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venerdì 30 agosto 2019

Horrornomicon: Operazione Paura

17:23
In un momento in cui la tecnologia ci aiuta ad avere film iper realistici e in cui siamo sopravvissuti alla fase del torture porn, una scena ha abitato nei miei incubi per settimane, ed è una scena girata nel 1960.
Siamo ai primi minuti de La maschera del demonio, e una tale Barbara Steele viene accusata di stregoneria. Le mettono una maschera piena di spuntoni, e gliela martellano in faccia. Basta, nient'altro. Mi sento male solo a pensarci.
In onore di quella singola scena, e di tutte quelle che sono venute dopo, oggi parliamo dei due Bava, Mario e Lamberto, al cospetto dei quali è cosa buona togliersi il cappello e farsi il segno della croce.


Mario fa paura. Fa paura perché ha il fascino di quei grandi che fanno soggezione, perché lo amano tutti quello che lo hanno incrociato e perché ha lasciato un'eredità difficile da riassumere in un solo post. Ma soprattutto perché ha inventato tutto lui.
Per lo slasher? Suonare Bava.
Il primo horror italiano moderno? Ok, chiedete di Freda ma guardate che poi vi passa Bava.
Per il giallo all'italiana? Sentite Mario, ne sapeva qualcosa.
E scordatevi pure di Alien, senza Mario Bava.

La faccia di chi sta al Bar Italia a giocare a briscola col lambrusco

Ora, è chiaro che le cose sono sempre molto più articolate di così, ma quello che è stato Mario Bava nel cinema italiano è una sorta di miracolo. Noi lo abbiamo capito?
No, e infatti siamo noti per mandare tutto in vacca quando serve per poi svegliarci sempre troppo tardi. Mi perdonerete, quindi, se questo post sarà un'ennesima ripetizione di cose che ormai sono già note, ma per rimediare a tutte le volte che Bava è stato ignorato di post così non ce ne saranno mai abbastanza.

Tralasciando la poco utile critica al nostro Paese, torniamo a quello che ci interessa davvero, perché i geni non restano nascosti a lungo e il nome Bava, che nel frattempo aveva il meritato successo all'estero, adesso ha il prestigio che come minimo gli dobbiamo, se non altro per il modo incivile e barbaro in cui è stato trattato.
Non aveva un soldo, non aveva tempo, non aveva possibilità. Ma aveva una testa piena rasa di risorse, e ce le ha regalate tutte quante. Dopo anni a fare manovalanza per altri (non artigianato, che era una parola che non gli piaceva mica tanto), imparando dal padre, ha messo le sue sconfinate capacità al servizio della persona più importante, se stesso, e quando hai un cervello grande e una creatività ancora di più, i soldi contano un pochino meno.
E quindi, dicevamo, La maschera del demonio.
Una sola attrice, quella sconosciuta Barbara Steele che dopo aver conosciuto Bava diventerà l'icona che conosciamo oggi, una storia tratta da un racconto russo e tanto, tanto amore per l'orrore. La ricetta perfetta, un mix mortale che ha permesso ad un signore italiano con due lire in tasca di girare una scena (una tra le tante, ma converrete con me che quell'inizio lì non lascia scampo) che mangia in testa a tutti quelli che sono venuti dopo. Tutto il film è il capolavoro che sappiamo, ma siccome quella scena lì è da annali della storia del cinema allora continuo a citarla, sia mai che convinco uno solo di voi a mollare il mio piccolo blog e andare a vedere La maschera del demonio, il più grande gotico italiano mai girato.

