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mercoledì 16 maggio 2018

Consapevolezza alimentare: The China Study

16:29
Qualche mese fa ho pubblicato un post, che trovate qua, nel quale parlavo di alcuni documentari a tema alimentare che mi ero sparata in un tentativo di convincermi a mettere giù le patatine fritte ora e per sempre.
La ricerca di motivazione continua, questa volta con un libro: il tanto famigerato The China Study.



Premessa obbligatissima: la comunità scientifica non dà alcun valore allo Studio Cina. Non è riconosciuto, non viene preso in considerazione come riferimento.
Insomma, è fuffa.
La cosa mi dà immensa gioia perché io, sto libro, l'ho odiato.

Partiamo dalle cose positive, perché non sembra che io stia scrivendo un post avvelenato per pura antipatia personale.
Il volume è bellissimo. Lo so, non conta niente ed è un discorso da feticisti della carta stampata che non ha alcun valore, ma lo amo. La dimensione, la copertina flessibile, la carta riciclata, i grafichetti. Sembra un libro scolastico e io i libri scolastici li venero come divinità della conoscenza.
La seconda cosa positiva è che offre sinceramente molti stimoli. Io mi nutro da cani. Mangio malissimo. Mi sforzo, ci provo, ma sono un disastro. La verdura mi fa quasi tutta schifo e la frutta è la mia nemesi. Non ci capiamo, non ci siamo mai avvicinate, è un rapporto che non è mai nato e finora era sempre andata bene così.
Risultato: sono ciccia, quindi forse così bene non è andata.
The China Study, oltre ai disastri di cui parleremo dopo, parla talmente tanto e talmente bene di queste meraviglie che la natura ci offre che io questo mese ho iniziato a mangiare i pomodori.
Non tutti, solo quelli oblunghi croccantini, ma è qualcosa.


Per quanto riguarda i disastri, invece, mettetevi comodi, sarà un lungo post.

Partiamo dalla presentazione che il libro dà di sè e del suo contenuto:
Lo studio più completo sull'alimentazione mai condotto finora
Un testo monumentale che sta sollevando un vero polverone intorno alla medicina convenzionale di tutto il mondo.
Il più importante testo epidemiologico mai realizzato
Wow.

Non è come quando l'editore decide di mettere sul retro o sulla copertina frasi da recensioni di scrittori famosi o di grandi testate. Qua è tutta materia del gentile professor Campbell. Al massimo del suo editore.
Leggendo però il tono tronfio, egoriferito e pomposo con cui il galantuomo parla di sè, non mi stupirei se tutte queste lodi fossero già scritte nella bozza mandata all'editor.
Si tratta nientemeno di 400 pagine di autoelezione di sé come il più grande, il migliore, l'unico che dice la verità, il Solo Portatore di Autorevolezza e Realtà nel marcio ed evidentemente volto all'estinzione della specie mondo della medicina convenzionale.

Migliaia di medici in tutto il mondo, ricercatori sottopagati, infermieri dispettosi, smascherati da Lui: T. Colin Campbell.
Inchiniamoci alla sua volontà.

Ci prova spesso, in mezzo alle pagine, a dire che bisogna eliminare tutto ma non farsene ossessionare, che è un percorso, che ci si arriva, ma la sua arroganza è snervante. Quello che più di tutto ho trovato snervante è il tono con cui apre il volume: l'adolescenza in fattoria, con gli animali, tutta la carne mangiata da tutti. Per tutto il romanzo, poi, si porta appresso questo tono da 'io ci sono passato, vi capisco, è dura', che gioca su una faciloneria insostenibile.

Si arriva a fare dichiarazioni che sono di una pericolosità gravissima.
Parliamo di malattie, e Campbell dice che i tumori possono avere origine genetica ma che possono anche essere 'stimolati', passatemi il termine per nulla scientifico, dal modo in cui ci nutriamo.
Io non ho competenze mediche, leggo e cerco di imparare qualcosa, quindi questa nozione la prendo e la metto nel bagaglio che sto cercando di costruire.
Dopo, però, si dice che l'alimentazione ha un ruolo fondamentale nella cura della malattia.
Questo non va bene.
Se scrivi un libro che chiaramente nasce per essere popolare e diffuso tra tutti, perché non si tratta di un articolo di settore pubblicato in riviste specializzate, gli dai quel tono familiare per avvicinare il lettore a te e alla tua storia e al tuo immenso lavoro, non lo freghi così. Non lo metti in un angolo con affermazioni micidiali e pericolosissime.
Se io fossi malata sarei disperata. Qualcuno riesce a mantenere lucidità e consapevolezza, io no. Io agonizzo a letto per qualche linea di febbre, con un tumore sarei annientata. Leggere una frase del genere mi farebbe campare di insalata mangiata direttamente dalla busta. Non va affatto bene, pare del miserabile complottismo antifarmaceutico che non fa il bene di chi dell'industria farmaceutica ha bisogno per vivere.

