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mercoledì 30 ottobre 2019

Horrornomicon: Smells like the Nineties

14:24
Il 1990 è l'anno che ha visto nascere la sinceramente vostra. In un eccesso di egomania che non credevo mi appartenesse ho deciso quindi di dedicare l'horrornomicon del mese del mio compleanno al decennio più temuto da tutti gli amanti del genere del mondo: gli odiatissimi anni '90.

diapositiva di miniredrumia all'epoca in cui uscivano gli horror brutti

Per appagare il mio senso di ordine ho deciso che questo post sarà diviso in categorie, quelle nelle quali potremmo racchiudere i film del decennio maledetto.



I CULT GENERAZIONALI

Che non può piovere per sempre se lo sono scritti sul diario tutti i millennials con la smemo, e secondo me se guardiamo nei diari dei giovani dark e delle ragazze di tumblr di oggi ancora lo troviamo, da qualche parte. Ora, io Il Corvo non lo rivedo da anni, e potrebbe anche essere invecchiato malissimo, ma l'aura mitologica che circonda lui e il suo protagonista sono passati alla storia e non sarà certo un'eventuale rivalutazione postuma ad eliminarla. Viviamo felici nel ricordo di quanto lo abbiamo amato, e sarà per sempre un bellissimo film. Insieme a lui, ci sono tanti altri che possiamo includere in un post sull'orrore che hanno segnato anche quelli che l'orrore di solito lo scansano.
Parlo di It? Parlo di It. 
Io non voglio fare paragoni impietosi con quello che ha fatto Muschietti nel 2017 prima e nel 2019 poi, e di certo non possiamo negare che Tim Curry ha traumatizzato una quantità infinita di bambini che si sono trovati a guardarlo nei panni di Pennywise. Quando ero piccola io guardare It era come giocare a "Ce l'hai". Lo guardavi, ti spaventavi, dovevi obbligare qualcun altro a guardarlo, che si spaventava, lo passava a qualcun altro, e così via. Non c'era immunità, però, da quel gioco qui. Il film lo si guardava tutti quanti, e si aveva tutti quanti paura. Poco importa in realtà che sia proprio una robetta mediocre, non ce lo dimentichiamo perché ha fatto paura a tutti, e ha segnato una generazione, e tanto basta, in realtà. Se poi vogliamo un bell'adattamento di quel tesoro inestimabile che è il romanzo allora c'è Andy Muschietti.
Insieme a loro Il sesto senso, Intervista col vampiro, Dracula di Bram Stoker,, Il silenzio degli innocenti, The Blair Witch Project...Sono film dal valore variabile, ma che è indubbio siano stati rappresentativi di una decade. Il film di Shyamalan lo voglio rivedere, perché non ne ho un bel ricordo e mi sento quella scema che in una conversazione non capisce perché tutti ridano. Dei vampiri di Coppola e Neil Jordan abbiamo già parlato, sono iconici per aspetto e magnificenza. Io li amo entrambi, proprio del bene sincero che si vuole a volte ai film e che va oltre il valore oggettivo.
Il BWP è un fenomeno incredibile. Lo posso dire che a me pare il Saw degli anni '90? Buona idea, fenomeno di culto, amato alla follia, straordinario lavoro di marketing. L'alone di mistero che lo circondava lo ha reso enormemente più noto di quanto meritasse per valore oggettivo, anche se a me piace, però  Solo che negli anni '90 ci si accontentava di meno, un fenomeno durava molto di più, tanto è vero che la strega di Blair ha avuto solo due sequel di cui uno a distanza di parecchio, è del 2016 e io non l'ho visto.
Oggi abbiamo bisogno di più stimoli continui, ci dimentichiamo le cose che vediamo alla svelta, per cui arriveremo a Saw 15 e non ci ricorderemo nulla di quello che è successo nei 14 precedenti. Uso la prima persona plurale ma io con la saga dell'Enigmista mi sono fermata al 2. Prima o poi mi metto in pari.
O forse no, e andrà bene così.

I CULT DI NICCHIA

A volte sembra che mi impegni per tirarmela, ma portate pazienza, perché questo è materiale santo.
Gli anni '90, così maltrattati, così odiati, sono quelli che hanno visto nascere Scream. 
E io qua potrei essere in errore, perché non sembrerebbe di nicchia, il film del Nostro Signore e Salvatore Wes Craven. Eppure, io che degli anni '90 sono figlia e quindi queste cose le ho viste dopo, lo vedo che Scream oggi è ricordato male. I sequel e soprattutto le stramaledette parodie gli hanno fatto un pochino di ombra, e se tutti oggi si ricordano di quel Bellaaaaaaaaaa, se lo ricordano davvero, che bomba è la sequenza iniziale di Scream?
Non fa niente, ragazzi, non sono arrabbiata con voi. Siamo alle porte del Natale della Redrumia, Halloween: guardate Scream e fate un favore a me e anche a voi.
Craven, però, gli anni '90 li ha battezzati con La casa nera, che è un film bellissimo e di cui si parla sempre troppo poco al di fuori del mondo del cineblogging. Parla di disparità sociale con la cruda onestà di chi la deve avere conosciuta, e lo fa con un film che non molla un attimo, che parla di follia e crudeltà senza avere paura di niente e che è bello e basta. A volte ci si perde nel cercare i grandi significati reconditi delle cose, il che è sacrosanto, ma ci si dimentica che i film devono anche essere belli. La casa nera è un bel film, con temi importanti che non dimentica di essere di intrattenimento. Che bene gli si vuole, a quel Fool, lì.
Non metterei nei cult popolari nemmeno Allucinazione perversa, il trip micidiale di Adrian Lyne, che nel sottosuolo ha una sua fanbase e che a me piace sempre tanto.
Insieme a lui una delle mie cose preferite al mondo: Dellamorte Dellamore, che potrebbe o non potrebbe essere il film che mi ha fatto venir voglia di parlare di anni 90. Un titolo strepitoso, un film indimenticabile, un fumettone dolceamaro a cui ripenso sempre con affetto sconfinato. Se vi dimenticate di Gnaghi non possiamo essere amici.
Non metterei tra i popolari nemmeno Il seme della follia. Uscisse oggi sarebbe uno di quei film che la gente googla dopo averlo finito, tipo "il seme della follia finale" oppure "spiegazione il seme della follia". Ma che gliene frega a John Carpenter di spiegare a noi, lui dichiara e noi sudditi diciamo di sì e chiediamo anche scusa se non lo diciamo bene. Non potrei mai dire quale sia il superiore tra questo e La cosa, e forse nemmeno serve, perché il Maestro è tale punto e basta, e in una decade in cui le cose straordinarie si contano col contagocce, Il seme della follia sta in cima, salutando tutti dall'alto con anche un pochino di supponenza.
Parentesi sull'amore della mia vita: Guillermo del Toro negli anni 90 ha fatto, insieme a Mimic che è l'unico suo film che non ho mai visto, quella gemma rara di Cronos, un film sui vampiri che è delicatissimo e che rispecchia tutta quella che sarà la poetica dell'uomo che amo e la sua estetica. Da guardare e amare per piangere un po'.

