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sabato 2 novembre 2019

Due parole su Doctor Sleep

11:43
Adattamento da Stephen King, seguito del romanzo di Shining, Mike Flanagan, Ewan McGregor.
Vorrei dire che partivo neutra nei confronti di questo film, ma sarebbe una colossale bugia. 
Volevo fortissimamente che mi piacesse, se fosse stato un fallimento avrei sofferto come per un tradimento, non ero pronta a vedere Flanagan inciampare su una cosa così ambiziosa.
Il trailer però non mi era piaciuto e sono arrivata in sala con il rosario in mano, pregando ogni divinità che andasse tutto bene.
E la colpa, alla fine, è solo mia, che non ci ho creduto. Perché Flanagan è un regista di classe, elegante e dolce e ambizioso senza tirarsela e mi ha rimessa a tacere.
Doctor Sleep è proprio bello, mannaggia a lui.


Danny Torrance è ormai un uomo adulto, che deve convivere con le conseguenze della sua esperienza all'Overlook. Beve, è solo, tira avanti alla giornata. Nel mondo, però, sta accadendo qualcosa e lui non può limitarsi a guardare.

Quanto poteva essere pericoloso portare in sala un seguito di Shining?
Io non posso nemmeno immaginare la pressione. A questo punto Flanagan aveva due possibilità: allontanarsi del tutto dall'estetica del film, ché tanto nel romanzo l'Overlook non c'era più, oppure sistemare qualcosina nella trama per trovare il modo di omaggiare quella cosa immensa uscita dalle mani di Kubrick.
Ha scelto la seconda, e questo può piacere oppure no. Nel trailer a me non era piaciuto, se devo essere sincera. Invece nel film, in cui si arriva all'Overlook solo dopo uno splendido percorso prima, è stato assolutamente perfetto e in fondo non poteva che essere così. 
Se Shining è una storia di dipendenza, Doctor Sleep è una di disintossicazione, un viaggio verso la pulizia interiore, una battaglia per diventare migliori. Non lo fa solo con il personaggio di Dan, uno stupendo McGregor che è sempre più bello e sempre più bravo ogni film che passa, ma soprattutto attraverso il personaggio di Abra. Abra che è giovanissima (e brava!) e deve convivere con qualcosa che la rende potentissima e fragilissima insieme. Il loro viaggio è fatto di paura e pericolo, ed è insieme che riescono ad arrivare dove devono. 

Io lo capisco che si possa gridare al fan service. Fermo restando che io per principio non ci trovo nulla di sbagliato in senso assoluto, quello che fa Flanagan è molto di più che tornare nel nostro albergo preferito. Prima si fa un viaggio fuori dall'hotel, si combattono i cattivi in ogni modo possibile, e poi, quando si capisce che ci vogliono le maniere pesanti si usano le più pesanti di tutti. e vi viene in mente una maniera più pesante dell'Overlook Hotel in un film il cui il protagonista sia Dan Torrance fatemi sapere. Si torna all'Overlook e lì ci sono le persone che nell'hotel c'erano un tempo, in alcune delle più esemplari scelte di casting dei tempi recenti. In certi momenti sarà quasi impossibile distinguere Alex Essoe da Shelley Duvall, anche solo per il gran lavoro sui movimenti che la Essoe deve aver fatto. 
Quindi insomma, si decide che in quel posto là ci si torna. A quel punto non si poteva farlo in altra maniera, lo capirete bene. Non potevamo mica dare all'hotel un aspetto diverso, era roba da rivolta popolare. Quindi ecco lo sconfinato omaggio al più grande film di sempre. Sì, sono chiaramente di parte, l'avete visto l'header di questo blog? Si respira un tale amore per quello che è stato che come si fa a prendersela col fan service? Mica era solo per noi, era pure per Flanagan stesso. Quel ragazzone qui ha un amore per quello che fa e per chi glielo ha insegnato che il suo film è diventato un'ode. E chi le scrive, le odi? I poeti, e questo è quello che Flanagan, film dopo film, sta dimostrando di essere. Ha una sensibilità senza pari, una raffinatezza nella narrazione che strappa i cuori e soprattutto, la cosa che a me fa uscire di testa più di ogni altra, uno straordinario gusto estetico, che fa sì che ogni cosa che tocca diventi un'opera d'arte. Doctor Sleep, come tutto il resto prima di lui in un magnifico crescendo di bellezza, è bel lis si mo. Ogni fotogramma, ogni colore, ogni inquadratura, sono indicativi di un gusto che oggi, per me, nessuno ha quanto lui. 
Per favore, non fatevi limitare dalle stupide etichette di genere. Prometto che se anche i film horror non vi piacciono vi piaceranno i suoi. 

