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martedì 14 marzo 2023

Gli anni '50: il decennio delle donne mostruose

12:16
 Abbiamo appurato in tante sedi diverse che l'arrivo dell'Altro - alieno, mostro, o comunista - significa per il cinema americano la distruzione della famiglia tradizionale. Mariti sostituiti da mostri mutaforma, figli scambiati in culla, esperimenti volti a rovinare la squisitezza della società. 
Cosa succede, però, quando a essere mostri sono proprio le donne, che del focolare domestico sono state da sempre (ehm) considerate gli angeli? Quando crollano le fondamenta, cosa succede al resto della società?
Negli anni '50 ci sono stati un po' di film per raccontarcelo, e ne parliamo insieme.




L'ho accennato parlando degli anni '40 ma lo ripeto velocemente qui: nel dopoguerra le donne sono spaventose. Hanno imparato a portare sulle spalle la società intera mentre gli uomini erano in guerra, hanno preso posizioni lavorative che fino a quel momento non erano loro concesse e si sono allargate all'interno del mondo, prendendosi spazi che fino a prima del conflitto erano loro preclusi.
Non stupisce quindi che, una volta conclusa la guerra, si sia cercato di riportare la società su territori conosciuti. Negli anni '50, quindi, il cinema diventa a sua volta un continuo racconto di conflitti, solo che questa volta bisogna cercare nemici "universali". 
Come possiamo peggiorare l'immagine di questi invasori, di queste creature spaventose che interrompono le nostre vite per trasformarle in qualcosa di sconosciuto? Le rendiamo femmine.
E allora arriva The She - Creature, The Leech Woman - che includiamo anche se tecnicamente è del '60 - The Wasp Woman, di Corman, e così via. Un insieme di femmine il cui aspetto diventa raccapricciante e i cui sentimenti solo votati alla violenza.
Sono, questi, quasi sempre film punitivi per le loro protagoniste: Marla e Mrs Starlin, le protagoniste di The Leech Woman e The Wasp Woman sono aspramente giudicate perché vanitose. In entrambi i film ci si rivolge a conoscenze altrui (scienziati o culture esotiche) affinché regalino il segreto dell'eterna giovinezza, e questo diventerà per loro fatale. La cura per il proprio aspetto è un elemento negativo, sia che nasca dalle protagoniste stesse, come è nel caso della donna-vespa, o sia imposto da uomini controllanti, come il marito della povera Marla, e pertanto le conseguenze saranno gravissime. Poco importa se siano donne di successo, come Mrs Starlin, fondatrice di una casa cosmetica di grande successo, o se siano a tutti gli effetti vittime di una relazione malsana, il desiderio di gioventù, reale o anche solo ricreata grazie a creme o rituali, non si confà ad una donna di famiglia per bene e pertanto le conseguenze sono da pagare prima di tutto con l'aspetto. Ecco che quindi donne bellissime diventano mostri disgustosi, ma soprattutto pericolosi.
L'aspetto mostruoso è anche la punizione per la protagonista di The She-Creature, Andrea, forse il più popolare dei tre, colpevole solo di non ricambiare un amore ossessionato. 
La donna che si concentra sul proprio aspetto è pericolosa perché non spende se stessa per la famiglia, e infatti nessuna delle nostre tre protagoniste fa parte di un nucleo familiare classico e funzionante. La signorina Starlin è nubile, per quello che ci è dato capire, Marla è vittima di un matrimonio infelice che l'ha resa vittima di dipendenze e costante frustrazione, Andrea esiste solo in virtù del suo ipnotizzatore e naturalmente nulla a che vedere con una relazione classica. 
In The Leech Woman ci si spinge addirittura a creare un personaggio femminile che sembra avere tutte le intenzioni di distruggere il solo legame che rimandi ad una tradizionale visione del mondo. 
Tutte e tre finiscono per uccidere: le donne sono diventate a tutti gli effetti dei mostri, per colpa della scienza impazzita (siamo pur sempre dalle parti dell'horror fantascientifico degli anni '50) o di rituali e tradizioni di popoli lontani che gli occidentali volevano andare a prendersi e fare propri. 
La tragedia è sola fine possibile, quindi, ed è colpa delle stupide femmine che altro non vogliono se non la pelle liscia. (Per chi passa di qua per la prima volta, sono sarcastica).

Questi non sono film eccellenti: sono molto "semplici", privi di guizzi particolari o di grandi ambizioni, ma sono rappresentativi della solita vecchia storia, declinata in questo caso nel linguaggio conosciuto del cinema degli anni '50: le donne sono spaventose.
A loro è andata male, noi oggi non abbiamo bisogno che sia uno scienziato fuori controllo a renderci mostri: lo diventiamo da sole, e la paura la facciamo di proposito.

lunedì 21 novembre 2022

Gli anni '50: Teenage Dirtbags

12:25
 Poichè vi ricordo che il caos è il solo agente che guida questo posto, ho deciso che la nostra rubrica era pronta per passare al decennio successivo, gli anni '50. 
La rubrica ha altresì deciso da sé che questa volta non ci sarebbe stato alcun post introduttivo: partiamo parlando direttamente dei film, perché da questo decennio in poi credo che il post introduttivo sarebbe stato un mero elenco di cose da vedere e fare che poi, come ci insegna la storia, non sarei stata in grado di portare avanti. 
Quindi, accompagnata solo dal desiderio di vedere alieni e mostri giganti, mi addentro nel decennio più repubblicano del cinema di genere.




Gli anni '50, che oggi ricordiamo come un decennio glorioso soprattutto per il sci-fi, si portano appresso le conseguenze del decennio precedente e dell'enorme circostanza storica che lo ha caratterizzato. In questo caso specifico non mi riferisco alle paure e alle conseguenze psicologiche del conflitto, che spero avremo modo di approfondire nei prossimi post della rubrica, ma ad un aspetto più semplice: bisognava riportare la gente in sala. Nello specifico, era importante portarci i giovani.
I giovani, nel cinema dell'orrore, sono un motore fenomenale - cosa che nei decenni non è cambiata, ed è una gioia - e portare loro in sala era il successo che si desiderava. Cosa era piaciuto ai giovani nei decenni precedenti? I mostri Universal, quelli proprio se li erano goduti un sacco. E allora rifacciamoli, ma proprio diretti a loro. Anzi, meglio ancora, rendiamo adolescenti i mostri classici. 

Questa sarebbe la premessa perfetta per una serie di deliziose horror comedy che parlano di crescita e scoperta del proprio corpo, ed esplorazione del mondo e del senso di mostruoso, e invece gli anni '50 non avevano cazzi per nessuno e hanno deciso che se questo dovevano fare, dovevano farlo seriamente. 
Il numero di film con la parola teenager nel titolo è notevole, e unisce ottimi film e lavori di minor valore, ma quelli che ci limitiamo a vedere in questa sede sono quelli che compongono il trio che ha visto la luce nel 1957 per AIP. 

