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mercoledì 25 ottobre 2017

A new Whovian

18:05
AVVISO AI NAVIGANTI
Il post che segue parla nello specifico della stagione 5 della nuova serie di Doctor Who e di conseguenza ha qualche spoiler. Ammesso e non concesso che gli spoiler non vadano in prescrizione dopo tutti sti anni.


Se è vero che c'è un momento giusto per ogni cosa, oggi ringrazio di avere snobbato così a lungo Doctor Who. Una delle serie preferite di sempre del mio ragazzo, me lo sono lasciata scorrere di fianco per anni, ignorando il suo entusiasmo. È arrivato a me nel momento giusto, e mi è entrato dritto nel cuore.
Oggi ho finito di vedere A Christmas Carol, lo speciale di Natale della quinta stagione, e tra le tonnellate di lacrime che ho versato in questi giorni di binge watching, cerco di scriverci su due paroline sensate. Non sullo speciale di Natale, sulla serie.
Parole da neofita quale sono, perché lungi da me voler fare la grande esperta di un universo così vasto che io ho solo da poco iniziato ad esplorare, e soprattutto parole che niente hanno a che vedere con la fantascienza di cui il telefilm, come immaginerete, è pieno. Insomma, chiamiamolo un post di prime impressioni. Ne prevedo molti altri.

Mi ritrovo di nuovo a difendere la fantascienza da me stessa e da quelli come me. La mia innata ostilità verso tutto ciò che è alieno, spaziale (ma solo nella fiction, nella realtà bingwatcho Cosmos su Netflix), laser o androide non è riuscita a tenermi distante a lungo dal fenomeno Doctor.
Come mi ritrovo a dire in ogni caso, quindi, ho avuto la netta sensazione che anche negli episodi del Dottore la fantascienza fosse solo un espediente. C'è tanto, tanto altro di cui parlare, e per farlo in un modo che lasci scorrere episodi da un'ora come fossero sorsi di acqua fresca c'è solo una cosa da fare: metterci l'avventura.
Ho iniziato ad emozionarmi al primo episodio. (Parliamo, ve lo ricordo, della stagione 5, quella da cui, senza alcuna logica spiegabile, Netflix ha deciso di partire.)
La piccola, incantevole, Amelia Pond incontra il Dottore. Cioè, questo squilibrato con il papillon le atterra in giardino, le mangia fuori la dispensa nemmeno fosse uno dei Nani in casa Baggins (sì, mangia davvero fish fingers and custard, causando grossi problemi a me, che vi ricordo lavoro in pasticceria) e la convince di essere pronto a portarla con sè per mille mirabolanti avventure. Lei prepara di corsa la valigetta e aspetta, aspetta, aspetta. The girl who waited.
Se ve lo steste chiedendo, sì, io stavo già frignando.
Alla fine il Dottore torna, diversi anni dopo. Quando viaggi nel tempo a volte perdi un po' il senso della misura.
Inizia così la più felice delle relazioni, tra un alieno che controlla il tempo e la donna che lo accompagna, cresciuta aspettandolo e mai perdendo una goccia sola della grande, dolcissima fede in lui. Separati sono interessanti, insieme fanno scintille. Il loro dialogo è spumeggiante, stuzzicante, irresistibile. Li amo come fossero amici miei. Amy Pond è sensazionale. Curiosa, nel senso di Davvero Molto Curiosa, incurante dell'opinione degli altri, intraprendente, determinata, forte, adorabile. In alcuni momenti ho pensato fosse pazza e in altri ancora che fosse scorretta, brusca, antipatica. Accettarla in ogni suo aspetto, però, significa diventare come lei: coraggiosi e pronti a lanciarsi in un viaggio all'interno del tempo e dello spazio.

E poi Lui, chiaramente, il Dottore.
Mi ha fatto proprio qualcosa dentro, in mezzo allo costole, perché quando guardo un episodio (o due, o tre, o quattro per volta) mi sento contenta. Mi rende contenta. Con il suo sorriso, il suo papillon e la sua enorme sicurezza in sè mi appiccica in basso sulla faccia un sorriso enorme. Sì, ha un cacciavite sonico, una cabina della polizia che viaggia nel tempo e altre cose di cui mi importa poco e niente, più poco che niente, ma vale la pena 'sopportarle'. In realtà ho adorato quel dispositivo indossato come un bambino in fasce che gli permetteva di vedere il Krafyis, con lo specchiettino retrovisore. Ma è stata una felice eccezione.