Parental Advisory: nelle prime scene c'è l'attrice che fa la piccola Nellie in Hill House. Vi ho avvisato, ho quasi urlato in sala quando l'ho vista, patatina del mio cuore.
E poi c'è Hugo. piazzato lì a tradimento. Io ve l'ho detto.


giovedì 19 ottobre 2017

It

08:33
Avevo accolto la notizia di un nuovo It quasi tiepidamente. Non che fossi scettica, solo che non ero partita a mille, ecco.
Poi il film è uscito all'estero, con un anticipo ridicolo rispetto all'Italia, ed è uscito con il B O T T O.
Cifre astronomiche. Per un horror, quasi fantascienza.
Dopo lacrime di commozione e sempre crescente frustrazione legata all'attesa, il mio spirito, che nell'intimo è ancora un pochino cinico, ha immaginato che almeno il 60% del pubblico fosse composto da haters preimpostati pronti ad assaltare lo schermo con le balestre al grido di 'Tim, this is for you', citando la Donatella Versace nell'omaggio al fratello.
Invece anche questa volta la soluzione era la più facile: sono andati a vederlo tutti perché It è bellissimo.

Quando ho visto il titolo uscito così volevo piangere di bellezza


Dando per ovvio che conosciate almeno a grandi tratti la storia, passerei direttamente oltre. Se per caso invece non la conosceste, per favore, non cercatela. Lasciate che l'esperienza vi entri sotto la pelle perché vi garantisco che una volta sguinzagliato il pagliaccio, non ve ne libererete mai più.
It rappresenta un rito di passaggio nella vita dei lettori. Letto da giovanissimi, poi, è proprio un momento di separazione, perché dopo il romanzo di King la vita da lettori non è più la stessa. Chi l'ha letto da giovane ricorda distintamente il prima It e il dopo It. Io ricordo il primo giorno che ho visto il volumone in biblioteca, l'ho guardato per mesi prima di trovare il coraggio. Il punto veramente eccezionale, però, è che quando lo si rilegge (perché lo si rilegge...) magari si presta più attenzione ai dettagli, si va più in profondità, si analizza di più, ma delle cose importanti non cambia niente. E con cose importanti del mattone da combattimento kinghiano intendo la paura e l'amore.
Fingendo che la serie 1990 non esista, il film aveva tre possibilità: topparle entrambe, perché il rischio c'era, prenderne una e mollare l'altra, oppure, in una sorta di miracolo mariano, azzeccarle entrambe regalando un'esperienza impareggiabile.

Muschietti è al suo secondo film. Potevamo tutti tremare all'idea che toppasse, l'esperienza non era dalla sua. Invece Andy ci insegna che a volte non sono l'età o il curriculum a fare la differenza, ma l'intelligenza. Se già con Mama (fatta eccezione per la fine) a me aveva intrigata molto, adesso sono alla sua mercè. Fai di me quello che vuoi Andy, perché io ti amo. Ha ballato alla perfezione nell'equilibrio perfetto di un romanzo magistrale, che non solo faceva paura, ma che dava un calore impareggiabile. Il gruppo dei Perdenti è il vero punto di forza del romanzo. Bambini e basta, di un realismo che solo King, nel suo sempre splendido modo di parlare dell'infanzia, avrebbe potuto creare.

Nel film di Muschietti i Perdenti sono eccezionali. Oltre ad essere dei faccini da tenere sotto controllo singolarmente, perché sono stati tutti davvero bravi, sono stati un gruppo eccezionale. Bambini senza alcuna pretesa di eroismo, che hanno sincera paura e motivazioni non sempre altissime (la vendetta è molto presente), che vengono feriti, malmenati, sconquassati, sottomessi. Ma che si rialzano sempre, benda a coprire la faccia masticata e si torna a combattere. Sono bambini imperfetti, pieni di ansie e prese in giro sulla mamma, ma si vogliono un bene grande, tanto grande da superare l'istinto di sopravvivenza base. E il fatto che siano così cristallini dentro non era affatto scontato, perché come King fa sempre, e come Muschietti ha rispettato, tutti loro hanno alle spalle adulti di riferimento ben poco funzionali al loro ruolo di educatori. Gli adulti di It sono inesistenti, inutili, oppure dannosi. Non servono a niente nel caso, a cui comunque non crederebbero, e non sono di alcun supporto a dei bambini che stanno vivendo un'esperienza tremenda.

