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venerdì 8 marzo 2019

Period. End of sentence.

13:44
Buona Giornata Internazionale della Donna! Che sia, come mi auguro ogni anno, lo spunto per migliorare quello che non va. La strada da fare è tanta, ma non ci ha mai spaventato.
Per festeggiare, quindi, parliamo di ciclo.


Anno del Signore 2019, Italia.
Qualche settimana fa ho tagliato i capelli e fatto la frangia. (Sì, sono in lutto e no, non ne voglio parlare.) Quando ho detto a mia mamma che sarei andata si è raccomandata una cosa: "Controlla di non avere il ciclo che poi sai che i capelli non vengono bene."
La settimana prima sono andata a trovare la mia proziotta amatissima, la cosa più simile che ho ad una nonna. Mi avvicino ammirata ad un suo ficus di più di dieci anni, allungo una mano per sfiorarlo ma lei, sfoderando una velocità inaspettata per i suoi 90 anni, mi ferma e mi chiede: "Non hai le tue cose vero nani? Non mi toccar la pianta se hai le tue cose che me la fai marcire."
(Nani, vezzeggiativo cremonese, cfr con Nano, versione mantovana.)

L'Italia vive in questa fase di mezzo: la parte meno istruita della popolazione crede ancora ad antiche dicerie sul ciclo e ne parla poco e malvolentieri, un'altra parte, più fortunata, sguazza tra i mille tipi di assorbenti di cui disponiamo (ma che ricordiamo sono beni di lussissimo tassatissimi) e addirittura sta cercando modi per gestire il ciclo che siano meno impattanti per l'ambiente.

Quando pensiamo ai milioni di problemi che hanno i paesi meno sviluppati, spesso ci capita di dimenticarci di pensare ad alcune cose che per noi sono scontate. Ecco allora che intervengono prodotti come Period. End of sentence. che, con un titolo bellissimo, ci porta in India, a capire quali problemi causi alle donne avere il ciclo mestruale e cosa The Pad Project sta facendo per aiutarle.

Un piccolo passo indietro.
Il documentario ha ricevuto alcune critiche severissime, ve le linko qua.
Io direi che la visione di un documentario di mezz'ora, perché così dura, e un solo articolo non fanno di me una persona preparata per esprimere un'opinione certa, quindi mi limito a lasciarvi anche la voce contraria, in modo che possiate farvi un'idea o approfondire la questione se lo ritenete.

Adesso possiamo parlare del documentario, che si apre con una squadra di ragazze che al solo parlare del ciclo davanti ad una telecamera impallidiscono. Risatine imbarazzate, ben poca voglia di toccare l'argomento e pochissima conoscenza.
Nella loro normalità il ciclo è un tabù tremendo che non solo rende complicata la quotidianità, ma che arriva ad avere conseguenze su tutto il futuro delle donne. Le ragazze smettono di studiare, spesso, quando il ciclo arriva. E non come noi che stiamo a casa un giorno al mese, poi facciamo la giustifica sul libretto e torniamo a scuola felici, contente e con gli assorbenti freschi e profumati.

Alle ragazze del piccolo villaggio che sta fuori Nuova Delhi viene inviata, dall'associazione The Pad Project, appunto, una macchina che produca con costi ridottissimi, assorbenti igienici che siano alla portata (economica) delle loro amiche, sorelle, vicine. Inizia una piccola impresa, di donne che producono e vendono assorbenti.
Non si è solo mandato loro un modo per aiutarle a contenere il sangue (30-40 ml per un ciclo medio che ci portiamo a spasso e che da qualche parte dovranno andare a finire), non sono solo stati mandati loro degli assorbenti. Hanno ricevuto la libertà.
E vedere donne che solo qualche scena prima avevano paura solo a dire che cosa succedesse al loro corpo (ogni mese, per ben più di metà della vita) stare sedute insieme a scegliersi gli assorbenti, a parlarne, finalmente, a trovare supporto l'una nell'altra, a lavorare per la prima volta, a rinunciare al timore, è stato molto commovente. Una delle ragazze ha preso delle monete in mano, le ha guardate perplessa per un po', e poi ha esclamato: 'Soldi! In tasca mia!' e aveva un sorriso così grande, che il mio cuore è rimasto lì.