Esempio molto meno grave di un tumore: mia madre ha il diabete.
Segue una dieta e una cura farmacologica, che le permettono, insieme, di non sentire il calo di zuccheri, di andare in bicicletta senza essere affaticata, e di vivere una vita normale.
Dirle, domani: mamma, non prendere più le pastiglie di potassio che ti aiutano a stare in piedi, mangia come ti dice questo libro e passerà tutto da sè, significa innanzitutto che mia madre mi lancerebbe una seggiola e anche il libro, e poi che il giorno dopo la troverei sul divano incapace di muoversi perché le sue gambe non la sostengono.
Non. Va. Bene.

Ci mettiamo anche la fettina animalista?
Mettiamocela.
Uno studio intero, durato 30 anni, per giungere alla conclusione che gli animali non vadano mangiati condotto come? Sui topi.
Sembra Deodato che dice che facciamo schifo perché pur della fama (concedetemi la semplificazione) siamo disposti a tutto poi macella animali per un film.
Non fraintendetemi: io credo di essere a favore della sperimentazione animale in ambito medico.
Però puzza un po'.

Non ho competenze medico-scientifiche nemmeno per errore. So alcune cose sul mio corpo e basta, giusto perché ci devo abitare dentro. Non mi permetto, quindi, di dare giudizi sulle conclusioni a cui giunge, ma da cittadino comune mi devo fidare della comunità scientifica.
Qualcosa non va in questo studio, e su questo paiono essere tutti concordi.

Bisogna mangiare più frutta e verdura?
Siamo tutti d'accordo, soprattutto Studio Aperto nei mesi tra maggio e settembre.
Bisogna leggere questo libro per farlo?
Anche no.

Se però voleste approfondire l'aspetto scientifico dello Studio Cina e delle sue criticità, vi linko un blog, che ne parla in diversi post molto interessanti: https://deniseminger.com/the-china-study/


 
 

venerdì 19 gennaio 2018

Consapevolezza alimentare: i documentari su Netflix

13:59
Da anni nella lista dei miei buoni propositi c'è il dimagrimento.
Quest anno mi sono decisa a smettere. Non perché all'improvviso mi sia caduta dal cielo una improvvisa sicurezza in me tale da farmi accettare per come sono, ma mi sono semplicemente stancata di rincorrere una cosa e di non raggiungerla mai.
Per colpa mia, beninteso.
Ho deciso di prendere la questione 'prendermi cura di me' in un altro modo, ovvero informandomi. Questo non significa che da oggi sono vegana, nè vegetariana, ma ci sto pensando su, e ci sto lavorando. Capitemi, sono mezza mantovana, qui pane e salame li passa la mutua. È un percorso difficile, per tutti.
Non troverete mai qui una vegan-nazi per il semplice fatto che di quello che mangiano gli altri francamente mi frega meno di niente. Di quello che mangio io, però, da oggi mi frega un po' di più.



WHAT THE HEALTH

Ho iniziato con il più chiacchierato di tutti.
Ad oggi è ancora quello che preferisco, perché What the health è strutturato in un modo che ho molto apprezzato. È un documentario che spinge verso uno stile alimentare plant-based, ovviamente, quindi l'obiettivo è chiaro fin dai primi minuti, ma come ci si arriva è molto interessante. Si parla solo ed esclusivamente di salute. Non si parla di etica, di scelte, di possibilità: essere vegani è la scelta migliore principalmente per la nostra salute, punto e basta. Si portano studi, ricerche, esempi, tutti volti a mostrare come i principali beneficiari di questo stile di vita siano gli uomini stessi, più che gli animali risparmiati.
Si usano paragoni estremi spesso tipici di chi fa del veganesimo quasi una fede, ma se si sceglie di prendere le cose con le giuste pinze, è davvero un'ottima motivazione per iniziare un percorso di consapevolezza maggiore. Spinge ad altra informazione, ad approfondire, a provare.
Con me, personalmente, ha funzionato.

(qui un link per chi invece sia scettico e voglia un punto di vista diverso, in una critica al documentario fatta da time.com)

COWSPIRACY

Cowspiracy è un punto di vista completamente diverso.
Non vi frega nulla di mangiare esseri viventi?
Non vi frega nulla di morire male perché, per citare mio fratello, tanto muoio comunque?
Proviamo con l'ambiente.
Non credo che chi è strafottente cambi atteggiamento quando si parla di un tema piuttosto che di un altro, ma tanto vale chiarire che mangiare al McDonald's tre volte a settimana fa male anche all'ambiente.
Gli allevamenti intensivi sono una delle cose più inquinanti al mondo. Ci fanno una testa tanta chiedendoci di spegnere l'acqua quando ci insaponiamo in doccia (e questa è giusta ma è una violenza, diciamocelo), per non raccontarci che le salsiccie che mangiamo fanno danni ancora maggiori.
Nessun benaltrismo, bisogna fare tutto quanto è in nostro potere per non peggiorare una situazione già gravemente compromessa, ma è altrettanto giusto sapere tutto.
Cowspiracy ci prova, senza risparmiarsi niente. Non arriva ai livelli di Earthlings, ma quando si sposta dal tema principale, cioè l'ambiente, a quello inevitabile animalista, lo fa senza mezze misure.