Ecco, l'esperienza tremenda. Quella, non preoccupatevi, la vivrete anche voi. Peché Muschietti non ha alcuna intenzione di farvi uscire sereni dalla sala: It fa una paura del demonio. Se già avevamo capito che Skarsgard era bello bello in modo assurdo dalle foto promozionali, qualcuno si era scordato di dirci che è anche mostruosamente bravo. Il suo Pennywise ha una mobilità eccezionale, un volto indimenticabile e, nel complesso, tende a farti salire una pellicina d'oca che te la levi forse forse la mattina dopo. Se dormi bene.
Siccome sappiamo da esperienze precedenti che una buona performance da sè non conta troppo se la sporchi di cacca tutto intorno, qui Pennywise viene quasi lodato. Il film ruota intorno a lui, viene valorizzato ogni suo piccolo sguardo, ogni suo movimento è sacrosanto. Intorno a lui è ricamata un'atmosfera spaventosa, che non fa niente per portare sollievo, neanche durante i momenti leggeri tra i ragazzi. Pennywise è sempre sullo sfondo e si fa proprio in modo di non farcelo dimenticare mai.
La scena del primo ingresso dei Perdenti nella casa di Neibolt Street è una scena lunghetta e piena, PIENA, di tensione. Non si molla un colpo, le sequenze spaventose sono una successione infinita che non dà un istante di tregua. È perfetta.

Si ride tanto, con questi Perdenti, e se non gli si voleva bene prima si esce dalla sala col cuore colmo di affetto. Poi, però, quando ti avvicini al corridoio luminoso del multisala è inevitabile voltarsi indietro preoccupati, It ha fatto il suo lavoro e ha fatto paura.
Tutto quello che gli serve per sopravvivere.

sabato 16 settembre 2017

Vampires! - Le notti di Salem

16:36


Quando iniziai a pensare al romanzo di vampiri che sarebbe diventato Le notti di Salem, decisi di provare a usare il libro un po’ come una forma di omaggio letterario e quindi il mio romanzo ha un'intenzionale somiglianza con Dracula di Bram Stoker, e dopo un po’ mi accorsi che quello che stavo facendo era giocare un’interessante, almeno per me, partita di squash letterario: Le notti di Salem era la palla e Dracula il muro contro cui la rimandavo, stando attento a come e quando rimbalzava, così da poterla colpire ancora. Andò che certi rimbalzi furono davvero interessanti, e questo è dovuto al fatto che, mentre la mia palla esisteva nel Ventesimo secolo, il muro era un prodotto del Diciannovesimo. Allo stesso tempo, poiché le storie di vampiri erano la materia prima dei fumetti horror con i quali ero cresciuto, decisi che avrei anche provato a inserire questo aspetto della storia dell’horror. (S. King, Danse macabre


Ho aperto il post nel modo che mi sembrava più corretto. Salem's lot, Le notti di Salem in italiano, è il secondo romanzo di Stephen King nonchè uno dei più grandi. Uscito nel '75, riletto oggi non perde un briciolo della sua inquietante bellezza. Per parlarne, quindi, c'era da partire dalle parole del legittimo proprietario.

Salem è l'abbreviativo di Jerusalem, una cittadina la cui tranquillità è scossa dall'arrivo di nuovi abitanti. Uno di questi è lo scrittore Ben Mears, molto incuriosito dalla storia terribile di Casa Marsten, la villa che si affaccia sulla città.

Nessuno al mondo, per quanto io possa saperlo con le mie limitate conoscenze, parla delle piccole comunità come Stephen King. Jerusalem's Lot è casa di tutti, è familiarità, routine, intimità, confidenza, fin dalle primissime pagine. È un paese in cui gli abitanti si conoscono da anni, in cui il professore ricorda tutti i suoi alunni, in cui non si possono fare le corna al marito senza che tutti lo sappiano e in cui la gente si saluta per strada chiamandosi per nome. Quello che ne esce è un ritratto semplice ma affettuosissimo.
Allo stesso tempo, però, questo è un romanzo di vampiri. Se posso permettermi, è anche un romanzo di vampiri coi contrococomeri, che regala strizza come confetti gli sposi. La dispensa così, a manciate abbondanti, sulla testa di noi poveri lettori che poi abbiamo i locali da chiudere la sera tardi e per non farcela sotto mandiamo messaggi vocali chilometrici a tutta la rubrica. Non che parli di me, sia chiaro.