Essere femministi oggi non significa solo combattere per i cartelli deficienti della Lega di Crotone (Lega. Di Crotone.). Le donne che crescono e hanno grandi opportunità possono fare grandi cose, e a volte queste grandi cose comprendono aiutare le altre, che cresceranno e a loro volta aiuteranno, in una grande e solidale rete di supporto che ci può portare fino alle stelle.
No, 'ci' non vuol dire noi donne.
Vuol dire noi umanità, tutta quanta.
Forse non tutte potremo mettere in piedi un nuovo Pad Project, o un nidi gratis project, o un antiviolenza project.
Ma forse qualcuna sì, e allora continuare a combattere ne sarà valsa la pena.


mercoledì 6 febbraio 2019

Stagione degli Oscar: La Favorita

15:32
Uscite le nomination io l'avevo detto: tifo matto e disperatissimo per Lanthimos e nient'altro che Lanthimos. Amore, coriandoli, e trombette squillanti per Lanthimos.
Però poi mi sono accorta che non avevo scritto niente del film, quindi eccoci qua, rimediamo.



Alla regina Anna non importa più niente di niente delle questioni pratiche che il suo ruolo comporta. Non è più giovanissima, non sta una favola, ha altro per la testa. Delle sue mansioni si occupa Sarah, la sua più fidata consigliera. Erano una macchina rodata e perfettamente funzionante, ma un giorno la cugina di Sarah, Abigail, entra a far parte della corte e scombussola tutto quanto.

Lanthimos ci ha trollati tutti.
L'ultima volta che ci ha chiamato al cinema è stato per Il sacrificio del cervo sacro, siamo usciti dalla sala tutti quanti scombussolati e con un discreto bisogno di terapia. Ci si aspettava qualcosa del genere, quanto meno.
E invece no, abbiamo preso una strada diversa, indispettendo un numero considerevole dei cinefili che seguo.
Io sarò sempliciotta, ma a me questo taglio nuovo è piaciuto tanto.

Parlare del potere a Lanthimos è sempre piaciuto tanto e lo ha sempre fatto bene, con modi e toni che rendevano il suo cinema poco fruibile. Erre, che è sempre il mio metro di giudizio 'esterno', quando ripensa al Cervo Sacro mi si impalla ancora. Si ferma letteralmente, socchiude gli occhi e cerca da qualche parte nella sua testa delle spiegazioni che non avrà. Mica perché servano dei master ricercatissimi che solo Noi Veri Autentici Cinefili abbiamo, ma solo perché non tutti amano dover uscire dalla sala e fare ore a riflettere su quello che hanno visto.
Questa volta non ci sono metafore nè troppo grottesco che a qualcuno può risultare indigesto, qui si parla di potere e lo si fa forte e chiaro, usandolo nella sua forma più famosa, se vogliamo: la nobiltà.
E questa regina è favolosa. Io devo cospargermi il capo di cenere perché Olivia Colman prima di Broadchurch mica la conoscevo. Se già nella serie aveva dato prova di essere brava, ma brava per davvero, qua proprio esce dagli argini e gli distrugge, inondando tutto. Un personaggio così desolante, insieme allo straordinario potere che ha possiede lutti atroci, solitudine, disturbi, una bocca sempre sporca di cibo. Debolissima, una cucciolona fragile che si lascia abbindolare dal primo sorriso che la illude di darle affetto. E la Colman è indescrivibile.

Una donna così non può passare inosservata, è la più ghiotta delle occasioni, nella scalata al potere. Un paio di occhi belli che si prendono cura di lei e niente, senno perso del tutto, guerra e stato in mano a chiunque, e per Anna solo amore e pace dei sensi, niente di quelle storie rognose di politica e strategia. è quando gli occhi belli diventano quattro che la faccenda si fa interessante. Bastava l'arrivo di una damina di corte dal passato complicato e dallo sguardo sveglio a spodestare Sarah dal suo trono. E allora il semplice film in costume si trasforma in una storia di competizione e ruolo. Di potere, quindi.

Tra loro due, che si venderebbero pure la famiglia pur di ottenere il prestigio del ruolo di preferita, ci sta lei, la regina, che alla fine voleva solo qualcuno che le volesse bene. Umiliata, presa in giro, distrutta anche fisicamente da un male che forse fisico non è (inizia il film in piedi ma si riduce in carrozzina), ma pur sempre la regina.
Quel finale lì lascia poco all'immaginazione: dite e fate quel che volete, ma io sono la regina e voi non siete un cazzo.
Conterà poco, per il suo povero cuore ferito, ma io una rinascita ce l'ho vista.

