mai consumato), i pensieri, l'averla trascurata. Nemmeno il momento leggero in cui si ritira in ballo Irene Adler è stato sufficiente ad abbassare l'esplosivo impatto emotivo del momento.

Mary, in tutto ciò, è strabiliante. Buffa, allegra, intelligente, curiosa come sempre. C'è un quarto di secondo in cui rivolge uno sguardo orgoglioso al suo uomo, gli sussurra 'Attaboy' con una dolcezza che hanno causato pelle d'oca costante. Per tutto l'episodio fa quella cosa che John le attribuisce nell'ormai citato confronto con Sherlock: tira fuori il meglio di lui. Lo spinge ad andare oltre, a chiedere informazioni, ad approfondire. Ad un certo punto dice un semplice 'JOhn, do better' che è la summa del suo comportamento per tutto l'episodio. Ed è quello che gli lascia alla fine, quando sembra pronta a lasciarlo andare, incitandolo ad essere sempre l'uomo che lei credeva lui fosse.

Mrs Watson finalmente smette di essere l'ochetta che credevamo, sappiamo da sempre che ha molto più carattere di quanto ci sia mostrato, perchè sappiamo del suo passato. Qui è la figura materna di cui i due uomini avevano bisogno: è determinata ed estremamente protettiva, il suo confronto con il sottovalutatissimo Mycroft è esemplare. Mycroft, dalla sua, non è male come viene rappresentato. È lui quello realmente incapace con gli umani, non possiamo mica fargliene una colpa.

In conclusione, il caso: brillante. I serial killer sono i preferiti di Sherlock, lo sappiamo dal primo episodio ('It's Christmas!'), e lo vediamo dalla passione con cui ci si butta. Il suo cervello torna ad essere al massimo delle sue capacità, portandolo, come sempre, due passi avanti agli altri (o due settimane, dipende dai punti di vista).
Il finale è stato soprendente: sapevamo dai rumors che in questa stagione il terzo Holmes avrebbe fatto capolino e conoscendo lo stile di scrittura della serie sappiamo che le pistole di Cechov non sono certo una novità, quindi se inseriscono qualcosa o qualcuno di nuovo questo deve colpire. Io, però, che sono nata e morirò babba, non avevo capito un cdn e quindi ho AMATO il finale.

Scusate per il fiume di parole fuori programma. Mi prudevano le dita, non avrei mai potuto aspettare sabato a parlarne.


martedì 2 agosto 2016

Non solo cinema: Sandman

14:57
Io sono una persona invidiosa, scendiamoci a patti.
Non invidio le stragnocche, nè quelli ricchi sfondati, nè quelli che guadagnano per fare poco o niente. Cioè, un po' sì, ma non COSì tanto.
I veri oggetti della mia invidia più tremenda, quella che mi fa tremare le labbra dal risentimento sono i bei cervelli. No, non i sapientoni con una conoscenza sconfinata, quella la possiamo (più o meno) raggiungere tutti. Io invidio i cervelli in fermento, quelli viaggiatori, quelli che, insoddisfatti del mondo reale, se ne creano altri mille dal nulla, tutti nuovi. Ancora di più invidio quelli che il mondo reale lo sfruttano, spolpandolo fino al midollo, ispirandosene per creare universi incredibili.
Uno di questi fortunati signori, portatori di menti straordinarie, è Neil Gaiman.


Incontro Sandman grazie a Riccardo, ovviamente. Me lo consiglia perché sa (e chi meglio di lui) che lo adorerei. Quindi, me lo procuro.
Primo ostacolo: disegni dall'aspetto vecchiotto, tavole a volte confuse e una necessità di attenzione che non pensavo un fumetto richiedesse. Mollo la presa.
Ma ricomincio, tempo dopo. Decido che posso dare un po' di più a qualcosa, se Riccardo mi dice che ne vale la pena. Oltretutto lo dice anche l'unica Youtuber al mondo per cui provo sincera ammirazione (lei), non posso resistere oltre. Perché, ma questo lo scopro dopo, Sandman vuole tutto. O si è disposti a dargli la massima attenzione, come se niente altro al mondo esistesse, o lui si trasforma in un caotico insieme di disegni molto scuri. Dategli la vostra concentrazione, e lui si scioglierà tra le vostre mani, come una miciona che fa le fusa.

Ma sto Sandman chi è?
È Morfeo, il signore del sogno. Uno sciocco romantico che si autocommiserava, ma con una certa dose di fascino personale, come l'ha definito uno dei suoi fratelli (il mio preferito, tra i suoi fratelli).
E com'è?
È bellissimo.
Alto, magro, con abiti scuri, mantelli, sempre blu o neri, i capelli spettinati, l'aria trasognata e misteriosa di un poeta francese, circondato di donne ma sempre scostante, affascinante ma inquietante. Lo amo appassionatamente. Poi, sì, è una lagna, e non esiste per lui definizione migliore di quella che gli riserva suo fratello. Sta spesso solo, a rimuginare sui (parecchi) mali della sua vita, a fissare il vuoto del suo sconfinato regno ripensando alle donne che ha perso. Mi fa impazzire, un eterno emo ma dai poteri sconfinati.


Se il potere dell'opera di Gaiman fosse da ricercarsi solo nel suo protagonista, però, temo che 25 anni dopo non saremmo ancora qui a parlarne con così tanto amore. Il punto di Sandman è che intorno a Sogno sta un universo intero. Uno splendido, poetico (questa parola tornerà spesso, nel post, temo), colorato, bizzarro universo, fatto di epoche storiche diverse, personaggi noti, corvi che parlano, teste di zucca, cieli scurissimi, demoni e angeli (un indimenticabile Lucifero), storie e avventure.
Più importanti del resto, però, ci sono gli altri Eterni. Morfeo ha sei fratelli: Delirio (la mia sorella preferita, torno a parlarvi di lei dopo), Morte, Disperazione, Desiderio, Destino e il fratello perduto, Distruzione. Ognuno di loro è così incredibilmente perfetto nella resa da far commuovere. Funzionano in modo sbalorditivo, con i loro colori, i loro vestiti, le loro parole. Qualunque mente abbia creato queste figure non può essere una mente comune.
Cercare di spiegare alle persone i motivi per cui Sandman dovrebbe davvero entrare nella loro vita è difficilissimo. È come cercare di dar voce ai motivi di un sentimento.
'Perché ti sei innamorata proprio di quello lì?'
'Mah, non lo so, è bello, è buono, è intelligente...'
Potrebbero pure essere tutte motivazioni verissime, ma il sentimento è molto di più, e si fa forza proprio della sua irrazionalità. Non posso spiegarti perché amo, amo e basta.

E se amare vuol dire anche lasciar andare le proprie difese ed arrendersi all'evidenza, Sandman fa lo stesso. Il mio occhio non è abituato a disegni così datati, io arrivo da una storia di letture di fumetti molto più basici nella rappresentazione. Qua, se si accetta di uscire dalla propria comfort zone ci si ritrova con doppie pagine blu scuro, come la spettacolare immagine di una gigantesco Destino che cammina nel cielo, affascinantissimo con il suo libro e il suo cappuccio. Sono certa che se avete letto il fumetto avete ben presente di che pagina sto parlando.
Se si accetta di entrare in qualcosa di molto più complesso del convenzionale fumetto d'intrattenimento, l'esperienza è irripetibile. Bisogna dimenticarsi di come si fa a leggere per 'perdere tempo', perché qua l'arricchimento che se ne ricava è straordinario. Se questo impegno può spaventare, e lo capisco, ne vale assolutamente la pena.
Quello che vi deve spaventare più di tutto, però, sono i vostri sentimenti. Arriverete alla fine dei volumi con un coinvolgimento emotivo importante, e la fine sarà devastante. Io ne sono reduce giusto da qualche minuto, e non sto bene. Da un lato vorrei non averlo mai letto, per poterlo ricominciare ora con il cuore intatto e il cervello neutro, dall'altro avendone coscienza non vorrei mai più sottopormi ad uno sballottolamento emotivo così forte.
Quando si possiede una mente così vasta e vagabonda, come quella di Gaiman, non si riescono più a comprendere i confini tra i generi. Hai un'idea, la sviluppi, e finisci per travalicare qualsiasi etichetta. Sandman è fumetto, pittura, romanzo, racconto, scultura, cinema, poesia, arte. È un modo nuovo di vedere il mondo, le cose, le storie. Ed è un modo che influenza tutto il resto, coinvolge il modo di approcciarsi a ciò che ci circonda, stimola il cervello a creare, invita a lasciare libera la mente, ché il mondo del Sogno è libero e vagabondo.


Devo chiudere il file del fumetto, sul pc, e non mi va.
Chiuderlo vuol dire rientrare nel mondo reale, e niente sarà più all'altezza.

lunedì 2 novembre 2015

Crimson Peak

14:46
POTREI ESSERMI LASCIATA SCAPPARE QUALCHE SPOILER.