BRILLANTI TEENAGERS

Questa è sempre la mia categoria preferita. Non posso farci niente, mi divertono da matti anche quando sono orrendi.
Non credo ci sia niente di più anni '90 di The Faculty. C'è Josh Hartnett, non riesco ad argomentare meglio di così. Ah, sì, 'spè. Anche Elijah Wood. E poi c'è una forma aliena che prende possesso dei professori di un liceo, io più di così non so cosa dirvi per farvelo guardare.
Ah, sì, una cosa c'è: dirige Robert Rodriguez.
Ma è in generale tutta la categoria che ci mostra nomi che poi diventeranno il simbolo del loro tempo. So cosa hai fatto, per esempio, un adorabile slasher con Jennifer Love Hewitt e Sarah Michelle Gellar (ve lo avevo detto), che a me fa una simpatia rara, oppure Urban Legend, con Jared Leto, Pacey di Dawson's Creek, che non ha un nome proprio ma conserva quello del suo personaggio per indicare quanto sia rappresentativo degli anni '90, e Michael Rosenbaum. Io mentre guardavo Urban Legend ero consapevole di stare guardando qualcosa di brutto. Mi sono comunque divertita? Sì, non faccio nemmeno finta di pensarci. Se non lo avete mai visto è adeguato per Halloween: si scommette su quali saranno le leggende urbane tirate in ballo e si beve. Ammetterò con umiltà che io sarei stata ubriaca persa a metà visione.
Infine, un film che avrebbe dovuto essere in ogni categoria di quelle finora elencate: Giovani Streghe. Io l'ho visto tardi, perché è uscito quando io facevo la prima elementare, ma se io avessi visto questo film al liceo sarei impazzita. Non che non mi sia piaciuto, anzi, ma posso solo immaginare a quale livello di ossessione sarebbe arrivata la Mari teenager. Che bello, Giovani Streghe.

LE COMMEDIACCE

Ah, questi sono i film da mettere ""per sbaglio"" a Natale alla tavolata con i parenti. Quelli che fanno indignare le vecchie zie e divertono il cuginetto.
Peter Jackson è un fuori di melone ed è buona cosa che noi non ce lo si dimentichi mai. Ah, strepitoso eh quello che ha fatto con Il signore degli anelli, proprio niente da dire davvero. Ma dalla fine degli anni 80 fino, appunto, alla Compagnia dell'anello, si è sfogato. Ha dato il meglio di sè. Nello specifico, Bad Taste è dell'87 quindi sto giro lo saltiamo, ma Splatters - Gli schizzacervelli è del 92 e io non riesco a capire come possiate non volerlo vedere già dal titolo. Poi nel 96 ha fatto un'adorabile commedia sui fantasmi che non è bella marcia come piace a noi ma senz'altro divertente, Sospesi nel tempo. E poi c'è Michael J. Fox.
Certo, è degli anni 90 anche la regina di tutte le horror comedy: L'armata delle tenebre. Devo ammettere con la morte nel cuore che non è la mia preferita ma l'iconicità di Ash Williams che viaggia nel tempo è passata alla storia (ahah) e non sarò certo io a lamentarmene.

TIM BURTON

Questo blog è nato nel 2012, ed è iniziato con una serie di post dedicati a quel signore qui, che all'epoca amavo come fosse un padre. Nel tempo i miei gusti sono talmente cambiati che il Tim Burton Special non è mai stato finito (come praticamente tutte le rubriche di questo blog, ehm) e io e lui ci siamo allontanati tantissimo. Sono stati gli anni 90, però, a darmi quei film che me lo avevano fatto amare tanto, partendo proprio nel 1990 con Edward mani di forbice. Mars Attacks!, Ed Wood, Sleepy Hollow, sono di quella decade qua, e anche se oggi io e Burton non siamo più vicini come un tempo, mi piace ricordare che belle cose ha fatto e quanto me lo sia sentito vicino.


Un horrornomicon un po' diverso, questo mese. Nessuna notizia seria ma solo una raccolta di cose belle da vedere, giusto in tempo per la serata di domani.
Buon Halloween a tutti!



lunedì 30 settembre 2019

Horrornomicon: A Xenomorph Extravaganza

17:47
SPOILER SU TUTTI QUANTI I FILM.

Ci sono volte in cui le Cose Grandi nascono da una sola grande, sfolgorante idea. Un'epifania, un'illuminazione, un colpo di genio.
In altre circostanze per creare una Cosa Grande servono tante teste, un milione di idee e tanto tempo.
La ricetta prevede anche di fare qualche cambio tra le teste, mixare tra loro le idee e aprire la strada anche a quelle idee nuove che convincevano poco, scovare cose nuove in giro per il mondo.
Sembra rischioso, ma qualche volta funziona.
E quando funziona, succede qualcosa come Alien.


Per parlare della nascita del film di Scott a fondo dovremmo tirare in ballo Mario Bava (e di lui abbiamo appena parlato qui), Walter Hill, Lo squalo, Roger Corman, dei gremlin durante la seconda guerra mondiale, Star Wars e anche Jodorowsky.
Io davvero vorrei stare a tavola una sera a cena con questo mix.
Non posso entrare nei dettagli perché in questo post parleremo di tutto il franchise che è nato dopo il 1979, ma un minimo accenno a come è nata la leggenda lo dobbiamo fare, per dovere morale.
Per chi volesse invece qualcosa di più dettagliato, invece, si trova su Youtube un documentario che si chiama The Beast Within: the making of Alien che vi racconta per bene cosa è successo.

La storia inizia con l'incontro tra due persone: Dan O'Bannon e Ronald Shushett. Entrambi scrivono film ed entrambi hanno un'idea: O'Bannon ha in mente quello che sarà Alien mentre Shushett stava lavorando ad Atto di forza. Il loro rapporto fa una pausa quando O'Bannon va a lavorare con Jodorowsky al suo Dune. Il film va in nulla ma in quell'occasione incontra H.R. Giger, un pittore svizzero. E aggiungiamo un altro tassello al puzzle. La sceneggiatura viene consegnata alla casa di produzione che insieme ad altri aveva aperto Walter Hill e iniziano i contatti con la 20th Century Fox. Infine, a sto film andava trovato un regista. Girano diversi nomi ma si finisce su Ridley Scott, che prima di allora si era fatto notare con I duellanti. Scott si innamora perdutamente del lavoro di Giger, e così chiudiamo il cerchio. Abbiamo in una stanza le 4 teste principali che metteranno in piedi il baraccone Alien, influenzate da tutti quei nomi citati sopra ma soprattutto con un budget raddoppiato rispetto a quanto messo a disposizione all'inizio. Il baraccone non si ferma ad un solo film, ma crea una saga: ci sono i quattro capitoli della cosiddetta Alien Anthology, ci sono i recenti prequel (se così si può dire, ne parliamo dopo) e i due episodi della saga di Alien vs Predator.