LIVE AND LET LIVE

Questo documentario mi ha fatto un po' arrabbiare. Solo un po', perché ho iniziato meditazione e ho giurato di provare ad arrabbiarmi meno.
Si incontrano vegani di vario genere: attivisti, medici, sportivi, scrittori, nutrizionisti, biologi...
Ognuno di loro parla del veganesimo, delle sue motivazioni, dei suoi stimoli e della sua lotta contro i maltrattamenti animali.
Non fraintendetemi: continuo a pensare che sia tutto molto nobile. Ho solo molto, ma molto, poco apprezzato il tono generale del documentario. Credo solo che se si vuole avvicinare qualcuno ad un percorso così complesso come quello del cambio totale di alimentazione, usare toni quasi drastici non solo non avvicini nessuno alla causa ma anzi, la allontani.
Sentirmi dire che mangiare gli animali è inaccettabile è un modo basso e ingiusto di puntare sull'inevitabile senso di colpa che chi guarda certi documentari già prova. Altrimenti mi sarei fatta un toast al prosciutto e avrei acceso altro, su Netflix. Se sono qui è per avvicinarmi a questo mondo, sentire che siamo tutti miserabili assassini (più per tono che per effettive parole pronunciate) mi ha solo innervosita. Non è un tono utilizzato da tutti gli intervistati, è solo un'atmosfera (se così si può dire) diffusa per tutto il documentario, e mi ha scocciata.


SCELTE ALIMENTARI

Di tutti, questo è l'unico che consiglia di rivolgersi ad un medico prima di fare qualsiasi cambio di dieta. Mi sembra non solo saggio, ma una grave mancanza degli altri.
Scelte alimentari non si distingue poi molto da What the health, se avete poco tempo potete guardarne solo uno poi fare le vostre valutazioni. È comunque un altro documentario pro-veg che si pone in modo cordiale ma convinto. Con me sono questi i toni che funzionano.

EARTHLINGS

Questo l'ho lasciato volutamente per ultimo.
Earthlings è su Youtube, l'unico tra quelli di cui parliamo oggi che non è su Netflix, ma non mi sento di consigliarvelo a cuor leggero. Me ne avevano parlato e sapevo si sarebbe trattato di una visione estrema, ma non pensavo mi avrebbe colpita così.
Parliamoci molto chiaro: lo sappiamo tutti cosa succede nei macelli. Mangiamo la carne e il prosciutto e qualcuno il maiale di quella fetta di crudo lo ha fatto fuori. Lo sappiamo, lo accettiamo e lo mangiamo. Non ce ne frega niente. Magari se vediamo la fotina carina del maialino sorridiamo e pensiamo che poverino diventerà una braciola, ma finisce lì. Se bastasse parlare della sofferenza animale per indurre tutti ad una dieta vegana o almeno vegetariana non ci sarebbe nemmeno bisogno di parlarne: lo saremmo tutti e basta.
Ma non basta, perché la carne la mangiamo.
Quindi?
Quindi si prende una camera, si va nei macelli e si mostrano le cose. Si mostrano tutte, si sentono tutte. 
Io ve lo dico: avevo sottovalutato la questione etica. Se fino a questo punto i documentari mi avevano intrigato molto da un egoistico punto di vista della mia salute, da Earthlings non si esce indenni. È una visione estrema e dolorosissima, ma forse se siete in dubbio non serve altro.
So che parlando di Live and let live avevo detto che puntare sul senso di colpa è, per me, il modo sbagliato di affrontare un certo tema. Lo confermo, ma qua mica sono gli umani a sgridarti. Qua gli umani scelgono di mostrarti la verità e di non censurare proprio niente. Io ti faccio vedere, poi tu decidi.
È stata una delle cose più dure che ho visto in tempi recenti.

Il mio viaggio è solo all'inizio.
Ci sono migliaia di altri documentari, libri, articoli, saggi sul tema che aspettano solo di essere trovati da me. È stato interessante vedere le mie reazioni prima, durante e dopo le visioni. Ne sono uscita provata, impensierita e preoccupata. Immediatamente dopo le visioni ero anche determinatissima a cambiare vita.
Sono passate alcune ore, poi, ed è arrivata ora di cena. Quando mi sono trovata a dover pensare a cosa cucinarmi mi è scesa la morte nel cuore. Sono stata brava, ho solo aggiunto un po' di grana ai miei pancake agli spinaci, ma è stato sufficiente per capire che nessun documentario, nessuna consapevolezza renderà il percorso più facile.
Lo renderanno solo più informato, ed è già un grande punto di partenza.

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