Per me Lanthimos ha vinto e stravinto, e se quello che serviva per farlo amare anche al grande pubblico era un film più convenzionale non solo non ci vedo nulla di male, ma anzi ben venga.
Per farsi amare al mille percento, poi, ci ha regalato Mark Gatiss con parruccone inglese, e tanto basta perché il film vinca ogni statuetta possibile.

giovedì 24 gennaio 2019

Stagione degli Oscar 2018: Black Panther

18:06
Da secoli non faccio recensioni di film singoli. Però ho pensato che almeno per gli Oscar potevamo fare due chiacchiere insieme sui nominati, in particolare quest anno che le nominations sono state così controverse.
Ora, ribadiamo l'ovvio: sono forse gli Oscar la principale conferma della qualità di un prodotto?
No, certo che no.
Ma sono divertenti ed è come giocare al fantacalcio.
Iniziamo quindi con Black Panther, candidato a 7 premi: miglior film, miglior canzone, miglior scenografia, costumi, colonna sonora originale, sound editing e sound mixing.

Recensione in breve per chi non avrà voglia del post lungo e polemico: nello stesso giorno ho guardato anche Gli Incredibili 2 e mi è piaciuto dieci volte tanto.


Trama molto in breve: nell'utopica nazione del Wakanda il re è morto. Sarà il figlio T'Challa a prendere il suo posto, e dovrà dimostrare di esserne all'altezza, anche se questo dovesse signiicare andare contro quello che suo padre aveva fatto prima di lui.

Premesse paraculine: non so niente niente niente del fumetto, e per una volta ho colto leggermente impreparato anche Erre, che di solito mi spiega le cose quando parliamo di cinecomics. La seconda è che spero di non essere offensiva, perché se il film ha citato o omaggiato elementi tradizionali di una o più culture africane io non lo so e non l'ho colto, e spero di non essere maldestra nel criticarlo.
Criticarlo, sì, perché dopo averlo visto vorrei prendere gli Oscar di quest anno e buttarli nell'indifferenziato, anche se siamo solo alle nominations.

Abbiamo visto finalmente le persone nere rappresentate. Abbiamo visto il continente che il cinema più snobba finalmente ritratto e protagonista, se pur con una nazione fittizia, abbiamo finalmente guardato qualcosa di diverso. Non poteva, perdio, essere anche qualcosa di bello?
Non sarà premiando questa roba ai premi più famosi che combatteremo il whitewashing. Non che lo creda possibile di portarsi a casa qualcosa, ma è frustrante vedere succedere ancora cose così.

Protagonista indiscusso del film è il Wakanda. Nazione utopica ipertecnologica e magnifica, ritratta splendidamente. In effetti, è quasi la sola cosa che mi sia piaciuta, insieme alla bellezza quasi dolorosa di Lupita Nyong'o e dei due protagonisti maschili. Mi è piaciuto anche che i poteri della Pantera siano removibili e reinstallabili come un'app del cellulare.
Apprezzabilissima la motivazione dell'antagonista, anzi un ottimo pretesto per parlare di temi fondamentali senza pesare come mattonate in faccia.
E poi c'è Martin Freeman, e lui è sempre la mia cosa preferita in ogni prodotto in cui metta la faccia.

Ma il film si apre con lo spiegone. E a me lo spiegone iniziale già predispone male. Mi sa di pigrizia di sceneggiatura. E sì, vale anche per La compagnia dell'anello. 
E lo spiegone è in italiano. Ora, i film a me piace sempre vederli in sala, quando posso. E da me le offerte in lingua originale sono limitatissime, quasi assenti, quindi vedere un film al cinema significa vederlo in italiano. E porco cane Black Panther in italiano è un insulto al caro vecchio doppiaggio italiano che i cinefili veri ci tengono sempre a definire uno dei migliori al mondo. Ha reso la situazione talmente imbarazzante che sono certa se lo rivedessi in inglese forse cambierei idea. Ed è la seconda volta che mi succede una cosa del genere e mi dispiace profondamente. Non rinuncerei mai all'esperienza in sala, ma io sono scoppiata a ridere più volte, e non nel modo in cui forse il film sperava di farmelo fare in scene indigeribili come quella delle ciabatte.
Cosa è andato storto?
Perché qua non è una questione economica. Qua qualcuno ci ha speso una montagna di soldi, e il risultato è un'aberrazione. Nessuno da salvare. Angela Bassett ridotta ad una attrice di soap latine. Che peccato, davvero.