DA QUESTO MOMENTO PARLO DEI FILM MA ANCHE DEI LORO FINALI, OCCHIO AGLI SPOILER!

Si aprono le danze con un film che mi ha tirato tutta una serie di colpi bassi emotivi che dire che mi hanno colto di sorpresa è un eufemismo. Parlo ovviamente di I was a teenage werewolf, di Gene Fowler Jr., forse il più rappresentativo dei tre del decennio in cui è stato partorito. Il film si trova comodamente in inglese su Youtube, e sotto i video si trovano commenti di persone che hanno avuto il piacere di vederlo in sala, al momento dell'uscita, e quasi tutti lo ricordano come un film che li ha sconvolti dalla paura. Il che è interessante, e non è certo la prima volta che vediamo una dinamica del genere: quello che a loro ha tanto spaventato, a noi commuove. È stato così fin dai tempi di Lon Chaney. Ricordano incubi ricorrenti e mani davanti agli occhi, mentre riguardarlo oggi è una visione tragica e molto emozionante. Nel suo Danse Macabre Stephen King ricorda che insieme ai timori di cui parlavo su, ce n'era uno prevalente tra i genitori: gli Adolescenti Terribili. I teppisti, quelli che si azzuffano con la sigaretta dietro l'orecchio e la motoretta rumorosa. E allora Tony è il perfetto ritratto di quello che la società tanto temeva. È una testa calda, è fumantino, rissoso. Il padre di Arlene, la sua fidanzata, non gliene fa certo segreto: non lo apprezzano proprio. E quindi Tony è colpito da ogni lato: si sente non apprezzato, percepisce il mondo degli adulti come ostile e quello dei giovani come una guerra in cui viene costantemente bombardato. Persino le persone che lo amano genuinamente, come il suo buon padre e Arlene, gli chiedono di essere meno se stesso, di adeguarsi a chi non lo capisce. E allora lui, con tutta quella rabbia che sta maturando sotto la pelle, è la cavia perfetta per chi quella rabbia è convinto di saperla indirizzare. Ovviamente c'è lo scienziato cattivo, perché come dicevo questo è proprio un film del suo decennio, e lo scienziato cattivo come al solito dispone delle persone che lo circondano dispone delle persone che lo circondano nel modo in cui crede perché il suo ego gli suggerisce essere il modo giusto. La giustificazione è sempre la stessa: il bene dell'umanità, il bene più grande. Quale sia, ovviamente, è stabilito dallo scienziato stesso. In tutti e tre i film che vedremo, però, c'è la scena in cui il teenage monster supplica per la liberazione. 
La mostruosità, che nella stagione in corso di Nuovi Incubi stiamo analizzando come liberatoria, è qui una maledizione. Non solo per chi ne è colpito direttamente, ovvero i tre adolescenti che vengono resi mostruosi dalla scienza, ma anche per chi li circonda, ovviamente. Sono tutti film tragici, seppur in modo diverso. In questo Werevolf è il migliore perché Tony è un personaggio disperato, solo anche quando è circondato di persone. Interpretato magnificamente da Michael Landon, ha lo sguardo triste, confuso. Anche quando è arrabbiato e tira pugni alla gente come se gli uscissero in autonomia dalle mani, lo fa con la forza della disperazione, ed è proprio da prendersi il cuore e cavarselo con le mani dal petto. Soprattutto perché, e questo è elemento comune a tutti e tre i film, il solo modo per liberarlo è togliergli la vita. E i giovani, alla fine, ne escono sconfitti.

In Blood of Dracula, di Herbert L. Strock, è sempre il temperamento fumantino ad essere punito. Questa volta, però, ci concentriamo sulle ragazze, il che me lo rende particolarmente caro. Il film è molto simile al precedente: c'è una protagonista tutta nervi - una donna poi, grande aggravante - che incontra una scienziata, donna pure lei, che vuole sfruttare questo lato del suo carattere per un esperimento, che renderà Nancy peggiore ma l'umanità, a suo dire, migliore. Nancy, che qui diventa vampira e non lupa mannara, ha dei motivi per essere incazzata col mondo: sua madre è mancata da poche settimane e il padre, che si è già risposato con una signora che sembra non gradirla, la spedisce in un collegio mascherato da prestigiosa istituzione scolastica. Quando l'insegnante di chimica comprende che il suo temperamento potrebbe portare a qualcosa che potrebbe esserle utile, la sottopone ad una seduta di ipnosi che la trasforma. Anche in questo caso, quindi, a giocare con le vite degli adolescenti sono le persone a loro vicine che dovrebbero aiutarle. Se a trasformare Tony era stato lo psichiatra a cui si era rivolto proprio per placare il suo animo inquieto, qui è l'insegnante. Non un'insegnante a caso, però. Miss Branding sta combattendo con il mondo scientifico perché il fatto di essere donna la penalizza. I suoi articoli vengono rifiutati prima ancora di venire letti, perché riportano il suo nome e pertanto non sono degni di essere presi sul serio. Il mondo, poi, è impegnato con lo spauracchio radiattivo, che qui è presenza ben più costante che nelle due altre uscite, e nessuno ha tempo da dedicare all'hobby della signorina col camice bianco. E lei allora, bramosa di riconoscimento, vuole fare il colpo del secolo, e rovina la più fragile delle ragazze che la circondano. Di nuovo, per lei finirà male. Ad onore del vero, in questi film pure per la scienza finisce male: le creature si rivoltano sempre contro i propri creatori. Non prima, però, di aver supplicato libertà. E noi distrutti proprio sul divano che ci ammazziamo di dolore.

Diverso il discorso di I was a teenage Frankenstein, invece, che dell'adolescenza non frutta il temperamento ma il fisico, anticipando di qualche decennio parte - e solo parte ovviamente - di quello che Jordan Peele ci avrebbe poi raccontato, meglio, con Get Out. La strage di Frankenstein è il titolo in italiano, che per una volta, se lo si legge in un certo modo, potrebbe essere migliore di quello originale, che, uscito in double feature con la storia di Nancy, ricalcava il titolo dell'opera di maggior successo. Ovviamente non è il dottor Frankenstein ad essere adolescente, ma la sua Creatura. La storia la potrete facilmente immaginare: uomo di scienza dalle grandi ambizioni e dall'ancora più grande ego scava tombe e sfrutta i corpi di giovani defunti per creare una giovane creatura, che sfrutterà la giovane età delle sue membra per guarire più velocemente e adattarsi meglio alla composizione di tetris che è il proprio nuovo corpo. Onestamente, tra i tre lo considero il minore, perché facendo un ragionamento sul corpo e non sullo spirito mi emoziona di meno e per essere proprio antipatica mi interessa anche meno. Fa però un discorso interessante sull'identità, che possiamo applicare ad ogni versione di questa storia volendo ma che qui è particolarmente interessante perché la Creatura, oltre a non avere nome come di consueto, qui non ha il volto. La ricerca di una faccia, prima cosa di noi che mostriamo al mondo, è parte dell'evoluzione del rapporto tra il dottore e la Creatura, ma sarei ingiusta se non specificassi che è in fondo la sola cosa che mi ha coinvolto.
Ah, no, ne ho un'altra: questo Frankenstein smaltisce gli avanzi dei corpi che usa attraverso un sistema innovativo. Tiene un coccodrillo sotto il laboratorio e gli lancia i pasti. Soluzione molto poco etica ma se non altro abbastanza sostenibile.