Prima di tutto ciò, però, Alien vede la luce, ed è diverso da qualsiasi cosa ci si potesse aspettare.
La gente aveva appena avuto Guerre Stellari, che è intrattenimento nella sua forma più genuina, e ora aveva qualcosa di sconvolgente. Aveva un monster movie in cui il monster non sappiamo nemmeno che faccia abbia per metà film e anche dopo lo vediamo pochissimo. Si parla di uno screen time dello xenomorfo di 4 minuti, il film ne dura 117. Ma quando lo vediamo...
Io lo capisco, Ridley Scott. Ha visto il dipinto di Giger, che si chiama Necronomicon IV, e ha deciso che quello lì era il suo alieno punto e basta. E aveva ragione lui, perché parte della ragione per cui 40 anni dopo stiamo ancora qui a parlare del suo film è perché la creatura è quanto di più bello si potrebbe immaginare. Io ancora non me ne faccio una ragione. Sono straordinari, sti xenomorfi, non hanno solo un design straordinariamente azzeccato con il tono e l'aspetto generali del film, sono proprio magnifici, delle creature magistrali che fanno una paura del demonio. Io non so disegnare nemmeno una o con il bicchiere, e il talento delle persone che sanno farlo non finirà mai di sorprendermi. Giger, poi, era un personaggio particolarissimo e con una fisicità e un aspetto che non sarebbero stonati a loro volta in un film. Le sue opere non potevano che essere così. Iconiche. Lo xenomorfo lo vediamo attraversare le diverse fasi della crescita e non per questo diventa meno spaventoso, anzi: ogni sua manifestazione è peggiore della precedente, fino all'esplosione di terrore che è rappresentata dalla sua forma adulta.

Ricapitoliamo, allora. A rendere Alien il culto che è ci sono: una bella (bella) storia, sceneggiata da chi sa davvero cosa sta facendo, un design iconico, non solo delle creature, ma della Nostromo, delle divise, di tutto quello che vediamo, ma soprattutto un regista che ha trasformato queste cose nella più tesa, cupa e alienante esperienza di cinema di fantascienza che abbia mai benedetto le nostre vite e che soprattutto ci ha rapiti tutti quanti e resi suoi sudditi fedeli.
Sedersi a cena con l'equipaggio della Nostromo è appassionante ogni volta come la prima, e l'amore per quei personaggi lì è tanto e tale da illuderci ogni volta che oltre a Jonesy e Ellen si salvi qualcun altro.

Posso solo provare a immaginare la soggezione che James Cameron può avere provato, qualche anno dopo, quando ha pensato bene di mettersi alla regia di Aliens, Scontro Finale, primo sequel del film di Scott.
O forse no, non lo posso nemmeno immaginare, perché quella soggezione lì Cameron l'ha presa e ne ha fatto un film enorme. Io la trasformerei in mal di pancia, la tensione, lui l'ha trasformata in uno dei più grandi film d'azione di sempre. Ammetterò di non avere grande esperienza nel campo dell'azione (come se nel resto ne avessi granché), e di conseguenza ammetterò una cosa che mi costerà il defollow di qualcuno: Aliens non è un film di facile fruizione. E lo so che di solito queste cose si dicono dei grandi film d'autore o del cinema estremo, ma io lo dico con lui e ora mi spiego, o almeno ci provo. Aliens è proprio un film d'azione vera. Dimenticate il clima di quiete prima della tempesta del suo predecessore, qua di calmo non ci sono manco i primi minuti. Ripley si faceva i fatti suoi nel sonno criogenico, l'hanno trovata, svegliata apposta e rispedita a combattere, tanti saluti a casa, ché tanto son passati 50 anni e a casa non c'è più nessuno. Quindi abbiamo: una tragica storia di una maternità perduta (che dolore per la mia adorata), un trauma enorme, e poi di nuovo botte da orbi. Ma stavolta botte da orbi sul serio, perché a conoscere gli xenomorfi non è stato mandato un gruppo di persone inconsapevoli. Stavolta sono partiti dei marines armati fino ai denti e con nessuna intenzione di morire.
Il risultato è un film pieno di fuoco, fiamme, urla, spari. Un film veloce (ma non frenetico), agitato, un film che, appunto, non è di facilissima fruizione, almeno per quelli che sembrano essere i miei occhi da signorina. Però ci sono gli xenomorfi che escono dalle fottute pareti, e c'è il cinema come lo sa fare James Cameron, e allora io e i miei occhi da signorina ci sediamo in un angolo con un quaderno per gli appunti e impariamo come si fa.

Sapete chi altro avrebbe tanto voluto insegnare come si facevano le cose per bene?
David Fincher.
Il quale, con poca esperienza ma tanta voglia di fare, si lancia in un franchise composto da due cose grandi come il mondo e deve cercare di emergere, per non farcisi affossare dentro. E ha rischiato grosso, perché Alien3 è un pasticciaccio brutto. Non tanto per il risultato finale del film, che in ogni caso a me ha tanto divertito, ma per colpa di quel poema epico che è stata la sua genesi. Sceneggiature passate attraverso troppe mani, anche un po' confuse, la sua idea di quello che un terzo Alien avrebbe dovuto essere, e infine un passaggio di taglia e cuci che lo ha trasformato in un film completamente diverso da quello che avrebbe dovuto essere.
Il risultato è che Fincher si è arrabbiato come un matto (dagli torto) e oggi del suo lavoro non ne vuole più sapere, e i fan sono molto divisi. Alien3 ha dei fan e io ne faccio parte: la prigione e i suoi abitanti sono stati un bel luogo in cui portare gli xenomorfi, e anche se abbiamo dovuto rinunciare alla bellissima dinamica Ripley/Newt, la banda di tremendi criminali che ci è toccata in sorte è divertentissima.

Rifacciamo il gioco delle domande.
Sapete chi invece non ha alcun fan?
Alien Resurrection.
E questo è perché Alien Resurrection è proprio un brutto film.
Lo dico ora e vale anche per dopo: una volta mi divertiva parlare dei brutti film. Ora non più, perché se io avessi una macchina da presa in mano la cosa che saprei fare è riprendere il mio cane per ore, accorgermi che non stavo girando e in qualche modo romperla. Quindi criticare gli altri dal mio divano è troppo facile.
Però il quarto capitolo della saga è proprio sbagliato: riportare in vita Ripley non si doveva fare. Era morta in un modo che mi piaceva anche, combattendo la sua nemesi, poteva andare bene così. Leggevo da qualche parte che ipotesi su un nuovo capitolo riguardavano la figlia di Ripley, Amanda, e la sua ricerca della madre. Avrei adorato.
E invece no, siccome Alien è sinonimo di Sigourney Weaver (bravissima adoratissima niente da dire) allora pur di fare il quarto film con lei dentro la cloniamo. Facciamocelo andare bene.
Il problema è che qui la Weaver non ci voleva stare, e ha trovato il modo di farcelo vedere in ogni scena. In qualche modo riesce ad essere una delle sue performance peggiori, affiancata da certi signori qui molto amati che iniziano per R e finiscono per Onperlman che sono caricature di quello che avrebbero potuto essere.
Un enorme occasione sprecata.
Se usiamo un tema come la clonazione apriamo le porte a grandissime riflessioni su cosa renda umani o meno, per esempio. Tutto al vento, un peccato enorme.
E davvero, quel neonato ibrido biancastro io non credo di essere in gradi di perdonarlo, nè ora nè mai.