Da lì in poi è stato un viaggio pieno di deviazioni. Bava ha fatto un giro nel peplum (no, non l'ho visto Ercole al centro della Terra, ma si dice che anche quello sia un miracolo di economia), nel western, nella fantascienza, nel giallo e nella commedia. Quando hai una testa grande così non c'è nulla che tu non possa fare.
Ma non solo puoi fare quello che esiste già, ti inventi pure grossomodo l'inventabile.
Perché se tiri fuori qualcosa come Reazione a catena, il più onesto e crudele ritratto della malvagità umana, poi è normale che la gente ti dica che lo slasher lo hai creato tu. Non è solo questione di uccidere tante persone in modo creativo, cosa che peraltro da queste parti apprezziamo sempre tanto, è che mentre lo fai ci parli dell'umanità, e il ritratto che ne esce non è esattamente lusinghiero. E oltretutto ci metti quel finale lì...
Eppure, con il reverenziale rispetto che una come me deve a uno come te, Reazione a catena non è il mio preferito. Io il cuore l'ho lasciato su Operazione Paura. Il folklore, le credenze popolari, le tue adoratissime finestre con le facce dentro...sarà che parla di un mondo rurale e credulone che conosco bene e che mi è familiare, ma l'angoscia della maledizione cittadina mi è rimasta dentro, e Melissa Graps popola le mie notti insonni.

Io lo so che credere che un film del '63 possa fare paura oggi fa storcere il naso quelli che vanno al cinema a vedere solo roba tipo Escape Room (nessun giudizio, a me piacciono da morire gli horror adolescenziali anche quando sono scemotti). Questo accade quando non si è visto I tre volti della paura, uno dei primi horror antologici, presentato da Boris Karloff in persona, che parte con una storia interessante, con qualche richiamino lesbo neanche troppo velato per sconvolgere le signorine perbene, prosegue con i vampiri che stanno bene su tutto come il nero, e si conclude con La goccia d'acqua, film tra le altre cose in 4d, perché la goccia scorrerà anche a voi, e sarà la pipì addosso che l'episodio vi farà fare dalla paura.
(è un caso che i Black Sabbath - titolo americano del film - siano l'unico gruppo metal che mi piace? crediamo di no)

La meraviglia però non si conclude con questi, che sono i film più famosi. Gli orrori del castello di Norimberga è un ritorno al gotico se vogliamo, che pur meno efficace del mitologico La maschera del demonio, è pur sempre una gioia per gli occhi. Bava nasce direttore della fotografia, e se anche internet non ce lo avesse detto lo avremmo capito, da quanto sono proprio belli i suoi film. Io lo so che 'bello' è l'aggettivo più odiato della storia, perché vago e poco argomentativo, ma i colori, i benedettissimi zoom, e la messa in scena dei film di Bava non sono altro che belli. Potrei stare qua a cercare turboparoloni da cinefilo dell'internet (gran pagina facebook, quella) ma son proprio piccoli quadri che rendono belle e aggraziate anche le morti più truculente. Lisa e il diavolo, il film del Nostro con la storia più infelice (violentato dal produttore per farlo somigliare a quel tale film uscito nel 73 con una bambina posseduta, forse l'avete sentito nominare) ma che nella sua versione originale era interessantissimo. Schock, invece, ve lo dovete guardare. Ma proprio tutto, dall'inizio alla fine, perché nonostante la Daria Nicolodi, che insomma non è la mia preferita, ha il miglior finale della filmografia del signor Mario Bava.
Ed è tutto dire.

Non di solo Mario, però, è fatta la famiglia Bava. Dopo nonno Eugenio e babbo Mario è arrivato anche Lamberto.
Ora, se tuo padre è uno di quelli che farà la storia del cinema italiano, e tu lo sai perché lavori a stretto contatto con lui da sempre (il maggior culo che potesse capitare ad una persona), ti tocca farti su le maniche e dimostrare che anche tu sai bene il fatto tuo. Lamberto, infatti, vuole fare l'orrore anche lui. Va benissimo, unisciti a noi, più siamo più ci divertiamo. Inizia con Macabro. E Macabro è un film di quelli che non ti dimentichi più.
Inizia con una tragedia dopo l'altra, prosegue con disperazione e follia e dolore e crudeltà e finisce con una mattata sovrannaturale che mette proprio la ciliegina sulla torta che è questo film. Ha proprio messo il carico da mille, Lamberto: bambini morti, necrofilia, disabilità, menti bruciate dal dolore. Non ha avuto paura nè di fare un mappazzone (che comunque non fa) nè di esagerare. Sono il figlio di Mario Bava e faccio come cazzo mi pare.
Vagli a dare torto.