Provo molto interesse per chi parla male o con saccenteria dei giovani, forse perché nella testa ho ancora 16 anni e me li sento affini o forse perché è cretinetto farlo, e questi film per me rendono loro, visti oggi, giustizia. I teenager non sono mai stati il problema, sono stati sfruttati da adulti incapaci di gestirli, di ascoltarli. Lo sono diventati quando hanno chiesto una voce e non è stata loro concessa. Forse all'epoca hanno davvero traumatizzato una generazione, questi film.
A traumatizzare, oggi, è che non abbiamo ancora imparato a trattare i giovani come quello che sono: persone che stanno imparando che cosa sia il mondo e come fare per renderlo migliore. 


lunedì 24 ottobre 2022

Gli anni 40: Il ritorno del vampiro

10:25
 Vediamo di togliere un po' di polvere da questa rubrica. Quando ho deciso di ripercorrere la storia del cinema dell'orrore mi ero preparata una scaletta, una serie di obiettivi soprattutto temporali e un planning ben preciso. Avevo solo dimenticato di renderlo compatibile con il resto della mia vita.
Quindi, ora la ricominciamo perché ne ho tanta voglia, però con modi e tempi diversi, altrimenti finisco in un burnout autocausato che non ha assolutamente alcuna ragion d'essere. La rubrica riprende quindi con tempi molto dilatati. Non sono in grado di fare un post a settimana sull'argomento e quindi preferisco farne di meno ma farli meglio senza rischiare di impazzire.

Come era prima, alterneremo singoli film a discorsi più ampi su qualche autore, qualche attore o qualche tema più nel dettaglio. Ho deciso di ricominciare con un film forse minore rispetto ai grandi suoi contemporanei, ma che secondo me valeva la pena di essere discusso.
Siamo nel 1943 e ad opera di Lew Landers esce Il ritorno del vampiro.




Il vampiro Armand Tesla si avvale dell'aiuto del suo assistente licantropo Andreas per procurarsi le sue vittime. La loro vita diventerà più difficile quando sceglieranno come vittima la futura nuora di Lady Jane, che non ha alcuna intenzione di farsela portare via.

Parlando degli horror anni '40 di Universal l'abbiamo già detto nei post precedenti: hanno la fama di essere solo uno strascico del glorioso anno precedente.
Il ritorno del vampiro fa tutto quello che può per subire lo stesso fraintendimento. Ha dei titoli inequivocabilmente familiari, sceglie Bela Lugosi per il ruolo del vampiro (ultima volta in cui lo fa in un contesto che non sia una commedia), è diretto dallo stesso regista che ha diretto - tra le altre cose - The Raven, il film del '35. Si chiama addirittura Il ritorno, facendo intuire il suo essere un ipotetico seguito.
Eppure non è un film Universal. È della Columbia. 
Gioca con un modo ben preciso e rodato di fare cinema, che prende tutti gli elementi di valore del decennio precedente e li riutilizza in un contesto nuovo, in cui un immenso cambiamento ha sconquassato il mondo: la guerra.
Nello specifico, a farci sognare de Il ritorno del vampiro è lei, Lady Jane Ainsley, forse la prima volta che vediamo al cinema qualcosa che sia assimilabile a una Rosie the Riveter. Lady Jane da sola prende in mano una situazione anomala e tragica, salvando, con i mezzi a sua disposizione, tutte le persone sottomesse e violate dall'uomo potente: Tesla (che buffa e trista coincidenza il suo nome). Lady Jane è una figura femminile che al cinema vedremo sempre più spesso: pur essendo scientifica nel suo raccontare l'evento soprannaturale, non viene creduta. Pur conoscendo il male del mondo sceglie di portare avanti i suoi ideali di fiducia nell'umanità, dando una seconda possibilità ad Andreas e aiutandolo a costruirsi una vita piena e soddisfacente ma soprattutto libera. È la donna che, lasciata sola dagli uomini che la circondano, prende in mano la situazione e la risolve, con nessun riconoscimento finale se non la consapevolezza che senza di lei la situazione sarebbe inesorabilmente degenerata. In una tradizione - quella dei vampiri - in cui le donne sono le prime vittime, lei è la salvezza. 
Non solo questo, però. A rendere speciale il film è anche Andreas, un'estremizzazione del ben più noto Renfield. Andreas non è solo una vittima del vampiro. Quella che lo colpisce è una maledizione in piena regola, perché è un licantropo: la più classica delle condizioni tormentate. A Tesla non è bastato prenderlo come schiavo, ma ha anche dovuto snaturarlo, privarlo della sua condizione umana e vincolarlo, in questo modo a sé. È infatti la prima - presunta - morte del vampiro a liberare Andreas. Muore il vampiro e rinasce il licantropo. E non è neppure un caso che il vampiro sia riportato in vita proprio dalla guerra (e poi ne riparliamo). Andreas è tanto vittima di Tesla quanto lo è della situazione storica in cui sta vivendo. È un soldato caduto, è un veterano. Se non l'avessi reso per bene, Andreas mi strazia il cuore. 
La guerra, dicevamo. Incontriamo in questo film entrambe le guerre mondiali, perché Tesla giustamente mica può saltarne una. O tutto o niente. È lei la causa della sua rinascita e del suo, invocato dal titolo, ritorno. Lady Jane, insieme al collega Saunders, lo aveva già fermato nel '18 Tesla, impalandolo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, però, un bombardamento riporta alla luce il suo cadavere, infilzato anche dai frammenti di una bomba che, per le persone che lo trovano, lo qualificano immediatamente come una vittima proprio di quel bombardamento. Liberato dalla bomba, lui torna, fresco come se non fosse successo nulla. La guerra ha influenzato le vite di tutti i coinvolti, ha facilitato il suo ritorno, è a tutti gli effetti un personaggio del film. Il vampiro è un invasore, nella vita dei suoi rivali, un mondo esterno che entra e si prende quello che vuole. È lo sconosciuto dell'est che arriva e frantuma la quotidianità, che allontana le famiglie, che distrugge esistenze. È uno tra i modi più efficaci che conosco per parlare di conflitti.