Il Dottore ha un amore per gli uomini che nemmeno gli uomini hanno per se stessi. Proprio lui, che umano non è. Il suo range di sentimenti è sconfinato, spesso gli basta un gesto con le braccia per esprimere quell'universo intero in cui viaggia.
Esempio? Esempio.
Il mio episodio preferito, quello che ho già rivisto un paio di volte senza mai interrompere il flusso del pianto, è Vincent and the Doctor, il decimo. Il Vincent in questione è Van Gogh, che il Dottore e Amy hanno conosciuto al suo peggio. Pochi mesi prima del suo suicidio, solo, alcolista e profondamente sofferente. Dopo avere combattuto insieme il mostro di circostanza, il Dottore decide dimostrare a Vincent che non tutto è perduto. Lo porta al Musée d'Orsay, nella sala a lui dedicata. Entra, si mette in mezzo alle opere che hanno segnato la storia dell'arte e si limita ad aprire le braccia. Con un gesto gli dice solo 'Guarda, guarda quanto vali davvero.'
Davvero, come avete fatto, voi che non avete pianto? Tutta una vita ridiscussa, un talento rimesso al suo posto, una vita aiutata, in un gesto delle braccia. È stato poetico e meraviglioso e ho pianto tanto. Quando il curatore del museo ha iniziato a parlare pensavo sarei soffocanta nelle mie lacrime.

Non ci sono solo lacrime, però.
Il Dottore è la persona giusta da far conoscere ai bambini, perché è la migliore avventura che gli si possa regalare. E con bambini non intendo solo quelli che avete creato, ma parlo soprattutto di quelli che custodite dentro e che ogni tanto vi dimenticate di far emergere.
Si ride tanto, si viaggia per i secoli e per i pianeti, si salvano donzelle in difficoltà ma anche giovanotti sprovveduti, si combattono robottoni e si uccidono mostri, anche se la violenza è ciò che il Dottore più detesta. Ha la forza fisica del sollevatore di topi, un fisico esilissimo e nessuna arma che non sia il suo cervello. È frequentissimo vederlo bloccarsi proprio nel vivo nell'azione, quando tutto è in pericolo e rischia di perdersi, perché deve pensare. Sono le idee a farlo sopravvivere attraverso il tempo, non le botte. Parla, parla un sacco e implora gli altri di tacere. Zittisce, mette mani sulla bocca e si sfrega la testa, e alla fine l'idea geniale arriva.
Spesso arriva anche il colpo di culo, ma è per questo che ci piace. Se non è sicuro, di certo ci prova. Non smette mai di provare, in realtà. Ogni episodio ha un momento in cui riconosce di avere sbagliato, di essersi confuso, di avere sottovalutato la situazione. Ad un certo punto, però, gli si accende la lampadina del genio, e finiamo per vivere momenti come questo, indimenticabile:


Se non l'avete ancora fatto, lasciatevi trascinare in un'avventura indimenticabile. Ci sono i Dalek, i quadri famosi, i fidanzati goffi e gli Antichi Romani.
Riuscite a pensare a qualcosa di meglio?



Post dedicato a Erre, ovviamente. 
Possa io continuare ad essere la Pond che ti accompagna nelle tue avventure, senz'altro più terresti, ma non per questo meno entusiasmanti.

martedì 10 gennaio 2017

#CiaoNetflix: Sherlock, S4E2, The lying detective

13:46
Chissà come mai i prodotti di finzione ci coinvolgono così profondamente. Non succede sempre e non succede a tutti, ma quando succede è un fenomeno incredibile, chiederò delucidazioni alla mia amica psicologa. Penso abbia a che fare con l'empatia, o qualcosa del genere.
C'è qualcuno, però, che lo sa molto meglio di me, ed è Steven Moffat, creatore della serie e autore dell'ultimo episodio andato in onda, The lying detective. 


COME AL SOLITO SPOILERISSIMI, CULO CHI LEGGE SENZA AVER VISTO L'EPISODIO

In questa puntata un nuovo Magnussen è sceso su di noi: risponde al nome di Culverton Smith, noto filantropo. Sherlock intuisce la sua natura di serial killer, ne diventa come suo solito ossessionato, e troverà il modo per riprendere con sè John nelle indagini., anche se entrambi stanno ancora elaborando il lutto per la scomparsa di Mary.

Empatia, dicevamo.
Quando scrivi di una grande perdita e di un grande dolore, hai due possibili scelte: o ce ne parli direttamente, riempiendoci gli occhi di immagini spezzacuore e di musica di Alessandra Amoroso, oppure li mostri. Per mostrarli senza parlarne devi essere molto, molto bravo sia in fase di scrittura che nella recitazione effettiva. È inutile che mi ripeta, tutti e tre gli attori che ruotano intorno a questo lutto sono straordinari e ci rendono il coinvolgimento semplicissimo da raggiungere. Quello che è meno scontato è che Moffat abbia scritto del dolore in un modo bellissimo, se questo fosse possibile.
John va in terapia, sembra non cavarsela male, ma vede Mary. La vede, la sente, le parla. Eppure non solo lui stesso è lucidissimo (non sta perdendo la testa per il dolore, non sta impazzendo), ma la visione stessa di Mary lo riporta costantemente con i piedi per terra, ricordandogli che lei non è altro che un prodotto della sua mente. Io non so quanto il fatto che quella lì fosse davvero sua moglie (o almeno che lo fosse al tempo, ora sono separati) abbia influenzato sulla performance di Freeman. C'è uno sguardo, in particolare, che mi ha annientata: John e Mrs Watson sono di fronte al video che Mary ha fatto per Sherlock. Quando la si sente dire, per la prima volta, 'Save him, save John Watson' la camera è fissa su di lui, e lui se ne esce con un'espressione che è un po' un sorriso, un po' un ghigno disperato, un po' il tentativo di non esplodere, ed è INCREDIBILE. Una scena da un secondo eppure una delle più alte di tutto l'episodio. Questo è lo Sherlock che ricordavo, una scena scura e minimale che è un proliferare di sentimenti.