La faccia da organizzatore di Festa dell'Unità

Ora, la strada di Lamberto è meno perfetta di quella del padre, ci sono incidenti di percorso più o meno rilevanti (quello Shark: Rosso nell'oceano che anche a L. stesso non piace facciamo che non è mai successo, ti amiamo molto comunque) che verranno sempre e comunque perdonati in onore della cosa migliore mai uscita dalle santi mani del Figliol Santo: Fantaghirò.
Non era mica una battuta. Io sono figlia degli anni 90, son venuta su a pane e Fantaghirò a Natale. Era il fantastico domestico, e gli sono molto affezionata.
Certo, poi c'è Demoni, e Demoni è tutto un altro paio di maniche...
Un film sporchissimo, cattivo da morire, gore, con effetti (di Stivaletti, non quello dell'ultimo banco) adorabili, e con la colonna sonora migliore di tutti i film dell'orrore italiani.
Demoni ha più di 30 anni e non ne sente nemmeno mezzo, un fumettone insanguinato che non ha perso un solo briciolo di fascino.

Io il cinema horror di oggi lo amo. Amo Flanagan e Aster, ho amato la prima parte degli anni 2000 con i loro West e McKee e non ho mai creduto alla crisi dell'orrore.
Però ci sono giorni in cui sento bisogno di qualcuno come Mario, di mantelli e colori sgargianti e di quell'eleganza nella regia che chi lo snobbava se la può solo sognare.
Altre volte ho bisogno di facce deformate e insanguinate, di sangue a fiotti e parolacce e versi animaleschi. E in quel caso Lamberto è lì che mi aspetta, a braccia aperte.
Che vita pazzesca deve essere, la sua.
E la mia, che posso continuare a divertirmi così.

giovedì 29 novembre 2018

Horrornomicon: I maghi del terrore

16:41
Non è solo un film del '63, I maghi del terrore.
Oggi sarà anche il modo in cui chiameremo due dei più importanti personaggi della storia dell'orrore tutto: Roger Corman ed Edgar Allan Poe.
Oggi parleremo solo del loro incontro, non dei due nella loro interezza, perché sto scrivendo un post e non un libro intero.


I due si conoscono quando Roger è un pischelletto di 12-13 anni ed Edgar era morto da qualcosa come un centinaio d'anni. L'insegnante aveva assegnato alla classe di Corman La caduta della casa di Usher e niente, lui innamorato. Si prende un bel voto nel compito e si fa regalare le altre storie per Natale, e inizia così una storia d'amore culminata in 7 film omaggio che di storia d'amore ne hanno fatta nascere un'altra: quella tra Corman e Vincent Price.


Succede questo: Corman incontra l'American International Pictures quando gli cede un suo soggetto: The Fast and The Furious. Collaborano fin dagli anni '50, ma è dagli anni '60 che creano il mito. A Corman viene in mente di cambiare un po' l'organizzazione classica dell'azienda. Niente più horror in bianco e nero spacciati a due a due e fatti con cinque lire.
Di lire ne chiede dieci, si parla pur sempre di progetti low cost, vuole poter usare i colori e chiede un po' più di tempo, perché lui vuole fare un film tratto da La caduta della casa degli Usher e vuole farlo per benino.
Nel 1960, allora, esce House of Usher, in italiano I vivi e i morti. La storia è quella drammatica dei fratelli Madeline e Roderick Usher, e della maledizione che colpisce la loro famiglia.
Non inizia così solo un felice ciclo di omaggio ad uno dei Grandi, ma anche una collaborazione che ha ormai del mitologico: quella tra Corman, Vincent Price e Richard Matheson.
I vivi e i morti, infatti, non è scritto da uno qualunque. Richard Matheson si è occupato di diverse delle sceneggiature di quello che poi diventerà il Ciclo Poe, e non è un'informazione superficiale data tanto per riempire la colonnina tecnica della pagina Wikipedia. Matheson ha scritto più parole di quante siano immaginabili. Ha sceneggiato film per il cinema e la tv (Duel è roba sua), scritto episodi di serie tv e romanzi che hanno fatto la storia. Banalmente, uno su tutti: Io sono leggenda. Non è solo uno che l'orrore l'ha masticato per tutta la sua vita. Gli spuntava letteralmente sulle dita, e nessun altro forse avrebbe potuto fare con i film di Corman quello che ha fatto lui.

