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sabato 28 gennaio 2017

Non solo horror: Il caso Spotlight

13:23
Io sono cresciuta all'oratorio. Oggi mi dichiaro fortemente atea, eppure se tornassi indietro rivorrei esattamente la mia adolescenza lì dove si è svolta, in oratorio, giocando a carte, partecipando al Grest (so che non esiste in tutta Italia, ed è un peccato mortale), mangiando quintali di caramelle. È stato per me un luogo sicuro, un porto certo, una roccia della mia esistenza. Lì sono nati i miei rapporti più forti, le mie amicizie più durature, lì ho imparato tantissimo su quella che sono. In un paese piccolo come il mio, l'oratorio è tutto, perchè non c'è altro. Quando penso al gigantesco problema della pedofilia nella Chiesa penso a me, a tutto il tempo passato in quell'ambiente, e mi vengono in brividi.


Spotlight è il nome con cui viene chiamata la squadra d'inchiesta del Boston Globe, diventata famosa per la mastodontica indagine sul tema della pedofilia nell'ambiente della Chiesa. Il film ricostruisce il momento delle indagini.

Torniamo alla mia adolescenza. Quando si passa così tanto tempo in oratorio, il don diventa quasi amico. Io ho cenato con il mio don, dormito nella stessa stanza con il mio don, ho guardato film, cucinato una pasta, fatto viaggi, pulito teatri, cantato, fatto il bagno in piscina, con il mio don. Mai da sola, ok, ma ci siamo capiti. Questi ricordi oggi sono tra i più belli della mia vita. Mai, neanche per un istante, mi sono sentita in pericolo. L'oratorio era la mia seconda casa, il luogo in cui mi sentivo felice e tutelata. C'era sempre un posto per me, all'oratorio. Ho conosciuto preti straordinari e altri che mi hanno fatta incavolare come una iena, ma il colletto bianco per tanto tempo per me è stato sinomino di fiducia.
Per questo, oggi, il fenomeno dei preti pedofili mi devasta. Mi fa arrabbiare come poche altre cose al mondo. Banale, eh? Se voi riuscite a trattenere il populismo che questa faccenda strappa fuori, vi ammiro molto. Non è facile, e tocca il mio peggio.
Comprendendo quindi che questo argomento possa tirare fuori il nostro lato peggiore, sarebbe stato facilissimo scrivere un film in cui si parla dell'argomento in modo emotivo, tirando fuori argomentazioni cruente e terrificanti, scendendo in quei dettagli che non possiamo ignorare.
Il caso Spotlight, invece, fa un'altra cosa. Cerca di restare lucido, pacato. Non ci fa urlare dallo sdegno contro lo schermo, non ci catapulta nella preoccupazione per la vita dei bambini che ci circondano. Ci mostra un'altra via: la denuncia.
Lo fa quasi con freddezza, i giornalisti raramente si lasciano andare a sfoghi personali ma restano profondamente concentrati sul proprio lavoro. Non si lasciano inorridire, non lasciano che l'orrore che sentono li tocchi nel profondo. È così che portano a casa la storia. È così che smuovono l'opinione pubblica, è così che hanno invitato altre vittime a farsi vive, a raccontarsi, a denunciare. Io non voglio nemmeno immaginare quanto sia stato duro, mantenersi ad una distanza tale da permettere di non perdere il senno. Solo il film a me ha turbato parecchio.
Non sono servite immagini forti, non sono stati discorsi troppo espliciti, tranne forse in un paio di casi, non è stato necessario renderci voyeur. La storia è già agghiacciante di suo, tanto che è bastato lo squillare insistente dei telefoni alla fine a dare gli incubi.
Insomma, amore infinito per chi racconta l'orrore in modo così delicato ma d'impatto, per un film che ha saputo essere equilibratissimo ma mai noioso. Per me un Oscar meritatissimo.
E poi c'è Stanley Tucci...💗


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