Una cosa positiva, però, poi è successa: Ridley Scott ha spostato tutti un attimino da parte, si è arrotolato le maniche della camicia e ha detto a tutti che ce lo faceva vedere lui, come si faceva.
E infatti, 15 anni dopo la fine della saga originale, ritorna e lo fa con Prometheus.
Io non ho le capacità per fare grandissime analisi di cinema, me ne rendo conto e infatti condivido con voi giusto le mie impressioni, le mie emozioni. Le mie emozioni dicono che quando Ridley Scott fa fantascienza è in un terreno a lui affine, dove si sente a suo agio, dove da il meglio possibile. E infatti Prometheus è un gran film.
Non aveva bene le idee chiare su cosa farsene, di questo cosone qua. Prequel di Alien? Sì, no, forse. Ha cambiato idea un po' di volte ignorando forse il fatto che contasse molto poco. Prometheus parla di esplorazioni spaziali e di umanità e lo fa con la solita intensità a cui ci ha abituati il suo regista, che fosse o meno collegato al primo titolo di questa saga conta fino ad una certa. Mancano gli xenomorfi, e quando non ci sono io ne avverto sempre la mancanza, ma c'è tutta la vita del mondo dentro, e allora forse va bene così.

Poi c'è stato Alien: Covenant.
E in questo caso le idee erano più chiare: sì, siamo i prequel di Alien e adesso vi facciamo vedere come.
Solo che a me il come non ha entusiasmato quanto vorrei e quindi sono un po' frustrata a parlarne, perché Prometheus aveva messo belle basi per continuare a parlare della vita e delle sue origini e secondo me ho caricato il suo sequel di troppe aspettative.
Per me una conclusione un po' sottotono, anche se quando dirige Ridley noi siamo sempre i suoi sudditi.

Di mezzo, però ci sono stati gli zarrissimi Alien Vs Predator. 
Più tamarri di Fast and Furious Tokyo Drift, più seri di Mentana durante le maratone, sono poco ma sicuro giocattoloni divertenti per chi vuole una seratina con la birra e la pizza nel cartone, non starò qui a fare la snobbettina. Ci sono botte spaziali, gli xenomorfi e i predator, tutto insieme, in mezzo ai ghiacci prima e in mezzo alla civiltà poi. Acido che scioglie le maschere, uncini che trapassano le persone, armi fatte di pelle (??), non manca nulla. Se si accetta di uscire completamente dal canone e si è di bocca buona, vanno da dio. Io li ho trovati scritti male, recitati ancora peggio e se proprio voglio fare la mari supercritica che quella roba lì porti il nome (e la faccia) dei miei adorati xenomorfi è quasi un insulto. Però Erre, meno spaccaballe di me, si è divertito come un matto e questo non glielo toglieranno certo i miei occhi da signorina di cui sopra.
Una volta superato lo scoglio di veder recitare Raoul Bova il primo è tutto in discesa.
Del secondo vorrei dire qualcosa di più approfondito, ma mi annoiava a morte e mi sono distratta su Twitter. Triste ma vero. Ho provato a guardare un po' di scene ma era tutto TALMENTE SCURO che pareva una puntata dell'ottava stagione del Trono di Spade, e non c'è, nè ci sarà mai, occasione al mondo in cui questa frase possa avere una connotazione positiva.








venerdì 30 agosto 2019

Horrornomicon: Operazione Paura

17:23
In un momento in cui la tecnologia ci aiuta ad avere film iper realistici e in cui siamo sopravvissuti alla fase del torture porn, una scena ha abitato nei miei incubi per settimane, ed è una scena girata nel 1960.
Siamo ai primi minuti de La maschera del demonio, e una tale Barbara Steele viene accusata di stregoneria. Le mettono una maschera piena di spuntoni, e gliela martellano in faccia. Basta, nient'altro. Mi sento male solo a pensarci.
In onore di quella singola scena, e di tutte quelle che sono venute dopo, oggi parliamo dei due Bava, Mario e Lamberto, al cospetto dei quali è cosa buona togliersi il cappello e farsi il segno della croce.


Mario fa paura. Fa paura perché ha il fascino di quei grandi che fanno soggezione, perché lo amano tutti quello che lo hanno incrociato e perché ha lasciato un'eredità difficile da riassumere in un solo post. Ma soprattutto perché ha inventato tutto lui.
Per lo slasher? Suonare Bava.
Il primo horror italiano moderno? Ok, chiedete di Freda ma guardate che poi vi passa Bava.
Per il giallo all'italiana? Sentite Mario, ne sapeva qualcosa.
E scordatevi pure di Alien, senza Mario Bava.

La faccia di chi sta al Bar Italia a giocare a briscola col lambrusco

Ora, è chiaro che le cose sono sempre molto più articolate di così, ma quello che è stato Mario Bava nel cinema italiano è una sorta di miracolo. Noi lo abbiamo capito?
No, e infatti siamo noti per mandare tutto in vacca quando serve per poi svegliarci sempre troppo tardi. Mi perdonerete, quindi, se questo post sarà un'ennesima ripetizione di cose che ormai sono già note, ma per rimediare a tutte le volte che Bava è stato ignorato di post così non ce ne saranno mai abbastanza.

Tralasciando la poco utile critica al nostro Paese, torniamo a quello che ci interessa davvero, perché i geni non restano nascosti a lungo e il nome Bava, che nel frattempo aveva il meritato successo all'estero, adesso ha il prestigio che come minimo gli dobbiamo, se non altro per il modo incivile e barbaro in cui è stato trattato.
Non aveva un soldo, non aveva tempo, non aveva possibilità. Ma aveva una testa piena rasa di risorse, e ce le ha regalate tutte quante. Dopo anni a fare manovalanza per altri (non artigianato, che era una parola che non gli piaceva mica tanto), imparando dal padre, ha messo le sue sconfinate capacità al servizio della persona più importante, se stesso, e quando hai un cervello grande e una creatività ancora di più, i soldi contano un pochino meno.
E quindi, dicevamo, La maschera del demonio.
Una sola attrice, quella sconosciuta Barbara Steele che dopo aver conosciuto Bava diventerà l'icona che conosciamo oggi, una storia tratta da un racconto russo e tanto, tanto amore per l'orrore. La ricetta perfetta, un mix mortale che ha permesso ad un signore italiano con due lire in tasca di girare una scena (una tra le tante, ma converrete con me che quell'inizio lì non lascia scampo) che mangia in testa a tutti quelli che sono venuti dopo. Tutto il film è il capolavoro che sappiamo, ma siccome quella scena lì è da annali della storia del cinema allora continuo a citarla, sia mai che convinco uno solo di voi a mollare il mio piccolo blog e andare a vedere La maschera del demonio, il più grande gotico italiano mai girato.