COSA VOLEVO
'Oddio un film nuovo di Del Toro! Oddioddioddio.'
'Uh, i fantaaaaaaaaaaaaasmi!'
'TOM HIDDLESTON! Stringimi la mano, Guillè, che ti voglio ancora più bene.'
'Oddioddioddioddioddioddio'
'Epoca vittoriaaaaaaaaaaaanaaaaaaaaaaaaaaaa'
'Ah, ma c'è anche la Chastain, sei proprio un omone intelligente, che bella testa che hai'
'<3<3<3'
'Ma tu vuoi proprio che io muoia, dimmelo che lo vuoi, io non reggo a tanto splendore, io sverrò in sala, il mio cuore non può sopportare questa attesa,ma chi me lo dà il coraggio, ma con che forza posso vivere fino all'uscita'

Questi, in ordine cronologico più o meno corretto, sono i pensieri che hanno attraversato la mia mente dal momento in cui Crimson Peak è stato annunciato, più o meno sei ere geologiche fa. Almeno questo mi sono sembrate.
Tanto ero concentrata sul nuovo film di Del Toro che la settimana scorsa ho sbagliato a comprare il latte per il bar dove lavoro.

Ogni minimo aspetto di quanto ci era strato mostrato del film sembrava cucito addosso alle mie preferenze: attori, location, storia, regista, epoca, ogni cosa mi faceva battere il cuore dall'impazienza. Mai nella vita mi era capitato di incontrare una pellicola che mettesse insieme così tante delle cose che amo, per cui le mie non erano nemmeno aspettative, erano proprio certezze.

Nell'ordine, mi aspettavo: un gran bel film, raccontato con tono incantevole, con quel modo di raccontare ogni storia come se fosse una favola, con quello sguardo sui personaggi che te li rende indimenticabili. Dei colori incredibili e immagini mozzafiato perché Del Toro mi ha abituata molto bene, non posso scendere a compromessi che mi portino ad accettare una qualità visiva minore di quella a cui lui stesso mi ha fatta affezionare. Fantasmi, tanti, rumorosi e se possibile vecchio stile, un po' poltergeist: scricchiolii, rumori sibilanti, porte che si aprono da sole, volevo sentire i peletti della nuca alzarsi in modo talmente lento da farti impazzire, roba da picchiettarsi il coppino fino a farlo sobbollire. Romanticismo vittoriano, un po' janeaustiano, di quelli in cui il sentimento nasce da lontano, delicatamente, molto molto più dolcemente che non tramite Whatsapp.


COSA HO AVUTO

Tutto tutto tutto quello che volevo.
Per davvero.
È quasi surreale, una sensazione straniante per chi non ci è abituato. Ho visto tanti film che ho amato, ma per la prima volta ho provato cosa significa quando ogni tuo desiderio viene soddisfatto. Del Toro ha compreso esattamente cosa amo, perché probabilmente è quello che ama anche lui, non so spiegarmi altrimenti questo mix perfetto di mie grandi passioni. Ci sono certe inquadrature che parevano finte, dei quadri, dei dipinti impressionisti. Questa villa incredibile immersa nel nulla, circondata solo di chiara e finissima nebbiolina, con l'argilla cremisi che pian piano emerge, fino a ricoprire completamente il terreno intorno alla casa, mi hanno rubato il cuore. All'interno, poi, mi ha fregato con i colori. Mi aspettavo toni molto caldi, a fare quel contrasto con il bianco che tanto mi rende felice, tonnellate di rosso, un bel marrone intenso. Ci sono, non preoccupatevi. Ma mi ha fregato, il mio amorone, mettendoci degli elegantissimi quanto inaspettati tocchi di quello che è da sempre il mio colore preferito: l'ottanio. Intere gigantesche pareti di un blu petrolio incantevole, per non parlare di quella coperta che ancora sogno la notte.
Lo sapevo che le immagini sarebbero state uno dei punti di forza, ci avrei scommesso le dita dei piedi, perché io nella testa ho i modi per pressare il caffè o la quantità di gelato da mettere in un cono da 2,30, lui ha vallate di fiori, tavolozze di colori, struggenti primi piani di donne sofferenti. E cosa ti aspetti da una mente così? Nient'altro che bellezza, nella sua concezione più poetica.
D'altro canto, nemmeno la storia mi ha deluso. Non che lo temessi, ma insomma, va specificato. Parliamo di Edith, giovane aspirante scrittrice di Buffalo, che anziché sposarsi con il bravo medico di famiglia che le sbava copiosamente dietro da tempo immemore si piglia una sbandata senza precedenti per sir Thomas Sharpe, con il quale finisce per sposarsi dopo la prematura e violenta dipartita del padre di lei. Dopo le nozze i due si trasferiranno nella proprietà del baronetto, villa fatiscente emblema del fallimento della loro famiglia. Non vivranno soli, a dividere con loro l'incantevole Allerdale Hall sarà Lucille, sorella di Thomas.
Lucille e Thomas sono la bomba pronta ad esplodere, la tensione tra i due è talmente papabile che avevo quasi paura di spezzarla solo respirando. E sono due mostri, un Hiddleston bello da far soggezione e una Chastain con quel viso lì che non so cosa possa avere fatto sta stronza per meritarselo. Chiudete gli occhi, immaginateveli vestiti con splendidi abiti vittoriani. Immaginateli scambiarsi sguardi di un'intensità rara, immaginate gli occhi di lui guardare la Wasicosa e realizzare che ne è innamorato, figuratevi nella mente due paia di occhi che trasudano erotismo e sensualità. Due bellezze raffinatissime, e tanto basterebbe ad elevarli al rango di divinità.
Poi recitano.
E allora capisci che la sopracitata definizione mica è sufficiente.
Un crescendo emozionantissimo che culmina con un braccio teso, e un dito rosso e morto dritto ad indicare la stanza in cui si consuma la vergogna.
Chiamiamola vergogna, perché ai nostri occhi è tale.
Ai loro è amore.
Folle, malato, irrazionale, di quelli che ti marciscono dentro, di quelli che ti uccidono. O che ti fanno uccidere. Di quelli a cui non sopravvivi.
Solo in mani dorate come quelle del messicano potevano prendere un sentimento così, e trasformarlo in un film che è quasi poesia. Che è talmente completo, raffinato e commovente che ti ribadisce due volte che 'i fantasmi esistono' e tu non dubiti nemmeno per un istante che sia così.


martedì 1 settembre 2015

Maripensiero: I miei film preferiti

11:17
Oggi è il primo di settembre.
Vi apparirà forse una banalità specificarlo, ma in casa mia (ma sono certa anche in casa vostra) significa FINALMENTE fine di qust'estate di sto cavolo. E io ne gioisco immensamente, il che per me è paradossale dal momento che amo il caldo torrido e il sole.
Concludo questa spaghettata di affaracci miei raccontandovi che la degna conclusione di questo periodone si è concretizzata con la morte del mio pc. E con morte intendo che lui ci prova ancora a tirare fiato ma che i medici hanno ormai diagnosticato la morte cerebrale. 
Non appena arriverà quello nuovo ritornerò a stalkarvi e a recuperare tutti i vostri vecchi post che mi sono persa con mia somma rottura di palle.

Riassumere in un solo post tutti i film che governano sul mio cuore mi sembrava un buon modo di ricominciare. Chi bazzica da queste parti da un po' riconoscerà i soliti titoli noti che tiro in ballo con frequenza regolare, ma mi piace l'idea di averli tutti qui insieme, per venire a farmene coccolare qualora avessi bisogno di terapia.
L'ordine è rigorosamente sparso, che ve lo dico a fare.

  • Shining (1980, Stanley Kubrick) 

Navighiamo nell'ovvio. Il film a cui ogni virgola di questo blog è dedicata, dal titolo in poi, l'Opera d'Arte Definitiva. Tante volte ho cercato di trovargli un difetto, mi ci sono anche impegnata, ma niente, Shining va oltre l'umano. Forse una scelta più di testa che di cuore, ma ogni volta che premo play e vedo quella magnifica sequenza iniziale rimango sbigottita di fronte a quello che un essere umano può fare.
Ogni volta che mi veniva chiesto quale fosse la mia passione io avevo difficoltà a rispondere, poi un giorno ho capito che io sono appassionata di talento.
Amo gli scrittori capaci, che sorprendono col loro modo di usare le parole irraggiungibile per noi semianalfabeti, amo gli illustratori e li invidio tantissimo perché io non so fare nemmeno la o con il bicchiere, amo i musicisti e gli autori che sono in grado di tirarmi fuori emozioni che nemmeno sapevo di avere, e soprattutto amo i registi che miscelano le parole, le immagini, le emozioni. Ecco, Kubrick sta SOPRA alla mia personale definizione di talento.
Lui è proprio un'altra cosa.
Il sangue che scorre dagli ascensori mi causa ancora oggi un'angoscia ineguagliabile.

  • La città incantata (2001, Hayao Miyazaki)

Non mi piacciono i cartoni animati.
Ecco, l'ho detto.
Ci sono alcune eccezioni che si sono fatte voler bene, ma in linea di massima li evito perché mi stufano tantissimo ma più probabilmente perché sono una bestia senza cuore.
Ma La città incantata mi ha preso il cuore e ha deciso di tenerselo. Appurato che lo Studio Ghibli è in generale di un livello talmente superiore da non potersi paragonare a nessuna delle case occidentali se non per umiliarle tremendamente tutte, questo film in particolare non è altro che Poesia.
Ogni disegno, ogni colore scelto, ogni parola pronunciata, ogni personaggio, TUTTO in questa pellicola è Poesia, noi possiamo solo leggerla, farcene conquistare, lasciargli lo spazio che merita, e farci rubare ogni emozione. Perché se le prenderà tutte senza eccezioni.
Ne ho parlato in modo più approfondito qui.

