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lunedì 29 aprile 2019

Maripensiero: La stand up comedy al femminile su Netflix

12:24
Sono anni che dico su questo blog che non amo le cose che fanno ridere. Mi dispiace di essere così, non sono nemmeno una persona simpatica. Solo che le persone che a tutti i costi vogliono strappare la risata a me strappano la carezza di compassione e quindi ho evitato la stand up comedy per anni.
Poi ho capito che sbagliavo approccio.
Sono gli uomini che non mi fanno ridere. Quasi mai.
Cioè, il mio moroso mi fa spaccare dalle risate. Ad un amico bastava aprire bocca per farmi piangere dal ridere. Ma quando si mettono davanti ad un microfono è difficile che mi divertano. Tenetemi lontano quel Kevin Hart lì e le sue faccette, poi, o qualcuno si farà del male. Ci ho provato anche con i grandissimi famosissimi, Luis CK e Ricky Gervais. Nulla, mollati a metà.
Insomma, ho aperto Netflix e iniziato a guardare tutte le comedy al femminile che ci sono sulla piattaforma.
Non mi sono mai divertita così tanto.


Certo, nella prima che ho visto non c'era proprio niente da ridere. Ho iniziato con Hannah Gadsby e il suo magnifico Nanette, che dopo una prima parte deliziosamente autoironica è diventato un racconto durissimo e difficile e alla fine ero un ammasso di lacrime. Però ne è valsa la pena, perché è uno spettacolo da imparare tutto a memoria e imprimersi sulla pelle. Magnifico.
Poi, ovviamente, Ellen.
Ellen DeGeneres è la regina dell'internet, lo sappiamo tutti quanti. Ma mettetela davanti ad un microfono e puf, altro che regina. Ritornata alla stand up dopo anni di assenza con uno speciale, Relatable, mi ha fatto capire subito chi comanda, e chi comanda è lei. Date un'ora del vostro tempo alla Nostra Signora DeGeneres perché sì, lei è indiscutibile.

A questo punto nella mia vita è arrivata Midge Maisel, che è sì un personaggio di fantasia ma che soprattutto è una grande ispiratrice di creatività e grazie a lei ho ricominciato a guardare le comedian dopo una bella pausa.
Sono partita dalla più famosa, forse: Amy Schumer. Ora, leggo in giro che è detestatissima. Non mi ci metto neanche a discutere sulla faccenda, forse è un mostro e io non lo so, ma a me fa ridere da matti. Che ci devo fare, forse in fondo sono una sempliciotta. Ci sono due suoi spettacoli su Netflix, Growing e il Leather Special. Consiglio il secondo con tutto il cuore, mi ha divertita da matti. Consigliata se non vi infastidisce il parlare sboccato di sesso.

Alle madri in gravidanza invece farei vedere i due spettacoli di Ali Wong. Non è la mia preferita, ha uno stile più aggressivo che non sempre mi fa ridere, ma ho visto donne incinte piangere dalle risate con lei, non so se siano gli ormoni oppure qualcosa che io da non madre non posso ancora capire.

Tig Notaro, invece, merita che la vedano tutti, sempre. Perché Tig scherza sul cancro e con scherza intendo che lo fa pesantemente e lei lo può fare perché il cancro ce l'ha avuto. Bisogna mettersi zitti in un angolino a ridere e poi farsi rimproverare perché si è riso e poi ridere ancora. Tig è naturalissima, un suo spettacolo somiglia ad una chiacchierata tra amici al bar. Non fa faccette, versi, smorfie, non è di quelle consapevoli della propria simpatia che fanno un po' le star. Sembra appena uscita dalla partitella di pallone all'oratorio. La sua semplicità e la sua intelligenza bastano e avanzano a creare spettacoli indimenticabili. Prima, però, bisogna guardare il documentario. Sta su Netflix anche lui, ovviamente, si chiama Tig. Secondo me è importante guardarlo perché pare che la signora qui abbia fatto la storia della stand up comedy nel momento più tragico della sua esistenza e quando la si guarda in faccia sembra che quasi non l'abbia mica capita, la grandezza di quello che ha fatto. Per me il black humor è spazzatura quasi sempre. I battutisti di sta cippa dovrebbero sedersi in un angolino e imparare da Tig come si scherza sulle cose serie. Perché si può, ma bisogna essere intelligenti e forse il problema è tutto qui.

In questo periodo mi sono vista Anjelah Johnson, Aditi Mittal, Jen Kirkman, Katherine Ryan, Sarah Silverman. Tutte ugualmente interessanti, ai miei occhi, e il motivo è semplice. Sono, per citare lo spettacolo di Ellen, relatable. Forse il punto di tutta la questione 'non mi piacciono i maschi che fanno comedy' è tutto qui: non ho quasi niente in cui rispecchiarmi. Con queste signore, che parlano sì di sesso e corteggiamento e relazioni ma anche di diversità (molte sono immigrate, o lesbiche, o ebree, tutte in qualche modo minoranze), di difficoltà e di sessismo, ho molto in comune. E ne rido con loro. Ne rido perché prendo tutto sul serio e capisco quando chi sta davanti a me fa altrettanto, anche se in uno spettacolo di stand up comedy.