aveva la faccia di chi al bar ordina l'orzo e invece aveva l'orrore nel sangue
I racconti di Edgar Allan Poe sono corti, spesso cortissimi. Hanno di frequente un'unica ambientazione, pochissimi personaggi e uno svolgimento veloce. Si leggono come ciliegie per questo, uno dopo l'altro fino a che non si schiatta di angoscia.  
Serviva quindi qualcuno in grado di assorbire tutto ciò che Poe aveva da raccontare nelle sue storie e di allargarlo, adattarlo, trasformarlo un po', in modo che racconti brevissimi potessero diventare un film intero.
In realtà poi questo primo lavoro è il più fedele, vuoi per linearità del racconto e per semplicità dell'adattamento, la storia tra i due maghi del terrore si apre con un film che è tra i miei preferiti del ciclo: un gotico perfetto, in cui l'ambientazione isolata e cupa, la follia e l'amore disperato si mescolano e portano alla luce per la prima volta alcune delle ossessioni di Poe e, di conseguenza, di Corman: la perdita della donna amata, la follia, la sepoltura da vivi. 
E lo fanno con il mio Vincent Price preferito di sempre, un Roderick Usher rosso come il sangue e biondo come un cherubino, matto come un cavallo ma con un fascino di quelli che non ti scordi più.

Ancora più interessante è la faccenda Il pozzo e il pendolo, dell'anno dopo, secondo me. Il racconto di Poe è magnifico e claustrofobico, ma, come dicevo, brevissimo. Le poche paginette sono state allora trattate come il terzo atto di una storia ben più approfondita, che Matheson ha scritto talmente bene che avrebbe potuto spacciarla per un racconto inedito di Poe e gli avrei creduto senza problema alcuno. Ai temi già noti della sepoltura prematura e della perdita dell'amata (ormai a Price il ruolo dell'innamorato straziato sarà uscito naturalissimo, lo avrà fatto anche al supermercato per avere qualche sconto immagino), si uniscono quello, solo accennato, dell'Inquisizione, quello dell'adulterio e quello dell'omicidio. Si scava a fondo nel marcio della mente umana e si tira fuori il peggio.

Da lì in avanti, fino al '65, i film in totale saranno 7, considerati 8 per la faccenda The Haunted Palace, ispirato ad un racconto di Lovecraft ma chiamato come una poesia di Poe perché ormai era sinonimo di successo.
La vera caratteristica del ciclo è che pur mantenendo le ovvie caratteristiche comuni, nessuno dei film annoia o somiglia troppo al precedente.
E prima la trasposizione fedele, poi l'adattamento molto distante, poi il film senza Price (Sepolto vivo, che secondo me l'assenza nemmeno la soffre troppo, a me piace moltissimo), poi l'antologico (I racconti del terrore, dove finalmente troviamo l'adattamento del Poe più famoso, Il gatto nero), e infine i due girati in Inghilterra. Una ventata di freschezza rinnova ogni visione, spezzando il ciclo a metà con quella robina adorabile di I maghi del terrore. 
Sono riusciti a fare una commedia di una delle poesie più cupe mai scritte. E fa ridere. E badate che se lo dico io è vero, ché ho un carattere di merda e non rido mai. Una reunion di grandissimi nomi (Peter Lorre, Boris Karloff e Price, che ve lo dico a fare), che divertono senza mai mancare davvero di rispetto a chi tutto voleva tranne che far ridere.

