mercoledì 31 ottobre 2018

Halloween ad Hill House

Halloween è il Santo Patrono, qui nella Repubblica di Redrumia. 
Ero già pronta con il consueto elenco delle visioni consigliate, ma la slavina Hill House si è abbattuta su di noi oscurando tutto il resto, e quindi Halloween 2018 si passa dentro alla casa infestata più importante di sempre.
Domani, poi, è festa. Stanotte maratona della serie, luci spente, coperta a coprirvi il naso perché avrete una paura dell'accidenti. Domani mattina che è festa rilassati a letto con il libro, una tisana bollente e i pan di stelle e al pomeriggio maratona film. Non serve alzarsi da letto e divano, per le piaghe da decubito vi mando il mio amico farmacista. A posto, vi ho organizzato un paio di giorni. Non ringraziatemi.
Se invece aveste già visto e letto tutto, ci vediamo domani a Lucca, io sarò quella con una sciarpa immensa e comunque blu dal freddo.


No live organism can continue for long to exist sanely under conditions of absolute reality; even larks and katydids are supposed, by some, to dream. Hill House, not sane, stood by itself against its hills, holding darkness within; it had stood so for eighty years and might stand for eighty more. Within, walls continued upright, bricks met neatly, floors were firm, and doors were sensibly shut; silence lay steadily against the wood and stone of Hill House, and whatever walked there, walked alone

Hill House la conosciamo così, con uno degli incipit migliori della letteratura dell'orrore. Siamo nel 1959 e quello che Shirley Jackson ha pubblicato non diventa solo un successo: fa la storia. 
La trama non serve che la racconti: parla di una casa in cui accadono cose maledette, e davvero non serve sapere altro.
L'ambiente che la Jackson crea non ha bisogno di urla e sangue. Si accontenta di regalare un'atmosfera indimenticabile, un gioco terrificante tra paura e disturbi mentali, costruendo con il solo uso di un'abitazione fatiscente un'ambientazione che diventa parte dell'immaginario del lettore che se lo porta dietro per sempre, perché ogni casa infestata del mondo, poi, diventerà oggetto di paragone con Hill House.
E niente è all'altezza.

Se ne è accorto ben presto anche Robert Wise, che non è esattamente quello che chiamerei l'ultimo degli stronzi. Nel 1963 ne trae il primo film, Gli invasati. Riesce a fare la cosa più bella, quasi insperata: mantiene presente la componente del dubbio, così importante nel libro. Non era scontato, perché è ben più facile parlare di fantasmi e basta, ma la Jackson non è così semplice. Ci sono fantasmi reali e fantasmi della mente, del passato, della paura. E quelli lì non li scacci con un medium. Gli invasati è così fedele al romanzo perché non usa effettacci e lascia che sia la nostra mente a fare tutto. Ci lascia terrorizzare e preoccupare per Eleanor, esattamente come pochi anni prima aveva fatto la sua mamma letteraria. 
Negli anni non ha perso un briciolo di fascino.

Nel 1999 succede una barzelletta. Ci sono Owen Wilson, Liam Neeson e Catherine Zeta-Jones che entrano in una casa infestata.
Ci prova, ma non ci prova neanche fortissimo, Jan de Bont, a riportarci nella nostra casa preferita. 
Per farla breve: era meglio se non ci provava.
Noiosissimo, paura nemmeno per errore, prove attoriali scadenti e nemmeno un briciolo di attrattiva per la casa. Eppure pare un soggetto facile, la casa infestata: vecchie mura cadenti ma antiche quindi splendide, è già inquietante così. Non c'è oscurità, non c'è senso di imminente tragedia, non c'è nemmeno una piccola tensioncina qua e là giusto per ricordarci che dovremmo stare guardando un film dell'orrore.
Da inserire nella maratona giusto per quando dovete andare in bagno a fare la cacca e mangiare magari qualcosina dopo.

