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giovedì 25 ottobre 2018

Preferiti della Redrumia: Ottobre 2018

11:24
Qua si lavora al post di Halloween, ma per non lasciare la blogosfera senza le mie indispensabili parole, anticipiamo di qualche giorno il post dei preferiti, giusto perché chiacchierare qui mi manca un po' e non mi va di aspettare la settimana prossima.



Signore e padrone del mese per me è stata Hill House, come penso per tutto il mondo. E a ragione, perché è uno di quei casi in cui possiamo usare una delle parole più odiate dei cinefili: Capolavoro con la maiuscola.
Ma di quella, appunto, parliamo per Halloween.

L'orrore però è stato comunque protagonista di ottobre (e, come sempre, del mio cuore) perché finalmente ho visto Hereditary.
Sì, ci ho messo troppo. Ma il momento è giunto e la paura più fredda e totalizzante ha preso anche me, e mi ha trascinato negli inferi nei quali evidentemente questo film è stato scritto. Quanta benedettissima paura può fare un film? Dovrei saperlo già, ma ogni volta mi sorprende come la prima. Come mi piace, come mi cago sotto.
Hereditary ha una scrittura che ha dell'incredibile, una regia ipnotica e attori benedetti dalla grazia di una qualche divinità cinematografica. C'è una scena, a mezz'ora dall'inizio. Lo sapete di che scena parlo, voi che avete visto il film. Oltre ad avere lasciato il pubblico con il bisogno di un paio di sedute di terapia per riprendersi, ci ha regalato una prova attoriale che non dimenticherò mai. Alex Wolff, classe millenovecentonovantasette, sta seduto in auto. Sguardo fisso davanti a sé, immobile, incapace di voltarsi per prendere coscienza di quello che è successo. Ma lo sa. Lo sappiamo anche noi, motivo della terapia di cui sopra.
I nostri cuori sono spezzati irrimediabilmente, le nostre menti ammaliate da una scena straordinaria e da un giovane attore che senza fare nulla fa tutto, le nostre anime votate ad una nuova, sfolgorante, divinità: Ari Aster.

Per i podcast è stato, finalmente, il mese di Serial.
Praticamente il più famoso della storia del mondo, e io ci arrivo solo ora.
Un true crime che racconta della morte di una giovane studentessa statunitense e del suo presunto assassino. Che forse assassino non è, o forse sì. Di certo sta scontando una pena che lo terrà per tutta la vita chiuso in un carcere, in uno Stato nel quale grazie al cielo non c'è la pena di morte.
I racconti sono completissimi, approfonditi, ma narrati con il tono di chi, a questa condanna, non crede molto. Immagino sia difficilissimo avere a che fare con giovani condannati senza cercare di vedere in loro almeno un barlume di innocenza, soprattutto quando sono cordiali e disponibili come Adnan Syed.
Un lavoro sopraffino e che immagino sia stato complicatissimo, poco ma sicuro. Il sito è completissimo, tutti i documenti di cui si parla sono a disposizione dello spettatore e chi si appassiona può continuare a 'giocare al detective', se lo desidera. Ma a me non ha lasciato niente, emotivamente, non mi ha coinvolto troppo la storia e non sono riuscita ad empatizzare con i suoi protagonisti. Serial è lungo, articolato, impegnativo.
Solo per veri appassionati di true crime.

Quest estate, poi, è arrivato il nuovo libro di Joyce Carol Oates.
Lei è una dea, lo sapete tutti bene, per me. Lei è il mio nome del cuore quando si parla di Nobel. Lei di solito sa entrarti sotto la pelle con l'inquietudine sporca delle cose brutte e cattive, e non ti lascia più.
Il collezionista di bambole è una raccolta di racconti, uno più cattivo dell'altro, uno più subdolo e viscido dell'altro.
Per quanto mi pesi il cuore ammetterlo, però, non ha fatto su di me lo stesso effetto miracoloso di altri lavori della mia amata, l'ho letto in una seduta che è stata sì bella angosciante ma altrettanto rapida nello scivolare via di dosso a lettura terminata.
Per me un'occasione sprecata.

Su cos'altro ho perso tempo questo mese?
Ah, sì, su un documentario in otto parti.
Su Youtube.
A proposito di Jake Paul.
La cosa divertente?
Non seguo Jake Paul.
Ma Shane Dawson, autore del documentario, sì. Ecco, quindi, come sprecare intorno alle 7 ore della propria vita davanti al pc. Con un documentario su Jake Paul. 
Non me ne capacito.