Da lì in poi è stato un viaggio pieno di deviazioni. Bava ha fatto un giro nel peplum (no, non l'ho visto Ercole al centro della Terra, ma si dice che anche quello sia un miracolo di economia), nel western, nella fantascienza, nel giallo e nella commedia. Quando hai una testa grande così non c'è nulla che tu non possa fare.
Ma non solo puoi fare quello che esiste già, ti inventi pure grossomodo l'inventabile.
Perché se tiri fuori qualcosa come Reazione a catena, il più onesto e crudele ritratto della malvagità umana, poi è normale che la gente ti dica che lo slasher lo hai creato tu. Non è solo questione di uccidere tante persone in modo creativo, cosa che peraltro da queste parti apprezziamo sempre tanto, è che mentre lo fai ci parli dell'umanità, e il ritratto che ne esce non è esattamente lusinghiero. E oltretutto ci metti quel finale lì...
Eppure, con il reverenziale rispetto che una come me deve a uno come te, Reazione a catena non è il mio preferito. Io il cuore l'ho lasciato su Operazione Paura. Il folklore, le credenze popolari, le tue adoratissime finestre con le facce dentro...sarà che parla di un mondo rurale e credulone che conosco bene e che mi è familiare, ma l'angoscia della maledizione cittadina mi è rimasta dentro, e Melissa Graps popola le mie notti insonni.

Io lo so che credere che un film del '63 possa fare paura oggi fa storcere il naso quelli che vanno al cinema a vedere solo roba tipo Escape Room (nessun giudizio, a me piacciono da morire gli horror adolescenziali anche quando sono scemotti). Questo accade quando non si è visto I tre volti della paura, uno dei primi horror antologici, presentato da Boris Karloff in persona, che parte con una storia interessante, con qualche richiamino lesbo neanche troppo velato per sconvolgere le signorine perbene, prosegue con i vampiri che stanno bene su tutto come il nero, e si conclude con La goccia d'acqua, film tra le altre cose in 4d, perché la goccia scorrerà anche a voi, e sarà la pipì addosso che l'episodio vi farà fare dalla paura.
(è un caso che i Black Sabbath - titolo americano del film - siano l'unico gruppo metal che mi piace? crediamo di no)

La meraviglia però non si conclude con questi, che sono i film più famosi. Gli orrori del castello di Norimberga è un ritorno al gotico se vogliamo, che pur meno efficace del mitologico La maschera del demonio, è pur sempre una gioia per gli occhi. Bava nasce direttore della fotografia, e se anche internet non ce lo avesse detto lo avremmo capito, da quanto sono proprio belli i suoi film. Io lo so che 'bello' è l'aggettivo più odiato della storia, perché vago e poco argomentativo, ma i colori, i benedettissimi zoom, e la messa in scena dei film di Bava non sono altro che belli. Potrei stare qua a cercare turboparoloni da cinefilo dell'internet (gran pagina facebook, quella) ma son proprio piccoli quadri che rendono belle e aggraziate anche le morti più truculente. Lisa e il diavolo, il film del Nostro con la storia più infelice (violentato dal produttore per farlo somigliare a quel tale film uscito nel 73 con una bambina posseduta, forse l'avete sentito nominare) ma che nella sua versione originale era interessantissimo. Schock, invece, ve lo dovete guardare. Ma proprio tutto, dall'inizio alla fine, perché nonostante la Daria Nicolodi, che insomma non è la mia preferita, ha il miglior finale della filmografia del signor Mario Bava.
Ed è tutto dire.

Non di solo Mario, però, è fatta la famiglia Bava. Dopo nonno Eugenio e babbo Mario è arrivato anche Lamberto.
Ora, se tuo padre è uno di quelli che farà la storia del cinema italiano, e tu lo sai perché lavori a stretto contatto con lui da sempre (il maggior culo che potesse capitare ad una persona), ti tocca farti su le maniche e dimostrare che anche tu sai bene il fatto tuo. Lamberto, infatti, vuole fare l'orrore anche lui. Va benissimo, unisciti a noi, più siamo più ci divertiamo. Inizia con Macabro. E Macabro è un film di quelli che non ti dimentichi più.
Inizia con una tragedia dopo l'altra, prosegue con disperazione e follia e dolore e crudeltà e finisce con una mattata sovrannaturale che mette proprio la ciliegina sulla torta che è questo film. Ha proprio messo il carico da mille, Lamberto: bambini morti, necrofilia, disabilità, menti bruciate dal dolore. Non ha avuto paura nè di fare un mappazzone (che comunque non fa) nè di esagerare. Sono il figlio di Mario Bava e faccio come cazzo mi pare.
Vagli a dare torto.

La faccia da organizzatore di Festa dell'Unità

Ora, la strada di Lamberto è meno perfetta di quella del padre, ci sono incidenti di percorso più o meno rilevanti (quello Shark: Rosso nell'oceano che anche a L. stesso non piace facciamo che non è mai successo, ti amiamo molto comunque) che verranno sempre e comunque perdonati in onore della cosa migliore mai uscita dalle santi mani del Figliol Santo: Fantaghirò.
Non era mica una battuta. Io sono figlia degli anni 90, son venuta su a pane e Fantaghirò a Natale. Era il fantastico domestico, e gli sono molto affezionata.
Certo, poi c'è Demoni, e Demoni è tutto un altro paio di maniche...
Un film sporchissimo, cattivo da morire, gore, con effetti (di Stivaletti, non quello dell'ultimo banco) adorabili, e con la colonna sonora migliore di tutti i film dell'orrore italiani.
Demoni ha più di 30 anni e non ne sente nemmeno mezzo, un fumettone insanguinato che non ha perso un solo briciolo di fascino.

Io il cinema horror di oggi lo amo. Amo Flanagan e Aster, ho amato la prima parte degli anni 2000 con i loro West e McKee e non ho mai creduto alla crisi dell'orrore.
Però ci sono giorni in cui sento bisogno di qualcuno come Mario, di mantelli e colori sgargianti e di quell'eleganza nella regia che chi lo snobbava se la può solo sognare.
Altre volte ho bisogno di facce deformate e insanguinate, di sangue a fiotti e parolacce e versi animaleschi. E in quel caso Lamberto è lì che mi aspetta, a braccia aperte.
Che vita pazzesca deve essere, la sua.
E la mia, che posso continuare a divertirmi così.

giovedì 29 novembre 2018

Horrornomicon: I maghi del terrore

16:41
Non è solo un film del '63, I maghi del terrore.
Oggi sarà anche il modo in cui chiameremo due dei più importanti personaggi della storia dell'orrore tutto: Roger Corman ed Edgar Allan Poe.
Oggi parleremo solo del loro incontro, non dei due nella loro interezza, perché sto scrivendo un post e non un libro intero.


I due si conoscono quando Roger è un pischelletto di 12-13 anni ed Edgar era morto da qualcosa come un centinaio d'anni. L'insegnante aveva assegnato alla classe di Corman La caduta della casa di Usher e niente, lui innamorato. Si prende un bel voto nel compito e si fa regalare le altre storie per Natale, e inizia così una storia d'amore culminata in 7 film omaggio che di storia d'amore ne hanno fatta nascere un'altra: quella tra Corman e Vincent Price.