David J. Skal, forse lo storico di cinema dell'orrore più famoso del mondo, definisce Il ritorno del vampiro un "fascinating junk film". Lungi da me voler considerare la mia opinione al di sopra di quella di una persona con competenze come le sue, però lo trovo un giudizio un po' severo. Non siamo di fronte a un capolavoro senza tempo di quelli che ridefiniscono i contorni del genere, però ha delle cose da dire. Ha un modo emozionante di parlare delle conseguenze della guerra non solo sulla società ma sui singoli individui, e sulle donne soprattutto, lasciate sole a dover portare avanti il mondo. È nebbioso, cupo, triste. 
Quando penso a dei junk film, non è lui che mi viene in mente.

lunedì 27 giugno 2022

Gli anni '40: Gaslight

10:53
 In tutto questo parlare di quanto il cinema degli anni '40 è stato un fratm ingiustamente scordato, non abbiamo ancora detto una cosa: è stato cinema femminile. 
Direte voi, ah, una volta che comandano le donne poi opportunamente lo nascondiamo sotto il tappeto? Eh.
Le donne, che già negli anni '30 avevano un bello spazio - seppur cancellato dalle cronache - dietro le quinte, nel decennio successivo diventano le protagoniste. Lo abbiamo visto anche a gennaio parlando di noir: con la guerra, le donne rimaste a casa hanno ricoperto ruoli convenzionalmente attribuiti agli uomini, e si sono prese uno spazio mai avuto in precedenza. 
Non solo, però. La vera ondata rivoluzionaria del decennio sta nel rendere l'uomo bianco il solo vero cattivo. Non ci sono più uomini travestiti da fantasmi, come abbiamo visto in passato, o elementi sovrannaturali: il mostro, qui, è il patriarcato. Per il ritorno del fantastico dovremo aspettare la Hammer, per ora si torna sul concreto e il concreto è che gli uomini possono essere mostri ben più spaventosi. 
Qual'è, quindi, per una donna degli anni '40, l'orrore vero? Un vampiro? No, con loro possiamo anche giocarci a bridge. A farci paura era il ritorno degli uomini dalla guerra, e la possibilità di tornare confinate ad un ruolo domestico da cui ci stavamo liberando. 
Ne nasce quindi il filone dei film sulle paranoid women, in cui il mostruoso nasce dal marito che lentamente ti conduce alla pazzia. E siccome col pochissimo tempo che ho quest'estate mi posso concedere solo una visione, quale scegliere, quindi, se non il vero capostipite del sottogenere?
Siamo nel 1944 e, diretto da George Cukor, esce Gaslight. 




Prima di tutto, cosa significa gaslight? Lampada a gas, perfetto. Con gli anni, però, il termine ha acquisito anche un significato parallelo, che pare derivi proprio dal film che vediamo oggi, in cui una lampada a gas manda quasi all'esaurimento la nostra protagonista. Oggi parlando di gaslighting intendiamo una manipolazione psicologica, una violenza a tutti gli effetti che crea nella persona che la subisce una alterata percezione della realtà. La più viscida delle forme dei controllo che gli uomini spesso impongono sulle loro compagne. In realtà poi il gaslighting è ovunque: sul posto di lavoro, tra gli amici, in famiglia...
Alle donne viene fatto credere di essere pazze, di non avere comprensione reale del mondo che le circonda, di non essere all'altezza di leggere correttamente la realtà. E questo film ritrae queste dinamiche magnificamente. 

La nostra protagonista è Paula, una ovviamente eccellente Ingrid Bergman. Sposa un insetto repellente, un miserabile, che per arrivare ad avere le proprietà di lei la riduce all'ombra di se stessa. Fine, fine della trama. 
Eppure, nella semplicità della struttura narrativa, c'è un universo intero, ed è meglio dirlo subito: è un universo difficile da scoprire. Guardare il lento annullamento di Paula non è semplice, non è una fruizione da consigliarsi alla leggera. Per me, a livello di appesantimento emotivo, non ha nulla da invidiare all'altro straordinario film sulla violenza domestica, The Invisible Man del 2020, perché purtroppo non ha subito la crudeltà del tempo. 
Non c'è niente di invecchiato, in Gaslight. Non c'è nulla che una donna vittima di violenza non riconosca. Non c'è niente di passato. 
Che un film del genere esista, e sia del '44 (peggio, remake di uno, altrettanto bello, del '40 e adattamento di un'opera teatrale ancora precedente), è un incubo. Che sia così attuale fa accapponare la pelle.

Però è indubbio che si tratti di un film che rasenta la perfezione, e che siamo grate esista.
Fa alcune scelte molto intelligenti. 
La prima, per esempio, è di collocare la vicenda nella classe alta della popolazione. Si è soliti, ancora un po' oggi, associare la violenza ai "piani bassi". Si cerca di segregare le cose brutte alle classi inferiori, e sebbene stiamo lavorando sodo per far cambiare questa percezione, c'è ancora molto da fare. Decenni fa questo film ha per protagonista una giovane molto ricca. Siamo dalle parti della ricchezza aristocratica, dei balli di gala, dell'opera, degli abiti straordinari e della società per bene. E, chiusi dentro le porte di casa, la violenza è la medesima. Questa è una cosa che mi piace sempre vedere, ma che porta con sé un lato negativo. Gregory, alla fine, è un ladro impazzito, che ha puntato Paula per il suo denaro. Ci si sofferma sulla sua bramosia di denaro, specialmente sul finale, più che sul semplice desiderio di annientamento della moglie. Ma il modo in cui Gregory lavora sul cervello della moglie, giorno dopo giorno come una goccia d'acqua che distrugge le rocce, è ritratto in maniera così raffinata e realistica che il difetto del finale si supera senza problemi. 
Altro elemento di grande interesse è per me la scelta di Bergman. Scegliere un volto così prepotentemente famoso mette interamente il focus sulla vittima. Di nuovo, come fa il film del 2020, in cui addirittura il persecutore è invisibile, e a restarci da guardare c'è solo Elizabeth Moss. In un mondo in cui, ancora oggi, si fa un gran parlare degli uomini che generano violenza e non delle donne che la subiscono, un film così è fondamentale, perché quando poi l'uomo se ne va in galera resta solo lei a dover lavorare su quello che le è successo.
Di nuovo, siamo pur sempre nel '44 ed è fondamentale che per liberare la donna dalla situazione serva l'intervento dell'Uomo Buono, ma è pur vero che questo film, paro paro al suo predecessore, si concede un momento finale in cui è Paula a stare da sola con il suo aguzzino. E lui, verme strisciante che non è altro, ci riprova a farle credere di essere completamente scollegata dalla realtà, però quella col coltello in mano è lei.
E ovviamente sarebbe stato un film un milione di volte più bello se con quel coltello lei gli avesse tagliato la giugulare, ma siamo nei raffinatissimi '40 e va bene così.

E del resto capisco anche che la responsabilità di sporcare la Bergman non se la siano presa, che quel miserabile non è meritevole neppure di scompigliarle i capelli. 


lunedì 20 giugno 2022

Gli anni 40: The Wolf Man

16:47
 Sono in ritardo sulla tabella di marcia della rubrica sulla storia, questa settimana (che doveva essere la scorsa) ci prendiamo un attimino per parlare di un film a cui voglio del bene grande.

Post con spoiler





Siamo in un momento particolare per Universal che, e perdonatemi se dico ovvietà, dopo la Sposa non ha più raggiunto i livelli di eccezionalità a cui aveva abituato il suo pubblico. La fama che arriva ad oggi la vuole come una casa in caduta libera dopo gli sfolgoranti anni '30, perché per il decennio successivo è campata sui suoi precedenti: sequel, reboot, incastri tra personaggi...

