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domenica 9 ottobre 2016

Maripensiero: Guillermo Del Toro

14:04


Il Cinema è una di quelle cose, come l'arte in genere o i profumi, per esempio, che segnano le fasi della vita, sia di chi se ne dichiara grande appassionato sia di chi lo vive come un semplice svago. Non è un caso se da adulti ci ricordiamo ancora le canzoni dei film che guardavamo da piccoli.
(Garantisco che se li ricorda anche chi di cinema se ne frega, avrei qualche amico da citare ma confido che chi di dovere si riconosca!)

Una nuova, diversa, fase della mia vita è iniziata quando ho visto il mio primo film di Del Toro, quell'omone dal viso incredibilmente simpatico che oggi compie 52 anni. Una fase molto recente, eh, questo non è un amore che dura da una vita. È iniziata così: io e Riccardo abbiamo il nostro personalissimo cineforum, che ha sede sulla sua auto ogni volta che torniamo dal cinema. Un giorno mi dice che secondo lui mi piacerebbe tantissimo Il labirinto del fauno. Lo conosco solo di fama, mai visto. Riccardo, però, ha totale accesso alla mia mente, se vede una cosa sa immediatamente quale sarebbe la mia reazione a riguardo. Se mi dice di vedere il Fauno, quindi, io lo guardo. E la mia vita cambia.
(Credo di non averti mai detto che è tutto merito tuo. Grazie.)

A lui non è piaciuto granché, dice. Io lo so il perché. Non è vero che non gli è piaciuto, è solo troppo ferito. Io ci ho messo giorni a riprendermi, e ancora adesso vedere Ofelia mi lascia un macigno sul cuore. Esiste una recensione, qui sul blog, che ai tempi era piaciuta e che io ora mi vergogno a rileggere perché la odio. La strapperei, ma nessun post è mai stato cancellato dall'universo redroomiano e non inizierò certo ora. 
A film finito ho pensato che allora una dimensione adatta a me ESISTEVA. Solo che non l'avevo ancora trovata. Un mondo in cui la magia esiste, ma senza le bacchette magiche, in cui i colori non erano solo lì perché ci erano capitati, ma perché qualcuno ci stava giocando, in cui la mente e la fantasia sono IMPORTANTI, e non capricci di un bambino. 
Ho pianto fino a sentire i dolori alla pancia, la prima volta che ho visto un film di Del Toro, e se ad una persona sana questo può far dire 'Ok io di questo non vedo più niente' a me ha fatto dire 'Non voglio altro che questo'.

Palesato il mio entusiasmo a Riccardo, mi sento dire che è il turno di Hellboy.
Uououo, calma, che a me i supereroi stanno tendenzialmente sulle balle. 
'Ma no, fidati, guarda che è una cosa diversa.'
E nella mia vita entra anche un coso rosso molto grande con il sigaro e i gattini. 
Dopo di lui ci sono stati altri bambini, con i loro fantasmi reali o metaforici, vampiri, uomini pesce, generali, robottoni giganti, amanti sofferenti.
È troppo facile dire che i film di Del Toro sono belli. Lo sono, fine del post e ciaone con la manina. Lo sapete che non sono una tecnica, se volete che vi dica quanto e perché sia un bravo regista non è qui che dovete rivolgervi. Ricordo un post di Lucia in cui parlava di quanto fossero ben girate le scene d'azione di Pacific Rim, cercate lì, che io non ci capisco un cazzo.

Quello che a me ha lasciato interdetta è il filtro straordinario attraverso cui le persone come Del Toro interpretano il mondo. Lo stesso mondo che vedo io. Le stesse foglie degli alberi, le stesse risate dei bambini, le stesse notizie al tg. Vive come me, mangia come me (forse un po' di più, ma niente body shaming), suppongo espleti anche le mie stesse funzioni corporee. Eppure sembra che sia stato dotato di qualcosa che ai comuni mortali non è stato consegnato. Una mente incredibile grazie alla quale quella che io vedo come una bambina per lui diventa una principessa strappata al suo regno. È strabiliante. 
La Mari di qualche tempo fa avrebbe provato invidia per questo superpotere: quello di rendere magico il mondo. Oggi, sebbene non neghi che avere il cervello di questo signore non mi dispiacerebbe per niente, sono grata che ce l'abbia lui. Grata di essere nata in un'epoca in cui posso andare al cinema a vedere che cosa la sua mente stavolta ha fabbricato. Grata di poter accendere il pc, e di permettere ad un universo nuovo di entrarmi dentro e di rendermi un po' migliore, ogni volta.
Un po' più sensibile, un po' più aperta alle storie di chi mi circonda, un po' più umana, perché è proprio il fantastico, quando è così, che ti fa amare ancora di più la realtà.
Le persone come Del Toro (insieme a lui mi viene in mente il solito Neil Gaiman, per esempio) mi fanno credere che allora il problema non è il mondo, il problema sono io. Il mondo non è grigio, o triste, o monotono, o banale. Sono io che quando guardo un albero vedo solo un tronco con delle foglie, loro mi stanno insegnando ad aprire bene gli occhi, quelli che stanno dentro al cervello, perché dentro l'albero ci sta Doug Jones, e non è mica colpa sua se io non l'ho visto. 
Perché i segni del passaggio della principessa sulla terra sono visibili solo agli occhi di chi sa guardare, e dio solo sa quanto sono grata a Guillermo Del Toro per avermi insegnato a farlo.