  • Harry Potter e il prigionero di Azkaban (2004, Alfonso Cuàron)

Vi ho fatto una testa così con Harry Potter in questo post.
Di tutti e 7 i libri, però, ce n'è uno in particolare che supera abbondantemente la qualità (indiscussa e indiscutibile) degli altri, ed è il terzo. Stesso dicasi per il film.
In questo libro (e quindi nel film) c'è la mia scena preferita della saga. Uno dei capitoli migliori di ogni libro che abbia mai letto.
Harry, Ron ed Hermione sono finiti nella Stamberga Strillante con il professor Lupin. E' il momento in cui scopriamo la verità su Sirius, su chi sia realmente, su cosa è davvero successo la notte in cui sono morti James e Lily, su chi li abbia traditi.
Un romanzo intero per giungere a quella magnifica scena, in cui Lupin (a mio modestissimo parere uno dei personaggi migliori di ogni tempo) sta combattendo tra quella che credeva essere la verità e il suo bisogno di smentirla, la voglia di credere che Sirius fosse innocente e la consapevolezza che in fondo lui questa innocenza l'aveva sempre creduta. Il tutto di fronte a tre ragazzini convinti di essere in pericolo di vita e che invece non si rendono conto di essere nel luogo più sicuro del mondo, in compagnia di alcune tra le pochissime persone che darebbero la loro, di vita, pur di salvarli.
Per me tutti gli psicologi del mondo potranno scrivere migliaia di saggi, ma il migliore trattato sull'amicizia mai letto signori l'ha scritto la Rowling in un libro per ragazzi.

  • Il cigno nero (2010, Darren Aronofsky) 

Ormai il mio livello di fangirlismo per Darren sta raggiungendo livelli imbarazzanti. Il cigno nero è il film che avrei voluto girare io, se mai mi fosse venuta la passione per la regia. Per quegli splendidi movimenti di macchina che mi lasciano senza fiato (ma ci balli, tu Darren, con ste macchine da presa? Non si spiega altrimenti.), per quella sequenza finale da brividi, per quella recitazione incantevole a cui non avrei dato due spicci, per il modo in cui si è preso l'animo umano e lo si è spolpato, sviscerato ed esaminato, così raffinatamente.
Per quella grandiosa scena di Natalie Portman che cammina da sola e incrocia un'altra donna che altri non è che sempre se stessa e che mi ha lasciato senza parole.
Quanto bene posso volere a questo film, mi ha lasciata incredibilmente senza parole.

  • Dirty dancing (1987, Emile Ardolino)

Quando entra in gioco l'infanzia c'è poco che si possa dire.
E' il film che mi ha tirata su e mi ha accompagnata per tanti di quegli anni che è come se si fosse fuso con gli avvenimenti della mia vita.
Ve ne parlo qui.

  • La casa (1982, Sam Raimi)

Non guardavo film horror da qualche anno, causa traumi subiti dalla visione in età decisamente poco consona de L'Esorcista. 
Poi un giorno sono andata in edicola a comprare una rivista di videogiochi per mio fratello, e in omaggio c'era questo dvd. La curiosità, e il germe della passione che stava ancora dentro di me e che non vedeva l'ora di rispuntare, hanno vinto sulla paura e da allora sono rifinita nel vortice di quel certo tipo di cinema da cui ancora non riesco ad uscire.
Quello che rende il lavoro di Raimi tanto speciale è che quando l'ho visto per la prima volta mi sono sentita nello stesso modo in cui con ogni probabilità si sono sentiti loro mentre lo giravano: in giro a cazzeggiare con degli amici deficienti.

  • Little Miss Sunshine (2006, Jonathan Dayton e Valerie Faris)

Perchè da quando ho visto questo film ho capito il vero motivo per cui mal sopporto le commedie (con le dovute eccezioni): perché non sono tutte così.
E' dolce di quella dolcezza che piace a me, mai totale e stucchevole, ma che riesce ad essere tale pur comprendendo al suo interno le dovute dosi di amarezza o nostalgia. E poi è un po' weird, con questi personaggi anomali e allo stesso tempo così reali.
E quel balletto finale, degno del Sundance, quanto potrà essere adorabile?

  • Kill Bill  (2003/2004, Quentin Tarantino)

Io LO SO che i cinefili seri e competenti quando pensano a Quentin dicono che i suoi film migliori sono altri.
Lo rispetto, eh, anche io amo praticamente ogni cosa esca dalle sue manine dorate, gli vogliamo tutti un bene dell'anima.
Ma Kill Bill è una BOMBA.
E' Uma Thurman STREPITOSA, è tonnellate di sangue, è i Santa Esmeralda, è il Pussy Wagon, è intrattenimento intelligente e citazionista, è cinema allo stato brado, è goduriosissimo.
Decisamente il mio preferito.

martedì 28 luglio 2015

Tratto da un racconto di Stephen King: Stand by me

23:04
(1986, Rob Reiner)

Ho pensato a lungo su quale potesse essere il film migliore da trattare individualmente perché per quanto ci ostiniamo a dirlo, non è vero che ogni film tratto dai lavori del troppo nominato Stephen King fa pietà.
Alcuni fanno piangere dall'amarezza (Mercy, Mercy, Mercy!!), altri sono minuscole caccolette in confronto alle parole del Meraviglioso, e poi ci sono quelli belli.
Che quando dico belli intendo Belli.
E sarebbe facile stare qua a elencare i motivi per cui ritengo Shining l'unico film al mondo degno di essere chiamato Perfetta Opera D'Arte, oppure ribadire l'intramontabile fascino di Carrie o Misery.
Ma lo sappiamo già.
(Non che ribadirlo faccia male, ANZI, qua siamo a favore del repetita iuvant)
Di fianco a questi colossi dell'horror, però, ci sta Stand by me. 
Che titolo bellissimo, eh?
Stammi accanto.


Non importa a quanti anni si affronti la visione di Stand by me per la prima volta. Non importa che siate stati bambini composti e beneducati o coloriti maschiacci poco puliti. Non importa nemmeno che i vostri film preferiti siano di tutt'altra pasta. E non importa neanche se pensate che il solito autore sia un mediocre essere come tanti altri.
Stand by me è la trasposizione in pellicola del racconto in cui il Nostro ci mostra tutta la sua capacità di prendere l'animo umano e riproporlo in parole. In cui dimostra che non serve essere bambini per raccontare i bambini.
Basta una buona memoria.
Perché non c'è niente di più reale e universale della voglia di avventura (di qualunque tipo essa fosse, non c'è certo bisogno di scappare di casa di nascosto per viverne, anche se lo sognavamo tutti), e del desiderio di viverla con i volti cari dei nostri amici. Quegli stessi amici che prendono il tuo grande dolore e lo stritolano sotto le mani quando ti abbracciano, o quando ti danno un pugno, o quando ti buttano giù da un ponte per impedire che il treno vi investa entrambi.
Il dolore, sì, quello che già a 13 anni senti fortissimo alla bocca dello stomaco, anche quando magari non ne puoi comprendere tutte le implicazioni ma che può comunque rovinarti il funzionamento dell'apparato digerente e il ritmo sonno-veglia.
Essendo così giovane guardo a quell'età con ancora troppo coinvolgimento, non ho il distacco necessario per analizzarla come si deve.
Anche se, in effetti, ci si stacca mai dal noi stesso bambino?
King non lo ha fatto, ma nemmeno Reiner.
Che è riuscito a rendere, in un modo incantevole, tutto lo splendore di quegli anni, quando un secondo prima ti atteggi a uomo vissuto con la sigaretta in bocca e quello dopo preghi i tuoi amici di non raccontare storie dell'orrore perché te la fai sotto.
O quando vorresti trascorrere le giornate in spensieratezza, a cantare canzoncine per insultare le mamme dei tuoi amici (questo non passerà mai di moda) e a scappare dai bulli, come ci si aspetta che tu faccia a quell'età, e invece vivi col tremendo dolore della perdita di un fratello, o con la complicata convivenza con un padre difficile.
Quando vorresti essere già adulto e nello stesso tempo non esserlo mai.