È in questo panorama desolato che si colloca il film di oggi. Dopo anni ad introdurre creature non umane ma piene di umanità, era ora di ribaltare il concetto: finalmente Universal parla di un uomo che diventa un mostro. E non un mostro nel senso etico, ma in quello letterale.
Siamo nel 1941 ed esce, diretto da George Waggner, L'uomo lupo. 
Il protagonista è Larry Talbot, un imponente nobiluomo inglese, che torna a casa dopo un periodo di lontananza. Qui fa la conoscenza della bella Gwen, e portandola fuori una sera per farsi leggere il futuro da un gruppo di indovini, viene morso da quello che crede essere un lupo. Da quel momento inizia una serie di omicidi violenti, e tutti sembrano convinti della responsabilità proprio di Larry.

È difficile collocare questo film in mezzo ai giganti che lo hanno preceduto, e sarebbe anche sbagliato: The Wolf Man è meno sofisticato, meno arguto se vogliamo. Tocca temi di straordinaria profondità ma non sempre riesce a farlo con la complessità che sappiamo Universal con i suoi nomi migliori era in grado di fare. Eppure già così com'è è in grado di fare la sola cosa che chiedo al cinema: spezzarmi il cuore.

Parlare di licantropi significa spesso parlare di persone tormentate dalla propria condizione. Se i vampiri spesso (non sempre, ok, ma spesso) se la tirano tantissimo per quanto belli sono e i creaturi di Frankenstein stanno ancora imparando ad avere coscienza della propria condizione, i licantropi sono l'essenza stessa dell'odio per se stessi. Il corpo del licantropo smette di essere al servizio del proprio proprietario, e smette di rispondere. Si diventa vittime di se stessi e del proprio aspetto, la propria condizione diventa un problema totalizzante. L'identità stessa di chi è colpito dalla maledizione è da ricostruirsi interamente.
Come se questa non fosse una tortura sufficiente, quello che succede al povero Larry è pure peggio: la gente intorno a lui inizia a morire, e tutto indica che sia lui il colpevole. Proprio lui, che ad inizio film si sedeva così goffo e impacciato sulla sedia, col suo corpone gigante a seguirlo. Proprio lui, che torna a casa e deve ricominciare a costruirsi un'esistenza in luoghi che non gli sono più familiari, in volti che gli sono cari ma che deve conoscere di nuovo, come non li avesse conosciuti mai. Proprio lui, che stava recuperando col padre la relazione perduta.
Intorno a lui, quella comunità che lo conosceva e ora non lo conosce più, lo guarda con sospetto, e ha paura. E lui è così certo di quello che dice, che vederlo non creduto è straziante. In questo, il vero merito del film è avere scelto Lon Chaney Jr, che ci regala un Larry così bello che entra nel cuore e non ne esce più. Per il modo in cui parla alle persone che ha intorno, per come si muove, con le mani sempre vicine al corpo come a volersi rimpicciolire, per gli occhi pieni di dolore sincero che ha a partire dai primi minuti del film.
Il breve minutaggio in questo lo aiuta perché rende ancora più evidente il modo perfetto in cui la sua persona sembra appassire: l'uomo pronto a ricominciare ha già smesso di provare. 
Non solo ha perso le speranze di una nuova vita serena, ma è attanagliato da un bruciante senso di colpa e se un pochino avete imparato a conoscermi sapete che questo è il genere di storie che mi annienta. È successo qualcosa di brutale, è colpa tua seppur involontariamente, e tu adesso ci devi convivere, buona fortuna. Lo sguardo di Talbot, su cui spesso la macchina da presa si ferma insistentemente, perché proprio mi vuole ammazzare, è spento. Tutta l'umanità gli è stata tolta, ma non per colpa della licantropia. Lo hanno ucciso i sospetti prima, gli sguardi di chi non gli ha creduto e quelli di chi invece sapeva. L'ha ucciso la possibilità svanita dell'amore con Gwen.

Infine, però, Larry muore davvero, infliggendo al film l'ennesima batosta emotiva: muore per mano di chi lo amava, suo padre. Suo padre che aveva appena perso un altro figlio e che con questo stava cercando di ricostruire una relazione, e che per tutto il film ha cercato di aiutarlo e difenderlo.
E allora se volete che ci ammazziamo, amici in Universal basta dirlo!

L'uomo lupo funziona perché condensa in poco più di un'ora un range immenso di emozioni, non solo grazie a Chaney ma anche alla Gwen di Evelyn Ankers, un personaggio pieno di cuore e fiducia verso il prossimo, che in un panorama così desolato come quello di questo film è rinfrancante vedere. 
E perché ha reso i lupi mannari quello che sono oggi, da lui fino a Remus Lupin: persone tormentate, tragiche, arrese ad un'esistenza di sofferenza. 

A meno che non siano adolescenti con i capelli rossi, in quel caso se la godono finché possono.

venerdì 10 giugno 2022

Gli anni '40: la Snake Pit Unit di RKO e Val Lewton

23:01
 Ci siamo lasciati alle spalle un decennio di mostri. La razionalità e l'amore per la pragmaticità avevano lasciato il posto al fantastico, all'inspiegabile, ad una scienza ottusa e limitata, quando non addirittura antietica e crudele.
Il punto, però, è che i mostri facevano soldi. Ne facevano parecchi costando poco e Universal, che era considerata una delle case minori (non faceva parte delle tanto chiacchierate major) stava attraversando sì un momento complesso, ma se continuava a sopravvivere era solo per l'orrore. Questo dettaglio non è passato inosservato a chi la circondava, e anche le altre case hanno iniziato a chiedersi se non fosse il caso di investire qualcosina nel brivido.
Tra queste, RKO, l'antenna sulla cima del mondo.


non assomiglia un po' allo zio dei Cesaroni, Val Lewton?