Vi saluto così, con un'ammissione di idiozia.
Ci sentiamo per Halloween.




sabato 5 marzo 2016

Non solo cinema: Storia di una vedova

14:00
Ho incontrato JCO per la prima volta nell'amatissima biblioteca del paese. (Amatele ste biblioteche, sono i posti più belli del mondo. Più delle librerie)
Appoggiato su un tavolo stava un libro rosa barbie. Sulla copertina stava una bambina, truccata come quelle bimbe degli inquietanti concorsi di bellezza. (O era una bambola con quelle fattezze? Non mi ricordo e non voglio googlare, vado a memoria).
Ora di quel libro (Sorella, mio unico amore) ricordo poco e niente, vorrei riprenderlo, ma non è questo a importarci ora.
Il succo è che da quel romanzo in poi la Oates è stata la linea parallela che ha accompagnato quella della mia vita.


Storia di una vedova non è un suo romanzo, è un memorial, lo dice il sottotitolo. Racconta, come è facilmente intuibile dal titolo, del momento in cui suo marito è mancato. Dagli ultimi giorni in ospedale fino al dopo, la sua sopravvivenza.

Andiamo con ordine.
Io sono profondamente innamorata. Ho provato con tutte le mie forze ad ostacolare questo problema sul nascere, ma quando poi il sentimento è partito (perché parte) l'ha fatto con un rinculo pazzesco, lasciandomi indolenzita e piena di botte.
Non sono una di quella che vuole le relazioni da film, tutte scombussolate ma romanticissimissime, con i piatti lanciati e poi le scene commoventi sotto la pioggia.
Io amo tantissimo il mio rapporto sano, reale, ma profondo, in cui ci sono giorni che dopo anni il bisogno di un suo abbraccio ancora mi cava il fiato. Amo questo modo di vivere le cose più pacato. Le macchiette da film romantico non mi interessano e non hanno alcun fascino su di me.
Ho al mio fianco una persona, come ce l'hanno altre milioni di persone. È con me quando ho giorni bellissimi, quando ho giornate mediocri, o quando ho momenti terribili, o ancora quando piango a dirotto, per giorni interi, perché un romanzo mi sta spezzando il cuore.
Ed è questo il caso.

In seicento pagine (che pesano come cinquemila), JCO fa un lavoro di esplorazione della sofferenza che credo essere senza precedenti.
Sono quasi certa che nessuno l'abbia costretta usando la violenza a scrivere questo libro. La profondità a cui si va sarà stata sicuramente una sua scelta, avrà ovviamente deciso lei cosa e quanto esporre.
Eppure, per tutto il tempo, ho sentito che era sbagliato. Che non avrei dovuto stare lì, che avrei dovuto lasciarla sola, nella sua sconfinata sofferenza, che mi stavo intromettendo in qualcosa di troppo grande e troppo intimo, che stavo spiando attraverso il buco della serratura una donna piangente.
Perché questo infinito memorial è questo: ogni parola, ogni sillaba, persino la punteggiatura, sono un'infinito - ma composto e dignitosissimo - pianto disperato.
È la mancanza di chi riempiva ogni cosa, che lascia quindi tutto vuoto. Ed è qui che mi ricollego con la mia supercheesy introduzione. Joyce e Raymond hanno vissuto insieme ogni giorno della loro vita per anni, e da quello che traspare dalle parole di lei era proprio una relazione di quelle che amo. Quelli di lui erano gli occhi che guardava la mattina appena sveglia, era sua la bocca per cui cucinava, erano sue le mani con cui ha costruito una carriera. E, all'improvviso, niente di tutto questo c'era più. Il solo pensiero (che durante la lettura ho avuto troppo spesso) di una simile eventualità mi fa saltare un battito.

Inizia un profondo viaggio in un insensato senso di colpa, in un'autoaccusa (che ai nostri occhi sembra assurda) di egoismo che è talmente dura da non riuscire nemmeno più a commuovere. Ray non può mangiare, non mangio nemmeno io. Ray non può più fare questo, non è giusto che lo faccia io. Dio, è insostenibile. È durissimo vederla farsi coraggio, per la voglia di non pesare, e poi vederla crollare. Così come è difficile leggere le sue mail (che esposizione totale, darci in pasto le parole che aveva riservato agli Amici), e sentirla parlare di se stessa in terza persona.
Dall'apertura più totale, quella che usiamo quando parliamo con i nostri compagni di vita, all'uscita da se stessa: Joyce diventa la futura vedova prima, la vedova dopo, e questo passaggio ci è sbattuto in faccia con la delicatezza che la contraddistingue, riuscendo comunque a colpirci durissimo, e noi non possiamo che osservarlo impossibilitati a fare alcunché.

Se cercate un libro commovente, qualche lacrimuccia facile, cercate altrove.
Questo è dolore nella sua forma più pura, spogliato di qualsiasi romanticismo, di qualsiasi voglia di compiacere.
E fa un male cane.





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