Di tutte le scene iconiche che Stand by me ci regala, quella che preferisco e che credo renda perfettamente in immagini tutto il discorsone fatto sopra è una breve scena in cui i quattro amici stanno camminando in file da due. I ragazzi dietro stanno parlando del loro futuro, dei loro genitori difficili, dei loro desideri anche lavorativi. I due salamotti che stanno davanti, invece, discutono animatamente su chi sia più forte tra Braccio di Ferro e Superman. Entrambe conversazioni che riescono ad essere perfettamente legittimate dall'età dei protagonisti. Teneramente commovente, con quel loro modo di essere così goffi e impacciati, e quel sentirsi già così maturi. E così per tutta la durata di questo sognante e incredibile film, in cui scene dolcemente comiche si alternano a quelle altrettanto dolci ma struggenti.
Quanto è struggente vedere questi ometti entrare nel nero del dolore e cercare di nuotarci in mezzo, perché è proprio qui che stanno imparando come si fa a starci a galla. In un battito di ciglia avranno già imparato a gestirlo, ma ora sono qui e devono sbattere forte le gambe, anche se dopo un po' fa male e vengono i crampi.
Non ci si sveglia un mattino improvvisamente più grandi, saggi e ragionevoli. Si cresce minuto dopo minuto, su quelle rotaie in cui un passo non è mai compiuto dalla stessa persona che ha mosso quello precedente.
E non te ne accorgi mai, che stai crescendo.
Tu vivi, e basta.
Quando ti fermi a riflettere ti accorgi che magari è cambiato il modo di vedere le cose, o che i tuoi interessi non sono più gli stessi, che è mutato persino il tuo modo di rapportarti con le altre persone. Ma quando tutto questo stravolgimento sia avvenuto, tu mica lo sai.
Tu stavi solo passeggiando sui binari.

lunedì 11 maggio 2015

Maripensiero: Harry Potter

18:34
(Questo è un post abbastanza personale. E con abbastanza intendo molto. Prendete quello che ne uscirà con le dovute precauzioni, poi la prossima volta torniamo a fare i cazzoni come sempre che è il motivo principale per cui MRR esiste)

Più volte mi sono detta che avrei davvero dovuto parlare anche di Harry Potter, qui sul blog. E ci ho provato, eccome se ci ho provato. Ho scritto tonnellate di parole che poi sono finite nel cestino in tempo record.
Niente era mai abbastanza. Niente era sufficientemente poetico, o adeguato, o significativo. Quindi via, nel dimenticatoio.

Poi ho capito dove stava il problema.
Per parlare di qualcosa di così tanto amato non posso usare espedienti ricercati, non posso cercare di creare qualcosa all'altezza.
Niente potrà mai essere all'altezza di Harry Potter perché, semplicemente, Harry Potter non è in alto.
Sta quieto in basso, in mezzo a noi, con l'umiltà e la tenerezza che contraddistinguono la sua splendida autrice.

Come tonnellate di altri bambini al mondo, sono arrivata ad Hogwarts nel 2001, con l'uscita in sala del primo film, Harry Potter e la pietra filosofale. Mi ci aveva portato un'amica di mamma, la zia Stella. Rimasi talmente folgorata da desiderare il libro immediatamente (la mia passione per i libri è nata molto prima di quella per il cinema). E così via, libro e film, libro e film, libro e film, per DIECI ANNI della mia vita.
Il caso ha voluto che nel 2001 io avessi 11 anni. Come Harry.
Ne ho avuti 12 quando ne ha avuti 12 lui, e siamo venuti su insieme fino al momento in cui crescere non era più rimandabile.

Facciamo un passo indietro.
A 11 anni non ero una bambina felice.
Non sono stata felice a 12 anni, nè a 13, e non posso certo dire di esserlo ora.
La mia famiglia mi ha sempre fatta partecipe degli eventi che ci accadevano, fin da quando ero piccolissima. Ho convissuto in piena coscienza con problemi non indifferenti fin da quando so parlare.
Se state scrivendo un commento a proposito di queste affermazioni, fermatevi, per favore. Non è certo la vostra commiserazione il motivo per cui sto scrivendo questo ma per farvi comprendere a fondo il clima in cui la saga della Rowling si è trovata impiantata.
Perché questo ha fatto. Si è impiantata, come un seme. Il terreno a disposizione sembrava inaridito, iniziavo ad coltivare il cinismo che oggi porto con orgoglio. Ma una bambina di 11 anni non può mai essere cresciuta del tutto. In mezzo al terreno inasprito c'è sempre un angolino di prato verde. La Rowling l'ha trovato e ci ha coltivato su. Come un radbomante ha trovato il luogo in cui stava l'acqua e in cui la sua pianta sarebbe riuscita a crescere.
Il giovane prescelto a 11 anni scopriva che la sua orribile vita stava cambiando per sempre. Scopriva la magia! Scopriva che qualcuno gli aveva voluto bene. Di quel bene immenso che porta tua madre a morire pur di permettere a te di vivere. E proprio io, che vivo nel complesso di non essere mai amata da nessuno, che sono l'eterna seconda, che non riesco a dare per 'dovuto' nemmeno l'amore di mia madre, guardavo questo piccoletto rinascere forte dell'amore che anche lui aveva avuto, mentre un uomo gigante impiantava a sua volta una coda di maiale nel sedere del cugino.
E poi, l'arrivo a Diagon Alley, lo sguardo spalancato di Radcliffe affamato di bellezza, di inaspettato, di nuovo. Lui e io, insieme, guardavamo al domani come a qualcosa di meraviglioso, qualcosa di magico.

Passavano gli anni, e le cose continuavano a succedere nella mia vita. Ma, da quel Natale del 2001, ho avuto un'altra casa in cui rifugiarmi quando le pareti della mia sembravano stritolarmi sul letto: Hogwarts.
E se pensate che un libro non sia un'evasione sufficiente dai problemi, è perché non avete mai permesso ad un romanzo di entrarvi dentro.
Soprattutto se quel libro non ha pretesa di grandezza alcuna. Non ha pretesa di cambiare la vita, entra in punta di piedi nel tuo mondo, qualunque esso sia, ma finisce inevitabilmente per prenderne totale possesso.
E tu stai lì, a cercare di stare in equilibrio tra tutte le cose che ti accadono intorno, e pensi che vorresti solo stare chiuso in un angolo a piangere fino a perdere la voce. Ma perchè farlo? Ron non si lamentava, di vivere in una famiglia povera che non gli poteva garantire la lussuosa divisa nuova di pacca come quella di Malfoy. Hermione, vittima del 'bullismo' per via delle sue origini Babbane, non stava chiusa in bagno a piangere su se stessa.
Perché avrei dovuto io?
Indirettamente Harry Potter mi ha mostrato l'inutilità del piangersi addosso. Allo stesso tempo, mi ha illuminato su come una grandissima percentuale delle cose che accadono dipendono dal mio modo di prenderle. Lentamente, nel corso degli anni, si è insediato come principale spunto educativo, laddove figure più concrete di Albus Silente avevano fallito in precedenza.

Mi rendo conto che leggere certe parole sapendo che sono rivolte ad un mondo fittizio possa suonare bizzarro agli occhi di chi questo amore non l'ha vissuto. Ma Harry Potter è stato lì nel momento in cui avevo bisogno di appoggiarmi a qualcosa per non cedere, è stato il modo in cui ho appreso che se Hermione Granger poteva avere dei difetti, io potevo provare a perdonarmi per i miei. (Non ci riesco ancora, ma quanto ci provo). E' stato lì quando i miei problemi famigliari venivano surclassati da quel dolore che a 16 anni sembra immenso e che provi quando un determinato lui non ne vuole sapere di te. O quando litigavo con un amica e pensavo di avere perso il mio mondo.
Ma soprattutto, è a Harry Potter che devo la capacità (sempre in lavorazione, non si finirà mai di costruirla) di gestire il dolore.
Il dolore di non conoscere la propria famiglia, di non sentirsi apprezzato, di sentirsi solo, di incontrare finalmente quanto di più vicino ad un genitore e perderlo, di nuovo.
C'è tantissima sofferenza, in 7 libri.
Perchè sono la vita, in ogni suo aspetto.
E, facendoti sempre sognare la magia (anche ora, a 24 anni), sono stati l'amico costante, quello più vicino, quello che, pur non conoscendoti, ti conosce meglio di chiunque altro.

Non è mai atto solo un libro, è stato il mio rifugio.
Ed è per questo che quando la Rowling dice, alla prima dell'ultimo film, che 'Hogwarts will always be there to welcome you home', so esattamente che per me sarà sempre così.

lunedì 8 dicembre 2014

Non solo horror: Sugar Man

17:28
Un lato di me che credo non sia mai emerso da Mari's Red Room è la mia maniacale attrazione per la musica. Esattamente come per il cinema, il mio atteggiamento nei confronti di ciò che mi appassiona è una costante irrequietezza, un senso di insoddisfazione che mi porta alla continua ricerca di altro.

E' per questo che sono incappata nella visione di Searching for Sugar Man.
Io Rodriguez mica lo conoscevo, come non lo conosce la maggior parte delle persone.

Lo conoscevano però  Stephen "Sugar" Segerman e Craig Bartholomew-Strydom, decisi a svelare il grande mistero che ruotava intorno al loro cantante preferito, creduto morto in circostanze misteriose.

Sugar Man mostra quanto gli esseri umani possano dare agli altri. Mostra quanto certe persone siano semplicemente portatrici di poesia. I produttori, dopo anni ed anni ed anni, ancora si incantano ad ascoltare i brani di Rodriguez durante l'intervista. E ne parlano con gli occhi sbalorditi e incantati di chi ha avuto a che fare con la poesia, quella vera e disincantata, che non conosce il suo potere.


 Un uomo comunissimo, un muratore, che aveva la luce dentro, e l'ha donata al mondo.
Il mondo, quasi tutto, non l'ha saputa cogliere, l'ha lasciata assopire mattone dopo mattone, mentre in Sudafrica avevano chiaro in mente con chi avevano a che fare.
Sì, perchè mentre negli Stati Uniti Sixto Rodriguez era un comunissimo figlio di immigrati dal lavoro umile, una copia del suo album finiva nel Continente Nero, e lì esplodeva. L'umile figlio di immigrati dal lavoro umile diventa il mito, la leggenda, l'eroe che motiva con le sue (splendide) parole la lotta contro l'apartheid, la voce che dà alla gente in difficoltà la speranza, la voglia e la forza di cercare quella giustizia costantemente negata.
E lui non lo sapeva.
Continuava le sue giornate, il suo lavoro, la sua vita, completamente ignaro del successo incredibile che i suoi due album stavano incontrando in Sudafrica.
Ha messo su famiglia, sarà anche stato felice.
Ma il suo sogno si era realizzato, e lui non lo sapeva.