Quando arriva il momento in cui la gente poi inizia a menarsi io e Erre diamo il meglio, di solito. Qui zero. L'inseguimento a Busan sembra uscito dritto dritto da Fast and Furious Tokyo Drift, e a saperlo prima mi sarei guardata quello che almeno mi diverte sempre tanto. Per tutto il resto del film piattume totale fino alla battaglia finale, in cui per smuovere la noia si è dovuto ricorrere ai rinoceronti che fanno sempre una bella impressione.

Ma la candidatura che non posso accettare, quella che davvero pesa sul mio cuore come un macigno, è quella per i costumi, dove porco di un cane porchissimo avrebbe dovuto esserci Suspiria e invece ci sta sto coso con la roba che pare uscita da Desigual. E parla una che ama l'estetica etnica, ma qua di etnico ci sono solo gli insulti che ho creato con la mia testa quando ho visto le nominations.

Per favore, un supereroe nero è importante. Ci sono migliaia di bambini nel mondo che vorrebbero qualcuno a cui guardare per immedesimarsi che sia del loro stesso colore, conta davvero tanto.
Fategli vedere Gli incredibili, chè lì almeno ci sta Siberius.

martedì 27 febbraio 2018

Oscar 2018: le speranze di un cuore agitato

14:19
Una volta UNA che la mia persona preferita del cinema è candidata a qualcosa di superciccione, ecco che l'annata si rivela una delle migliori delle ultime edizioni, presentando in gara una serie di titoli davvero enormi.
Apriamo quindi questo film con una premessa: sono priva di ogni oggettività, per quanto mi riguarda va tutto a del Toro. Anche quello a cui non è candidato. Anche il corto d'animazione. Anche il documentario.
Un solo, enorme, Oscar in groppa a Guillermo del Toro e tutti a casa, ciao. Al posto dello show, una proiezione speciale di The Shape of Water.



Siccome però ci sono stati davvero tantissimi bei film, mi piacerebbe parlarne un po' di più, imponendo come sempre la mia non richiesta opinione. Non su tutte le categorie, ma quasi.
Questo post finirà per essere la mia ennesima sviolinata su The Shape of Water?
Può essere.
Mi tratterrò per questa consapevolezza?
Mmmh.


Miglior Film


Che annata magnifica.
Di questa sfilza gli unici a non avermi soddisfatto sono stati Call me by your name e Lady Bird. (miglior film? Lady Bird? Ma seri?). Ho amato moltissimo tutti gli altri, e se ci sono state annate in cui per me è stato più facile prevedere la scelta dell'Academy, quest anno davvero non lo so.
So solo che Spielberg mi ha commosso più di (quasi) tutti gli altri e che Darkest hour mi ha rapita e che Three Billboards è stato peggio di una palata sul muso.
Lo sapete, però, a chi vorrei andasse il premio.

Miglior Regia



Mi piacerebbe poterla argomentare, questa.
Potremmo dire che Phantom Thread è magnifico, e che Dunkirk per me altrettanto.
Ma è l'anno di Del Toro. Potrebbe perdere tutti gli altri dodici, e ne soffrirei un pochino, ma questa è la volta buona. Questo è l'anno della consacrazione, dello spettacolo, dell'innalzamento del mio cuorone al registro dei Grandi.
Non sono nemmeno aperta a discussioni.

Miglior Attore Protagonista



Io sono qui che penso a come Daniel Day-Lewis se lo sia chiamato dichiarando che Phantom Thread è il suo ultimo lavoro, e non riesco a smettere di pensare che, per quanto sia davvero bravissimo, a me quella nomination a Gary Oldman fa battere il cuore.
Vi ricordo che il mio mondo e la mia immaginazione ruotano intorno ad Harry Potter. Quando ho visto, mesi fa, il primo trailer, e ho visto il mio Sirius (uno dei casi di casting migliori della saga) trasformarsi nell'amato Winston Churchill, avrei suonato la vuvuzela in sala. Lui non mi ha delusa, è stato immenso. Tifo per te, vecchio mio, per i tuoi occhi brillanti e per il tuo lavoro perfetto.

