lunedì 9 novembre 2020

Menzogna e sortilegio, Elsa Morante

 Da quanto tempo che non parlo di libri sul blog! Vediamo se sono ancora capace.

Consueta intro di fatti miei: io e la mia amica Martina ci siamo rese conto che, pur leggendo fino a perdere la vista, avevamo entrambe una vergognosa lacuna in tutto quello che riguarda la letteratura italiana del '900. Quindi, armate di pennarelli colorati e voglia di rimetterci a studiare, ci siamo create un mini gruppo di lettura composto solo da me medesima e lei nel quale ci leggeremo, in modi e tempi assolutamente casuali e caotici come siamo noi, i classici che ci mancano. Partiremo con la sacra trinità composta da Morante - Moravia - Calvino e proseguiremo dove ci condurranno i cuori.

Siamo partite, leggere come sempre, con le 700 pagine che hanno segnato l'esordio di Morante.




Brevissimo ma necessario accenno di trama perché, come è risaputo, le autrici donne a scuola non si studiano e se non ci si avvicina da sé non si sa manco di cosa hanno scritto. 

La narratrice è Elisa, e quella che ci racconta è la storia della sua famiglia e di come lei, rimasta sola, sia finita a vivere da una prostituta che l'ha accudita come una figlia. Ripercorriamo le vicende partendo da nonna Cesira, attraversando mamma Anna, il suo primo amore Edoardo e il futuro marito, papà di Elisa, Francesco. 


DA QUI SPOILER

Sapevo che avrei amato questo libro, nonostante della Morante avessi letto solo L'isola di Arturo, perché c'è una cosa di lei che stanno dicendo tutti: è piena di elementi in comune con Ferrante. Chi è una delle mie autrici preferite della storia del mondo? Ferrante, esatto. Sapevo già che questo tipo di storie parlavano dritto ai miei sentimenti e che c'erano anche grandi probabilità che avrei sofferto come un cane. 

Spoiler: ho effettivamente sofferto come un cane.

Posto che non sta a me dirvi l'importanza, nella letteratura del '900, di Morante e di un libro come Menzogna e sortilegio, parliamo di come una lettura del genere può segnare il singolo lettore più che tutta la letteratura successiva. Forse il fatto che oggi Ferrante pianti i picchetti sulle classifiche e non si schiodi da lì per settimane qualcosa, comunque, ce lo dice. 


Quando si parla di saghe familiari si parla di una e si parla di tutte, soprattutto quando lo si fa come lo fa Morante qui. L'approfondimento con cui i suoi personaggi ci sono presentati è tanto dettagliato, tanto accurato, che riesce quasi difficile credere che siano inventati. Non c'è clemenza nel ritrarre queste persone, non si indora mai la pillola: sono persone difficili, che vengono da contesti difficili. Non c'è mai distinzione di classe, in questo. Laddove Anna e Francesco vengono da realtà umili con tutto quello che questo comporta, Edoardo viene invece da una famiglia ricchissima, ed è tanto difficile quanto gli altri. La differenza principale sta nella possibilità di scelta: Edoardo ha avuto modo di fare la vita che desiderava, di muoversi nel mondo a suo piacimento, di fare delle persone quello che più gli aggradava, sempre. Anna e Francesco, come Cesira prima di loro, sono stati costretti ad una vita di scelte. Di studi, di relazioni, di lavori. Nel loro caso sono sempre stati i soldi il pilota della vita: mollare gli studi per andare a lavorare, sposare una persona detestata per avere almeno da mangiare, vivere con persone che non si amano per avere un tetto sopra la testa. 

Pur non giudicando mai attivamente i propri personaggi, Morante riesce a mostrare come sia proprio il rapporto con la povertà a distinguerli uno dall'altro. La sporca, degradata, dignità di Damiano, padre di Francesco, e lo spirito di sacrificio pieno di amore di Alessandra, la madre, si contrappongono alla vile inettitudine di Anna, che rifiuta di dare qualsiasi contributo economico per contribuire al sostentamento della famiglia, ripudiando l'idea del lavoro fin dall'infanzia. Eppure, Damiano viene ignorato, umiliato, lasciato, e Alessandra abbandonata, mentre Anna è destinataria di un amore cieco e disperato, proprio da parte delle persone che odia di più.

In ognuno di loro tutti abbiamo qualcuno da riconoscere. Un dettaglio, un modo di dire, un atteggiamento. Sono così comuni eppure così rari, così vivi eppure così lontani nel tempo, che sta a noi poi applicarli in quello che conosciamo. E una volta fatto, sono ovunque. 

Quello che fa Morante è mostrarceli così come sono. Elisa è un narratore non affidabile per forza di cose, perché parla di cose troppo care a lei per essere sempre completamente oggettiva, ma è talmente lucida su cosa influenzi il suo giudizio che alla fine il ritratto che fa di tutti ne esce comunque onesto. 

Nei giorni in cui leggevo la parte sull'infanzia e la gioventù di Francesco sono stata parecchio messa alla prova. Non entrerò più di tanto nei fatti miei dei quali può anche giustamente fregarvene molto poco, ma ha colpito in punti così chirurgicamente precisi, facendo ritratti a me così familiari di una situazione umile in cui si cerca disperatamente di restare dignitosi che a volte ho dovuto accantonare la lettura. Quel tipo di distanza che Elisa ha dovuto prendere per analizzare le cose io ancora non sono pronta a prendermela. 


Per cui sì, penso sia evidente che un libro del genere vada letto e studiato a scuola. Da singola lettrice, però, mi sento di consigliarvelo con cautela: ci potreste trovare da un momento all'altro la vostra vita dentro. 

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