domenica 14 febbraio 2016

La spina del diavolo

16:41
OCCHIO PERCHÈ DICO UN PO' TROPPE  COSE

Sto per dire una cosa impopolare: a me San Valentino piace.
Niente baciperugina nè peluche nè rose da queste parti (anche se un mazzo di tulipani sarebbe sempre gradito. Uno oppure trecentosessantacinque, uno al dì come le compresse), non sono il genere di cose che mi fa felice.
Però sono contenta che esista un giorno all'anno in cui ci si può fermare a ridare al volersi bene quell'importanza che a volte la routine fa sfumare. Poche balle, non è vero che si dovrebbe festeggiare l'amore ogni giorno, ci sono il lavoro, le preoccupazioni, gli impegni, che a volte fanno sì che diamo per scontate le cose più belle.
E quindi sono felice che sia San Valentino, così da avere un giorno per prendere tra le mani il viso di chi amo e sentirmi il cuore battere forte come il primo giorno.
Quindi ciao, Guillermo Del Toro, grande amore mio. Mi sei mancato
Come nessun altro hai saputo trovare il modo di entrarmi nell'anima, creando Opere che per qualcuno sono semplici film e che invece io vedo come lettere tanto intense dirette proprio a me, pronte a colpirmi lì, in quell'angolino di cuore a cui nessun altro regista è mai riuscito a parlare così chiaramente.


Siamo sempre nel periodo della guerra civile, e siamo sempre bambini, come in quel Labirinto del Fauno che ha trasformato la mia anima in quella di una persona un pochino migliore. Questa volta, insieme a Carlos, viviamo in un orfanotrofio, gestito da due brave persone, che cercano di tutelarci dall'orrore che sta appena fuori. Stavolta, però, c'è anche un fantasma.

Ogni volta che vedo un film c'è sempre una sequenza che mi fa pensare che nel post dovrei dire una certa cosa piuttosto che un'altra. Questa volta è successo quando i ragazzini sono riusciti ad incastrare Jacinto. Ci viene fatto credere che il Male Vero sia la guerra, cornice che guida il film indirizzando le azioni degli adulti, ma la Crudeltà in realtà risponde al nome di Jacinto. Se per un po' abbiamo creduto che ogni sua azione fosse guidata da una ragione (denaro, denaro e ancora denaro, ma anche un po' di amarezza, un passato complesso, vedetela come volete, ma con queste ragioni si poteva anche spiegare l'omicidio di Santi), ad un certo punto l'uomo si avvicina ad uno dei bambini, restituendogli un 'anello' che il (più o meno) piccolo aveva regalato a Conchita, promessa sposa di Jacinto, ragazza per cui il ragazzino aveva una cotta. Gli fa intendere, così, senza possibilità di dubbio, che lei è morta. Gli spezza il cuore, volontariamente. Gli fa del male con tutta l'intenzione di farlo, per il solo gusto di vederlo soffrire.
E questo è infimo, è viscido, ed è uno di quei momenti di cui parlo quando intendo che Del Toro mi annienta.


Onestamente, però, come si riesce ad isolare una singola scena? Ancora una volta mi sono trovata in balia delle favole di Del Toro, completamente, dall'inizio alla fine. Perché c'era la guerra, sì, e la guerra è inimmaginabile. Però qui ragazzi i problemi grossi erano il fantasma e il bullo. La guerra è servita a noi e agli adulti per dare un senso alle decisioni, ma la nostra concentrazione e quelle di Carlos e i suoi amici stavano tutte sui loro problemi, solo all'apparenza più piccoli. E come al solito la cornice viene presto abbandonata nelle mani di chi se ne può occupare; noi abbiamo altro a cui pensare. Cerco di non fare confronti con quel Labirinto già citato, ma è difficile.
Quello che cambia, però, è che la mia Ophelia era sola. Era circondata di adulti che avevano altro da fare, e solo la sua incantevole mente l'aveva potuta aiutare. Carlos, invece, aveva alle spalle un muro di cinta fatto di scomposti e disordinati orfani, senza niente da perdere ma con tanto da difendere.
Una vita intera, la loro, da proteggere, insieme.
E quindi, come quei freaks di tanti anni fa, anche loro, insospettabili e per niente minacciosi si sono presi una potente rivincita, che si è conclusa con uno spaventoso abbraccio. E io, tra i singhiozzi, in piedi sul divano, ad incitare i miei piccini a picchiare più forte, perché il nemico era uno solo e loro erano tanti, forgiati da un'amicizia di quelle che nascono solo quando si è disgraziati insieme.
E non è vero che, come diceva Jacinto (lui sì, solo per davvero) che nessuno avrebbe mai cercato i poveri piccoli orfanelli.
Si sarebbero cercati l'un l'altro fino alla morte, protetti e difesi insieme, pronti a vendicarsi in ogni secondo.
Come per Santi.

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