Miglior Attrice Protagonista



Quando sono uscita dalla sala dopo avere visto Tre manifesti ho pensato che Sally Hawkins avrebbe dovuto fare qualcosa di gigante per strappare l'Oscar alla McDormand.
Ora, io amo la McDormand, è na matta che non si riesce a contenerla, è stata gigantesca e se lo merita come poche altre persone nella storia del mondo.
Ma Sally Hawkins....quanto può essere stata brava?
Il momento in cui parlando con i suoi gesti manda a fare in culo Michael Meraviglia Shannon è bel lis si mo, perché lo sguardo della Hawkins, lì in particolare ma in realtà per tutto il film, è micidiale. Non ha la parola, ma usa tutto il resto di sè per regalarci una Elisa di una dolcezza senza precedenti ma mai naive. Il momento in cui, altro esempio, usa tutto il corpo per convincere l'amico Giles che salvare la creatura è fondamentale e potente, e mai per un secondo si avverte in lei come personaggio e nella Hawkins come attrice la mancanza della comunicazione verbale.
Sono solo molto dispiaciuta che in mezzo a queste due interpretazioni leggendarie si sia piazzata Margot Robbie. Se fosse capitata in un altro anno sarebbe stata sicuramente una potenziale vincitrice, perché in I, Tonya è stata davvero eccellente. Il film è molto, molto carino in generale, peccato sia finito in un'annata senza pietà.

Miglior Attore Non Protagonista



Scrivo prima di avere visto All the money in the world, e anche se ho letto dell'interpretazione di Plummer come di un qualcosa di surreale, io voto Sam Rockwell. Bravissimo Harrelson, adorabile Jenkins, Dafoe è una certezza che non devo certo celebrare io, ma non posso non tifare Rockwell, sto esaurendo gli aggettivi ma anche di lui direi immenso, magistrale, eccellente, bravissimo.

Miglior Attrice Non Protagonista



Se in una qualsiasi nomination a qualsiasi cosa uno dei nomi è Octavia Spencer io voto Octavia Spencer. Punto.
Menzione d'onore, però, per Mary J. Blige, che in Mudbound è stata magnifica, inserita in un film pesante come una sassata e davvero, davvero memorabile. Ho pensato a Mudbound per molto tempo dopo averlo visto e una delle scene che più mi è tornata in mente è uno specifico sguardo che il personaggio della Blige rivolge al figlio Ronsel. Inaspettatamente bravissima.

Miglior Sceneggiatura Originale



Confermo la mia perplessità su Lady Bird. A parte ciò, che sia la categoria in cui Get Out si porterà a casa qualcosa? Tiferei per lui, se in alto a destra non ci fosse quel signore lì. Certo, mi mette in crisi anche Tre manifesti.
Faccio schifo a fare ste cose, perché mai mi ci sono messa?
Non so prendere decisioni.

Migliori Costumi



Phantom Thread, non c'è gara.
Se vince Beauty and the beast sarò molto, molto delusa. Molto. Delusa.
Minaccia a vuoto perché non farò altro che guardare lo schermo con il broncio, ma tant'è.

Miglior Scenografia



Miseria che lotta.
Lo voglio dare a tutti quanti, uno a testa per non scontentare nessuno.
Ne dico uno? Ne dico uno.
Blade Runner 2049.

Migliori Effetti Speciali



Eccolo qua, un altro di quelli facili.
Posso tifare per Star Wars che vi ricordo ho amato molto e che spero si porti a casa una cosina in nome del bene che gli voglio? Con il mostro di Villeneuve in gara è impegnativo, ma lasciate che il mio cuore speri.
I pronostici ragionati e consapevoli non fanno per me a quanto pare.

Miglior Fotografia



Questa selezione è la prova provata che questa annata per GDT sia sfortunata. Guarda che magnificenza.
Però continuo a tifare per lui, non sono capace di alcuna obiettività. Sono disposta però ad accettare Blade Runner e ad ogni premio che vincerà farò una violenta e crudele spernacchiata a chi 'Non sarà mai come il primo!'.
Lancerò spernacchiando un segnale forte.

