martedì 7 aprile 2020

The Hitchbook, Il sospetto

10:21
Vediamo di dare una rispolveratina anche a questa rubrica, che è stata messa da parte per lasciar spazio a quella macchina succhia tempo che è l'Horrornomicon.
Torniamo a Hitchcock con un film ingiustamente quasi dimenticato: Il sospetto, del 1941.
Mica è colpa sua, povero, ma Hitch con il tempo ha creato cose che gli sono oggettivamente superiori e che si sono prese tutta la fama. Questo, però, che potete vedere sul sempre troppo bistrattato RaiPlay, ci regala grandi soddisfazioni.


Cary Grant e Joan Fontaine sono Johnnie e Lina. Si incontrano su un treno e si conoscono poi tramite amici in comune, e si innamorano presto. Dopo il matrimonio, però, Lina conosce meglio il marito e inizia a credere che lui voglia ucciderla.

Dunque, siamo nel '41, Hitch è negli Stati Uniti da poco, e questo primo decennio USA è infarcito di cose bellissime delle quali pian piano parleremo. Perché non ho fatto questa rubrica in ordine cronologico, mi chiedete? Grazie della domanda, la risposta è che non lo so e quindi adesso chissà questi altri film degli anni '40 quando arriveranno.
Ma dicevamo, Il sospetto.

Film tipicamente inglese, con toni e ambientazione inglese, che per la prima volta Hitch dirige e produce. Questo non lo ha reso indenne dalle pressioni di Hollywood, però, e ne parliamo quando arriviamo al finale.

Quella tra Johnnie e Lina è una storia d'amore anomala che nasce in modo curioso: se la donna non avesse ricevuto grosse pressioni (anche se indirettamente) dalla sua famiglia probabilmente sullo schermo il The end sarebbe arrivato dopo 20 minuti. E invece no, siccome una donna zitella in casa stava tanto male, ecco che lei si attacca alla figura di Johnnie. Certo, magari se non avesse avuto la faccia di Cary Grant non sarebbe finita così, ma insomma. Quindi, i due iniziano a frequentarsi e finiscono per sposarsi. Le differenze tra i due ci sono chiare fin dal primo istante: lui è un furbetto nullatenente insostenibilmente arrogante, lei è di ricche origini, composta, intelligente. Questo loro essere così diversi, pur essendoci chiaro da subito, esplode dopo il matrimonio, quando pian piano anche il tono del film cambia: da allegra commedia romantica i toni diventano da thriller, e il sospetto non è più solo di Lina.
Proprio lei, che a inizio film ci viene presentata come una donna di cultura e brillante intelligenza (sul treno sta leggendo un libro di psicologia infantile), si lascia andare all'irrazionale. Non ha mai prove importanti di quello che dice, ma collega eventi e parole che vuole vedere collegati perché ormai la sua testa è in quella direzione. Se dovessi avere un euro solo per ogni volta che anche io ho fatto così oggi potrei lasciare il lavoro e fare la vita da ricca ereditiera che ho sempre desiderato.
Lina lascia che la sua mente costruisca immagini che non ci sono, e quello che fa Cary Grant è ancora più affascinante: non cambia la sua recitazione di una virgola. Quello che rende il film più intrigante, secondo me, è proprio questo: perfino nella famosa scena del bicchiere di latte non cambia di troppo l'espressione. Ed è magnifico, perché è la prova che, quando alla fine lui si rivela del tutto innocente, noi la verità ce l'avevamo sempre avuta sotto gli occhi, eravamo solo troppo impegnati a guardare altrove.
Non il finale che Hitch voleva, non quello che ci aspetteremmo da lui, e per un motivo deficiente come solo la vecchia Hollywood poteva fornirci, ma forse va bene così. A me piace come si è scelto di concludere la faccenda, rende il sospetto una cosa ancora più insidiosa, subdola e distruttrice.