Per ultima mi sono tenuta la mia preferita: Iliza Shlesinger.
Iliza è la classica bionda magnifica californiana. Quella che gli uomini vedono da lontano nei bar. Poi apre bocca. Tempo due secondi mi lascia boccheggiante sul divano. Questa è proprio una cosa irrazionale: nessuna delle sopra citate mi ha fatto ridere quanto lei. Eppure fa spettacoli più leggeri (con qualche puntina di femminismo perché sì), parla delle sacrosante differenze tra uomini e donne, di come siamo realmente e di come ci mostriamo agli uomini perché crediamo di piacere di più.
Nella vita reale tollero poco i versetti. Come li fa lei mi fanno piangere dal ridere. Nel senso che proprio mando indietro e li riascolto. Di Iliza mi fa ridere anche solo il modo in cui si muove, e mi diverte talmente tanto che se anche a volte esce qualche frase con cui non sono d'accordissimo mi sta bene così. Mi fa solo troppo ridere. Consiglio di guardare i suoi spettacoli in ordine e di lasciarsi per ultimo Elder Millennial perché è uno di quelli che alla fine lasciano con le guance doloranti. Uomini e donne sono diversi. Non è sbagliato riderne. Dovrebbero avere ugual rispetto e opportunità, ma quello è un altro discorso. Lo sapete quanto ci tengo. Il punto però è che ridere di queste diversità non è sbagliato. Ma, e torno a ripetermi, bisogna saperlo fare. Iliza in questo è una maestra.

Se qualche omuncolo è ancora convinto che le donne non facciano ridere, per l'amor di dio, va bene così.
Teniamoci stretto questo tesoro.

mercoledì 11 luglio 2018

#CiaoNetflix: Hannah Gadsby: Nanette

11:00
Cose che so sulla stand up comedy: zero.
Cose che so sulle lesbiche, lato dell'omosessualità di cui non si parla mai: zero.
E quindi, su consiglio di Cimdrp (che vi consiglio come sempre di cercare su Youtube se siete interessati al tema della parità), oggi ho guardato Nanette, uno spettacolo di stand up di Hannah Gadsby. (Cose che sapevo su Hannah Gadsby: zero.)
Ed è stato eccezionale.


Ci sono tanti modi per parlare di temi fondamentali come la parità, il patriarcato, l'omofobia.
Hannah ne sceglie uno che spiazza e lascia senza fiato: l'onestà.

Dopo una prima parte in cui prende se stessa, il suo background, le sue origini e fa tutto a pezzi piccoli piccoli ridendone e lanciandone i coriandoli per aria (facendo sinceramente divertire, evitando il cringe furioso che causano a me a volte i comedian), con una sterzata che ha colpito dritta dritta in un mio punto debole (l'autodemolizione) si è cambiata aria.
Addio alle battute sul coming out con la nonna e addio al racconto della chiusura mentale e legale della Tasmania degli anni '90.
Non si scherza più.
Quella che sembrava essere un'oretta di risate tranquille è diventata un ritratto ferocemente sincero sulle donne, sul loro ruolo nella storia dell'arte, sulla loro condizione odierna e sul ruolo ancora più complicato delle donne omosessuali, donne a metà.
Se già le donne contano metà dell'essere umano maschio, le lesbiche ancora la metà.
Un quarto di umano.
Senza paura di essere troppo provocatoria - amanti di Picasso siete avvertiti, non ci va giù leggera - l'elenco di cose che Hannah dice è spaventosamente reale. Il tono della commedia è cambiato, e non c'è proprio niente da ridere.
Sembra spesso trattenere le lacrime, ma proprio come chi non ha tempo per lamentarsi ma ha un messaggio fondamentale da lanciare, non piange mai. Sputa fuori aneddoti dolorosissimi, e verità che tutti conosciamo e sulle quali ci siamo spesso accomodati, per paura di combattere.
Ma lei no, lei non ha paura di parlare di violenza, di malattia mentale, di rapporti fratturati, di maschi privilegiati impauriti da chi questi privilegi sembra volerli far vacillare.
Quando parla traspare chiaro - anche se ha dovuto specificarlo, che la gente è scema e non capisce niente a parte quello che vuole - che il suo non è odio verso gli uomini. La capisco bene, io sono nata nella privilegiata sfera dell'eterosessualità. Ed è proprio perché esistono uomini splendidi, rispettosi e intelligenti che quelli che non lo sono vanno combattuti più forte. Proprio perché storicamente li abbiamo costruiti più potenti, più importanti, perché gli abbiamo concesso di fare di noi quello che credevano, oggi qualcuno va aiutato più di altri a capire cosa è giusto. Da quella società qui ci siamo nati tutti, ma qualcuno fa più fatica a scollarsene.
Spettacoli come quello di Hannah Gadsby vanno proiettati nelle piazze, vanno imparati a memoria, vanno inseriti nei programmi scolastici.
Fanno un male cane, ma sono talmente grandi che il loro tema principale è solo uno dei mille a cui certe frasi possono essere applicate.
In Italia, nel 2018, uno spettacolo così è una ventata d'aria fresca.
E siccome questa ventata d'aria fresca fa un male del demonio, pensate a che schifo di opinione ho dell'Italia del 2018.
Vi lascio così, con una frase di Hannah che mi tatuerei, che vorrei affissa nelle classi al posto del crocifisso, di fianco a Sergione Mattarellone, per ricordarci che possiamo essere migliori di quello che stiamo dimostrando in queste settimane.

The only people who lose their humanity are those who believe they have the right to render another human being powerless.

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