Miglior Montaggio



Io qua, oltre ad ogni mia aspettativa, voto Baby Driver.
Non so che dire, mi è piaciuto in una maniera esagerata, al minuto tre ero rapita e Baby ancora non mi ha lasciata. Che figata immensa. Che tripudio. Edgar Wright, ti mando baci appassionati a distanza.


Edit
Di questi giorni la polemica su un presunto plagio di cui si sarebbe macchiato GDT nei confronti di una storia scritta negli anni '60 e poi trasformata in un paio di trasposizioni.
Ora, GDT e la Fox negano il plagio, e puzza un po' di marcio l'accusa lanciata giusto prima degli Oscar quando il film gira da un po'. Questo articolo de Il Post riassume bene (come sempre) la vicenda e giunge alle mie stesse conclusioni.
Il film, tra l'altro, è talmente tanto del Toro che trasuda la sua poetica in ogni singola inquadratura. Io sono chiaramente di parte, è diventato prepotentemente uno dei miei film preferiti, ma qualunque sia la sua posizione e la sua parte di colpa, questo non gli toglie un minimo di magnificenza.
La qualità del film è oggettiva e talmente grande che se cortesemente il signor Zindel (figlio dell'autore della storia 'originale') vuole spostarsi un attimo a destra, grazie, che qui noi abbiamo un paio di Oscar da ritirare.

sabato 28 gennaio 2017

Non solo horror: Il caso Spotlight

13:23
Io sono cresciuta all'oratorio. Oggi mi dichiaro fortemente atea, eppure se tornassi indietro rivorrei esattamente la mia adolescenza lì dove si è svolta, in oratorio, giocando a carte, partecipando al Grest (so che non esiste in tutta Italia, ed è un peccato mortale), mangiando quintali di caramelle. È stato per me un luogo sicuro, un porto certo, una roccia della mia esistenza. Lì sono nati i miei rapporti più forti, le mie amicizie più durature, lì ho imparato tantissimo su quella che sono. In un paese piccolo come il mio, l'oratorio è tutto, perchè non c'è altro. Quando penso al gigantesco problema della pedofilia nella Chiesa penso a me, a tutto il tempo passato in quell'ambiente, e mi vengono in brividi.


Spotlight è il nome con cui viene chiamata la squadra d'inchiesta del Boston Globe, diventata famosa per la mastodontica indagine sul tema della pedofilia nell'ambiente della Chiesa. Il film ricostruisce il momento delle indagini.

Torniamo alla mia adolescenza. Quando si passa così tanto tempo in oratorio, il don diventa quasi amico. Io ho cenato con il mio don, dormito nella stessa stanza con il mio don, ho guardato film, cucinato una pasta, fatto viaggi, pulito teatri, cantato, fatto il bagno in piscina, con il mio don. Mai da sola, ok, ma ci siamo capiti. Questi ricordi oggi sono tra i più belli della mia vita. Mai, neanche per un istante, mi sono sentita in pericolo. L'oratorio era la mia seconda casa, il luogo in cui mi sentivo felice e tutelata. C'era sempre un posto per me, all'oratorio. Ho conosciuto preti straordinari e altri che mi hanno fatta incavolare come una iena, ma il colletto bianco per tanto tempo per me è stato sinomino di fiducia.
Per questo, oggi, il fenomeno dei preti pedofili mi devasta. Mi fa arrabbiare come poche altre cose al mondo. Banale, eh? Se voi riuscite a trattenere il populismo che questa faccenda strappa fuori, vi ammiro molto. Non è facile, e tocca il mio peggio.
Comprendendo quindi che questo argomento possa tirare fuori il nostro lato peggiore, sarebbe stato facilissimo scrivere un film in cui si parla dell'argomento in modo emotivo, tirando fuori argomentazioni cruente e terrificanti, scendendo in quei dettagli che non possiamo ignorare.
Il caso Spotlight, invece, fa un'altra cosa. Cerca di restare lucido, pacato. Non ci fa urlare dallo sdegno contro lo schermo, non ci catapulta nella preoccupazione per la vita dei bambini che ci circondano. Ci mostra un'altra via: la denuncia.
Lo fa quasi con freddezza, i giornalisti raramente si lasciano andare a sfoghi personali ma restano profondamente concentrati sul proprio lavoro. Non si lasciano inorridire, non lasciano che l'orrore che sentono li tocchi nel profondo. È così che portano a casa la storia. È così che smuovono l'opinione pubblica, è così che hanno invitato altre vittime a farsi vive, a raccontarsi, a denunciare. Io non voglio nemmeno immaginare quanto sia stato duro, mantenersi ad una distanza tale da permettere di non perdere il senno. Solo il film a me ha turbato parecchio.
Non sono servite immagini forti, non sono stati discorsi troppo espliciti, tranne forse in un paio di casi, non è stato necessario renderci voyeur. La storia è già agghiacciante di suo, tanto che è bastato lo squillare insistente dei telefoni alla fine a dare gli incubi.
Insomma, amore infinito per chi racconta l'orrore in modo così delicato ma d'impatto, per un film che ha saputo essere equilibratissimo ma mai noioso. Per me un Oscar meritatissimo.
E poi c'è Stanley Tucci...💗


