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mercoledì 20 luglio 2016

Non solo horror: Diaz

21:55
Lo so che sto trascurando il genere del cuore di questo posticino.
Solo che ieri si parlava con Erica di quanto successo di recente al nostro adorato Zerocalcare: pagina oscurata quando ha dichiarato che avrebbe partecipato ad un evento a Genova per ricordare la figura di Carlo Giuliani. Oggi è tutto risolto, il più gigione dei fumettisti italiani è tornato sui social network e io sono contenta.
Ricordo di non avere mai visto Diaz, però, e quindi eccoci qua, nel giorno dell'anniversario della morte di Giuliani.

Penso che un riassunto della trama sia superfluo, in questo caso, ma se dovesse bazzicare di qua qualcuno di ancora più giovane di me, ecco in pochissime parole cosa è successo nel 2001 a Genova. La maggior parte di voi saprà già di cosa sto parlando, ci vediamo più giù quando parliamo un po' insieme del film.

[Momento spiegone in cui mi sento figa e intelligentissima
Il G8 è un incontro tra 8 nazioni, messa giù velocemente, che avviene tramite l'incontro dei loro rappresentanti, chiaramente, non è una chat di gruppo su whatsapp con tutti i cittadini, pensa le notifiche. Questo incontro, nel 2001, si è tenuto a Genova. Ad oggi è il summit più famoso di questo tipo, perché le giornate furono caratterizzate da scontri violentissimi tra le forze di polizia (intervenute e preparate proprio per fronteggiare episodi di questo tipo, che pareva fossero attesi) e diversi gruppi di manifestanti no global, quelli che ci piace chiamare black bloc. Famosissimi, in particolare, alcuni episodi, tra cui la morte del manifestante Carlo Giuliani per mano di un poliziotto, le torture nel carcere di Bolzaneto e, soprattutto, la violentissima perquisizione alla scuola Diaz, luogo in cui alcuni manifestanti andavano a dormire. In fondo al post troverete alcuni link interessanti se vi dovesse andare di approfondire la questione. Farlo è giusto, per avere un'opinione informata, per comprendere eventi importanti del nostro Paese e perché 15 anni dopo un fumettista si vede oscurato un mezzo di comunicazione (e si sente rivolgere anche insulti di una certa portata) per avere espresso la propria opinione sulla faccenda. Quindi no, Genova non è finita.]

Altra premessa dovuta perché secondo me la mia opinione sulle cose influenzerà il mio modo di vedere il film e quindi di parlarne: sì, sono di sinistra. Di una sinistra un po' più in là dell'attuale PD. Non so se definirsi comunisti nel 2016 abbia davvero senso, quindi no, non sono comunista. E sì, lo dico con orgoglio, anche se a volte mi arrabbio anche io con chi mi rappresenta. Ma no, non rientro tra quelli che affermano con forza la loro ostilità verso le divise, non mi sentirete mai dire acab o stronzate simili, non santifico Giuliani nè i movimenti a cui apparteneva e soprattutto sì, sono una piccola buonista a cui la violenza fa schifo. TUTTA. Perpetrata da CHIUNQUE. Abbandoniamo i cliché sulle zecche rosse e anche quelle su qualunque altro essere umano. Anche se, per l'ultima volta sì, in fondo troverete un link da Internazionale. Un pochino nel ruolo ci devo stare.

Partiamo dalla locandina?
Nera, scritta grande rossa, sagoma che fa sempre la sua bella scena. E sopra? La frase, ormai celeberrima, di Amnesty, che accusa l'Italia di avere compiuto la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale. 
Pesantissimo, umiliante, una frase che mi è rimasta impressa da quando ho visto il trailer, anni fa. Sembra prendere posizione già da qui, Vicari.
Di certo è molto d'impatto.


