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lunedì 8 gennaio 2018

E così l'horror è morto

13:26
Questi primi giorni dell'anno hanno fatto schifo, io ve lo dico già. Ci sono state brutte notizie e postumi di brutti eventi che mi sono trascinata e che mi hanno fatto vorticare i cosiddetti come girandole impazzite.
Ho pensato quindi di iniziare l'anno almeno nella Redrumia con un post pieno di speranze per il futuro e pernacchie sbavanti ai nostri nemici cinici.
Quindi sì, il titolo è ironico.


L'horror non solo sta benissimo, ma fa i soldoni alla faccia vostra, dove con voi intendo le mammolette frustranti che incrociano le braccia, scuotono la testa e dicono che no, signora mia, gli horror come una volta mica si fanno più.

Partiamo con il re indiscusso dell'anno: IT.
Spernacchiato, boicottato, insultato ancora mentre il buon Muschietti stava chinato a firmare il contratto. Lui si è messo i paraocchi da cavallo, ha fatto un film bellissimo e ha deciso di fare anche il colpaccio: It è diventato uno degli horror con l'incasso più alto di SEMPRE. Fa quasi ridere, oggi, ripensare ad ogni battuta, ad ogni lamentela, ad ogni rottura di maroni. Il film è costato 35 milioncini di paperdollari (che sono tantissimi) e se ne è presi in tutto il mondo quasi venti volte tanto.
Ora, io sono certa che i più competenti di me potranno stare qua ore a fare statistiche e calcoli con l'inflazione e i successi degli anni passati, ma io sono una tipa elementare: se spendo 1€ per fare una cosa e ne guadagno 20, sono stata bravissima. (Per i dettagli, comunque, io uso sempre Box Office Mojo, il link sta qua.)
Quindi, chi è stato bravissimo?
Muschietti, e tutti quelli che con lui si sono portati a casa un risultato incredibile.
Chi non è stato bravissimo, invece?
Voi, che avete frantumato l'anima e adesso meritereste di assistere ad ogni doccia in cui Andy Muschietti si lava le ascelle con le banconote da 500.

Prima di lui, però, un altro signore era stato proprio proprio bravo. Jordan Peele ha esordito alla regia con un film interessantissimo come Get Out. Il suo modo innovativo ed originalissimo di parlare di razzismo non si avvicina nemmeno lontanamente agli incassi di It, ma questo non significa nulla. Costato nemmeno 5 milioni di dollari, ne ha portati a casa venticinque. Un risultato ottimo per un film che se lo merita tantissimo, che avrebbe potuto portare in sala anche persone molto lontane dall'orrore e farle uscire soddisfattissime dalla sala.
Gli sono piovuti addosso nominations e premi di varia natura, come se i soldoni non bastassero. Perché lo so, vi vedo già carichi a scrivere che gli incassi non sono sinonimo di qualità.
Lo so bene, bestiacce. Siete gli stessi che non sono andati a vedere Blade Runner 2049?
Sicuramente soldi è diverso da qualità. Ma se il 2017 è stato evidentemente un anno preziosissimo per l'orrore principalmente per la bellezza di certe uscite, è importante anche notare che è stato l'anno in cui la gente l'horror l'ha visto, e l'ha visto al cinema. Ci serve che si vada in tanti al cinema a vederlo, altrimenti non ci distribuiscono più niente e noi dobbiamo darci all'illegalità.
È quello che vogliamo?

Passiamo poi a tempi più recenti.
Al Lucca Comics la città era tappezzata delle locandine per Happy Death Day
Midnight Factory deve essere scesa da cielo per il bene di noi italiani. Non sto dicendo che amo alla follia ogni prodotto distribuito in sala da loro, ma che la selezione delle uscite in home video è notevolissima e che il modo massivo in cui pubblicizzano è tale da volerli abbracciare tutti. Auguri per la tua morte, per esempio, me lo ritrovavo anche sulla carta igienica, ma ne è valsa la pena. Il film è stato internazionalmente un successo, con un budget di manco cinque milioni e 55 intascati. Un horror di quelli teen classici, ma carinissimo, che si è meritato ogni centesimo portato a casa e forse anche qualcuno di più.