sabato 28 febbraio 2015

And the Oscar goes to...Biutiful!

18:08
[COMUNICAZIONE DI SERVIZIO PER I GENTILI UTENTI. Ubuntu ha fatto qualcosa di strano alla mia fidata tastiera, per cui se vedete caratteri apparentemente grammaticalmente sbagliati e' solo perche' non ho ancora trovato quelli giusti. Problema che peraltro ho solo con Blogger e non con il programma di scrittura, per cui se avete consigli e barra o soluzioni, please HELP.]


Mai filati io, gli Oscar.
Tranne quest'anno, che quando ho sentito 'Redmayne!' volevo piangere, ma poi ho sentito 'Birdman' e il mio cuore ha ballato Conga.
Prima di qualche giorno fa, però, non mi sono mai interessati granché.

Quando però Alessandra di Director's Cult (trovate il link sotto) ha proposto di parlare dei perdenti delle scorse edizioni ho accettato di corsa perché i loser li amo. Tipo che guardo anche Glee.
E poi me la prendo sempre molto quando non vengono riconosciuti i meriti di qualcuno (sì, per questo ho pianto guardando The Imitation Game) e quindi questa iniziativa mi calzava giusta giusta.

Eccoci allora a rimembrare l'anno Domini 2011, quando Inarritu, a differenza di quest'anno [Conga n. 2], aveva si due candidature (miglior film in lingua straniera e miglior attore protagonista per Javie Bardem) ma se ne e' tornato a casa a naso asciutto.


MALE.
MOLTO MALE.

Perche' in Biutiful Bardem e' un uomo, un padre, con il cancro, e due mesi di vita di fronte. Contemporaneamente, lavora nel mercato nero, vede i morti e li aiuta ad 'andare verso la luce' (cit. Melinda Gordon).

E lo fa in un modo cosi' raffinato, garbato, ESEMPLARE, che l'Oscar non sarebbe dovuto andare altrove.
Perche' il cancro e' una brutta bestia.
E no, non parlo della malattia. Non la conosco e non voglio parlarne per non mancare di rispetto a chi invece l'ha incontrata sulla propria strada.
Parlo di cinema.
Il cancro al cinema e' difficile, e' indigesto, e in fondo non piace a nessuno.
Quei film cosi volutamente strappalacrime li guardiamo tutti ma non piacciono a nessuno.

Poi arriva Bardem, ovviamente guidato da un ottimo pilota, che ci porta un uomo comune. Perche' non c'e' niente di piu' democratico della malattia.
E allora ecco Uxbal, il personaggio intorno a cui questo film ruota. Uxbal, come noi, ha mille cazzi per la testa.
Vive un po' alla giornata, cerca il modo di essere un bravo genitore, fa qualche cazzata. Perche' il manuale della buona vita non ce l'ha nessuno, ce lo costruiamo strada facendo.
Ma quando di strada non ne hai piu' che fai?







E come ce lo porta bene, questo uomo comune. Ce lo ritrae, con tutta l'intensita' che metterebbe un artista nel suo quadro. E ci ferisce. Non nel modo semplice e superficiale del 'Oh poverino, muore, mi dispiace, poveri bambini!'.
No, Bardem ti spacca il cuore.
Dico 'spacca', non spezza. Non te lo apre in due, ti lascia un taglio profondo, di quelli che sanguinano copiosamente. Poi col tempo si ricuciono, ma lasciano i segni.
Regala dei sassi ai suoi bambini e pare una stupidata, ma tu lo guardi e senti il dolore assurdo che sente lui mentre abbraccia la sua bambina, e la implora di non dimenticarlo, e la stringe, e la stringe tanto che sembra che un abbraccio non basterebbe mai a dire quanto amore c'e'.