Dopo i primi minuti di film mi sono un po' innervosita, vedendo i manifestanti, i loro capelli, i loro vestiti. Superficialità, la mia? O forse quella di Vicari? I giovani dei centri sociali son proprio tutti uguali: rasta, cannetta, zainettino, pantaloni di lino che fanno tanto anni 70, dilatatori, espadrillas, maglie di emergency . . .che noia che noia che noia.
E mentre io me ne stavo lì, a pensare ai noiosissimi vestiti dei giovini comunistelli, il primo manganello. Poi, per un numero di minuti che non saprei quantificare, ma che a me è sembrato infinito, non sono state altro che botte. da. orbi.
Botte, su botte, su botte. Dolore su dolore, denti caduti, teste spaccate, calci, pugni, senza guardare in faccia nessuno, come se non fossero più nemmeno persone.
Non so se siete mai stati al Museo del Comunismo di Praga. In una saletta proiettano un documentario sull'epoca comunista della città (ma va? al museo del comunismo?), e si sono viste immagini di botte assurde. Manifestanti macellati dai colpi.
E qui è uscita tutta la mia debolezza. Io posso vedere la gente spellata viva (non che Martyrs mi abbia lasciata indifferente, ma ci siamo capiti), posso vedere grossolane interiora uscire da improbabili orifizi, posso vedere anche qualcosina di più. Mi fa schifo, mi fa venir voglia di distogliere lo sguardo, ma finisce lì. Le botte, la gente picchiata, mi fanno venire gli incubi. Forse lo sento più reale. Diaz non ci risparmia niente, le manganellate si vedono tutte, la crudeltà (ma forse è peggio, forse è inumanità) con cui ogni colpo veniva inflitto si sentiva, fortissima, come le urla di chi stava soffrendo. Non credo che, volendo colpire così forte, il regista potesse fare altro: se vuoi colpire altrettanto forte la coscienza di chi guarda, quei pugni lì me li devi mostrare. Ma quanto male fa.

Credo, però, che accanto al gigantesco pregio di essere incredibilmente reale (il film si basa su documenti ufficiali, mica si sono inventati niente), il film abbia qualche diffettuccio, se posso permettermi di dirlo dal basso della mia (ancora troppo) scarsa conoscenza del caso: del Genoa Social Forum si parla molto poco. Si vedono sti ragazzi manifestare a Genova, ma per cosa? Perché ce l'hanno con la polizia? Sì, si nomina la morte di Giuliani, e il ripetuto 'Assassini! Assassini!' chiarisce piuttosto bene, ma non credo sia sufficiente. Immagino che i tempi cinematografici limitino parecchio le possibilità, ma nemmeno del punto di vista delle forze dell'ordine si parla per bene. Non li difenderò MAI, ma leggere la tesi di laurea che vi linkerò più in basso aiuta a fare chiarezza anche su questo, sulla pressione che era stata messa loro, su quanto fossero stati appositamente caricati come molle, pronti ad esplodere. E sicuramente esplosi lo sono.
È devastante vedere un poliziotto al telefono, parlare presumibilmente con la moglie e la figlia, rivolgersi loro con tono dolce e rassicurante, e un secondo dopo vederlo nascondersi una molotov nella giacca per incastrare dei ragazzi.

Vicari ha fatto un lavoro incredibile, devastante ed importante. Da prendere con le pinze, perché fa male al cuore, all'orgoglio per questa nazione a cui così tanto voglio bene ma che ogni tanto colpisce così duro. Fa rabbia, fa sentire impotenti, ma è fondamentale. È come studiare le brutture della storia, a scuola. Bisogna impararle, per non ripeterle.

È stata macelleria, allora?
Lo è stata eccome, e questo in teoria non dovrebbe nemmeno essere messo in discussione (l'in teoria era in grassetto, ma del caso giudiziario non posso nè voglio parlare, non dopo i recenti avvenimenti). Esseri umani sono stati brutalmente picchiati, torturati, umiliati, con una crudeltà e una volontà di colpire che fanno tremare le mani. E questo, a prescindere dalle opinioni, dalla stima che si ha per quei giovani che erano lì, non può e non deve essere dimenticato. Chi doveva tutelarci si è fatto carnefice, indossando quella divisa che dà modo di diventare lo Stato, e questo non può essere perdonato.
E qua, ormai, la politica non dovrebbe c'entrare più niente. In un mondo fatato e con gli arcobaleni una violenza così non dovrebbe avere colore. Rossa o nera, fa paura.
Io la verità in tasca non ce l'ho, non so cosa è successo davvero perché nel luglio del 2001 non avevo ancora compiuto gli 11 anni e presumibilmente quel giorno ero in oratorio con gli amichetti. Magari quelli erano black bloc davvero, magari erano pericolosi, o magari no. Magari erano prima di tutto persone. So che voglio scoprirne sempre di più, voglio che le mie opinioni siano basate sulla verità, e vorrei vivere in un mondo idilliaco in cui chi sbaglia paga sempre.
E quindi no, quel sangue lì non va pulito, deve restare bello impresso, deve colpire fortissimo e restare impresso nella memoria, deve essere un monito per il futuro.
Per quanto mi riguarda, Vicari ci è riuscito benissimo.