Nel suo Danse Macabre SK dice che Le notti di Salem è un omaggio. A me sembra proprio una dichiarazione d'amore. Le dichiarazioni d'amore, quando sono sincere, sono belle a prescindere da come sono scritte. Accade però che ogni tanto, ed è decisamente questo il caso, le lettere degli innamorati siano ispirate, brillanti, potentissime. Dracula trasuda da ogni virgola, a volte in modo più sottile e in altre più palese, fino alla citazione diretta del mio adoratissimo professor Van Helsing. Leggere i due romanzi uno dietro l'altro è appassionante, diventa quasi un gioco. Stephen è fangirl come tutti noi del vecchio Bram, con la differenza che, mentre noi tagliamo gli articoli del Cioè e li appendiamo in camera, il suo fangirling si trasforma in uno dei più bei romanzi di vampiri (e non solo) che io abbia mai letto.

Uscita dal Lot, però, non ero pronta a lasciar andare i miei personaggi del cuore. Ero diventata cittadina, e non volevo salutare i miei compaesani. Mi sono quindi guardata la miniserie del '79, diretta da un tale Tobe Hooper, trasmessa dalla CBS. Hooper è morto pochi giorni dopo la mia visione, e l'infelice coincidenza è stata tristissima.
Un Barlow chiaramente attanagliato dai sensi di colpa

Il passaggio da un media all'altro è spesso impietoso, soprattutto quando si crea un legame forte con i personaggi del libro e si finisce per dare loro un volto e una voce che inevitabilmente finiscono per essere sostituiti da quelli scelti da qualcun altro per noi.
Quel Barlow, però, è una favola.
Avrebbe potuto avere ogni aspetto, e tanto ci avrebbe fatto paura comunque, però è stato scelto di usare il carico da mille e dare al vampiro l'aspetto che più gli si confà: quello del mostro. Di vaghiiiiiiissima ispirazione Nosferatiana (in che neologismi mi sono buttata?), il Barlow della serie non scherza proprio per niente. L'umanità non gli appartiene, non una parvenza di appartenenza alla nostra specie si intravede in lui. Chi lo biasima poi il povero Straker, suo discepolo e servo, se non ha il coraggio di disubbidirgli?
Questo fa paura, e lo sa benissimo.

Con mia estrema soddisfazione Hooper ha scelto di tenere quasi tutte le scene che nel libro mi avevano incollata alle pagine, riportandomi quindi non solo all'atmosfera intima della cittadina ma anche alla paura che avevo preso nelle pagine.
La trasposizione funziona proprio perché anche laddove adegua parti della storia alla sua nuova forma, non ne perde l'aria principale, rendendo ancora più difficile l'uscita dal Lot.

Voi, però, se ancora non avete vissuto la bellezza di arrivare a Jerusalem's Lot per la prima volta, fatelo, accomodatevi.
Avrete una gran paura, ma troverete casa.

martedì 28 luglio 2015

Tratto da un racconto di Stephen King: Stand by me

23:04
(1986, Rob Reiner)

Ho pensato a lungo su quale potesse essere il film migliore da trattare individualmente perché per quanto ci ostiniamo a dirlo, non è vero che ogni film tratto dai lavori del troppo nominato Stephen King fa pietà.
Alcuni fanno piangere dall'amarezza (Mercy, Mercy, Mercy!!), altri sono minuscole caccolette in confronto alle parole del Meraviglioso, e poi ci sono quelli belli.
Che quando dico belli intendo Belli.
E sarebbe facile stare qua a elencare i motivi per cui ritengo Shining l'unico film al mondo degno di essere chiamato Perfetta Opera D'Arte, oppure ribadire l'intramontabile fascino di Carrie o Misery.
Ma lo sappiamo già.
(Non che ribadirlo faccia male, ANZI, qua siamo a favore del repetita iuvant)
Di fianco a questi colossi dell'horror, però, ci sta Stand by me. 
Che titolo bellissimo, eh?
Stammi accanto.


