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giovedì 11 ottobre 2018

The Hitchbook: Nodo alla gola

19:08
Ritorniamo a parlare di Hitchcock dopo un po'. Ora che ho finito le scuse per procrastinare (trasloco, niente internet, morte apparente...) è ora di ricominciare a parlare delle cose serie e se non è serio Alfred Hitchcock io perdo ogni certezza.
È il turno di Rope, Nodo alla gola.
Il mio preferito.





Non posso chiamarlo altrimenti che un pasticcio.
Diceva Hitch a Truffaut. Lui di Rope non aveva una gran stima e io, amante dei perdenti dalla notte dei tempi, lo considero uno dei film più grandi del mondo.
Non tanto per l'esperimento tecnico insuperato, di cui parliamo dopo, nè per l'interessantissimo dibattito filosofico che suscita, anche lui più avanti nel post, ma semplicemente per la tensione durissima che mi ha fatto provare. Una gelida mano poggiata sulla schiena che ogni volta mi tiene dritta incollata allo schermo, come se un epilogo o un prologo diversi fossero possibili.
Quando si parla di maestro della suspance per me si parla di quel film qui.

Un minimo accenno di trama poi passiamo alla sviolinata che, ai miei occhi, questo film merita.
Brandon e Philip uccidono un loro amico, David. Mica hanno un movente, solo la voglia di testare cosa si prova a togliere a qualcuno la vita, commettendo il delitto perfetto. Ma Brandon è frizzantino, e non solo non è per nulla sconvolto da quanto ha fatto, ma decide di non liberarsi del corpo e di tenerlo lì, in casa, chiuso in un baule.
In casa, però, sta per svolgersi una festa, e quel baule diventa la tavola su cui viene servita la cena.
Nessuno degli ospiti sa di stare mangiando su un loculo.

Il loculo si trova in uno splendido appartamento, dal quale non ci muoviamo mai. Come in quella meraviglia di The Party, o in Carnage, l'appartamento è quasi un personaggio. Qui forse ancora di più, dato che uno dei pezzi dell'arredo è il protagonista. Lo sguardo, sia nostro che della macchina da presa si sposta di rado da lui, fulcro dell'attenzione e dell'angoscia più attanagliante. Intorno a lui si muovono lusso e raffinatezza, pianoforti, libri, liquori, ospiti eleganti e candele profumate. Quella che si respira, però, è un'aria di cattiveria pura e durissima, che traspare dai dettagli e dai gesti atroci, e che assume le sembianze di Brandon. Giovane rampante dalla presunta (e per nulla rilevante) omosessualità e dall'ideologia estrema, manipola chiunque lo circonda fin nelle cose più apparentemente superficiali, partendo dal metter becco in faccende sentimentali fino ad arrivare all'invitare i cari della vittima ad una festa in cui la vittima è presente, ma in forma di cadavere. Il legare i libri dati al padre della vittima con l'arma del delitto è una raffinata crudeltà, la ciliegina sulla torta di una situazione esasperata ai limiti del grottesco, in cui i dialoghi sembrano registrati in un manicomio.
Invece la follia non c'entra nulla, il movente è solo un esagerato egocentrismo, un senso di superiorità talmente esasperato da rimuovere in maniera totale ogni barlume di lucidità in una mente ormai disumana.
Si parla del legittimare assassini, dell'omicidio come forma d'arte, come una sorta di selezione che è giusto avvenga in un mondo in cui non siamo tutti ugualmente intelligenti e di conseguenza non tutti portatori della stessa dignità. Ascoltare certi dialoghi che avvengono con la freddezza dei vecchi party in casa è agghiacciante. Ascoltarli sapendo che il morto è a due passi ancora di più. Nel più classico degli scenari che creano suspense, lo spettatore è ben consapevole del morto e non riesce a pensare ad altro, perché gli ospiti, ovviamente, non lo sono. Ogni volta che qualcuno si avvicina al baule è una tortura.