In fondo io sono certa che il vero segreto di adattamenti, remake, prequel, sequel, rifacimenti di ogni sorta sia solo questo, la passione vera per quello che si sta andando a manomettere. E se andrà male, pazienza, almeno ci sarà un sacco di amore, e quello traspare sempre.
A Corman è andata bene.
Non ha sbagliato un colpo.

martedì 19 giugno 2018

Horrornomicon: The studio that dripped blood

15:03

Se lascio la Redrumia senza orrore per troppo mi vengono le pustole. Siccome, però, mi sono un po' stancata di scrivere recensioni di singoli film, nuova rubrica! Con la solita cadenza casuale ci saranno un po' di racconti sull'orrore e la sua storia.
Senza volontà di insegnare, solo quella di raccontare la storia più divertente del mondo: quella della paura.



Sacri B - movies! Ogni volta che ce la sentiamo caldissima, piena di grandi film d'autore, loro ci ricordano, con le loro manacce insanguinate e i loro cervelli in formalina, che senza la loro presenza forse saremmo ancora qui, ma molto, molto, meno divertiti.
Il dizionario di Repubblica li definisce così:


Mi sembra un pochino riduttivo, ma facciamocelo bastare, per ora. Dovremmo stare qui a parlare di cosa sia o meno il valore artistico, e non abbiamo tempo. Prima il sangue.
Sapete, infatti, chi ha fatto dei film di serie b non solo il proprio simbolo ma anche il proprio motivo di orgoglio?
La Hammer Film Production.
La mitologica, grandiosa, insanguinata Hammer.
Vorrei il logo su una borsa di tela.

Prima un po' di storia

Anno del Signore 1934.
Nasce Paperino, a Venezia si incontrano per la prima volta Mussolini e Hitler, Pirandello vince il suo Nobel per la Letteratura, viene aperto il carcere di Alcatraz ma soprattutto, il cinque novembre, un signore di nome William Hinds, professione gioielliere, va a depositare un marchio. Non sono certa si dica proprio così, ma insomma, Hinds è andato a dire in modo ufficiale che aveva fondato la Hammer Production Ltd. 
Si potrebbe pensare che fondare una casa di produzione cinematografica alle soglie di una delle guerre peggiori che la storia ricordi sia un minimo azzardato, o quantomeno dotato di una tempistica originale, e si avrebbe ragione. Nonostante si sia messa al lavoro immediatamente, infatti, la prima Hammer è fallita dopo due anni.
Hinds, però, che oltre ad essere un gioielliere lavorava a teatro con il nome d'arte di Will Hammer, non era però così sprovveduto come l'infelice scelta precedente potrebbe far credere. Qualche anno prima, insieme al socio Enrique Carreras, forma la Exclusive Films, una compagnia di distribuzione che sopravvive alla guerra. Exclusive, e le nuove generazioni Hinds e Carreras, danno ad Hammer una seconda possibilità, resuscitandola dai morti.
Quando si ritorna dalla terra dei defunti, però, si portano con sè frattaglie, sangue e corpi decomposti.
Non è un caso, allora, se tra le decine di film della casa inglese, quelli che continuiamo ad amare sono gli horror.
Ce l'avevano scritto nella storia.


E alla fine arriva Quatermass...

Che il fantastico fosse la strada di Hammer lo si è capito con il primo grande successo commerciale, un film che già dal titolo chiariva tutte le sue (cattive) intenzioni: The Quatermass Xperiment. 
No, non Experiment. Xperiment, con la X bella grande e in vista, perché fosse chiaro a tutti che il rating quello era e non si scherzava un cazzo.
The Quatermass Experiment è il film che segna la svolta: la Hammer deve fare orrore e deve farne tanto. Inizia così, con un razzo che arriva sulla Terra (scena in di men ti ca bi le) riportando vivo solo uno dei tre uomini che lo avevano portato tra le stelle. Può questo essere un buon segno?
No. E infatti.
Per quanto mi riguarda il film ha un inizio e una fine strepitosi, e una parte centrale che annoia un po'. Ma ha gli alienoni gommosi che si impossessano delle chiese, ha scienziati che mettono la conoscenza prima di ogni cosa (quella frase finale.....!) e corpi che conducono esseri extraterresti in giro per le nostre città. A questo proposito, si potrebbe tranquillamente guardarlo per l'interpretazione di Richard Wordsworth, eccezionale.
Quatermass non è un folle con manie di grandezza come quel signore di cui parliamo più sotto, ma è un uomo senza scrupoli, in grado di mantenere la calma in ogni occasione, consapevole dei rischi che corre e prontissimo a correrli.