Qualche link (spero) utile per chiunque volesse approfondire la questione G8 e in particolare i fatti della scuola Diaz:
Quiqui e qui i lavori di Zerocalcare su Genova. Sono datati, lontani dal suo stile attuale che, onestamente, prediligo. Però da lavori come questi traspare il suo fortissimo legame con la faccenda, per cui sono imperdibili.
Qui uno dei bellissimi articoli de Il Post (in questo caso su Carlo Giuliani), da tempo la mia principale fonte di informazione. Come al solito è infarcito di fonti e imparziale. Se nella barra di ricerca del sito però cercate G8 Genova, vi si apre un mondo. Vogliate tutti un po' più bene al Post.
Qui trovate da scaricare la tesi di laurea di Irene Facheris (vi ho già parlato di lei e del suo progetto Bossy, la trovate su Youtube come Cimdrp, vi consiglio di provare ad ascoltarla, se vi va). Ha una laurea in psicologia, la sua tesi si propone di dare un approccio oggettivo, cercando di riportare testimonianze di entrambi i lati della storia. All'interno anche un'intervista al fin troppo nominato Zerocalcare.
Qui un articolo di Internazionale. Se conoscete un minimo la fonte sapete che non vi troverete di fronte ad uno scritto pacato e razionale.
Qui il bellissimo post dell'inimitabile Dottor Manhattan sul film.


martedì 31 maggio 2016

Non solo cinema : Kobane Calling

16:45
Per tutta la vita ho pensato che io e i fumetti fossimo due rette parallele destinate ad ignorarsi con sufficienza. Se poi i fumetti in questione riguardano supereroi di qualsiasi forma e colore, allora CIAO, lontani da me.
La verità è che di fumetti ne leggo un po', ma devono essere come dico io. È stata la lettura di Kobane Calling a farmi intuire il collegamento tra le mie letture disegnate. Io leggo solo fumetti con un cuore grande. I Peanuts, Mafalda, Calvin and Hobbes, Sandman, Dylan Dog, quel lavorone di Locke and Key, mi sto avvicinando ad Alan Moore. . . 
Voglio cose dolcemente malinconiche, voglio case fumose, bambini brillanti e sfigatelli, voglio che mi tremino le mani dalla passione che trasuda da quello che sto leggendo, voglio menti geniali, voglio emozionarmi, e piangere poi ridere poi piangere ancora poi sorridere tra le lacrime.


Kobane Calling è la quintessenza di quello che ho sempre cercato. Ho sempre saputo che sarebbe stato così, dal momento in cui ho letto su Internazionale il primo estratto di quello che è, per me, il punto più alto toccato finora dall'incredibile Michele Rech, noto al web come Zerocalcare. 
Innamorata fino al midollo di lui da quando ho scoperto il suo blog, ho avuto la certezza che il mio amore fosse ben riposto dopo averlo sentito fare due chiacchiere allo scorso Festivaletteratura di Mantova. 
Quando lo senti parlare ha l'aria stralunata. io me lo sono immaginata in un'altra epoca come uno di quegli artisti folli con i capelli ingestibili e migliaia di fogli sparsi per il tavolo, uno di quelli costantemente insoddisfatti, che appallottolano la carta e sbuffano. Stava lì, a rispondere alle domande di un gruppo di ragazzi, con l'aria di chi non aveva la più pallida idea del perché fosse lì e soprattutto del perché ci fossero così tante persone ad ascoltarlo parlare. Niente di quello che fa o dice è a scopo di notorietà. (Non potrebbenemmeno permettersi di essere così chiaramente politicamente schierato se così fosse)
Questa scarsa considerazione di se stesso, questo suo sentirsi inadeguato, è onnipresente nei suoi lavori, è la spinta principale della sua (auto)ironia, è quello che me lo fa guardare con ancora più apprezzamento. Quanto avrei voluto abbracciarlo, ogni volta che in KC parla di se stesso come di un idiota, dello scemo del villaggio! Quanto vorrei che sapesse che nel mio mondo ideale le persone hanno tutte la sua passione e il suo cuore.