La musica non è mai solo tale.
Certo, non tutti potranno esserne appassionati, non tutti ne sono toccati.
Ma quando le consenti di entrarti dentro, si prende una fetta talmente ampia della tua emotività da non sapere più dove inizia e dove finisce.
Per questo se un autore diventa così grandioso in un certo paese, in un certo momento, in un certo periodo storico, è perché quello che ha da dire è oltre la mediocrità, è oltre la banale canzoncina che sicuramente vincerà X-Factor. E' Arte.
E' Magia.


E se già la storia di Rodriguez è incredibile, il documentario tratto è davvero all'altezza.
Rende giustizia ad un uomo che ha cambiato molte vite, ma che ha conservato l'umiltà della propria. Indaga in modo delicato e mai invadente su una vita così misteriosa e apparentemente banale. Un film dolcissimo, quasi pervaso di surrealità.
Certo, la soundtrack dà una buona mano.

Cosa può significare svegliarsi una mattina e realizzare che ci sono migliaia, milioni di persone che sono state illuminate dalla luce che tu hai messo nella tua arte? Che impatto può avere su un modesto carpentiere con un fallimentare e breve passato da cantante realizzare che di fallimentare non c'è stato proprio nulla? Quanto può essere emozionante trovarsi su un palcoscenico, in un età in cui il sogno di un tempo è ormai archiviato, e scoprire che così tante persone ti hanno amato per tutto questo tempo? Il solo vedere quelle immagini, la folla in delirio, e lui che non comincia a cantare perchè tutti loro continuano ad urlare la gioia di averlo finalmente lì, dal vivo, regalano un'emozione fortissima.
Mi auguro che sia stato per lui straordinario.

Come è stato per me incontrare la sua musica.


venerdì 13 giugno 2014

Halloween - La notte delle streghe

17:05
(1978, John Carpenter)


'Lui non è un uomo.'

Ritorno al blog, proprio di venerdì 13, con questa frase.
Che da sola racconta meglio di ogni altra un film di cui onestamente mi vergogno un po' a parlare.

Notte di Halloween 1963: Michael Myers, un bambino di 6 anni, uccide a pugnalate la sorella che gli faceva da baby-sitter.
Vigilia di Halloween 1978: Michael, ricoverato per anni in manicomio, riesce ad evadere e torna a casa, e sembra che il suo obiettivo sia uccidere altre baby-sitter.

Quanto è sottile la differenza tra l'essere umani dall'essere animali?
Noi diamo per scontata la nostra superiorità, facendoci vezzo del nostro uso della ragione, della nostra proprietà di linguaggio e della nostra capacità di ponderare le decisioni.
Un animale è istintivo, se ha fame mangia, se ha sete beve. Semplice ed essenziale.
Ma se il bisogno dell'animale fosse uccidere?


Ad una visione superficiale, Michael Myers, senza ombra di dubbio il più affascinante di tutti i serial killer della storia della cinematografia tutta, potrebbe sembrare solo questo: un animale, guidato dall'istinto.
Se si prova ad andare più a fondo, Michael Myers è ancora peggio. E' ad un livello ulteriore, ancora inesplorato.
Lui non parla, non comunica. Persino gli animali emettono suoni per comunicare tra di loro.
(Tranne i lombrichi, credo. Comunicano i lombrichi?)
Non dice mai una sola parola. Non la dice durante il film e sappiamo dai racconti del medico che non ha MAI detta una in anni di ricovero.
Ma soprattutto, non ha un volto. Non ha espressioni, e nel nostro comune linguaggio non verbale è praticamente come dire che non ha emozioni. Certo, la faccia ce l'ha, sotto la maschera, ma il fatto che ci sia impedito di vederla è un segnale fortissimo.
Nonché un'idea geniale.
La maschera che Myers indossa è una banalissima maschera umana dipinta di bianco. Senza il rossore delle gote, le sopracciglia, il colorito delle labbra. Una mano di bianco e un volto normale diventa spaventoso. E' la prima cosa che mostriamo, il volto, la prima che ci identifica, quasi più del nome.
Tolta l'umanità al volto, fatta di colori, peli, piccoli o grandi segni, cosa resta?
Michael Myers.
E questo chi cavolo è?
COSA è?

Il Male, a detta del dottore.
E definizione più precisa non può essere data.
'Era come svuotato' - continua il dottor Loomis - 'Non capiva, non aveva coscienza, non sentiva nè gioia nè dolore'
Onestamente, è sconvolgente. Le scene in cui Loomis parla di Michael sono da pelle d'oca, più delle scene d'omicidio. Sono il momento in cui si capisce che per L'Ombra della Strega non ci sarà mai redenzione.
Ma la paura vera si prova a cinque minuti dall'inizio del film, quando, dopo lo storico, indimenticabile e ormai mitico inizio, i genitori di Michael tornano a casa e lo trovano sulla porta di casa, col suo costumino di Halloween, il coltello insanguinato in mano, e gli sfilano la maschera, e lui se ne sta lì, col faccino da bambino di sei anni, a fissare in camera, e io che me ne sto lì, davanti allo schermo, che deglutisco con un brivido ghiacciato sulla schiena.


E in tutto ciò, quello che aveva Carpenter erano pochi spicci, attori quasi tutti di seconda scelta e una maschera del Capitano Kirk di Star Trek.
E dopo anni ancora i brividi.
E le lacrime di amore che colano copiosamente lungo le guance.







venerdì 28 marzo 2014

Non solo horror: Dallas Buyers Club

09:19
(2013, Jean-Marc Vallée)


Il trailer è in italiano, ma inutile dire che se non lo guardate in lingua siete polli)

(RECENSIONE CON SPOILER PERCHè NON POSSO FARE ALTRIMENTI)

Avete presente l'emozione?
Una di quelle forti, che ti fanno venire la pelle d'oca sulla nuca, i brividi lungo la schiena e il battito accelerato?
Ecco.
Nella tremenda scena in cui Rayon sta male, si siede sul letto e dice 'I don't wanna die' si toccano picchi di emozione che pochissimi film mi hanno dato prima.
Già da sola questa dovrebbe essere una motivazione a chiudere questa pagina e andare a vedere Dallas Buyers Club adesso, subito, se avete avuto la sfortuna di non averlo ancora fatto.

La vicenda narra di Ron, che incarna in sè tutti i clichè sul Texas che in questo momento vi stanno venendo in mente. Fino a quando gli diagnosticano l'AIDS e da quel momento, gradualmente, si spoglia di ogni precedente convinzione, perchè sopravvivere diventa più importante di qualsiasi altra cosa. L'incontro con il transessuale Rayon non farà altro che aiutarlo in questa sua rivoluzione di ideali.


AIDS, morte, malattia, case farmaceutiche, tribunali, famiglia, droga, sesso, omofobia, amicizia. Mille temi, mille pesantissimi temi, eppure l'unica cosa che rimane dentro dopo la visione, e che include ovviamente anche tutte le cose elencate sopra, è la costante ricerca di sè dei personaggi, termine che viene usato spessissimo ma di cui in fondo il significato è poco chiaro.
L'unica persona che qui sembrava in cerca di sè, il transessuale, in realtà era l'unica che invece si era trovata da molto tempo. Sapeva esattamente chi era, era il mondo che faceva fatica a comprenderlo, ma a lui/lei era chiarissimo.
In evoluzione ci sono invece quei personaggi così fermi nella loro esistenza costruita che appena arriva una tempesta devono rimettere tutto in gioco per reggersi in piedi. Come Ron, che passa dall'odio totale per quelli che sa chiamare solo 'froci' al litigare con un amico di vecchia data per fare in modo che questi stringa la mano proprio ad uno di quei 'froci' che tanto insultava. Cambia tantissimo, ma tiene sempre quel suo cappello in testa, come a ricordarsi da dove è partito. O come la dottoressa Saks, apparentemente così borghesotta e legata alla sua professione, che in realtà è umana, emotiva, forte, combattiva.


E sì, McConaughey quell'Oscar se l'è meritato, eccome, perché è magistrale. Ron è, possiamo dirlo? un uomo di merda, all'inizio. E già quello gli veniva bene. Diventa però un crescendo di emozioni, e insieme al personaggio è come se crescesse anche lui, regalandoci scene pazzesche, sguardi intensi e quando lo vedi piangere resti basito davanti allo schermo. Una sola scena di pianto, che è sufficiente a elevarlo ancora di più al rango di Attore. E niente di tutto ciò ha a che fare col dimagrimento, perché a perdere peso sono capaci tutti. A renderlo speciale è il fatto che possa essere così bravo a fronte della debolezza fisica che tale dimagrimento comporta.