Per motivi a me assolutamente sconosciuti la gente va ancora al cinema a vedere Saw. Nel 2017 è uscito il trentacinquesimo capitolo (in Redrumiano vuol dire l'ottavo) e si è portato a casa la sua dignitosa centinaia di milioni di euro. A me fa un po' ridere, ma siccome non voglio smentire quanto detto sopra, gioisco del suo successo e confido quei soldi vengano investiti bene e non, per esempio, in Saw 36.
Prima o poi, però, la maratona la faccio e indago. Indago sul motivo del suo successo. Divento un indagatore dell'incubo, laddove l'incubo è chiaramente il successo e non la saga.

Annabelle: Creation è stato costosino. 15 milioni investiti in un film che diviso un po' le opinioni. A me, ve lo dico sinceramente, ha fatto un paurone del dodici. Al box office se l'è cavata niente affatto male, più di 300 milioni in tutto il mondo. Immagino miriadi di ragazzini in sala a ridere come dannati, a lasciare in giro le scatole dei popcorn e a stare al cellulare illuminando a giorno la sala e poi dormire con la luce accesa.
Vi conosco, siate maledetti voi e la vostra prole.

Al di là degli incassi, però, il 2017 è stato una ventata d'aria fresca. Di fianco alle immancabili aggiunte a saghe millenarie (Rings, Leatherface, Cult of Chucky, Amityville il risveglio, Jeepers Creepers 3...) ci sono state certe chicche che, incasso o meno, sono state un sollievo per i miei vecchi occhi secchi.
Il progetto XX mi era piaciuto molto, un horror antologico tutto al femminile che ci ricorda che i filmacci li facciamo anche noi ragazzine e che li facciamo anche bene.
Di Gerald's Game è stato detto già tutto: un romanzo che sembrava impossibile si è trasformato in un film micidiale. Bello bello e ancora bello. E d'altronde, con Flanagan al timone non mi aspettavo niente di meno.
Sono solo due esempi, questi, perché come vi dicevo nel post dei preferiti ho visto davvero poca, poca roba dell'orrore quest'anno. Proprio l'anno più figo del decennio.
Ma recupero, eccome se recupero.

giovedì 7 dicembre 2017

Survivor's club

18:31
Le aspettative sono la solita brutta bestia che ammazza gli entusiasmi.
Avevo sentito parlare di questo fumetto qualche tempo fa, e l'ho bramato ardentemente. Sempre non disponibile su Amazon, sui siti torrenziali non lo trovavo. Spunta per caso in un sito dalla legalità sospetta. Circumnavigo la mia etica per fiondarmi nella lettura.
Avevo su questo Survivor's club, fumetto del 2015 di casa Vertigo, aspettative stellari.
Risultato? Non mi è piaciuto per niente.
Sono di una tristezza incalcolabile.


No, diciamolo meglio: mi girano proprio le palle.
Il motivo è presto detto. L'idea alla base di Survivor's club è splendida. I ragazzini sopravvissuti agli orrori dei classici anni '80 si sono ritrovati. Non si parla di film esistenti, ovviamente, ma i riferimenti sono ben chiari: c'è la bambola che ammazza, il fantasma orientale, il videogioco della morte...solo non si vedono i due leocorni.
Nell'87 ognuno dei protagonisti di questo breve fumetto sono sopravvissuti ad eventi tremendi e sovrannaturali. Oggi, per mano di una di loro, si ritrovano per sconfiggere definitivamente quello che non era riuscito ad ammazzarli anni prima.
Suona familiare?
Chiaro, ma siccome qua non me ne frega più niente dell'originalità la cosa non mi infastidiva affatto. Speravo in un viaggio nostalgico e cruento, e sarei stata la persona più felice sulla faccia della Terra.
Sul cruento ci siamo. Non ci si può lamentare, tutto il sangue è al suo posto e potremmo anche essere contenti così.