Radio-Keith Orpheum Pictures

Prima di addentrarci nelle produzioni del signore in foto, diamo un'occhiata alla casa di produzione che cos' tanta fiducia gli ha dato, l'RKO.
Lei sì, che era una major, una di quelle case gigantesche che del cinema curavano tutto, dalla creazione alla distribuzione. Come quasi tutte le sue simili, nasce dall'incontro di più persone che hanno capito le potenzialità economiche del cinema e che hanno deciso di investire in diversi ambiti della creazione cinematografica per avere più controllo e più guadagno possibile. Nello specifico, RKO nasce dall'unione di una storica azienda di elettronica, una catena di teatri e sale cinematografiche e una società di produzione. 
I suoi primi anni sono segnati da successi straordinari: si assicura i diritti per la distribuzione dei lavori Disney, scopre e investe sulla coppia dorata formata da Fred Astaire e Ginger Rogers, arrivava ad una quarantina di film l'anno che coinvolgevano alcuni dei più grandi nomi del suo tempo. Hitchcock, Bette Davis, Katharine Hepburn, Orson Welles, solo per citare i più famosi.
Oggi fa quasi ridere pensarlo, ma sono proprio alcuni di questi nomi che hanno quasi buttato giù l'antenna più famosa di Hollywood. La collaborazione tra i ballerini più famosi di sempre si interrompe, per dirne una, ma soprattutto Quarto Potere è un flop così potente che a qualcuno secondo me tremano ancora i denti. 
Bisogna correre ai ripari, e l'horror è sempre lì a braccia aperte ad accogliere chi ha bisogno di aiuto. Prima di questo momento aveva fatto qualcosina, il primo King Kong è opera loro, ma mancava una visione d'insieme, un progetto.
RKO allora, nel 1942, fonda un'intera unità a parte, dedicata solo al brivido, che chiamavano Snake Pit Unit, e la appioppano a tale Val Lewton, uno scrittore di origine russa che davvero di horror non sapeva niente e che ripeteva con una frequenza folle che lo avevano chiamato solo perché qualcuno aveva detto che i suoi romanzi erano orrendi e non ci si era capiti bene.
E alla fine quello che di orrore non sapeva nulla la storia l'ha fatta lo stesso.

Val Lewton


Nato in Russia, Vladimir Ivanovich Leventon arriva da una famiglia d'arte: la zia era Alla Nazimova, attrice e produttrice, che all'arrivo negli Stati Uniti della sua famiglia ha dato subito un impiego alla sorella nel suo mondo. 
Lui, però, non era troppo interessato al cinema, perché voleva scrivere. Si contano 18 lavori, tra narrativa, non fiction e poesia. Al cinema, quindi, arriva come sceneggiatore. Collabora spesso con David Selznick, finisce per essere tra gli autori non accreditati di Via col Vento. 
La sua strada, però, lo doveva condurre tra le tenebre, e quando RKO gli picchietta sulla spalla per chiedere una mano con la neonata sezione horror lui il lavoro lo accetta, ma ad una condizione: totale libertà creativa, che la casa gli concede senza nemmeno pensarci troppo. Questo patto aveva naturalmente delle regole. Le sue erano produzioni minori, decisamente low cost. Doveva girare in quattro settimane, con budget minuscoli che non rappresentassero fattori di rischio troppo rilevanti, doveva creare film che superassero mai un certo minutaggio, e doveva adattarsi ai titoli che gli venivano forniti, che è sinceramente la mia regola preferita. 
RKO, conscia del potere scatenato da Universal, ha deciso che i mostri tiravano un sacco (era vero, naturalmente) e quindi creava titoli ad hoc per riportare la gente in sala. Poco importava poi se di mostruoso non c'era nulla, si invocavano cat people, zombie, navi fantasma, e lui, insieme a tre registi straordinari con cui ha collaborato, ci faceva un po' quello che gli andava. E quello che gli andava era magnifico.