Ma Jared. Oh, Jared.
Da copione gli spettava un personaggio meraviglioso.
E lui ha fatto la magia.
Ha mangiato in testa, facendo anche il gesto dell'ombrello, a tutti coloro che lo sottovalutavano, o peggio, non lo consideravano proprio.
Ne ho viste poche di interpretazioni così, è surreale. Non rimaneva niente dell'uomo, del cantante, dell'attore.
La sua costante lotta contro i milioni di problemi che lo atterriscono è una lotta persa in partenza, perchè Rayon non è forte. Si attacca alla droga, perchè cerca una via di scampo.
E quando alla fine è ormai morto comprendiamo come non abbia ottenuto niente di quello che desiderava, perché i suoi amici parlano di lui ancora al maschile, esattamente come sto facendo io.
Persino la sua voce è perfetta.
Come ciliegina meravigliosa sull'incredibile torta che Leto ha cucinato per noi spettatori c'è un make up che è sì avvantaggiato da un gran bel viso, ma che ha reso Rayon una donna bellissima.


Poi vince l'Oscar, e fa un discorso perfetto e meraviglioso. Facciamo ciao con la manina a Sorrentino e a Maradona tutti insieme.



Tornando al film, in mezzo a queste tragedie, però, ci fosse un personaggio UNO che si piange addosso. Nessuno lo fa, tutti lottano col coltello tra i denti, sul filo della legalità, perché il valore della vita è al di sopra di qualsiasi regolamento. E mai, mai, troverete scene volutamente commoventi, solo sonori schiaffi in viso. Manca completamente qualsiasi volontà voyeuristica di mostrare la sofferenza.
Quando Rayon muore nemmeno lo vediamo.
Muore e basta, in un'altra scena, a noi oscurata.

E quando dite che si poteva fare di più, che manca qualcosa, eccetera eccetera, non avete torto eh.
Ma di fronte a tale talento, tale emozione, tale coivolgimento, tale cuore, è davvero importante?

sabato 1 marzo 2014

Maripensiero: Sherlock

11:57
Mi dispiace, non ho resistito.
Dovevo parlare di Sherlock, prima o poi, perché ultimamente non parlerei d'altro. Ho una fissa senza precedenti. Mi sono innamorata.
CI SARANNO SPOILER. 

Tempo fa si sentiva un gran parlare di sto Sherlock e del suo compagno di merende Elementary, ma io, da appassionata della saga letteraria (in due mesi mi sono sparata tutti e dieci i libri, non leggevo altro) li ho sempre snobbati senza pietà. Con astio proprio.
E con Elementary è ancora così perché Watson DONNA CINESE NO.
La prossima volta mettiamo direttamente un opossum al posto di Sherlock Holmes allora.

La voce supersexy di Smaug (qui il post su Lo Hobbit), però, mi ha distolto dal mio snobismo, per lanciarmi senza cinture di sicurezza in quella che è diventata una delle mie serie preferite di sempre.

Quanto può essere difficile per un produttore, un regista e tutta la loro combriccola, girare qualcosa di dignitoso su un tema così sfruttato come Sherlock Holmes? Si è già detto e fatto tutto, eppure la BBC ha trovato la formula magica per giocare con Conan Doyle, attualizzandolo, ma senza idiozie esagerate. Si usa Google Maps, Sherlock ha lo smartphone sempre in mano, John non è uno scrittore ma un blogger, e per questo noi colleghi gli si vuole molto bene. Eppure i romanzi sono trattati con rispetto e considerazione, non vengono stravolti ma riadattati e, perdonatemi l'esagerazione, a volte migliorati.

E siccome non ne facevo da un po', diamo il bentornato ai miei elenchi puntati, ecco le cose che amo di Sherlock!

1 - Il modo in cui corrono i due omini. Uomini di testa più che d'azione che corrono in un modo buffissimo. Epico il momento in cui John, zoppo solo nella sua mente, dimentica il bastone e rincorre il taxi come se non ci fosse un domani.

2 - I fermo immagine. Però non so, si chiamano così? Sono splendidi.

3 - Mary, aka la moglie che ognuno vorrebbe avere. Non fa storie quando John esce con gli amici (l'amicO, ma insomma, ci siamo capiti), lo lascia divertire alla sua maniera. C'è chi guarda la partita con la birra e la pizza e chi rincorre criminali per Londra, va bene uguale. Ma anche Irene Adler, stagione 2, ma anche la signora Hudson, dolce, tenera e materna, quello di cui i due signori hanno decisamente bisogno. I personaggi femminili sono secondari, ma ben strutturati, interessanti, simpatici. Se cercate gnoccolone insipide avete decisamente sbagliato serie.


4 - Smart is the new sexy, l'ho letto su Facebook.

5 - B E N E D I C T  C U M B E R B A T C H . Il suo carisma incredibile, la sua voce, gli occhi, il suo essere davvero un bravo attore, che gioca tantissimo con gli sguardi, e quanto gli viene bene. Sorride due volte a puntata se va bene ma quando lo fa bisogna mettere in pausa per cogliere siffatto fascino. Porta un cappotto ridicolo, ma lo indossa con uno stile che levatevi tutti. Il colletto alzato che tutto è meno che tamarro. Parte sicuramente avvantaggiato dal fatto che interpreta un personaggio scritto divinamente e dal fatto di essere un figo non indifferente (ne parliamo, donne?). Non ho aggettivi per descrivere il pacchetto completo. Terrebbe tranquillamente in piedi la serie da solo, eppure non oscura gli altri. Che vi posso dire, è la mia celebrity crush del momento. Potrei parlare solo di lui in tutto il post.


6 - I casi e la loro risoluzione. Costanti strizzate d'occhio ai romanzi, ma con una loro personalità indipendente, intriganti, e con finali mai deludenti. Lanciatevi direttamente nella terza puntata della terza stagione che è un'esperienza irrinunciabile. Migliore da sola della maggior parte dei film che ho visto.

7 - Le location, una Londra elegantissima,un appartamento piccolo, incasinato, intimo, familiare, con parti umane nel frigorifero, occhi nei bicchieri, un costante esercizio al piccolo chimico.

8 - I cliffhanger. Usati in migliaia di episodi in migliaia di serie, ma qua i finali di stagione amici sono da arrabbiatura profonda. Ma quanto intrippano. Grazie a Dio io ho visto tutto di fila, se no credo avrei distrutto una parete alla fine della seconda.

9 - Quelle goffe, tenere, affettuosissime scene d'amicizia tra i due strampalati elementi, così diversi e complementari che è impossibile immaginarli separati, quanto sono dolci, anche nel costante gioco 'gay o no'. Come il momento incredibile, splendido, commovente e divertente del discorso di Sherlock da testimone al matrimonio di John, uno dei monologhi più belli che abbia sentito di recente. Il momento in cui Sherlock rivela il suo lato più umano, con quel poco di emotività che gli è concessa da un carattere troppo razionale, con l'eleganza e la compostezza che lo contraddistinguono puntata dopo puntata.
Una meraviglia di scena, certamente la mia preferita.
Sono romantica, che ci dobbiamo fare.


10 - Lat but not least, la sigla. Di per sè non è che sia proprio una canzone bellissimissima, ma quando compare nei momenti clou dell'episodio ogni volta mi strappa un sorriso incredibile, come rivedere un volto amico.


Guy Ritchie, fatti un piacere, fatti da parte, che qua ti hanno mangiato violentemente in testa. Sì, Robert, anche tu. Soprattutto tu.

lunedì 10 febbraio 2014

Non solo horror: Little miss sunshine

10:36
(2006, Jonathan Dayton e Valerie Faris)



Non amo le commedie, e credo che ormai sia cosa nota per chi bazzica abitualmente per questa cameretta. Soprattutto non amo le commedie che cercano a tutti i costi di strapparti risate sguaiate. Preferisco di GRAN lunga quelle commedie che ti regalano sorrisi sinceri, a volte dolceamari, ma accompagnati da quel senso di tenerezza che ti regalano solo i bei film.
E Little miss sunshine è poco ma sicuro uno di quelli.

Olive ha sette anni ed è arrivata finalista al concorso di Piccola Miss California. Parte quindi a bordo di un furgoncino Volkswagen di quelli anni 60 con la mamma, il papà coach motivazionale di scarso successo, il fratello che si rifiuta di parlare da 9 mesi, il nonno eroinomane un po' fissato col sesso e lo zio gay appena sopravvissuto ad un tentato suicidio.


Già la presentazione vi fa sorridere, vero? Ma come convivono, simili esemplari umani? Litigando, discutendo, scendendo a compromessi ('Dwayne, se vieni ti prometto che ti faccio iscrivere all'Aeronautica!'), parlandosi sopra, facendo un gran casino. Ma quanto sono reali, nel loro essere volutamente esagerati.

La famiglia parte, e in 700 miglia accadono tutti i possibili disastri di un road trip. E il furgone che non parte, e il nonno in ospedale, e i ritardi, e la strada, tutte. Ma non sono tanto i problemi a suscitare il divertimento, quanto il modo della famiglia di reagire. Il cinismo del nonno, la pazienza della mamma, il silenzio tombale del fratello, tutte caratteristiche a cui nel corso della pellicola ci si affeziona.

E in tutto ciò la piccola Olive conserva la sua totale ingenuità, il suo amare tutti incondizionatamente alla stessa maniera, anche un padre del genere (dopo due minuti l'avrei preso a schiaffi) lei lo abbraccia. Rende il nonno scontroso con tutti dolce solo con lei, riporta con i piedi per terra il fratello in piena crisi isterica. E la piccola Abigail Breslin ha un'aria tenerissima con quegli occhialoni.