Quest anno è stata la volta della miracolosa serie Netflix, la cosa principale di cui volevo parlare in questo post. Mettetevi comodi, temo sarà lunga.
The Haunting of Hill House si allontana moltissimo dalla trama del romanzo. Restano intatti i nomi, i personaggi secondari e lei, la Casa. Poco altro, se non qualche frase messa al punto giusto per lasciare di noi solo un mucchietto di lacrime. Lo sapevamo che sarebbe stata magnifica, perché amiamo tutti Flanagan, e la scorsa volta la coppia Flanagan/Netflix ci aveva lasciati sconquassati per benino, ma chi poteva pensare che avremmo assistito ad una delle serie più belle di sempre? 
Questa volta nella casa ci vive una grande famiglia, che vuole rimetterla a nuovo per venderla e cercare di fare un buon affare. Nessuno esce indenne da Hill House, però. Nemmeno noi.
Si tratta di un racconto di sopravvivenza, di dolori atroci, di traumi e di gestione di tutte queste cose. Come una This is us gotica vediamo i protagonisti in due fasi delicatissime della loro vita, in ognuna delle quali è la perdita a segnare il passare del tempo. Continuare ad esistere portandosi appresso un enorme fardello di dolore non può essere privo di conseguenze, e noi queste conseguenze le vediamo tutte, le vediamo trasformare le vite di cinque personaggi che restano nel cuore dal primo momento. Il loro passato li ha portati alle loro scelte, li ha resi quello che sono. Quello che sono sono adulti frantumati che si tengono insieme per sopravvivenza base. Se gli occhialetti del piccolo Luke non bastassero a rapirvi il cuore, aspettate di vedere il grande Luke. Quello lì ti prende e ti fa l'anima a pezzettini, dal primo all'ultimo episodio. Le loro fragilità sono talmente esposte che si vorrebbe sempre proteggerli, allontanarli dalla casa o dal passato, o anche solo abbracciarli. Vederli piccoli è un colpo al cuore, crea con loro quel legame dato dal senso di protezione, e ci lega indissolubilmente alla serie. Sono bellissimi, profondi, reali. Il loro legame è complesso e mai per un istante viene data l'impressione di una ricercata perfezione. Eppure l'amore è presente e palpabile, e non si può fare a meno di sentirsene parte. L'amore non guida solo loro, ma è il filo conduttore di tutta la serie, che ne è permeata e che lo ritrae in tutta la sua candida semplicità. Amore fraterno, amore genitoriale, amore di coppia, di amici, di amanti passeggeri. Ed è tutto così tristemente dolcissimo, in Hill House, che i pianti che porta, perché li porta e anche spesso, sono reali. Non è solo commuoversi per una scena triste ma è riconsiderare il concetto stesso di amore, di legame, è guardare finalmente ai fantasmi come le splendide malinconiche creature di finzione che sono.
Il tutto, con scene sinceramente spaventose, con monologhi di grande impatto, e con un ultimo episodio magnifico da vedere, e rivedere, e rivedere ancora, per tornare a quelle atmosfere lì, che finiscono per mancare così tanto quando smettono di scorrere sullo schermo. 
The Haunting of Hill House è, semplicemente, il racconto di una vita. Le storie non sono forse sempre e solo questo? Ci vogliono persone molto molto brave a trasformare una cosa così comune in un'opera straordinaria, e abbiamo avuto la fortuna che questa volta a narrarcela fosse una persona dal talento grande. Una storia di esistenze in corso e di vite concluse, nella quale nessuna ha più valore dell'altra, nella quale chi c'è e il ricordo di chi non c'è più sono ugualmente presenti e importanti.  
Una serie di una delicatezza rara, che dà un valore nuovo all'orrore, portandolo ad una sfera intima, e umana, forse a livelli ai quali raramente era giunto prima. lì giù, nel cuore pulsante dello spettatore, che sarà sì estasiato da una tecnica sopraffina (sì, l'episodio sei è una bomba e non devo certo dirvelo io), ma che è graziato da un'emotività così raramente esposta in modo così tangibile. Detto semplicemente: non sembra un prodotto di finzione. Di certo finto non è il nostro coinvolgimento.
Non è da maratona goliardica con amici la notte di Halloween. Per una notte intensissima, però, con paura reale (attenzione a quando le sorelle sono in auto da sole, non è uno spoiler ma un avviso. Ci ho quasi perso la vita.), sentimenti fortissimi e scene indimenticabili, è tutto quello di cui avete bisogno.
Tutte le altre case infestate, da oggi in avanti, dovranno fare i conti con tutto questo.
Buona fortuna.



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