Però però però.
Narrativamente il povero club dei sopravvissuti è un macello incredibile. Le storie del passato sono solo accennate quando ci sarebbe stato spazio sufficiente per mostrarle, e non solo raccontarle indirettamente. La storia del presente è caotica e non solo per i disegni articolati e confusi. Mi sono quasi affaticata a leggere, tornavo indietro per vedere se mi fossi persa qualcosa o se avessi frainteso dei particolari, confondevo i personaggi, e come se il tutto non fosse già penoso per un fumetto così breve, mi sono anche annoiata.
E allora mi girano le palle, perché se hai una buona idea ma non sai svilupparla bisogna che ti fai aiutare, mica che illudi me con una premessa interessantissima e uno svolgimento mediocrissimo.
Mica si fa così.
Una ci resta male.

lunedì 24 luglio 2017

The Craft

12:27
La cosa più importante di Netflix è guardare le cose al primo desiderio, altrimenti il balordo le toglie dal catalogo e tu resti a bocca asciutta. Seguendo questa fondamentale regola per vivere bene, mi sono vista Giovani streghe, prima che fosse troppo tardi.



Le giovani streghe del titolo italiano (che sembra studiato apposta per non farsi prendere sul serio) sono tre amiche che frequentano una scuola cattolica di Los Angeles. Quando Sarah si trasferisce nella scuola le tre amiche capiscono subito che lei è la persona adatta a diventare il quarto membro necessario a chiudere il cerchio. Bonnie, Nancy e Roshelle, infatti, sono appassionate di stregoneria, e il quarto membro è necessario per acquisire a tutti gli effetti dei poteri.

Sense8, stagione due. Al matrimonio della sorella, Nomi tiene un discorso in cui blasta furiosamente la madre, e se ne esce con un notevole 'Be careful what you wish for, mum.', che secondo me è il riassunto perfetto di The Craft. Le ragazze sono, appunto, solo ragazze, con desideri comunissimi e che cercano il mezzo più semplice per realizzarli.
Ognuna di loro ha un problema, che chiede a Manon, la divinità di riferimento, di risolvere. Amori non corrisposti, problemi fisici, acerrime nemiche da punire. Non voglio sminuire i problemi che sembrano così assurdi quando si hanno sedici anni. A quell'età e in quel contesto (le solite scuole americane), un compagno che non ricambia è la fine del mondo. Un lieve difetto fisico diventa invadente, come se non ci fosse altro. Ci sta allora che le richieste principali delle ragazze siano di natura leggera.Però c'è anche, come nel caso di Nancy, una vita disastrata da ricostruire. Non è un caso allora che sia proprio Nancy quella più legata a Manon e alla possibilità che quest ultimo ha da offrirle, perchè se per le altre si tratta di problemi più legati all'adolescenza, quelli di Nancy sono problemi di una vita intera. Fallire significa perdere ogni speranza in un futuro sereno, e lei non può permetterselo. Il cerchio è la sua unica chance.
Vedere quindi l'ultima arrivata, Sarah, noiosa e conformista, essere dotata di potere reali, e sprecarli per avere le attenzioni di un microcefalo, non deve essere stato facile. Eppure, quando come previsto il microcefalo ha mostrato a Sarah la sua microcefalia, Nancy è stata l'unica a prendere il due e andare a rivoltargli la faccia. Perché di solito è così, è proprio chi soffre di più a voler risparmiare ad altri la sofferenza. E Nancy, oltre che per gli scopi personali, è la prima a credere nell'importanza dell'unione con le amiche, stregoneria o meno.