Tutto questo buonismo apparente in realtà però non c'è, perché insieme ai sorrisi, Little miss sunshine regala anche scene abbastanza drammatiche (rese comunque con quell'atmosfera leggera che contraddistingue il tutto) e tematiche di una certa rilevanza, dal suicidio, all'omosessualità, alla rivalità personale e lavorativa, quasi tutte incarnate in uno Steve Carell a cui non avrei dato un euro E INVECE, passando addirittura per la morte e per lo spettacolo impietoso dei concorsi di bellezza per bambine.

Si arriva ad un delirante finale, in una scena di gruppo memorabile, in pieno Sundance style, che ridà unità e divertimento ad una famiglia che ha passato un'oretta abbondante di film a litigare. E a quella che se vogliamo può essere anche la 'morale' del film.
La salvaguardia del diritto ad essere sfigati.


domenica 15 dicembre 2013

Non solo horror: Lo Hobbit, La desolazione di Smaug

12:50
(2013, Peter Jackson)


Guardate l'anteprima del video. Quello lì non è sputato ad Orlando Bloom?
Invece no, è Luke Evans.
Alias Bard, quello che se avete letto il libro sapete poi cosa fa, non un personaggino da nulla, ecco.
Ma almeno potevano sceglierlo che non sembrasse Legolas dopo il parrucchiere, tutto qui.

Bilbo, i nani e Gandalf sono ancora in viaggio per la riconquista della Montagna Solitaria, e nel mentre gli succedono un sacco di cose.
Cose che non vi racconto perchè se no vi dico tutto.



La mia teoria sui libri di Tolkien è che siano incredibili (un po' lunghini) e intensi trattati sull'amicizia, sviscerata in tutte le sue forme. Che poi ci abbia creato intorno un MONDO può anche passare in secondo piano. Ma il modo in cui lui è riuscito a trasmettere l'affetto è caldo.
La prima, enorme, pecca dei film di Jackson (ma parlo solo dei due Hobbit, non del Signore degli anelli) è quella di essere film freddi. Epici, con scenari mozzafiato, azione quasi costante, ma emotivamente quasi vuoti.
Ci sono 13 ometti, con le carattestistiche più sparate, che insieme ne vivono di OGNI, e che soprattutto percorrono un percorso così ostico per lo stesso, importantissimo motivo. Eppure ad ogni inquadratura sembravano messi lì, accozzati insieme senza motivo apparente.
Eppure chi ha letto il libro sa che i nani sono ormai una famiglia, alcuni di loro anche in senso letterale. E non mi è piaciuto che Jackson abbia trascurato la componente emotiva.

Certo, quando Kili non può proseguire il viaggio qualcuno si ferma con lui, ma voglio dire, quello è il minimo.



Altra grande cosa BRUTTA è Sauron. Oh vacco che brutto. No no no, perché? Che bisogno c'era? Era più che sufficiente l'immagine di lui che avevamo già, grazie.
Il passo falso te lo perdono, però adesso basta, vero? Archiviamo la parentesi CGI e facciamo finta che non sia mai esistita. Appoggia il pc, Peter, con calma, appoggialo lì.
Così come brutta era l'Evangeline Lily che non c'azzeccava niente, l'hanno scritta male, con lo spessore di un foglio di carta, brava nelle scene d'azione quanto potrei esserlo io (che sono una pippa), e anche abbastanza antipatica. E sì, lo so che lei non è davvero brutta, era per dire.
Restando nel capitolo 'elfi che non voleva nessuno' credo che Jackson inserisca in ogni film un personaggio della trilogia precedente (Gandalf escluso, chiaramente) per creare una sorta di fil rouge. Lo credo, perché se non fosse così allora non capirei la presenza di Legolas.

A parte ciò, il film conferma lo spettacolo visivo che aveva caratterizzato il primo episodio della trilogia. Se lo dovete guardare a casa non guardatelo neanche. Tutti i film sono studiati per la visione in sala, ok, ma questo secondo me visto in qualsiasi posto che non sia un cinema perde tipo metà del suo valore. Tolkien aveva ideato un mondo splendido, ma tantissimo merito va al Peterone che l'ha reso così bene. Brao, brao.
Menzione speciale alla scena di Bombur nella botte perché ho riso fino alle lacrime e non riuscivo a smettere.
Il risveglio di Smaug è esattamente come lo volevo, e Luca Ward è Luca Ward e basta, il risveglio delle ovaie di tutte le donne del mondo, una voce che ce l'ha lui e basta.
Del mio amore per il personaggio di Bilbo avevo già parlato qui, e confermo anche che Richard Armitage, noto ai più come Thorin Scudodiquercia è carismatico come il Mago Otelma.
Balin tutta la vita.



Detto ciò, io vorrei che tutti voi vi prendeste un mese della vostra vita per leggere Tolkien. Perché scrittori come lui non ne esistono. Non ne sono mai esistiti altri così.
I gossip recenti dicono che anche un certo Dio ha creato un universo intero, una volta.
Non per fare confronti, ma quello di Tolkien mi piace un po' di più.


PS: Sentite Ed Sheeran che canzone ha tirato fuori. Uno splendore.


lunedì 21 ottobre 2013

5+1 buoni motivi per cui tutti quanti dovete scaricare Muze

12:42



1. La versione base è gratis. Ragazzi, c'è crisi. Poi, chiaramente, una volta che l'avrete scaricata avrete voglia di scaricare subito anche la versione Premium, ma questo è irrilevante.

2. Vi siete mai trovati in un triste e angoscioso pomeriggio di pioggia? Come si prospetta quello di oggi, per dire. Pensate: 'Oh, io mi guarderei un bel film.' Eh. Ma quale? Personalmente, ho una lista di 270 film, pellicola più pellicola meno. La probabilità di sceglierne uno che non mi piaccia è altissima, statisticamente. E quando vedo un film che non mi piace, ormai lo sapete bene, mi arrabbio TANTO. E allora, TAC, Muze mi indirizza verso la retta via. Perchè, per chi non lo sapesse ancora, Muze sceglie i film in base alle TUE valutazioni, ai tuoi gusti. Una bravissima amica che ti dice 'Dai, guarda che The Apparition ti farà schifo, non guardarlo. Guarda piuttosto The Descent che secondo me è più nel tuo stile.' Se poi non la ascolti sono cavoli tuoi, ma lei ti avvisa, capito? Trattasi si un'app dall'utilità disarmante.

3. Altra situazione: sabato sera, siete con la vostra solita combriccola nel vostro solito bar.
La conversazione scema un po', e vi ritrovate a scambiarvi sguardi imbarazzati. Muze è anche risolvi serata. Aprite l'app e lanciate la gara dei film. Leggete i titoli a voce alta, tenete i punti e chi conosce meno film paga da bere, tiè.

4. Muze c'ha la cultura. Capace che vi sfodera certi titoli da impallidire, eh. Credete di conoscere tutti i film a ritroso nel tempo fino al 1272? Niente, lei ne sa sempre uno più di voi, abbassate la cresta.

5. Muze rende comiche le litigate cinematografiche. Esempio: '5 stelle a Star Wars? Ma ti sei fumato il tè verde?' 'Come OSI dare solo mezza stella a Shining, avanzo di pirla che non sei altro?'. Non sembra ma in fondo è molto, molto divertente.

Punto extra. Il creatore è una persona molto gentile. E le persone gentili vanno sostenute nei loro progetti. Se fosse stato un cafone l'app l'avrei cancellata. E invece no.

Vi ho convinto? Muze la trovate QUI. Di corsa, scaricate come se non ci fosse un domani.

giovedì 10 ottobre 2013

Maripensiero: American Horror Story

15:27
American Horror Story Coven è iniziato.
L'attesa è finita e noi anime lasciate in pena possiamo finalmente ricominciare a godere di quello che sembra essere il miracolo della coppia Murhphy-Falchuk.
La campagna pre-terza stagione è stata straordinaria, con alcuni tra i migliori trailer visti finora, e questo non ha aiutato gli impazienti. Se poi ci aggiungiamo l'ingresso nel cast di Kathy Bates, ciao. Ma ci siamo, rituffiamoci in una delle serie tv migliori di sempre.



Prima però, parliamo delle due stagioni che l'hanno preceduta.

Murder House



Nella prima stagione facciamo la conoscenza della famiglia Harmon: mamma Vivien, marito fedifrago maledetto Ben e figliola Violet, che si trasferiscono in una (straordinariamente bella) casa nuova, luogo di numerosi delitti e morti misteriose. Ne consegue che quando vi si trasferiscono loro, non è che la vita scorra proprio liscia come la seta.

Quindi, fantasmi come se piovessero. Gioia per gli occhi di una Mari che, come vi ho già raccontato millemila volte, ha una vera predilezione per il genere. Ma non sono i fantasmi il fulcro della vicenda, per quando siano belli rilevanti, presentissimi e angoscianti quanto basta. La vicenda ruota intorno ai conflitti umani, personali e interpersonali. Un matrimonio sull'orlo del fallimento, le colpe individuali e la responsabilità dell'altro, per di più con una figlia adolescente abbastanza grande da capire ma non ancora adulta in grado di capire DEL TUTTO. Ci sono quindi persone fragili, già provate dai propri sentimenti che poi si trovano pure la casa infestata. Un piacere.



