venerdì 31 maggio 2019

The Hitchbook: La finestra sul cortile

Da cosa nasce, qualcuno si chiederà (oppure no) questa mania per Hitch?
Perché è uno dei più grandi registi di ogni tempo, penserete. Possibile che sia anche quello, sì, ma per me è tutto riconducibile qui, a La finestra sul cortile.
L'ho visto quando ero più piccina e ancora più inconsapevole di adesso, e tutti quei riferimenti a voyeurismo, perfino alla caverna di Platone, mica li avevo colti. Ero solo rimasta in estasi. Alla scena dell'avvicinarsi di qualcuno dietro la porta, avete capito quale, sono quasi morta dalla tensione. Sono tutti dettagli così che col tempo mi hanno fatto capire che ci sono poche cose al mondo che amo quanto amo il cinema.
Quindi, oggi, per riprendere in mano la rubrica dedicata ad Hitchcock, ricominciamo con quello che è ancora il suo film a cui sono più affezionata.


Siamo nel 1954.
Hitch sta girando Il delitto perfetto quando arriva l'idea di trarre un film da un racconto, It had to be murder, di Cornell Woolrich. Non è che il povero Delitto perfetto sia da dimenticarsi, parleremo presto anche di lui, ma con Rear Window Hitch tira fuori l'artiglieria pesante, e crea uno di quei film che guardiamo con la soggezione che spetta ai grandi.
Questo, però, è un film facilissimo da guardare: la storia è semplice e accattivante, la tensione crescente e i toni spesso leggeri. Come un giallo da spiaggia, ma intelligentissimo, il più brillante della classe.
Sarebbe stato uno splendido film muto, come piaceva tanto al regista, ma ormai doveva stare al passo con i tempi e metterci colori sgargianti e parole per riempire la musica del dirimpettaio pianista.

Siccome è così intelligente, può permettersi di essere anche un po' antipatico. Non starò qui a parlare della misoginia sottile che pervade il film e il personaggio di Jeff, perché non ha senso farlo su un film che ha più di 60 anni, ma c'è, vista oggi si sente e ci si infastidisce un pochino, e poi si va avanti. Jeff, che è il protagonista, è un uomo detestabile. Se ne sta appollaiato alla finestra perché una gamba rotta è la fine del mondo e guarda le vite degli altri, in quel microcosmo che è il suo cortile, legato al mondo esterno solo da una stradina insignificante. Incatenato alle sue idee e al modello di vita che si è creato, osserva quella degli altri, dalla finestra (orizzontale, come lo schermo di un cinema) di casa sua. E guarda famiglie più o meno felici, donne e uomini soli, ragazze spigliate e anziane simpatiche. Fino a che non vede un omicidio, e allora sono cazzi per tutti.

L'internet è pieno di articoli su questo film e non ripetersi è difficile, ma l'aspetto più noto e banale del film, il voyeurismo, è proprio uno di quelli che mi ha sconquassato di più. Da un lato Jeff fa sfacciatamente, con binocoli e tutto, quello che alcuni (tutti, secondo Hitch) fanno di nascosto. Un'occhiata un po' più lunga dietro le tende, orecchie tese per capire di chi stanno parlando i vicini, guardare, spiare, scrutare...lo facciamo tutti più o meno consapevolmente. Dall'altro lato, c'è il punto di vista dell'osservato, che il film si guarda bene dal mostrare ma che io non posso ignorare. Quando sono a casa io mi sento a mio agio al mille per cento, come chiunque. Faccio cose, parlo da sola, canto, ballo. Sapere di essere osservata nei momenti di estrema intimità mi mette profondamente a disagio e mi urta. A Hitchcock frega niente. Noi vediamo solo il punto di vista di Jeff, per tutto il tempo, se agli altri dà fastidio essere osservati che chiudano le tende. Siamo fissi nell'appartamento di Jimmy Stewart (Jeff) e da lì il punto di vista non si schioda se non in un paio di momenti.
Se non possiamo parlare di un punto di vista differente, però, di qualcosa dovremo pur parlare, ed ecco che arriva il tema della responsabilità. Jeff mica dovrebbe fare quello che sta facendo. Sta spiando dentro casa della gente, è sbagliato. Lui non lo mette proprio mai in discussione, ma noi sì. Eppure, vede qualcosa di ancora di più grave, e ha la responsabilità di fare qualcosa. Bene, ti sei fatto i cazzi degli altri? Hai preso in giro la vita di persone sole e disperate? Adesso devi farti un bel mazzo, perché sei certo di aver assistito ad un omicidio ma le persone che ti circondano non ti danno corda. E per forza, sei tutto il giorno incollato alla finestra, sarai diventato matto.

Consideriamo poi che una delle persone che hai più bisogno ti creda in questo momento ha in testa tutt'altro: Lisa (Grace Kelly) si vuole sistemare, vuole sposarsi, mettere su famiglia. Pare una presa in giro: da quella finestra Jeff vede quasi solo persone che per colpa dell'amore sono infelici. Matrimoni disastrati, persone sole depresse, donne circondate da uomini molesti. C'è solo una coppia che è molto felice, e infatti non la vediamo mai, le finestre sono sempre abbassate per tutelare l'intimità di chi qualcosa da proteggere in effetti ce l'ha. Quello che vede potrebbero essere loro, e lui quella roba lì mica la vuole. Quel catalogo lì di comportamenti umani non gli piace. Lo diverte, lo intrattiene, ma non gli appartiene. Lui è destinato a girare il mondo per servizi fotografici pericolosissimi e a mangiare gli insetti, quello stallo lì è momentaneo e lui non fa che ricordarlo, a Lisa. Lei, che è una splendida e raffinatissima modella, non può certo fare la vita che fa lui.
E siccome Hitchcock era in fissa con gli oggetti, questa carriera di Jeff ci viene costantemente sbattuta in faccia: foto, macchine, obiettivi, flash...niente è lasciato cadere nel dimenticatoio, niente è superficiale, serve tutto alla storia.
Così come serviamo noi spettatori, no? Che osservando l'osservatore ci facciamo voyeur a nostra volta e siamo, per l'ennesima volta, spernacchiati da Alfred Hitchcock.

Ma tutto questo chiacchierare di teorie, significati, analisi, passa in secondo piano quando si arriva a quella sequenza sul finale. Se Nodo alla gola è pieno di tensione dal primo istante all'ultimo, in La finestra sul cortile tutta quella tensione lì si accumula e si sfoga nei momenti finali del film. Siamo nell'appartamento di Jeff, al buio. Qualcuno si sta avvicinando. Sappiamo benissimo chi è, eppure il cuore si ferma. Il modo in cui arriviamo a quella scena e il modo in cui quella scena ci è presentata fanno sì che nonostante sappiamo cosa stia per succedere ce la facciamo sotto. Non è come in Rope. In quel caso noi e i protagonisti siamo a conoscenza di qualcosa che gli ospiti non sanno e moriamo dalla paura che lo scoprano. In questo caso viviamo la tensione insieme al protagonista, che è in una situazione di fragilità estrema.
Conta poco che lui ci stia antipatico o meno, ha spiato dalla finestra e ora ne paga le conseguenze.
Il problema è che dalla finestra ci abbiamo spiato pure noi.

4 commenti:

  1. Che poi infatti di domandare il perché non c'è bisogno, Hitchcock è Hitchcock, maestro di suspense ;)

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    1. Ma sai, a volte è quasi scontato che certi registi piacciano, a me piace sentire le storie che ci legano anche ai nomi più 'banali'!

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  2. Bellissima recensione per un film capolavoro

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