Non importa a quanti anni si affronti la visione di Stand by me per la prima volta. Non importa che siate stati bambini composti e beneducati o coloriti maschiacci poco puliti. Non importa nemmeno che i vostri film preferiti siano di tutt'altra pasta. E non importa neanche se pensate che il solito autore sia un mediocre essere come tanti altri.
Stand by me è la trasposizione in pellicola del racconto in cui il Nostro ci mostra tutta la sua capacità di prendere l'animo umano e riproporlo in parole. In cui dimostra che non serve essere bambini per raccontare i bambini.
Basta una buona memoria.
Perché non c'è niente di più reale e universale della voglia di avventura (di qualunque tipo essa fosse, non c'è certo bisogno di scappare di casa di nascosto per viverne, anche se lo sognavamo tutti), e del desiderio di viverla con i volti cari dei nostri amici. Quegli stessi amici che prendono il tuo grande dolore e lo stritolano sotto le mani quando ti abbracciano, o quando ti danno un pugno, o quando ti buttano giù da un ponte per impedire che il treno vi investa entrambi.
Il dolore, sì, quello che già a 13 anni senti fortissimo alla bocca dello stomaco, anche quando magari non ne puoi comprendere tutte le implicazioni ma che può comunque rovinarti il funzionamento dell'apparato digerente e il ritmo sonno-veglia.
Essendo così giovane guardo a quell'età con ancora troppo coinvolgimento, non ho il distacco necessario per analizzarla come si deve.
Anche se, in effetti, ci si stacca mai dal noi stesso bambino?
King non lo ha fatto, ma nemmeno Reiner.
Che è riuscito a rendere, in un modo incantevole, tutto lo splendore di quegli anni, quando un secondo prima ti atteggi a uomo vissuto con la sigaretta in bocca e quello dopo preghi i tuoi amici di non raccontare storie dell'orrore perché te la fai sotto.
O quando vorresti trascorrere le giornate in spensieratezza, a cantare canzoncine per insultare le mamme dei tuoi amici (questo non passerà mai di moda) e a scappare dai bulli, come ci si aspetta che tu faccia a quell'età, e invece vivi col tremendo dolore della perdita di un fratello, o con la complicata convivenza con un padre difficile.
Quando vorresti essere già adulto e nello stesso tempo non esserlo mai.


Di tutte le scene iconiche che Stand by me ci regala, quella che preferisco e che credo renda perfettamente in immagini tutto il discorsone fatto sopra è una breve scena in cui i quattro amici stanno camminando in file da due. I ragazzi dietro stanno parlando del loro futuro, dei loro genitori difficili, dei loro desideri anche lavorativi. I due salamotti che stanno davanti, invece, discutono animatamente su chi sia più forte tra Braccio di Ferro e Superman. Entrambe conversazioni che riescono ad essere perfettamente legittimate dall'età dei protagonisti. Teneramente commovente, con quel loro modo di essere così goffi e impacciati, e quel sentirsi già così maturi. E così per tutta la durata di questo sognante e incredibile film, in cui scene dolcemente comiche si alternano a quelle altrettanto dolci ma struggenti.
Quanto è struggente vedere questi ometti entrare nel nero del dolore e cercare di nuotarci in mezzo, perché è proprio qui che stanno imparando come si fa a starci a galla. In un battito di ciglia avranno già imparato a gestirlo, ma ora sono qui e devono sbattere forte le gambe, anche se dopo un po' fa male e vengono i crampi.
Non ci si sveglia un mattino improvvisamente più grandi, saggi e ragionevoli. Si cresce minuto dopo minuto, su quelle rotaie in cui un passo non è mai compiuto dalla stessa persona che ha mosso quello precedente.
E non te ne accorgi mai, che stai crescendo.
Tu vivi, e basta.
Quando ti fermi a riflettere ti accorgi che magari è cambiato il modo di vedere le cose, o che i tuoi interessi non sono più gli stessi, che è mutato persino il tuo modo di rapportarti con le altre persone. Ma quando tutto questo stravolgimento sia avvenuto, tu mica lo sai.
Tu stavi solo passeggiando sui binari.

lunedì 20 luglio 2015

Tratto da un racconto di Stephen King: A volte ritornano

18:21
Nel 1978 esce la prima raccolta di racconti del Nostro. Si chiama Night Shift, distribuito in Italia come A volte ritornano. 
Venti racconti uno più bello dell'altro (continuo a credere che lui dia il meglio di sè nelle narrazioni brevi, per quel poco che ne posso sapere io), da cui, ovviamente sono stati tratti svariati film, alcuni più famosi di altri.
Fil rouge: mi han fatto tutti schifo. O quasi.