VL + Jacques Tourneur

A RKO non importava che i gatti fossero la paura più grande di Lewton, volevano un film che si sarebbe dovuto chiamare Cat People - Il bacio della pantera e lui era pregato di fornirlo, grazie molte.
Lui allora fa un film su una donna sessualmente repressa che nessuno si degna di ascoltare e loro se lo devono far andar bene perché con sto film spacca il botteghino. Non che ai critici dell'epoca sia piaciuto, erano persone abituate ad altro che ancora dovevano conoscere questo modo nuovo che i due stavano creando per parlare di cinema di paura. Costato nemmeno 150mila dollari, se ne porta a casa tra i due e i quattro milioni, capirete bene che i critici se possibile possono andarsi a posare. 
La coppia Lewton - Tourneur inizia con la storia di Irena, una disegnatrice di moda con un forte legame con le sue origini serbe, così forte da mettere i bastoni tra le ruote persino nel suo recente matrimonio con Oliver, che tanto la ama quanto è scemarello. 
Cat People è diventato un film segna epoche, di quelli che rivoluzionano quanto viene dopo. Un po' perché cambia radicalmente il linguaggio di genere, un po' per quanto drasticamente si distacca da quanto venuto prima, un po' perché introduce un tema che diventerà preponderante per tutto il decennio: la donna paranoica.
Introduce un nuovo modo di spaventare, che non si era ancora mai sperimentato, e prometto che ne parleremo qui e poi basta per il resto del post perché è la prima cosa che si dice quando si parla di Lewton. Cat People è un film sul non mostrato, che cela nelle ombre i suoi aspetti più spaventosi, che spaventava lasciando che l'immaginazione dello spettatore facesse tutto da sé. Questo, dopo che il pubblico era abituato alle grandiose rivelazioni del volto di Chaney, o dei mostri di Karloff, o dello sguardo di Lugosi, era una sensazione nuova. Qua non si spalanca una porta per far comparire Nosferatu in tutto il suo orrore, non lo si staglia in piedi sulla nave a mostrarsi in tutto il suo glorioso orrore. Qua le ombre ti seguono alle spalle, i rumori si avvicinano ma mai a sufficienza da fartene vedere la fonte, l'angoscia ti coglie lentamente per poi mostrarti, nella più famosa scena dell'horror anni '40, che quello in fondo era solo un bus. È una storia di disagio profonda e potente, della frustrazione di non sentirsi capiti, della perdita di sé e della propria rete sociale, di persone con potere che ne abusano (è forse questo il vero film rouge di questo blog?) a discapito di chi, al momento, si è smarrito. È una storia di una donna lasciata sola nella difficoltà, e nello stesso di un uomo così inconsapevole del mondo che lo circonda da non permettergli di comprendere la donna che ha preso in sposa. 
Non è solo un film straordinario in quanto tale, ma anche importante come fondamenta di un discorso che Lewton porta avanti per tutta la sua carriera nella casa cinematografica. Parla di frustrazione, certo, ma anche di morte, disagio esistenziale, solitudine. Parla del terrore dell'irrazionale. 
Se c'è una cosa che amo, però, di Cat People, è la fine che fa fare alla sua protagonista. Che muore, sì, ma muore libera. Dopo un'ora di film in cui la vediamo vessata da persone che continuano a chiederle di sforzarsi, di essere altro rispetto a se stessa, di snaturarsi, Irena muore senza cedere mai a quello che le viene chiesto da chi la circonda. Perde tutto, per mantenere la sua libertà, ma a letto con Oliver non c'è mai andata. 
Fa davvero ridere, oggi, pensare che un tale film, così tecnicamente ineccepibile ed elegante, sia a tutti gli effetti un B-movie. 
Tourneur a Lewton piace, e l'avrei davvero sfidato a dire il contrario, e l'anno dopo tornano a lavorare insieme per I walked with a zombie, che tutto il mondo dell'orrore riassume come una storia voodoo ispirata a Jane Eyre e se davvero questo non vi basta a considerarlo un capolavoro io e voi non possiamo volerci bene. Come abbiamo visto parlando di White Zombie, i ritornanti dell'epoca sono ben diversi da come li intendiamo oggi. Sono l'annullamento dell'anima, la cancellazione dell'individualità. Uno zombie nel senso haitiano del termine è un corpo vuoto che cammina, che fa molto comodo nelle piantagioni. In questo caso l'essere zombie è interpretato come un morbo, che oltre ai lavoratori locali ha colpito la magnifica moglie del proprietario della piantagione. Si ripercorrono tante delle cose che abbiamo visto nel film di Halperin, che forse qui vediamo più mature, ancora più complesse e approfondite. Senza assolutamente nulla togliere al film precedete, questa è roba di Tourneur, e la differenze è inevitabile. L'utilizzo della letteratura come punto di partenza è un altro elemento ricorrente del cinema di Lewton, del suo tentativo di elevare il genere in ogni modo in cui i suoi pochi mezzi glielo permettevano, e Ho camminato con uno zombi non è da meno. 
Anche lui, oggi, è oggetto di culto, come il suo predecessore, ma allo stesso modo non fu amato all'epoca: i critici non amavano il suo prendersi sul serio, lo chiamavano pretenzioso. 
Se tutta la sua produzione è priva di soprannaturale in senso stretto, Ho camminato con uno zombi è forse quello in cui l'assenza di mostri è ben più palese, ma in cui si richiede maggiormente di lasciarsi andare all'ignoto, al magico, allo spirituale. Lo si chiede a Betsy, l'infermiera giunta sull'isola per aiutare la moglie malata, lo si chiede ai due fratelli innamorati di lei. A personaggi così lontani dalla familiarità del mondo occidentale a cui appartengono viene chiesto di accogliere la possibilità di un mondo inesplicabile. La fine, poi, è canonicamente di Lewton: per accogliere la vita si deve abbracciare la possibilità della morte.
Ultima pellicola che Lewton produce per Tourneur è The Leopard Man, sempre nel '43. 
Abitualmente la nascita dei cosiddetti protoslasher, gli anticipatori del filone più recente, viene collocata negli anni '60, che tra Psycho e Peeping Tom hanno spalancato le porte a quello che è successo poi con Micheal Myers e gli altri. Gli anni '40, però, piccini piccini e tanto scordati da tutti, hanno dato a loro volta il loro contributo, e con le mani di chi, se non delle persone migliori del decennio? 
Il più diffuso villain del cinema dell'orrore degli anni '40 è l'uomo bianco, The Leopard Man ce ne parla diffusamente, raccontando di una serie di omicidi che terrorizzano una comunità e che cominciano proprio in concomitanza con la fuga di una pantera da un locale notturno. 
Naturalmente nessuno poteva pensare che quella splendida panterina piccina e troppo bella fosse davvero l'omicida, ma mi è stato poi fatto notare che io la trovo adorabile, ma io sono anche abituata a vedere gli animali al cinema. Le scene con la creatura, legata al guinzaglio come un animale domestico, sono state aggiunte per creare tensione, per incrementare il fattore spavento del film, e questi dettagli mi servono per capire quanto velocemente la nostra percezione del mondo sia cambiata, anche grazie al cinema. Se già i precedenti furono accolti tiepidamente, The Leopard Man è stato il minore di tutti, considerato debole persino dal suo stesso regista, che col tempo ha finito per considerarlo poco più che un unione poco fruttuosa di scene scollegate, o qualcosa del genere. A me piace particolarmente perché è il primo tra i lavori di Lewton in cui componente della quotidianità è molto forte. È un elemento che è sempre presente: i suoi film sono ambientati nelle grandi città, e ne viviamo sempre piccoli momenti che ci aiutano a percepire come più "distante", se vogliamo, l'elemento di intrusione, della rottura del quotidiano. Qui c'è una mamma che minaccia a cinghiate la figlia se non le obbedisce, ma anche una comune serata in un nightclub, la rivalità tra le donne che vi si esibiscono, una scena di lutto molto intima e dolorosa. Il cattivo, in questo caso l'omicida, è sempre qualcuno di disturbato, di problematico. Il male non è ritratto come una possibilità ingiustificata ed esistente in quanto tale, ma se ne va sempre a ricercare una causa, che sia un evento del passato, un trauma, o una fragilità. 
Lewton e Tourneur insieme hanno scritto un nuovo modo di raccontare le storie di paura, ma soprattutto un modo nuovo di guardare alle persone, colpevoli o innocenti che siano.

VL + Mark Robson

Lewton non era solo un produttore, ma forse la sua vera missione doveva essere scoprire talenti. Dopo la collaborazione con un signore da nulla come Tourneur, decide che è il momento di aprirsi a qualcuno di nuovo, e spunta sto Robson, che di lavoro in realtà fa l'editor. Lo colpisce al punto da volergli concedere la possibilità di dirigere, e gli offre un film che è un capolavoro: The Seventh Victim, il primo vero film della storia a parlare di sette sataniche, anni luce prima del Satanic Panic, di Rosemary's Baby, di Corman. E lo fa piazzandosi al confine tra l'horror puro e il noir, ricordandoci che questo collegamento che oggi diamo per scontato è proprio a Lewton che lo dobbiamo. Parla di una giovane donna che lascia il prestigioso collegio in cui studia per mettersi sulle tracce della sorella scomparsa. 
Alcuni momenti di The Seventh Victim sono così d'impatto che credo non li dimenticherò mai: la stanza vuota con solo un cappio appeso, l'estenuante scena di "convincimento", che chiamo solo così per non rivelare troppo, la morte dell'investigatore. È incredibile vederlo oggi sapendo quanto anticipo abbia avuto sui film che hanno parlato di satanismo, quanta sfacciata influenza abbia avuto su quelli che oggi consideriamo - giustamente - capisaldi del genere. In piena epoca Codice Hays questi ci hanno cacciato un suicidio, e il risultato era così bello da non poterlo toccare. 
Riprende poi alcuni dei temi fondamentali del nostro: la ricerca di un senso in una vita devastata dal disagio esistenziale, una condizione di solitudine dell'anima che nulla ha a che vedere con quella effettiva. È in effetti un film molto doloroso, per lo spettatore e per quasi tutti i suoi personaggi, perché ci priva di ogni speranza. Però quanto è bello?
Il film successivo di Robson è The Ghost Ship, forse quello che mi piace meno. Capirete però che il poverino è circondato di roba immensa, in fondo non è manco colpa sua. Di nuovo si parla di persone che devono convivere con il loro passato, ma i fantasmi sono solo gli spettri del senso di colpa, di ectoplasmi Lewton non parla ancora, almeno per quest'anno (che è sempre il '43). Parla anche di ossessione per l'autorità, per la disciplina militaresca e di come, per l'ennesima volta, la situazione di pericolo non abbia un'origine esterna ma solo ed esclusivamente interna alle dinamiche umane. 
Il tutto, in un film che doveva parlare di appendicite.
Sempre insieme a Robson Lewton mette al mondo Youth Runs Wild, che ancora non ho visto e che a quanto pare Lewton, a causa dei troppi cambiamenti imposti da RKO, detesta.
Subito dopo arriva Isle of the Dead, il film che segna l'ingresso di Boris Karloff in casa RKO. Lewton non l'ha presa proprio benissimo: in un percorso così volto ad allontanarsi dai mostri, inserire il volto più rappresentativo della categoria sembrava quasi una presa in giro. Karloff, però, era il più bravo di tutti proprio perché la sua rappresentazione della mostruosità non ha nulla a che fare con il sovrannaturale ma piuttosto il suo contrario. Parlava sempre dell'umanità insita nel mostruoso, e non c'era nessuno che meglio di lui potesse entrare nelle opere di Lewton, in cui era l'uomo in carne ed ossa a fare più paura. Qui è un generale che, durante la guerra dei Balcani si ritrova chiuso in una villa con altri ospiti perché sembra ci sia in corso un'epidemia di peste e si ritrovano tutti in quarantena. In realtà il nemico da affrontare naturalmente è ben più complesso della sola malattia, che già da sola non è che sia proprio una scampagnata. 
Se c'era un film adatto a confermare il fatto che Karloff sta bene in ogni contesto è proprio questo: il suo personaggio è controverso, non ha mai sempre ragione nè sempre torto, è detestato e testardo e solo alla fine sarà chiaro a tutti i personaggi da che parte stava. 
Per noi, invece, è cristallino: Karloff sta ovunque ed è sempre la scelta migliore possibile.
Anche in Bedlam Karloff dà il meglio che può, interpretando il direttore di un manicomio brutale e inumano, che rinchiude le donne che ostacolano il suo percorso verso la ricchezza e l'agio, costruito attraverso relazioni con i potenti del luogo. Bedlam è un film che adoro, che indubbiamente risente degli anni che si porta sulle spalle per quanto riguarda il dialogo sulla malattia mentale ma che riesce nonostante questo ad essere un buon passo avanti per la sua epoca. I pazienti sono usati solo come spalla per dare personalità a chi si occupa di loro, non hanno alcuna rilevanza individuale, sono strumenti, ma sono sicura capiate che non è una critica che posso fare prescindendo dall'età del film. È un film a volte semplicistico e superficiale nella divisione tra bene e male, ma ripercorre temi che ormai ci sono familiari (il trauma, il disagio psicologico, l'abbandono...) in un contesto quasi da commedia nera. 
In mezzo a mostri sacri come Tourneur e il signore che vedremo tra poco, è facile scordarsi di Robson. Lewton, però, lo ha notato in mezzo a tanti e ha fatto sì che potesse regalarci la sua visione sul mondo nichilista e severo del nostro produttore del cuore.