Ha un viso particolarissimo, il nostro vincitore di Oscar fittizio. A mio parere splendido, ma e' cosa nota che prediligo i fascini prepotenti alle bellezze convenzionali. Quanto ci gioca, con quello sguardo, che a vederlo superficialmente pare sempre uguale, invece no. Invece con gli occhi ci parla. Vorrei avere parole abbastanza profonde da rendere giustizia alla poesia che Javier Bardem scrive recitando. Ma non ce le ho, vi basti sapere che e' una performance che spacca i culi. E che l"Oscar se lo doveva portare a casa.



Per altri loser-omaggi, i link degli altri carissimi bloggerz:
Scrivenny
Cinquecento film insieme
Solaris
Director's cult
In Central Perk
Pensieri cannibali
Non c'è paragone
Bollalmanacco



venerdì 16 gennaio 2015

Non solo horror: La città incantata

13:10
(2001, Hayao Miyazaki)

Può un film d'animazione giapponese farmi pensare allo zucchero a velo?
Può, se lo firma Hayao Miyazaki.

Ne La città incantata incontriamo Chihiro, che sta affrontando con la famiglia un trasloco.
Giunta nella nuova città, però, il papà intraprende quella che sembra essere una scorciatoia ma che si rivela invece essere una strada chiusa che dà su un tunnel.
Presa dalla curiosità, la famiglia lo attraversa nonostante le proteste di Chihiro, e quello che si troveranno di fronte è un luna park apparentemente abbandonato, in cui però è rimasto attivo un banchetto in cui i genitori di Chihiro si abbuffano.
Peccato che vengano poi trasformati in maiali, e toccherà alla figlia trovare una soluzione a questo incantesimo.

Zucchero a velo, dicevamo.
Io non sono proprio capace di fare da mangiare, sopravvivo a malapena.
I dolci però li so fare, quelli sì. (credo)
E so che lo zucchero a velo non fa altro che addolcire un po' di più, soprattutto se comprate quello vanigliato che è un piacere solo pensarci.
Però se volete che la torta sia più buona ne dovete mettere poco, così è dolcissimo ma non dà fastidio in bocca, non si esagera.


Questo ha fatto questo film.
Ha addolcito la bocca, ha fatto sentire la vaniglia sulle labbra, ha riscaldato il cuore.
Una splendida torta margherita altissima e morbidissima appena sfornata.
Il riferimento alla torta margherita non è certo casuale.

La più semplice in assoluto, la più povera di ingredienti, la più basica.
Ma quanto è buona.
E' strepitosa appena la tiri fuori dal forno, ancora tiepida.
Ma è buonissima anche la mattina dopo, fredda e intinta nel latte.
(Cioè, i normali esseri umani fanno così, io piuttosto che pucciare qualsiasi dolce in qualsiasi bevanda mi ammazzo dal disgusto)

E così La città incantata. Lo guardi una volta, e quanto è bello. Te ne innamori. Poi lo vedi la seconda, la terza, la ventesima. Ed è sempre così incredibilmente bello.



La torta margherita, però, sembra facile ma è infida.
Bisogna saperla fare.
Se non sei capace ti esce stopposa, con i grumi, oppure troppo pastosa che per mandarla giù ci vogliono due scodelle di latte.

Dove voglio arrivare?
Che Miyazaki è un pasticcere strepitoso.
Ha cucinato la migliore delle torte margherite.
Ha sfornato un'opera dalla dolcezza incredibile, ma che non è mai stucchevole. MAI. Ha preparato una torta talmente leggera che mentre la guardi ti sembra che non stia lì, ma che aleggi nell'aria, che il suo profumo riempia la stanza.
E ci ha messo l'AMORE, perché non c'è certo bisogno di guardare la Clerici per sapere che cucinare per qualcuno è una grande dimostrazione d'amore.

Quando i film diventano poesia in immagini c'è ben poco che si possa dire per recensirli.
Si prendono così come sono, con tutte le emozioni che l'Arte, quando è tale, regala a chi ha la fortuna di poterne fruire.





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