Succede questo: Corman incontra l'American International Pictures quando gli cede un suo soggetto: The Fast and The Furious. Collaborano fin dagli anni '50, ma è dagli anni '60 che creano il mito. A Corman viene in mente di cambiare un po' l'organizzazione classica dell'azienda. Niente più horror in bianco e nero spacciati a due a due e fatti con cinque lire.
Di lire ne chiede dieci, si parla pur sempre di progetti low cost, vuole poter usare i colori e chiede un po' più di tempo, perché lui vuole fare un film tratto da La caduta della casa degli Usher e vuole farlo per benino.
Nel 1960, allora, esce House of Usher, in italiano I vivi e i morti. La storia è quella drammatica dei fratelli Madeline e Roderick Usher, e della maledizione che colpisce la loro famiglia.
Non inizia così solo un felice ciclo di omaggio ad uno dei Grandi, ma anche una collaborazione che ha ormai del mitologico: quella tra Corman, Vincent Price e Richard Matheson.
I vivi e i morti, infatti, non è scritto da uno qualunque. Richard Matheson si è occupato di diverse delle sceneggiature di quello che poi diventerà il Ciclo Poe, e non è un'informazione superficiale data tanto per riempire la colonnina tecnica della pagina Wikipedia. Matheson ha scritto più parole di quante siano immaginabili. Ha sceneggiato film per il cinema e la tv (Duel è roba sua), scritto episodi di serie tv e romanzi che hanno fatto la storia. Banalmente, uno su tutti: Io sono leggenda. Non è solo uno che l'orrore l'ha masticato per tutta la sua vita. Gli spuntava letteralmente sulle dita, e nessun altro forse avrebbe potuto fare con i film di Corman quello che ha fatto lui.

aveva la faccia di chi al bar ordina l'orzo e invece aveva l'orrore nel sangue
I racconti di Edgar Allan Poe sono corti, spesso cortissimi. Hanno di frequente un'unica ambientazione, pochissimi personaggi e uno svolgimento veloce. Si leggono come ciliegie per questo, uno dopo l'altro fino a che non si schiatta di angoscia.  
Serviva quindi qualcuno in grado di assorbire tutto ciò che Poe aveva da raccontare nelle sue storie e di allargarlo, adattarlo, trasformarlo un po', in modo che racconti brevissimi potessero diventare un film intero.
In realtà poi questo primo lavoro è il più fedele, vuoi per linearità del racconto e per semplicità dell'adattamento, la storia tra i due maghi del terrore si apre con un film che è tra i miei preferiti del ciclo: un gotico perfetto, in cui l'ambientazione isolata e cupa, la follia e l'amore disperato si mescolano e portano alla luce per la prima volta alcune delle ossessioni di Poe e, di conseguenza, di Corman: la perdita della donna amata, la follia, la sepoltura da vivi. 
E lo fanno con il mio Vincent Price preferito di sempre, un Roderick Usher rosso come il sangue e biondo come un cherubino, matto come un cavallo ma con un fascino di quelli che non ti scordi più.

Ancora più interessante è la faccenda Il pozzo e il pendolo, dell'anno dopo, secondo me. Il racconto di Poe è magnifico e claustrofobico, ma, come dicevo, brevissimo. Le poche paginette sono state allora trattate come il terzo atto di una storia ben più approfondita, che Matheson ha scritto talmente bene che avrebbe potuto spacciarla per un racconto inedito di Poe e gli avrei creduto senza problema alcuno. Ai temi già noti della sepoltura prematura e della perdita dell'amata (ormai a Price il ruolo dell'innamorato straziato sarà uscito naturalissimo, lo avrà fatto anche al supermercato per avere qualche sconto immagino), si uniscono quello, solo accennato, dell'Inquisizione, quello dell'adulterio e quello dell'omicidio. Si scava a fondo nel marcio della mente umana e si tira fuori il peggio.

Da lì in avanti, fino al '65, i film in totale saranno 7, considerati 8 per la faccenda The Haunted Palace, ispirato ad un racconto di Lovecraft ma chiamato come una poesia di Poe perché ormai era sinonimo di successo.
La vera caratteristica del ciclo è che pur mantenendo le ovvie caratteristiche comuni, nessuno dei film annoia o somiglia troppo al precedente.
E prima la trasposizione fedele, poi l'adattamento molto distante, poi il film senza Price (Sepolto vivo, che secondo me l'assenza nemmeno la soffre troppo, a me piace moltissimo), poi l'antologico (I racconti del terrore, dove finalmente troviamo l'adattamento del Poe più famoso, Il gatto nero), e infine i due girati in Inghilterra. Una ventata di freschezza rinnova ogni visione, spezzando il ciclo a metà con quella robina adorabile di I maghi del terrore. 
Sono riusciti a fare una commedia di una delle poesie più cupe mai scritte. E fa ridere. E badate che se lo dico io è vero, ché ho un carattere di merda e non rido mai. Una reunion di grandissimi nomi (Peter Lorre, Boris Karloff e Price, che ve lo dico a fare), che divertono senza mai mancare davvero di rispetto a chi tutto voleva tranne che far ridere.

In fondo io sono certa che il vero segreto di adattamenti, remake, prequel, sequel, rifacimenti di ogni sorta sia solo questo, la passione vera per quello che si sta andando a manomettere. E se andrà male, pazienza, almeno ci sarà un sacco di amore, e quello traspare sempre.
A Corman è andata bene.
Non ha sbagliato un colpo.

martedì 19 giugno 2018

Horrornomicon: The studio that dripped blood

15:03

Se lascio la Redrumia senza orrore per troppo mi vengono le pustole. Siccome, però, mi sono un po' stancata di scrivere recensioni di singoli film, nuova rubrica! Con la solita cadenza casuale ci saranno un po' di racconti sull'orrore e la sua storia.
Senza volontà di insegnare, solo quella di raccontare la storia più divertente del mondo: quella della paura.



Sacri B - movies! Ogni volta che ce la sentiamo caldissima, piena di grandi film d'autore, loro ci ricordano, con le loro manacce insanguinate e i loro cervelli in formalina, che senza la loro presenza forse saremmo ancora qui, ma molto, molto, meno divertiti.
Il dizionario di Repubblica li definisce così:


Mi sembra un pochino riduttivo, ma facciamocelo bastare, per ora. Dovremmo stare qui a parlare di cosa sia o meno il valore artistico, e non abbiamo tempo. Prima il sangue.
Sapete, infatti, chi ha fatto dei film di serie b non solo il proprio simbolo ma anche il proprio motivo di orgoglio?
La Hammer Film Production.
La mitologica, grandiosa, insanguinata Hammer.
Vorrei il logo su una borsa di tela.