Non è che Roshelle e Bonnie fossero inutili, è che è parso evidente dal primo momento come il centro del film fosse la 'diatriba' tra la buona e potente Sarah e la carismatica e problematica Nancy. Non crederò mai, MAI, che un solo spettatore abbia potuto mai tifare per Sarah.

lunedì 17 luglio 2017

XX

13:42
Le emozioni più genuine sono quelle scaturite da piccoli dettagli colti in giro per l'esistenza. È lunedì, il giorno del post dell'orrore, e avevo deciso di guardare quell'XX che stava nella mia lista Netflix da un po'.
Lo accendo, parte il primo corto (che è poi il mio preferito), la famiglia accende la tv, il film che guardano è La notte dei morti viventi. Per cinque secondi mi sono sentita presa in giro. Ma come, karma? Proprio oggi? Proprio oggi che piangiamo George Romero?
Poi ho pensato che invece è proprio così che voglio vederlo ricordato. Omaggiato, citato, mostrato negli horror di oggi che a lui devono così tanto. Diamo spazio ai giovani (e alle giovani), ma continuiamo con i nostri altari dedicati a chi ci ha reso quello che siamo.



XX è un progetto antologico composto da 4 cortometraggi horror girati da altrettante registe donne. Donne sono anche le protagoniste, ritratte sempre in mezzo agli affetti più cari. Ci sono famiglie, amici, figli, vicini di casa. Eppure, alla fine, le protagoniste si trovano sempre sole a gestire le tragedie che accadono loro.

The Box

Nel primo corto, che come vi dicevo è il mio preferito, una madre è in metro con i due figli. Il più piccolo si mette a fare due chiacchiere con l'uomo seduto accanto, che porta una grossa scatola rossa. Il bambino chiede di vederne il contenuto e, una volta accontentato, qualcosa accade. Il bambino smette di mangiare, rifiuta il cibo con calma fermezza. Nessuno sa cosa abbia visto, fino a che il bambino non ne parla con la sorella.
A me queste cose senza risposta, che non hanno bisogno di coccolare lo spettatore, a volte innervosiscono a volte piacciono. In questo caso mi è piaciuto perché, diciamocelo: nessuna risposta avrebbe saziato. King in Danse macabre parla molto bene di quanto sia giusto mostrare per non deludere le aspettative (dato che la nostra mente va sempre al peggio possibile) e secondo me Jovanka Vuckovic ci riesce benissimo.
C'è anche da dire che come io leggo il nome di Jack Ketchum mi chiudo a riccio e parto con paura preventiva, ma tant'è.

The Birthday Party

Altro episodio bellissimo. È il compleanno di Lucy e la sua mamma Mary ha organizzato per lei una festa incredibile. Niente può rovinare la festa della bambina, nemmeno l'improvvisa morte del padre.
Anche stavolta, una donna si trova a dover gestire un grosso problema familiare. Mary ha l'aggravante del dover salvare la facciata. La sua ansia materna è quasi tenera se non fosse folle e sconsiderata. L'episodio, girato da quella che credo essere la morosa di Kristen Stewart, è brillante e grottesco, mi ha colpita molto.

Don't fall

Potevano mancare gli amici in vacanza? No, infatti.
Ecco quindi quattro ragazzi in esplorazione di una zona montuosa, con tanto di panorama mozzafiato e pitture rupestri. Chiaramente non finisce bene, ma nemmeno il corto, visto che a me è sembrato insipido e facilmente dimenticabile.

Her Only Living Son

Ah, questo stupendo. Cora e il figlio diciottenne Andy hanno un rapporto travagliato. Andy la preoccupa molto, e non accetta aiuto.
Il corto della regista di Jennifer's body e del ben migliore The Invitation è dolce e intenso, con un finale straziante.

Riconosco di non essere oggettiva a causa del mio amore per gli antologici, ma insomma, questo è bellino. Se dovete scegliere un modo indiretto per salutare George, eccovelo.

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