Poi chiaramente la questione si evolve, perchè pare che questi fantasmi siano molto più 'interattivi' della norma, e se avete visto questa prima stagione sapete esattamente quanto interattivo può essere un fantasma soprattutto se indossa una tutina di lattice, per intenderci.
A questo punto la serie perde un pochino in atmosfera, è come se si fosse fatta l'abitudine ai fantasmi, e comunque la storia comincia a prendere una piega che rende gli ultimi episodi un po' inferiori ai primi, assolutamente incredibili. (Per capirci, è la storia dei gemelli quella che non ho mandato giù, ma immagino l'abbiate capito).

Complessivamente una serie da non perdere, ma aspettate di vedere la seconda.

Asylum



 La casa infestata degli Harmon lascia il posto a Briarcliff, manicomio criminale diretto da suor Jude. In un solo luogo troveremo assassini, pazzi, posseduti, omini verdi, preti ambiziosi, scienziati nazisti, giornaliste lesbiche. . .
Un'accozzaglia?
Ecco, qui sta il 'miracolo' di American Horror Story Coven. C'è una TONNELLATA di carne al fuoco, ma mai che venga un minimo di mal di testa, mai che qualcosa sia lasciato al caso, mai che qualcosa venga lasciato lì nel dimenticatoio. Torna tutto, tutto si sistema e vissero per semre felici e contenti. (See, vi piacerebbe!)



Quello che rende la seconda stagione una serie che sta proprio nella grazia di Dio (ragazzi, sto migliorando decisamente con i giochi di parole, sì!), però, non è l'accozzaglia, quanto piuttosto l'incredibile, straordinaria, e metteteci tutti gli aggettivi positivi che conoscete, caratterizzazione dei personaggi.
Ragazzi, ce ne fosse uno scritto male, uno. Manco per pietà, tutti una meraviglia. Interessantissimi, pieni di complicazioni, tutti analizzati fino in mondo, tutti messi alla prova dal luogo infernale in cui stanno, è fenomenale.
Tutto ciò è fenomenale.



Se poi ci mettiamo che sono tutti resi incredibilmente da un cast allucinante, capitanato dalla solita fantastica Jessica Large che regala un tocco di grazia a tutte e due le stagioni ma che nella seconda veramenente è illuminata dalla misericordia divina (restando sempre in tema).

E poi la colonna sonora (quella canzoncina in francese continuerà a rovinarmi il sonno), i continui risvolti della vicenda, l'interpretazione di Lily Rabe e quella di Joseph Fiennes. (Ahahahahaahahah, dai che scherzo, non fate quelle facce! Gli hanno appioppato il ruolo PERFETTO!)

Asylum è uno splendore. Una gioia per i nostri occhi stanchi.

Coven
 Vi faccio sapere.

giovedì 12 settembre 2013

Un anno di MRR: La cosa

09:25
Un anno di MRR: La cosa
(1982, John Carpenter)



Se oggi il mio blog compie un anno, se ho straparlato di film, attori, registi e altri compagni di merende, se ogni volta che vedo un trailer comincio a fremere dall'entusiasmo, se ai titoli di testa gongolo dalla fretta e a quelli di coda inizio a parlare tutta fomentata, la colpa è tutta di John Carpenter.
Chiariamo: il mio film preferito è sempre Shining, e il mio film del cuore è sempre La Casa.
Ma tutto questo amore, questo interesse, questa fame di conoscenza e anche questo po' di snobismo cinematografico che mi porto dietro nascono perché, fin da quando ero piccolissima, La Cosa mi ossessiona.
Mio padre ne parlava continuamente, alimentando la mia soggezione e la mia curiosità proibendomi di vederlo, sostenendo sempre che nessun altro film al mondo lo aveva spaventato tanto quanto questo. E la mia prima reazione, quando sono stata in grado di parlare (giorno glorioso, quello) è stata: "Ma come cavolo può far paura un film che si chiama La Cosa? Ma La Cosa, cosa, poi?".
La Cosa nient'altro è che una specie di blob indefinito, brutto e mostruoso che prende possesso degli esseri viventi. Cani, persone, norvegesi. E generalmente prende possesso di uno e fa fuori gli altri. 
Bon, tutto qui.
Certo, se dai in mano a Nostro Signore Big J una questione del genere, lui te ne tira fuori un film che fa Paura. IL film horror, quello a cui gli amanti del genere guardano con amore folle e a cui gli altri registi guardano con rassegnazione, 'tanto non potrò mai fare di meglio'. È vero, belli, mettetevi l'anima in pace. Perché quando si guarda La Cosa si entra in un vortice. Siete in un posto isolato, dove fa un freddo maledetto, costretti a mettere la vostra vita in mano ai vostri compagni. Non importa se vi piacciono, siete voi e loro, a migliaia di chilometri da casa. La fiducia è essenziale. Vi dovete coprire le spalle a vicenda, farvi compagnia, aiutarvi e difendervi l'un l'altro. 
Già quindi siete in una condizione di cacca, se mi è permesso dirlo. Poi niente, andate a trovare i dirimpettai norvegesi e BAM, tutti morti. Adesso cominciate ad avere un po' d'ansia, vero? Chi mai li avrà ammazzati, se lì ci siete solo voi e loro, e voi non siete stati? 
(Parentesi sui norvegesi. Qualcuno di voi si era effettivamente domandato cosa fosse successo loro? No, giusto? Bene, questo è tutto quello che ho da dire sul prequel.)
E sarà ansia per tutto il resto del tempo, perchè si combatte contro un nemico invisibile, contro non-si-sa-bene-cosa e questo è molto, molto, destabilizzante anche se siete Kurt Russell (Donne, lo so che avreste voluto esserci voi al Polo con Kurt, invece c'era La Cosa, tutte le fortune a lei).
Quello che ha reso questo film il Grande Cult che è diventato è proprio il fatto che man mano vengono a mancare tutte le sicurezze, non sai chi sarà il prossimo, giri l'angolo e non sai cosa trovi, non sai se la persona che stai guardando negli occhi è in sé o meno. Il tutto che culmina in una scena che è una delle più tese della storia del mondo: il test. Il sangue infettato dalla cosa reagisce al calore (ed ecco perché se ne sta nel villaggio di Babbo Natale) e quindi si mette alla prova il sangue di tutti. Ogni volta che iniziava la prova, mi saliva la tachicardia. Quanto deve essere spaventoso trovarsi nella stessa stanza con un essere mostruoso, e realizzare che quello stesso mostro potresti essere TU? 
John, con questo lavoro non solo hai regalato a milioni di persone un Capolavoro di genere, hai regalato a me una grande passione. La più bella tra le passioni, tra l'altro, perché il Cinema è infinito. Non se ne conosce mai abbastanza, non se ne vede mai abbastanza. Finito un Film come questo, non ci si sente realizzati, no. Si sente che si vorrebbe vederlo ancora, e ancora, e ancora, perché mille visioni non bastano a rendere merito al talento vero, e mille visioni non bastano a capire ogni sfumatura, ogni dettaglio, ogni piccolezza, ogni cosa che nel complesso ha reso il film grande. In un'ora e mezza di immagini hai dato una svolta alla Storia del Cinema e alla storia della Mari, perché senza il cinema horror probabilmente sarei una persona diversa, meno appassionata, meno entusiasta. E senza La Cosa io i film horror manco li avrei mai visti.
E non avrei creato questo spazietto, che è l'unico al mondo dove sento di poter essere veramente io, senza maschere dovute alle convenzioni e senza celare il mio cinismo, a volte eccessivo nel 'mondo reale', e nemmeno il mio lato più smelenso. 
La mia cameretta compie un anno, ha avuto i suoi momenti di down e le sue grandi soddisfazioni e le voglio bene come se fosse una persona fisica. E a proposito di persone fisiche, volevo sapeste, cari cinebloggers, che siete diventati la mia principale fonte di consultazione. La vostra opinione su un film mi influenza più delle recensioni dei grandi critici, o delle riviste più famose. So chi ha più o meno i miei stessi gusti, o chi li ha diversi ma li argomenta tanto bene da essere incontestabile. Ho tantissimo da imparare da tutti e la cosa mi riempe di entusiasmo per il futuro. Perché, come dicevo prima, il Cinema è infinito, e c'è sempre da imparare.


P.S. La mia assenza prolungata da qui e dai vostri blog è dovuta al fatto che mi si è rotto il vecchio modem. Sono in attesa di quello nuovo, spero non si faccia attendere troppo. Torno presto!

P.P.S. Questo post è stato pubblicato da Erre, che ringrazio con tutto il cuore perché ci tenevo molto. Avvisa il tuo amico, quello che parte e va là vicino, che se un husky arriva di corsa a casa sua e ha dei comportamenti molto aggressivi ed è inseguito da un elicottero che cerca di sparargli, non è un buon segno.

Facebook

Disclaimer

La cameretta non rappresenta testata giornalistica in quanto viene aggiornata senza nessuna periodicità. La padrona di casa non è responsabile di quanto pubblicato dai lettori nei commenti ma si impegna a cancellare tutti i commenti che verranno ritenuti offensivi o lesivi dell'immagine di terzi. (spam e commenti di natura razzista o omofoba) Tutte le immagini presenti nel blog provengono dal Web, sono quindi considerate pubblico dominio, ma se una o più delle immagini fossero legate a diritti d'autore, contattatemi e provvederò a rimuoverle, anche se sono molto carine.

Twitter

Instagram

Google+