VL + Robert Wise

Robert Wise è horror royalty. È cinema royalty. Una di quelle personalità che hanno seminato oro mentre passeggiavano sul mondo. E se abbiamo avuto lo straordinario onore di poter assistere a quello che ha creato, è grazie a Lewton, e ad un sequel.
Siamo nel 1944, ed esce The Curse of the Cat People, perché Irena sarà pure morta fisicamente, ma la storia ci insegna che le donne libere non muoiono mai, e ci voleva un sequel. 
Un sequel in cui Irena nostra è un fantasma, un'apparizione che può vedere solo Amy, la figlia che Oliver e Alice hanno avuto insieme. Amy è una bambina diversa: fatica a socializzare, le compagne di scuola la evitano, è ingenua e fragile. La famiglia tenta di estorcerle nella maniera più sbagliata possibile una socialità forzata che non le appartiene e lei finisce per fare amicizia con la sola persona che le concede di essere se stessa: l'anziana Julia. 
L'esordio di Wise è una dolcissima favola nera, che continua nella narrazione che il suo produttore ha fatto fin dall'inizio, quella che parla di menti fragili ma anche solo diverse da quello che la società si aspetta da loro. Un film di rara delicatezza, in cui Irena è onnipresente non solo perché la bambina la vede ma anche perché continua ad ossessionare le menti di chi l'ha conosciuta, ma anche una storia di sincera e genuina amicizia tra due anime agli antipodi della vita, con in comune solo l'ingenuità con cui la affrontano. Bellissimo.
Nello stesso anno i due lavorano insieme anche a Mademoiselle Fifi, che poiché non horror puro ho saltato a piè pari per mancanza di tempo.
Ultima collaborazione è The Body Snatcher, di nuovo con Karloff e pure con una fugace apparizione di Lugosi. Qui torniamo su temi cari anche agli amici di Universal, perché siamo dalle parti dello scienziato che commette cose un po' sbagliate in nome della scienza, poi quando gli chiedono di fare la cosa giusta guarda l'orologio e si defila perché s'è fatta una certa. 
C'è qualcosa di poetico e sinistro nel modo in cui Wise ritrae i bambini (e lo so che starete anche pensando grazie graziella e grazie al ca*o, dato il futuro del regista in questione). Sono anime pulitissime, genuine, sincere e senza macchia alcuna. Hanno fede cieca negli adulti che le circondano (femminile perché si tratta di due bambine, ma se volete lanciamo il femminile universale a me sta bene), riconoscono dalla purezza dello sguardo chi ha a cuore il loro benessere e sanno identificare chi sia meritevole della loro fiducia. Amy e Georgina (la paziente del luminare che non ha tempo per lei) sono bambine diverse dalla normalità statistica: Amy ha problemi sociali, Georgina una disabilità fisica. Sono sole, accudite solo dall'affetto di qualche adulto che si prende a cuore la loro situazione, ma lontane dai coetanei, incapaci di accettarle. 
Allo stesse tempo, sono perfettamente consapevoli del mondo che le circonda: Amy perché percepisce anche l'assenza (il trauma dei suoi genitori e del loro passato) e Georgina perché è in grado di comprendere a quale medico può aprirsi e dire la verità sul proprio malessere, fosse anche solo indicargli dove prova dolore. Gli adulti, in tutto ciò, bazzicano intorno alle piccole trattandole come bambole di porcellana, mentre intorno a loro crollano le certezze. 
I genitori di Amy sono ancora sottomessi all'influenza di Irena, come se il tempo non fosse mai trascorso, il dottor MacFarlane non distingue il bene dal male. E loro, le bambine, sono sole a farsi spazio in un mondo angosciante e sinistro, in cui la finestra che dà sul futuro può essere sì luminosa, ma richiede comunque un percorso in mezzo alla nebbia. 
E nel cinema di Lewton, ormai lo sappiamo, la nebbia non è mai un buon segno, perché è nell'ombra che si nascondono le cattive notizie.


La Snake Pit Unit è durata solo 5 anni. Tempi diversi, in cui in un solo anno si poteva lavorare ad un gran numero di produzioni senza che la qualità venisse compromessa per i tempi stretti. In cinque anni ci ha regalato un nuovo modo di vivere l'orrore, nuovi modi di parlare di donne e del loro vissuto, nuovi nomi che col tempo sarebbero diventati parte fondante della storia del cinema e pure una discreta paura dei gatti.
Non male, per uno scrittore di romanzi "orridi".

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