Grano rosso sangue, 1984, Fritz Kiersch 


I pugni sono roba facile. Un po' troppo visti.
Gli schiaffoni, invece, quelli proprio a mano aperta in pieno viso, sono più umilianti. Sono 'ho fatto il cattivo e il papà mi dà una bella sberla'.
Per questo, quando alla fine di Grano rosso sangue il protagonista Burt prende a pizze in faccia il giovane Malachia a due a due fino a che diventano dispari, io ho goduto profondamente.
Malachia è un giovane che vive nella cittadina di Gatlin. Cittadina strana, quella, ci vivono solo ragazzini. Burt e Vicki, una coppia in viaggio, si ritrovano lì perché hanno investito un bambino e vogliono andare a denunciare l'incidente alla polizia. Ma niente adulti, niente polizia.
Sapete quanti Grano rosso sangue ci sono? Qualcosa come SETTE. Sei sequel per un film che ok ha fatto buoni incassi (che poi in questi casi è tutto ciò che conta) ma che risulta essere un mediocrissimo lavoretto con molto poco da dire. 
Non mi basta che mettiate un cappello nero in testa ad un ragazzino dal viso angelico per rendermelo inquietante, vi dirò.
Perché nel racconto si arriva nella cittadina con calma, in un clima che parte già teso per la coppia in procinto di divorziare, con approfondite descrizioni dei campi di grano che paiono essere l'unica cosa presente, si sente leggendo il vento che li muove.
Sapete cosa fa rabbia? Che il film inizia bene. In un ridente paesello di campagna del Nebraska tutti i cittadini sono bravi cristiani che dopo la funzione domenicale si fermano alla tavola calda a fare una bella colazione tutti insieme. Inizia a questo punto una mattanza messa su dai bambini del villaggio, fatta di caffè avvelenato, coltelli e botte. 
Ecco, un efficace inizio che si rivela la sola cosa funzionale del film. Mi rendo conto che per chi lo abbia visto magari nell'infanzia possa stare comodo negli abiti di culto, ma io l'ho visto a 24 anni, capitemi.

The Mangler, 1995, Tobe Hooper


'Hai provato a pensare che la macchina sia maledetta?'
'Sì, come no.'
'No, non maledetta, posseduta!'
Ah, scusa, adesso sì che mi torna.
Non è che voglia fare la saputella, perdonatemi, ma mangler vuol dire stiratrice. Ora, se mi fai un film su una stiratrice maledetta, lo devi fare in un certo modo, perché è piuttosto evidente che non ci troviamo di fronte a materiale di sua natura particolarmente inquietante.
Detto ciò, quello che penso io è che con certe premesse si poteva tirare fuori una comedy horror indimenticabile. Perché è una STIRATRICE, capito?
Una di quelle idee che solo quel beotone di Stephen King poteva tirare fuori, perché secondo me quello lì nel cervello non ha convenzionale materia grigia ma chiaramente altro. Il fatto che fosse uso alle sostanze illecite e all'alcool può anche avere dato una sua buona mano.
Questa, di stiratrice, sta in una ditta, la Blue Ribbon Laundry, in cui i dipendenti (e quelli che stanno loro intorno) iniziano a cadere come i dieci piccoli indiani di Christiana memoria. Indagano un poliziotto e un suo amico, quello che lo voleva convincere che la suddetta macchina fosse maledetta. No, non maledetta, posseduta.
Che poi io lo capisco anche, eh, Tobe Hooper. Se uno dei tuoi primi film ti esce storico, un culto, una perla, un amatissimo filmone che nessuno mai dimenticherà, poi sei costretto a essere sempre all'altezza. Allora ci riprovi, ti viene Poltergeist, pensi di essere a posto per la vita.
E invece no, la gente vuole altro, altri film tuoi, quando tu magari vorresti essere a Mauritius a farti spalmare di spf 50 per evitare le rughe.
Poi si lamentano se ti vengono come The Mangler. 
Io lo so che ci hai provato, bello mio, che hai detto 'spetta che mettiamo Robert Englund così tutti guardano lui e nessuno nota che in fondo sono un registino così buttato lì e basta.'
Invece no, l'abbiamo notato.
Mi spiace.

L'occhio del gatto, 1985, Lewis Teague


Se mi date un film horror a episodi il cui filo conduttore è un gatto secondo i miei professionali e competenti canoni di giudizio già dirò che si tratta di un'opera straordinaria.
Poco importa se farà schifo.
La bella notizia in questo caso è che il film non è brutto.
Gli episodi sono 3, dei quali solo i primi due sono tratti da due racconti di A volte ritornano.
Nel primo, Quitters Inc., vediamo un uomo rivolgersi alla ditta che dà il nome al titolo per farsi aiutare a smettere di fumare. I metodi da loro utilizzati si riveleranno, come dire, poco ortodossi.
Il secondo ('Il cornicione') invece ci mostra come una specie di grasso mafioso scommettitore usi il suo vizio delle scommesse anche contro l'amante della moglie. Un episodio abitato da una manica di deficienti che però mi ha intrattenuto piacevolmente, riuscendo anche a farmi provare del sano disgusto nei confronti del nostro benestante 'benefattore'.
Nel terzo, chiamato 'Il Generale', infine, ritorna il nostro beneamato felino, questa volta in veste eroica, in quanto pronto a salvare una giovane e deliziosa bimbetta dalle grinfie di un troll (che, in modo del tutto inaspettato, non si trova nei sotterranei. cit).
Quale sia finito in testa alla classifica lo capite bene da voi.
(No, in realtà ho apprezzato molto il primo corto ma poiché il mio amico felino viene torturato non ho il coraggio di ammetterlo a voce alta.)