Il tutto, con una tecnica sperimentale che è quella che alla fine ha convinto Hitch che il suo film fosse un pasticciaccio. A lui piacciono i film segmentatissimi, cosa gli vuoi dire. Un milione e mezzo di inquadraturine tutte staccate e altrettante bestemmie quando poi il film è da montare, suppongo. Stavolta no. Il montaggio se lo era bello che fatto lui nella testa, e il film è fatto solo di dieci gigapezzettoni tenuti insieme da primissimi piani di raffinatissime giacche scure. Le leggende narrano di operatori imbavagliati e portati a gridare fuori quando pezzi di attrezzatura sono caduti e hanno rotto piedi, bicchieri cadenti afferrati al volo, il tutto per non infastidire la scena che poi era tutta da rifare ed era un macello. Altre leggende ancora ricordano come la luce cambiasse di continuo e allora tutti a correrle dietro e a riprodurla, bobine intere da rifare perché era il primo film a colori e c'era da farci un po' la mano per non avere tutto arancione, e altri simpatici aneddoti che a noi interessano tantissimo da leggere ma che secondo me all'epoca hanno causato solo che un gran numero di originalissime imprecazioni. Risultato? A noi piace un casino, tutto bello fluido come una ballerina di danza del ventre, a lui sta sulle balle.

Ma, diciamoci la verità, ce ne frega qualcosa?

giovedì 10 maggio 2018

The Hitchbook: Vertigo

12:48
Ricominciare a parlare di cinema con un Capolavoro Di Quelli Grandi® è forse una mossa suicida.
Ma ieri Vertigo ha compiuto sessant'anni, e anche se può sembrare assurdo sia così vecchio, va celebrato.


Io penso che il pericolo spoiler possa considerarsi annullato dopo sessant'anni.

Hitch è in un periodo d'oro: è iniziata la serie Alfred Hitchcock presenta per la tv, che gli ha portato (ancora più) successo e soldi, e nel decennio dal '55 al '65 butta fuori film immensi uno dopo l'altro come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Nel '58 è la volta della storia di Scottie e Madeleine.
Il personaggio di Stewart inizia come uno di quegli uomini buoni e bravissimi che interpretava di solito. Ex poliziotto traumatizzato dalla perdita di un collega in circostanze traumatiche, eccetera eccetera. Viene assoldato da un vecchio amico come investigatore privato, nella speranza che si possa far luce sul comportamento misterioso della moglie Madeleine.
Siccome Hitch, però, detestava che la gente sapesse cosa aspettarsi, ecco che Stewart resta l'uomo virtuoso che conosciamo e aspettiamo solo per metà film.
Questo perché Vertigo è la storia di una discesa verso l'inferno, verso l'ossessione e la pazzia. E Stewart incarnerà tutte queste caratteristiche deliziose in un modo indimenticabile.

Mai, nella storia del cinema, titolo fu più azzeccato. Vertigo è davvero un vorticoso viaggio verso il peggio della mente umana, declinato in sfumature diverse in ogni personaggio.
Il povero Scottie, per cominciare. Incanto d'uomo nella prima parte di film, viene talmente colpito dalla morte dell'amata da trasformarsi in un ossessionato necrofilo privo di ogni forma di rispetto verso le donne e colmo di un egoismo esplosivo. Esiste immagine più agghiacciante di quella di un uomo che concia la nuova compagna per farla somigliare a quella precedente, morta? No, e infatti la scena di Judy che lentamente torna ad essere Madeleine era quella che più mi aveva colpito alla prima visione, anni fa. Tatuata in fronte, fastidiosa come una zanzara di notte in estate, disturbante (hhhh, ho usato la parola proibita con la D!) e inquietante.
Judy, dal canto suo, talmente colma di questo amore malato da farsi fare qualunque cosa, invece che dire semplicemente la verità sulla sua identità.
Infine, Galvin Ester, l'assassino. L'omicida della moglie che intavola un piano perfetto e riesce a farla franca, rovinando la vita di Scottie e godendosi la propria, in Europa.

Vertigo è un thriller in cui niente va come dovrebbe andare in un thriller: l'omicidio riesce alla perfezione, l'assassino resta impunito e fugge lontano, la storia d'amore tra il detective e la sua bella finisce per essere un amore malato e disposto a tutto, il protagonista non solo esce sconfitto ma distrutto (non una, due volte, una beffa enorme dopo il danno).

Non ha mai avuto paura di scombinare le carte in tavola, Hitch. Confondere i generi, riscriverli, adattare le storie a suo piacimento e, nel mentre, fare la Storia.
Che dono immenso, il coraggio.

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