Attraverso un seguito decisamente trascurabile (Quatermass II, I vampiri dallo spazio) si arriva al vero cult fantascientifico di casa Hammer: Quatermass and the pit. In italiano, L'astronave degli esseri perduti. 
Se Quatermass fosse nato oggi saremmo pieni di Funko Pop con le sue fattezze.
In questa terza avventura vengono ritrovati resti umanoidi e un grosso elemento metallico all'interno di una stazione della metropolitana di Londra. Arriva sul posto Quatermass che in più o meno cinque minuti rivela a tutti che si tratta di un'astronave aliena. Avrebbero potuto prenderlo sul serio in quanto gigante esperto mondiale di ciò che mondiale non è, invece no. Militari arroganti e politici raccomandati cercano di minimizzare la faccenda con giustificazioni ridicole. Si arriva a negare il cambiamento climatico, come se fosse stato girato ieri. Incredibile, oh.
Io continuo a non essere una fan della fantascienza, ma Quatermass and the Pit ha superstizioni locali, cittadini spaventati, fantasmi, allucinazioni e anche un accenno a supposte possessioni demoniache. Eppure, in mezzo a questo caos, non ci si confonde mai. Non è mai sovraccarico, mai pesante: è un film di alieni e persone che vogliono sconfiggere gli alieni
E delle persone che vogliono sconfiggere gli alieni ha fatto la Storia.

...che porta con sé un casino di mostri.

Se Quatermass ha suonato alla porta e lasciato l'orrore sull'uscio, pronto ad essere accolto e cresciuto con amorevoli mani, è stato il più folle e sconsiderato dei dottori a farlo esplodere come la bomba che è. L'horror ha fatto il suo ingresso in casa Hammer buttando giù la porta con un calcio, trionfalmente, con le mani pomposamente sui fianchi e strillando che adesso comandava lui. 
La maschera di Frankenstein, del 1957, è il primo dei remake di casa Hammer.
Ed è un film incredibile.
Tanto per mettere fine alla polemica anti-remake ad ogni costo, è giusto ricordare che la Hammer sui remake non ci ha solo campato, ci ha costruito un impero. Prima dai programmi radio, poi dalla tv, infine dalla Universal, i nostri amati lord inglesi prendevano idee qua e là e le portavano sullo schermo con poche sterline e un sacco di voglia di fare.
La storia dello scienziato più famoso del globo è stata presa dalla Hammer e trasformata in uno dei film più importanti della storia british.
Certo, non si partiva in condizioni strepitose: Universal, creatrice del primo film tratto dal romanzo della Shelley, aveva gli occhi puntati sugli inglesi. Una, e una sola, cosa uguale al loro film che non fosse presente nel libro e macumbe, querele, e una scatola piena di glitter fastidiosissimi sarebbero stati lanciati dall'altra parte dell'oceano.
Che non venisse loro in mente, poi, di copiare il trucco della creatura (quella con le viti al collo e il testone piatto che fate ancora ai vostri bambini ad Halloween, per intenderci) che a Karloff sarebbero venute le pustole.
La Hammer allora fa la brava, fa i compitini per bene, e non copia nulla. In compenso, ci va giù pesantissima. Il film lo gira a colori (e che colori! Pare un fumetto), pieno di sangue, organi, volti sfigurati e omicidi. Non facciamoci fregare dai nostri occhi abituati alle peggio cose contemporanee, per l'epoca era roba grossa. Tanto grossa che la critica lo ha demolito senza alcuna vergogna e la gente ha fatto il migliore degli atti rivoluzionari contro i criticoni: lo ha visto in massa.
Un successo così strepitoso non poteva che portare ad altri mostri.
L'anno dopo è la volta di Dracula, sempre per mano del regista Terence Fisher, uno dei nomi di punta della casa.
I due film sono l'inizio di una delle prime bromance cinematografiche: Cristopher Gigantesco Lee e Peter Elegantissimo Cushing. I loro nomi sono stati sinonimo di guadagno certo per la casa inglese.