Brivido, 1986, Stephen King


Io ti prego Stephen di posare quella macchina da presa e di venire qua a sederti vicino a me. Calmati, questo incubo è finito. Basta, basta.
Film mai più.
Solo solo solo libri.


lunedì 13 luglio 2015

Tratto da un racconto di Stephen King - I mainstream (parte I)

13:58
C'è una specie di legge non scritta che aleggia nell'aria che dice che l'omino bizzarro del Maine può piacervi oppure no, ma uno di questi film lo avete necessariamente visto. Che vi piaccia l'horror o meno.
(Anche perché definire il signor King solo un autore di genere è altamente ingiusto e irrispettoso.)

It, 1990, Tommy Lee Wallace


Vediamo se indovino cosa è successo nelle vostre vite?
Grossomodo intorno agli 8-10 anni avete visto It. Tutti. E tutti giù a ridere, MA NON FA PAURA! Ahahah, tutti i bambini dell'universo che guardano It e dicono che non hanno avuto paura.
Conseguenza, a 30 anni tutti che hanno paura dei pagliacci.
Ah, ma It non faceva paura.
Effettivamente, rivisto oggi, magari con qualche annetto in più sul groppone, paura non la fa.
Ma, francamente, chissenefrega.
Sarà un prodottino mediocre (e va bene, va bene, lo è), sarà una mezza pippetta nei confronti del romanzone da cui è tratto (e lo è, di nuovo), ma è IT! E' l'infanzia, le guerre tra bande rivali, una riunione di sfigatelli ante Glee Club, è divertente. Ad un occhio oggettivo, cosa che il mio non è, potrebbe anche fare piuttosto pena rivisto adesso, va riconosciuto. E' anche lungo come la Quaresima per cui se non gli volete bene evitate di buttarvici perché potreste vederlo come tempo perso.
Ma è IT, quello lì è il mio amatissimo e straordinario Tim Curry, il resto non ha importanza. 192 minuti da re assoluto della scena, anche quando non era presente.
Rimane e rimarrà sempre un cult assoluto, nonostante i milioni di difetti tra cui non ultimo il fatto che il sopracitato Pennywise sia l'unico in grado di recitare. Occupa un posto nel cuore che è ben preciso e tutto suo. Il solo fatto che si stia pensando e lavorando ad un remake mi spezza il cuore. Lo so che con ogni probabilità ne uscirà un lavoro migliore, ma dall'alto della mia maturità mi ci oppongo a prescindere.
Tanto Tim Curry non lo supera nessuno, STACCE.

The mist, 2007, Frank Marabont


Scheletri è la mia raccolta preferita di racconti di King. Forse anche il suo libro che amo di più (forse, perché come cavolo si fa a scegliere?).
La nebbia è, appunto, uno dei racconti da Scheletri.
Si parla di un tot di persone che restano chiuse in un supermercato perché lì fuori si è sviluppata una densa e fittissima nebbia che pare essere popolata da creature niente affatto amichevoli.
Ascoltate una cretina e fate come vi dico: se non avete visto The mist vedetelo adesso. Anche se avete letto il racconto, e pensate che il film non possa darvi niente di più, regalatevi la visione di questo film davvero molto bello, perchè il suo finale (se non ve l'hanno spoilerato in precedenza, in quel caso non vale) vi lascerà in pezzi.
Un monster movie interessante, che riesce ad esserlo anche per me che non sono troppo fan del sottogenere. Forse perché i monster che stanno fuori hanno quasi il ruolo del pretesto in confronto ai monster che stanno dentro. Ma togliamo pure il quasi. Umanità in pericolo, per cui la sopravvivenza viene prima di qualsiasi altra cosa. Molto, molto comprensibile, ma tremendo. Alcuni dei momenti più angoscianti della pellicola sono proprio dati dagli atteggiamenti delle persone. Tenete sotto controllo la signora Carmody, segnatevi il nome.
Tremendo, dicevamo. Ma rimane comunque niente in confronto al finalone. Finalone che, come una ciliegina su quella torta avvelenata dal terrore che ci pervade, ci conduce verso una totale e disarmante disperazione.
Un film incredibile.