Prima un po' di storia

Anno del Signore 1934.
Nasce Paperino, a Venezia si incontrano per la prima volta Mussolini e Hitler, Pirandello vince il suo Nobel per la Letteratura, viene aperto il carcere di Alcatraz ma soprattutto, il cinque novembre, un signore di nome William Hinds, professione gioielliere, va a depositare un marchio. Non sono certa si dica proprio così, ma insomma, Hinds è andato a dire in modo ufficiale che aveva fondato la Hammer Production Ltd. 
Si potrebbe pensare che fondare una casa di produzione cinematografica alle soglie di una delle guerre peggiori che la storia ricordi sia un minimo azzardato, o quantomeno dotato di una tempistica originale, e si avrebbe ragione. Nonostante si sia messa al lavoro immediatamente, infatti, la prima Hammer è fallita dopo due anni.
Hinds, però, che oltre ad essere un gioielliere lavorava a teatro con il nome d'arte di Will Hammer, non era però così sprovveduto come l'infelice scelta precedente potrebbe far credere. Qualche anno prima, insieme al socio Enrique Carreras, forma la Exclusive Films, una compagnia di distribuzione che sopravvive alla guerra. Exclusive, e le nuove generazioni Hinds e Carreras, danno ad Hammer una seconda possibilità, resuscitandola dai morti.
Quando si ritorna dalla terra dei defunti, però, si portano con sè frattaglie, sangue e corpi decomposti.
Non è un caso, allora, se tra le decine di film della casa inglese, quelli che continuiamo ad amare sono gli horror.
Ce l'avevano scritto nella storia.


E alla fine arriva Quatermass...

Che il fantastico fosse la strada di Hammer lo si è capito con il primo grande successo commerciale, un film che già dal titolo chiariva tutte le sue (cattive) intenzioni: The Quatermass Xperiment. 
No, non Experiment. Xperiment, con la X bella grande e in vista, perché fosse chiaro a tutti che il rating quello era e non si scherzava un cazzo.
The Quatermass Experiment è il film che segna la svolta: la Hammer deve fare orrore e deve farne tanto. Inizia così, con un razzo che arriva sulla Terra (scena in di men ti ca bi le) riportando vivo solo uno dei tre uomini che lo avevano portato tra le stelle. Può questo essere un buon segno?
No. E infatti.
Per quanto mi riguarda il film ha un inizio e una fine strepitosi, e una parte centrale che annoia un po'. Ma ha gli alienoni gommosi che si impossessano delle chiese, ha scienziati che mettono la conoscenza prima di ogni cosa (quella frase finale.....!) e corpi che conducono esseri extraterresti in giro per le nostre città. A questo proposito, si potrebbe tranquillamente guardarlo per l'interpretazione di Richard Wordsworth, eccezionale.
Quatermass non è un folle con manie di grandezza come quel signore di cui parliamo più sotto, ma è un uomo senza scrupoli, in grado di mantenere la calma in ogni occasione, consapevole dei rischi che corre e prontissimo a correrli.


Attraverso un seguito decisamente trascurabile (Quatermass II, I vampiri dallo spazio) si arriva al vero cult fantascientifico di casa Hammer: Quatermass and the pit. In italiano, L'astronave degli esseri perduti. 
Se Quatermass fosse nato oggi saremmo pieni di Funko Pop con le sue fattezze.
In questa terza avventura vengono ritrovati resti umanoidi e un grosso elemento metallico all'interno di una stazione della metropolitana di Londra. Arriva sul posto Quatermass che in più o meno cinque minuti rivela a tutti che si tratta di un'astronave aliena. Avrebbero potuto prenderlo sul serio in quanto gigante esperto mondiale di ciò che mondiale non è, invece no. Militari arroganti e politici raccomandati cercano di minimizzare la faccenda con giustificazioni ridicole. Si arriva a negare il cambiamento climatico, come se fosse stato girato ieri. Incredibile, oh.
Io continuo a non essere una fan della fantascienza, ma Quatermass and the Pit ha superstizioni locali, cittadini spaventati, fantasmi, allucinazioni e anche un accenno a supposte possessioni demoniache. Eppure, in mezzo a questo caos, non ci si confonde mai. Non è mai sovraccarico, mai pesante: è un film di alieni e persone che vogliono sconfiggere gli alieni
E delle persone che vogliono sconfiggere gli alieni ha fatto la Storia.

...che porta con sé un casino di mostri.

Se Quatermass ha suonato alla porta e lasciato l'orrore sull'uscio, pronto ad essere accolto e cresciuto con amorevoli mani, è stato il più folle e sconsiderato dei dottori a farlo esplodere come la bomba che è. L'horror ha fatto il suo ingresso in casa Hammer buttando giù la porta con un calcio, trionfalmente, con le mani pomposamente sui fianchi e strillando che adesso comandava lui. 
La maschera di Frankenstein, del 1957, è il primo dei remake di casa Hammer.
Ed è un film incredibile.
Tanto per mettere fine alla polemica anti-remake ad ogni costo, è giusto ricordare che la Hammer sui remake non ci ha solo campato, ci ha costruito un impero. Prima dai programmi radio, poi dalla tv, infine dalla Universal, i nostri amati lord inglesi prendevano idee qua e là e le portavano sullo schermo con poche sterline e un sacco di voglia di fare.
La storia dello scienziato più famoso del globo è stata presa dalla Hammer e trasformata in uno dei film più importanti della storia british.
Certo, non si partiva in condizioni strepitose: Universal, creatrice del primo film tratto dal romanzo della Shelley, aveva gli occhi puntati sugli inglesi. Una, e una sola, cosa uguale al loro film che non fosse presente nel libro e macumbe, querele, e una scatola piena di glitter fastidiosissimi sarebbero stati lanciati dall'altra parte dell'oceano.
Che non venisse loro in mente, poi, di copiare il trucco della creatura (quella con le viti al collo e il testone piatto che fate ancora ai vostri bambini ad Halloween, per intenderci) che a Karloff sarebbero venute le pustole.
La Hammer allora fa la brava, fa i compitini per bene, e non copia nulla. In compenso, ci va giù pesantissima. Il film lo gira a colori (e che colori! Pare un fumetto), pieno di sangue, organi, volti sfigurati e omicidi. Non facciamoci fregare dai nostri occhi abituati alle peggio cose contemporanee, per l'epoca era roba grossa. Tanto grossa che la critica lo ha demolito senza alcuna vergogna e la gente ha fatto il migliore degli atti rivoluzionari contro i criticoni: lo ha visto in massa.
Un successo così strepitoso non poteva che portare ad altri mostri.
L'anno dopo è la volta di Dracula, sempre per mano del regista Terence Fisher, uno dei nomi di punta della casa.
I due film sono l'inizio di una delle prime bromance cinematografiche: Cristopher Gigantesco Lee e Peter Elegantissimo Cushing. I loro nomi sono stati sinonimo di guadagno certo per la casa inglese.