E Sherlock?
Sherlock non è in sè, è Shezza, è tornato lo Sherlock tossicodipendente. Non che le droghe gli siano mai estranee del tutto, ma è tornato nel pieno del suo consumo. E anche se la trama ci dice che il suo consumo era volto anche al caso del serail killer, noi sappiamo che non è solo così. Non risponde di sè, lo vediamo toccare il suo punto più basso, urlare, scalpitare. Siamo abituati ad un aplomb diverso, raramente ha perso il controllo, raramente ha espresso i suoi sentimenti. Questo, però, vale solo a parole. Come la straordinaria Mrs Hudson ci ha fatto notare, Sherlock è molto più emotivo di quanto vuole far trasparire: spara, colpisce, accoltella quello che gli sfugge. Non tollera di perdere e di non capire, e non c'è niente di più umano di questo. È di Sherlock la battuta migliore dell'intero episodio, nella scena (che al momento in cui scrivo ho visto quattro volte), del confronto con John:
'In saving my life she conferred a value on it, in a currency I don't know how to spend.'

E per la prima volta, Sherlock sembra soffrire davvero. Sembrava fermo anche quando stava prendendo una manica di mazzate da John, nella scena che a me ha spezza il cuore più di tutte. Ma qui, quando ha lo sguardo perso nel vuoto nell'ammettere che c'è qualcosa che non sa, è devastante. Vorrei dire che mi sono fatta forza, che non ho pianto, invece mi sono prosciugata. Subito dopo, la confessione di Watson alla moglie, all'immagine che ha di lei. Il tradimento (mai consumato), i pensieri, l'averla trascurata. Nemmeno il momento leggero in cui si ritira in ballo Irene Adler è stato sufficiente ad abbassare l'esplosivo impatto emotivo del momento.

Mary, in tutto ciò, è strabiliante. Buffa, allegra, intelligente, curiosa come sempre. C'è un quarto di secondo in cui rivolge uno sguardo orgoglioso al suo uomo, gli sussurra 'Attaboy' con una dolcezza che hanno causato pelle d'oca costante. Per tutto l'episodio fa quella cosa che John le attribuisce nell'ormai citato confronto con Sherlock: tira fuori il meglio di lui. Lo spinge ad andare oltre, a chiedere informazioni, ad approfondire. Ad un certo punto dice un semplice 'JOhn, do better' che è la summa del suo comportamento per tutto l'episodio. Ed è quello che gli lascia alla fine, quando sembra pronta a lasciarlo andare, incitandolo ad essere sempre l'uomo che lei credeva lui fosse.

Mrs Watson finalmente smette di essere l'ochetta che credevamo, sappiamo da sempre che ha molto più carattere di quanto ci sia mostrato, perchè sappiamo del suo passato. Qui è la figura materna di cui i due uomini avevano bisogno: è determinata ed estremamente protettiva, il suo confronto con il sottovalutatissimo Mycroft è esemplare. Mycroft, dalla sua, non è male come viene rappresentato. È lui quello realmente incapace con gli umani, non possiamo mica fargliene una colpa.

In conclusione, il caso: brillante. I serial killer sono i preferiti di Sherlock, lo sappiamo dal primo episodio ('It's Christmas!'), e lo vediamo dalla passione con cui ci si butta. Il suo cervello torna ad essere al massimo delle sue capacità, portandolo, come sempre, due passi avanti agli altri (o due settimane, dipende dai punti di vista).
Il finale è stato soprendente: sapevamo dai rumors che in questa stagione il terzo Holmes avrebbe fatto capolino e conoscendo lo stile di scrittura della serie sappiamo che le pistole di Cechov non sono certo una novità, quindi se inseriscono qualcosa o qualcuno di nuovo questo deve colpire. Io, però, che sono nata e morirò babba, non avevo capito un cdn e quindi ho AMATO il finale.

Scusate per il fiume di parole fuori programma. Mi prudevano le dita, non avrei mai potuto aspettare sabato a parlarne.


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