Misery non deve morire, 1990, Rob Reiner


Anno Domini 2013.
Viene diffusa la notizia che tale Kathy Bates farà parte del cast della nota serie tv American Horror Story.
Il popolo accoglie la notizia con feste in piazza, manifestazioni di giubilo, parate con carri festosi e lancio di coriandoli colorati agli angoli delle strade.
O almeno, nella mia mente è andata proprio così.
Perché Kathy è, e sarà sempre, quella folle sconsiderata di Annie.
Annie che ancora oggi mi fa una paura pazzesca.
Passo indietro per quelle due anime che non sanno chi Annie sia.
Annie (poi il suo nome non lo scriviamo più) è un'infermiera che salva da un incidente stradale il famoso scrittore Paul Sheldon. Mentre gli presta assistenza, scopre che quel folle vuole far morire, nel suo ultimo romanzo, Misery, che altri non è che l'eroina del cuore di Annie. Lei non prende la notizia proprio bene, per cui prova a fargli cambiare idea.
Se non avete visto Misery siete proprio sul blog sbagliato.
Se già il romanzo è una specie di miscela tossica di tensione e scene molto interessanti anche belle toste, il film è quasi (quasi) su un livello superiore. Reiner ha scelto di eliminare quasi (QUASI) completamente la violenza fisica e visibile ed ha fatto un gran bene, perché è talmente efficace lo sguardo della meravigliosa Bates che non serviva altro. Potrei quasi dire che il film si reggerebbe in piedi anche se fosse orribile e avesse come carta vincente solo quegli occhi.
Perchè la follia spaventa. Perché quando una persona fa un gesto sbagliato, ci si appella alla logica. Si spiega cosa sarebbe stato giusto fare. Ma la logica va del tutto in panne quando siamo di fronte ad uno squilibrio. E lei è talmente brava, talmente verosimile, talmente intensa, che lascia spiazzati. Non puoi spiegarle che non si tengono ostaggio gli scrittori, è ovvio per noi che Misery è solo un personaggio fittizio. E' logico. Non per lei.
Il suo passare dall'affabilità (quello lì è il suo scrittore preferito! E sta male! Si prenderà cura di lui.) al tono minaccioso quasi a passo di danza è da applausi.
Come lo è tutto il film.

(No, i film più famosi non sono tutti qui. Stay tuned!)

mercoledì 8 luglio 2015

Tratto da un racconto di Stephen King - Intro

11:10
Con ogni probabilità nemmeno ve ne siete accorti, ma sono stata lontana da questo luogo di delizia per giorni, mio malgrado.
Mi ha disturbato molto, ma con calma sto recuperando tutti i post che avete scritto in questo lasso di tempo.
La cosa '''positiva''' è che ho avuto molto tempo per leggere. Il risultato è questa nuova serie di post.
Mettiamoci comodi, che sarà lunga.


Stephen King ha sembianze umane, ma è chiaro a tutti da anni che si tratta in realtà di una creatura aliena giunta sulla Terra per mostrare a tutti noi che in un modo o nell'altro scriviamo che in realtà siamo solo delle caccolette al suo cospetto.
Diecimila miliardi di parole in neanche 70 anni, età terrestre.
Una specie di Hellboy della letteratura.
Con tutto sto materiale a disposizione, hai voglia a trarne dei film.
E infatti.

Su MRR abbiamo già parlato di alcuni film che portano le sue parole su schermo: Mercy, quella merda fotonica, Pet Sematary, lo splendore di Carrie di Brian De Palma e infine la totalizzante e spiazzante perfezione del mio amatissimo e preferitissimo Shining. Questi quindi li diamo per assodati, li nomineremo solo velocemente.
Ce ne sono, però, TANTISSIMI altri.
Talmente altri che ne avremmo per un semestre, ma siccome i film da vedere al mondo sono troppi, facciamo che ce ne occupiamo solo per un mesetto.

Se volessi trattare OGNI SINGOLA COSA che porta la dicitura che dà il titolo a questa serie di post, avrei sufficiente materiale da tenerci un blog a parte.
Ho cercato quindi di selezionare solo alcuni titoli, e solo film.
Perché se mi mettessi a vedere anche tutte le serie tv dovrei licenziarmi dal lavoro e non fare altro.
E poi Under the dome non lo voglio guardare, gne gne gne.


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