Il sospetto decisamente non è tra i miei film preferiti di Alfred Hitchcock, ma è di sicuro la prova che quando si sa fare cinema nella maniera in cui lo sapeva fare lui, anche i film considerati minori sono da studiare prendendoci appunti.

lunedì 30 marzo 2020

Horrornomicon: The Haunting of Mike Flanagan

18:22
Il mondo dell'orrore è talmente immenso che ogni 6 mesi mi fermo e decido gli Horrornomicon per il semestre successivo. Questo mese il mio piano prevedeva che noi si parlasse dei film demoniaci, la mia Paura Numero Due.
Poi, il coronavirus. Non solo una pandemia mondiale che ci costringe tutti a casa, ma una pandemia mondiale che ha toccato, tra tantissime, anche la mia famiglia. Le conseguenze sono due: la prima è che la routine rotta ha fatto sì che non stessi riuscendo a preparare il post originario nel modo in cui avrei voluto e la seconda è che non sono nel momento adatto ad affrontare la mia Paura Numero Due. Sono impegnata a combattere la Numero Uno, perdere chi amo, il demonio può aspettare.
E quindi un post su una cosa bella bella in modo assurdo: i film di Mike Flanagan.
Perché nel 2020 dire che l'horror sta benissimo è quasi un eufemismo. In un'epoca nella quale siamo privilegiati a sufficienza da veder nascere le opere di diversi futuri maestri del genere, il lavoro di Flanagan è quello che da subito mi ha colpito al cuore, e come medicina per l'anima in questo periodo, me lo sono riguardato quasi tutto.


Il nostro Mike, che chiamo per nome perché lo amo come fosse amico mio, il cinema ha iniziato a farlo da studente, ma quello che è successo in quel periodo al momento non ci interessa perché non è orrore. Al genere si avvicina nel 2011 con Absentia, un film nato con il crowdfunding. Parla di due sorelle che si rivedono dopo anni di lontananza. Una delle due ha subito anni prima la tragica sparizione del marito, e sta ultimando la rognosa parte burocratica proprio quando la sorella la va a trovare. Poi il marito ricompare, e sono un pochino cazzi per tutti. Girato con poco e niente ma tanta voglia di fare, il primo horror di MF pone già le basi per quella che sarà tutta la sua poetica: la famiglia, il lutto, il trauma, la fragilità. Sono i suoi temi portanti e già da questo film, che è giovanile e si vede, se ne percepisce l'intensità. Ora, è chiaro che Absentia non possa essere paragonato a tutto quello che è venuto dopo, ma la parabola di Flanagan mostra benissimo come quelli di cui parla sempre siano per lui temi forti e fondamentali, che si porta dietro da sempre. Soffre un po' di una prima parte noiosina e della povertà dei mezzi (ma chi può rimproverarlo per questo?), però è un modo interessante e piacevole di iniziare a conoscere Mike e le sue ossessioni.

Due anni dopo arriva Oculus, che è il film con il quale la sottoscritta, come presumo il mondo intero, ha fatto la conoscenza di quello che sarebbe diventato uno dei suoi grandi amori. Il film sembra uno di quei bei lavori che commercialmente vanno un casino, uno di quegli horror semplici ma efficaci che piacciono agli adolescenti (e a me). E lo è, ma poteva mai essere solo quello? No, infatti. Oculus è il racconto di due fratelli che hanno subito enormi traumi da bambini e che, da adulti, hanno un grosso conto in sospeso da chiudere.
Quindi sì, parla di uno specchio maledetto, e lo fa con tutto ciò che ci aspettiamo da casi del genere: passato misterioso, storie che potrebbero essere casualità o forse no, un po' di violenza ben dosata (ma efficacissima, un gran saluto dalla scena della lampadina), tre attori giovani e belli e una spolveratina di inquietudine. Bastava così, e sarebbe comunque stato un film molto carino. Flanagan ci ha aggiunto un gusto estetico che si stava raffinando, un budget che finalmente si stava avvicinando alla montagna di denaro che gli darei, e una profondità che, pur non raggiungendo i picchi dei suoi capolavori, alza la levetta e trasforma un film carino e poco impegnativo in un bel film che parlando di uno specchio cattivo parla di dolore ed elaborazione del lutto.