Sentir parlare Zerocalcare è un'esperienza: un secondo prima è lì impacciato e con l'accento romano che francamente è il più buffo d'Italia e un attimo dopo il suo tono cambia, quello che sembrava un ragazzetto goffo si trasforma in un uomo pieno di opinioni nette, di capacità di analisi della società e delle persone che fa invidia, di esperienze, di storie da raccontare.


Questa, in particolare, è la storia di due viaggi. Il primo, nel 2014, nei pressi di Kobane, la quasi mitologica città nota per essere il cuore della resistenza al tanto chiacchierato ISIS, la città che ha resistito, la città che si è liberata. Lì Michele ha collaborato ad azioni umanitarie, portando cibo e medicinali. L'anno dopo, invece, decide di tornare nella zona dell'utopica regione del Rojava, ma in un viaggio diverso. Stavolta incontra (e ci racconta) i volti di chi per questa guerra si sta preparando, degli uomini e delle donne che sono scappati dal regime turco, racconta la motivazione di chi da quella guerra è apparentemente lontano (sì, parlo di lui stesso e di tutte le persone che condividono con lui questo viaggio e questo sogno) ma che ci si sente vicino, con il cuore e con la mente, e che quindi decide di andare vicino con il corpo, per comprendere un po' di più.


E sarebbe facile parlare di guerra e morti e orrore e sangue usando quei pipponi retorici che tanto ci piacciono, che commuovono le gienti e che ci fanno sentire così distanti, così fortunati nella sicurezza dei nostri paeselli. Ma Zerocalcare è più intelligente di così, lui ti racconta di come le guerrigliere del PKK quando sono insieme si divertano, scherzino insieme, di quanto materna sia la donna che le addestra, e tu le senti vicine, le senti tue amiche, poi ti racconta che la più piccola di loro si trova lì per scappare da un matrimonio combinato con un uomo che la violentava e tu torni piccola piccola, umile, abbassi la testa, quasi colpevole per la fortuna sfacciata che hai avuto a nascere da questo lato del Mediterraneo.
E lui, per tutto il tempo, si è sentito così: in soggezione, lo scemo del villaggio, appunto. Perché hai davanti uomini e donne che sembrano tanto assomigliare a te e che invece hanno un fardello sulle spalle incredibile, e che nonostante questo sorridono.
Con la sua dolcissima ironia Zerocalcare mi ha conquistato per l'ennesima volta, scoccando splendide frecciatine al sistema dei media italiani, al modo in cui il mondo curdo ci è presentato, al modo in cui lo stesso ISIS ci è presentato, al modo in cui parliamo parliamo parliamo e poi non sappiamo un bel cdn (cit).
Qua non siamo più dalle parti del (comunque bellissimo) Armadillo, nè nelle tavole del blog, nè dei polpi alla gola. Qua siamo più su, nella consacrazione di un talento vero, nato solo dal cuore grande di uno a cui piace fare i disegnetti. 


Vorrei che gli insegnanti leggessero Zerocalcare nelle scuole, che i tg lo invitassero a parlare (ma tanto mica ci andrebbe), che il suo messaggio passasse forte e chiaro a chiunque lo incroci per caso.
Lui mica propone soluzioni, non le ha. Ma invita a conoscere. Io manco sapevo cosa fosse, il PKK. E manco YPG o YPJ. Sono quelle persone che, mentre noi creiamo hashtag per commemorare i morti di Parigi e Bruxelles per mano dell'ISIS, questo benedetto Daesh lo stanno combattendo per davvero. 
Oggi, grazie a Calcare, io so che queste persone esistono, che viviamo la nostra serena vita perché qualcuno sta rischiando quotidianamente la sua. 
Per poi essere classificato nell'elenco delle associazioni terroristiche dall'ONU.
Ma questa, per ora, è un'altra storia.

Comprate i libri di Zerocalcare, supportate i giovani pieni di talento e cuore e cervello e disegnetti buffi dai richiami 80s. 
Lui ci fa i soldi, ma voi guadagnerete molto di più.

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