i due volti simbolo del cinema dell'orrore ritratti in una delle loro interpretazioni più terrificanti

il mio povero cuore 💔
Per la prima volta l'altezza notevole di Lee non fu un ostacolo alla sua carriera ma, finalmente, un valore: la sua creatura è esorbitante e impressionante, con un make up che non è rimasto di culto come quello del suo predecessore Boris Karloff ma che di sicuro si faceva notare. La mano che toglie le bende dalla faccia e la scopre in tutto il suo orrore è di grande impatto anche oggi. E Lee era un gran bell'uomo, quindi per renderlo un mostro gli hanno cacciato tanta di quella roba in faccia da rendergli difficile mangiare e bere.
Ma dicevamo, Dracula. 
Questa volta quello che faceva comodo di Christopher Lee era proprio che fosse figo.
Il suo Conte doveva essere (e ci è riuscito benissimo) attraente, sensuale e minaccioso.
Questo, almeno, è quello che vediamo nel film. Dietro le quinte forse un po' meno. Le lenti che portava lo accecavano quasi completamente quindi spesso camminava completamente a caso, finendo fuori scena, superando la camera...un bambinone sperduto.
Bambinone sperduto, però, che ha contribuito a cambiare il modo in cui i vampiri verranno visti nel mondo da quel momento in poi.
La sua prima comparsa in scena, in cima alle scale del suo castello, è impressa nelle mie pupille dalla prima volta che l'ho vista, e mai come in questo momento le mie pupille rappresentano la storia del cinema dell'orrore tutto.
Date nuove forze a mostri storici, non ci si poteva fermare qui. Dopo scienziati e vampiri arriva il momento di mummie, licantropi...
(Raccomando La mummia soprattutto per i titoli di testa, mi son piaciuti come ad una bimba che ha appena visto il Museo Egizio di Torino per la prima volta!)
Dopo mille sequels dalla qualità variabile (dei quali però se non guardate La vendetta di Frankenstein non possiamo essere amici), si sentiva il bisogno di una rivoluzione. Un pochino, però, non troppo.
E allora, perché non portare Dracula negli anni '70, per esempio? (Dracula AD 1972) 
E se invece i vampiri si mescolassero con le arti marziali? (La leggenda dei 7 vampiri d'oro)
Non c'era niente che non fossero disposti a provare.
Come si fa a non volergli bene?

Non solo gotici


Avremmo potuto passare tutta la vita a guardare film con pipistrelli, ragnatele e castelli?
Vorrei dire di sì, ma le prime difficoltà di Hammer provano il contrario.
Dalla seconda metà degli anni '60, allora, anche loro hanno provato a mettersi in gioco con qualche novità, nella speranza di stare al passo coi tempi.
Ce la faranno?
No, ma chi siamo noi per negargli il merito di averci provato tantissimo?
Per esempio, nel 1973 è uscito un filmettino, negli Stati Uniti. Si chiamava L'Esorcista e ha portato in sala un paio di persone in più del previsto. Poi è arrivato un altro, The Omen. Sempre di diavoli si parlava e sempre soldi si facevano. Allora la Hammer ha colto la palla al balzo e bam! Tre anni dopo esce Una figlia per il diavolo.
Ve lo ricordate vero che vi dicevo che gli inglesi non hanno paura di niente?
Ecco, allora perché non mettere in scena sacerdoti che fanno sesso creativo, suorine adolescenti e sacrifici umani? Il risultato non sarà un film eccezionale, ma ci hanno provato fino alla fine (è il loro penultimo film) e non si può che dargliene atto.
Il mio preferito tra i 'diversi', però, è The Nanny. nel quale una al solito gigante Bette Davis è la governante di una famiglia rovinata dalla tragica perdita della figlia minore. Il figlio più grande la teme come il demonio, ma l'unico demonio di casa pare essere lui. Non è che la Davis sia l'unica cosa bella del film, è proprio che lei è immensa infinita eterna e quindi il film si guarda principalmente per questo.

Un momento di apprezzamento per Peter Cushing


Oggi quello più famoso è senza dubbio Sir Christopher Lee. Non che ci sia qualcosa di sbagliato nella sua fama, è stato un mostro in senso letterale e metaforico, e ha fatto tutte quelle mille cose cool come gli album metal e Il signore degli anelli.
Non posso negare, però, la mia preferenza per Cushing.
Praticamente, per descrivervelo, Cushing era la persona più inglese in tutta la Gran Bretagna dopo la regina Elisabetta, e il secondo posto era dovuto perché poi magari lei lo avrebbe esiliato o cose del genere, se l'avesse detronizzata. Un uomo sottile come un giunco, di un'eleganza semplice ma impeccabile anche quando ha fatto lo scienziato matto nei laboratori, raffinatamente stempiatello, con i lineamenti affilati e degli occhi azzurri incantevoli.
Cushing è stato tutto quello che poteva essere nel modo migliore in cui poteva esserlo.
Un mitologico Van Helsing, un crudele Frankenstein, uno degli Sherlock Holmes più belli e anche il Dottore, in un paio di film.
Chiunque, in articoli, post, documentari, ne parli si riferisce a lui come ad un uomo quieto, gentile e dal cuore grande. 
E con un viso così, non poteva essere altrimenti.

I motivi del successo

Hammer ha avuto un inizio sfortunello e una guerrona di mezzo.
Ha saputo, però, guardarsi intorno con lo sguardo intelligente di chi sa cogliere la realtà e, dopo più di vent'anni dai successi Universal, ha riportato l'orrore in sala.
La gente non aspettava altro. 
Non solo, era pronta a spingersi dove non si era mai spinta prima.
Il sangue era rosso fragola, falso come il mio gatto quando finge di non avere ancora mangiato, ma frattaglie così esposte non si erano ancora viste. Corpi maciullati da uccisioni violente o da possessioni aliene, cadaveri fatti a pezzi, organi in bella vista in vasi di vetro. Quando il sangue non bastava più entrava in azione il sesso, grande motore del mondo: uomini pieni di fascino e donne magnifiche spesso poco vestite, quando possibile vampire e, se si voleva giocare la carta +4 di Uno, poco vestite, vampire E lesbiche. Che si lasciasse pure inorridire la borghesia inglese: i ragazzini erano in visibilio. 
Martin Scorsese, nel documentario The studio that dripped blood, ricorda con una passione percepibile fin dallo sguardo i giorni in cui accoglieva con l'entusiasmo tipico della fase preadolescenziale un nuovo film Hammer. Non fatico per niente ad immaginare ragazzini di una nazione intera cercare di entrare al cinema di nascosto, trovare i film in televisione la tarda notte e fingersi fortissimi davanti agli amici e poi tremare sotto le coperte. Il senso di presentimento, di orrore incombente, erano una meraviglia. La pioggia, la nebbia
Un preadolescente oggi probabilmente di fronte ad un film Hammer riderebbe. Mostriamoglielo con gli occhi di chi la Hammer l'ha vista vivere e non potrà che soccombere al fascino di una manciata di persone affiatatissime, con più cuore che denaro, almeno all'inizio. 
Hanno avuto il coraggio di lanciarsi anche fuori dalla comfort zone del gotico e di provare a modificarlo quando ormai sembrava non funzionare più. Il tutto riciclando cast, crew e set più e più volte per risparmiare e, secondo me, divertendosi un casino e volendosi un gran bene.
Forse il segreto del successo sta tutto lì.

Gli imperdibili
The Quatermass Xperiment
La maschera di Frankenstein
Dracula il vampiro
La vendetta di Frankenstein
Le spose di Dracula
Nanny, la governante

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