i due volti simbolo del cinema dell'orrore ritratti in una delle loro interpretazioni più terrificanti

il mio povero cuore 💔
Per la prima volta l'altezza notevole di Lee non fu un ostacolo alla sua carriera ma, finalmente, un valore: la sua creatura è esorbitante e impressionante, con un make up che non è rimasto di culto come quello del suo predecessore Boris Karloff ma che di sicuro si faceva notare. La mano che toglie le bende dalla faccia e la scopre in tutto il suo orrore è di grande impatto anche oggi. E Lee era un gran bell'uomo, quindi per renderlo un mostro gli hanno cacciato tanta di quella roba in faccia da rendergli difficile mangiare e bere.
Ma dicevamo, Dracula. 
Questa volta quello che faceva comodo di Christopher Lee era proprio che fosse figo.
Il suo Conte doveva essere (e ci è riuscito benissimo) attraente, sensuale e minaccioso.
Questo, almeno, è quello che vediamo nel film. Dietro le quinte forse un po' meno. Le lenti che portava lo accecavano quasi completamente quindi spesso camminava completamente a caso, finendo fuori scena, superando la camera...un bambinone sperduto.
Bambinone sperduto, però, che ha contribuito a cambiare il modo in cui i vampiri verranno visti nel mondo da quel momento in poi.
La sua prima comparsa in scena, in cima alle scale del suo castello, è impressa nelle mie pupille dalla prima volta che l'ho vista, e mai come in questo momento le mie pupille rappresentano la storia del cinema dell'orrore tutto.
Date nuove forze a mostri storici, non ci si poteva fermare qui. Dopo scienziati e vampiri arriva il momento di mummie, licantropi...
(Raccomando La mummia soprattutto per i titoli di testa, mi son piaciuti come ad una bimba che ha appena visto il Museo Egizio di Torino per la prima volta!)
Dopo mille sequels dalla qualità variabile (dei quali però se non guardate La vendetta di Frankenstein non possiamo essere amici), si sentiva il bisogno di una rivoluzione. Un pochino, però, non troppo.
E allora, perché non portare Dracula negli anni '70, per esempio? (Dracula AD 1972) 
E se invece i vampiri si mescolassero con le arti marziali? (La leggenda dei 7 vampiri d'oro)
Non c'era niente che non fossero disposti a provare.
Come si fa a non volergli bene?

Non solo gotici


Avremmo potuto passare tutta la vita a guardare film con pipistrelli, ragnatele e castelli?
Vorrei dire di sì, ma le prime difficoltà di Hammer provano il contrario.
Dalla seconda metà degli anni '60, allora, anche loro hanno provato a mettersi in gioco con qualche novità, nella speranza di stare al passo coi tempi.
Ce la faranno?
No, ma chi siamo noi per negargli il merito di averci provato tantissimo?
Per esempio, nel 1973 è uscito un filmettino, negli Stati Uniti. Si chiamava L'Esorcista e ha portato in sala un paio di persone in più del previsto. Poi è arrivato un altro, The Omen. Sempre di diavoli si parlava e sempre soldi si facevano. Allora la Hammer ha colto la palla al balzo e bam! Tre anni dopo esce Una figlia per il diavolo.
Ve lo ricordate vero che vi dicevo che gli inglesi non hanno paura di niente?
Ecco, allora perché non mettere in scena sacerdoti che fanno sesso creativo, suorine adolescenti e sacrifici umani? Il risultato non sarà un film eccezionale, ma ci hanno provato fino alla fine (è il loro penultimo film) e non si può che dargliene atto.
Il mio preferito tra i 'diversi', però, è The Nanny. nel quale una al solito gigante Bette Davis è la governante di una famiglia rovinata dalla tragica perdita della figlia minore. Il figlio più grande la teme come il demonio, ma l'unico demonio di casa pare essere lui. Non è che la Davis sia l'unica cosa bella del film, è proprio che lei è immensa infinita eterna e quindi il film si guarda principalmente per questo.

Un momento di apprezzamento per Peter Cushing


Oggi quello più famoso è senza dubbio Sir Christopher Lee. Non che ci sia qualcosa di sbagliato nella sua fama, è stato un mostro in senso letterale e metaforico, e ha fatto tutte quelle mille cose cool come gli album metal e Il signore degli anelli.
Non posso negare, però, la mia preferenza per Cushing.
Praticamente, per descrivervelo, Cushing era la persona più inglese in tutta la Gran Bretagna dopo la regina Elisabetta, e il secondo posto era dovuto perché poi magari lei lo avrebbe esiliato o cose del genere, se l'avesse detronizzata. Un uomo sottile come un giunco, di un'eleganza semplice ma impeccabile anche quando ha fatto lo scienziato matto nei laboratori, raffinatamente stempiatello, con i lineamenti affilati e degli occhi azzurri incantevoli.
Cushing è stato tutto quello che poteva essere nel modo migliore in cui poteva esserlo.
Un mitologico Van Helsing, un crudele Frankenstein, uno degli Sherlock Holmes più belli e anche il Dottore, in un paio di film.
Chiunque, in articoli, post, documentari, ne parli si riferisce a lui come ad un uomo quieto, gentile e dal cuore grande. 
E con un viso così, non poteva essere altrimenti.

I motivi del successo

Hammer ha avuto un inizio sfortunello e una guerrona di mezzo.
Ha saputo, però, guardarsi intorno con lo sguardo intelligente di chi sa cogliere la realtà e, dopo più di vent'anni dai successi Universal, ha riportato l'orrore in sala.
La gente non aspettava altro. 
Non solo, era pronta a spingersi dove non si era mai spinta prima.
Il sangue era rosso fragola, falso come il mio gatto quando finge di non avere ancora mangiato, ma frattaglie così esposte non si erano ancora viste. Corpi maciullati da uccisioni violente o da possessioni aliene, cadaveri fatti a pezzi, organi in bella vista in vasi di vetro. Quando il sangue non bastava più entrava in azione il sesso, grande motore del mondo: uomini pieni di fascino e donne magnifiche spesso poco vestite, quando possibile vampire e, se si voleva giocare la carta +4 di Uno, poco vestite, vampire E lesbiche. Che si lasciasse pure inorridire la borghesia inglese: i ragazzini erano in visibilio. 
Martin Scorsese, nel documentario The studio that dripped blood, ricorda con una passione percepibile fin dallo sguardo i giorni in cui accoglieva con l'entusiasmo tipico della fase preadolescenziale un nuovo film Hammer. Non fatico per niente ad immaginare ragazzini di una nazione intera cercare di entrare al cinema di nascosto, trovare i film in televisione la tarda notte e fingersi fortissimi davanti agli amici e poi tremare sotto le coperte. Il senso di presentimento, di orrore incombente, erano una meraviglia. La pioggia, la nebbia
Un preadolescente oggi probabilmente di fronte ad un film Hammer riderebbe. Mostriamoglielo con gli occhi di chi la Hammer l'ha vista vivere e non potrà che soccombere al fascino di una manciata di persone affiatatissime, con più cuore che denaro, almeno all'inizio. 
Hanno avuto il coraggio di lanciarsi anche fuori dalla comfort zone del gotico e di provare a modificarlo quando ormai sembrava non funzionare più. Il tutto riciclando cast, crew e set più e più volte per risparmiare e, secondo me, divertendosi un casino e volendosi un gran bene.
Forse il segreto del successo sta tutto lì.

Gli imperdibili
The Quatermass Xperiment
La maschera di Frankenstein
Dracula il vampiro
La vendetta di Frankenstein
Le spose di Dracula
Nanny, la governante

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