Il lavoro successivo del Nostro è la tragedia Somnia.
Dobbiamo davvero parlare tutti quanti di più di Somnia.
Uno dei più bei film del nostro protagonista ha avuto una storia di distribuzione che più infelice di così c'è solo la storia che racconta. La sua casa di distribuzione è fallita prima di riuscire a dargli spazio in sala, ma in tempo per fare un danno: rilasciare materiale promozionale del tutto sbagliato per il film, che quindi è stato preso malissimo. E questo è un torto imperdonabile, perché è uno dei film più commoventi e delicati io abbia mai visto.  Jessie e Mark hanno subito il più atroce dei lutti: il loro bambino è morto in un incidente domestico. Anni dopo decidono di aprirsi all'affido, e portano a casa con loro il piccolo Cody, inconsapevoli del fatto che ogni sogno fatto dal bambino nel sonno diventi realtà.
Parlare di genitori che perdono i loro bambini è difficilissimo, io non saprei manco da che parte iniziare. C'è il rischio di fare un prodotto lacrimevole e sempliciotto. Ma mica Flanagan, nossignori. Lui fa una favola nera dalle immagini indimenticabili (la prima scena con le farfalle mi commuove solo ripensandoci), ma le dà il giusto equilibrio rendendo molto umani, e quindi sbagliati, questi genitori. Jessie e Mark sono dolcissimi e accoglienti con Cody, ma sono rotti dentro, e questa disperazione non solo non viene curata dall'arrivo del nuovo bambino (giustamente, mica è un cerotto), ma li porta a compiere azioni deprecabili. Senza giudicarli, senza che questo li renda cattivi, solo più veri.
E poi Cody è Jacob Tremblay, e a F piacciono tanto i bambini con i faccini adorabili, questo sì che è un po' vincere facile.
Un incanto di film, una poesia in immagini, un manuale sull'amore e sulla perdita, un film bellissimo.
Sia sempre lodato Netflix, che tra tutti i motivi che vedremo sotto, ci ha anche dato la possibilità di vederlo nonostante la sua storia.

Nel frattempo Mike conosce Kate Siegel, se ne innamora, la porta allo Stanley Hotel (donna fortunata) e lì dentro scrivono un film insieme: Hush.
Sta anche lui sul benedetto Netflix, ovviamente.
Ah, se parliamo di film apparentemente semplici questo vince il premio: un home invasion la cui protagonista è sordomuta, arrivederci e grazie.
Voleva fare un film silenzioso e in effetti ci riesce benissimo, sempre perché è intelligente. Il banale escamotage della comunicazione digitale lo sfrutta i primi 5 minuti, tanto per farci capire di chi e cosa stiamo parlando, ma una volta datoci un briciolo di contesto basta, giù i telefoni: botte da orbi.
Ha una cattiveria questo film che mi ha quasi offesa (scherzo Mike tu puoi fare quello che vuoi).
Arriva un uomo, giovane forte e prestante, crudele come solo le cose senza senso, e attacca Maddie senza che noi se ne sappia mai il motivo. Presente il celeberrimo "Perché eravate a casa?". Ecco, lui ci priva anche di quello. Un'ora e mezza tesa da diventarci matti, che non perde un briciolo di efficacia nemmeno alla seconda visione, un uso delle luci magnifico (ma io amo sempre le sue scene al buio), e una protagonista con il più grande spirito di sopravvivenza che si possa chiedere.
Non chiede manco scusa, alla fine di sta mazzata di film.

Insomma, Mike comincia a farsi notare: King lo apprezza, Oculus era andato bene al botteghino...Jason Blum (che aveva prodotto proprio lo specchio maledetto) bussa alla spalla di Mike. La Blumhouse aveva pestato una brutta cacca con Ouija. Lo sapevano tutti, era brutto, nessuno ne era orgoglioso, una brutta storia. Però aveva fatto un sacco di soldi. Ci voleva un secondo film per redimersi. Per fortuna che c'era Mike, che ha tirato fuori un Ouija: Le origini del male che fa la sua discreta figura. Niente a che spartire con quei film così personali che ci regala di solito, ma un horror efficacissimo che fa una paura del signore e che non solo ridà dignità alla BH, ma che non fa sfigurare tutto il resto del suo lavoro. La storia è quella di una medium per finta la cui figlia lo diventa per davvero e non nel senso migliore possibile. Anche qui, però, riesce ad infilare il suo adorato tema del lutto, e il rapporto tra una famiglia che deve restare in piedi nonostante il dolore.
Lui le robe leggere non le sa fare, lasciatelo in pace.

E infatti poi arriva la prima delle collaborazioni con Netflix: il miracolo Gerald's Game.
Presente Le montagne della follia per del Toro? Questo era quello di Flanagan. Girava con il libro appresso nella speranza che qualcuno glielo facesse girare, si è accaparrato i diritti e poi li ha persi e poi li ha ripresi di nuovo. Un libro infilmabile, gli dicevano tutti. Lui ha sorriso, annuito, e lo ha fatto lo stesso, e lo ha fatto benissimo.
Gerald muore di infarto dopo aver, per un gioco sessuale, ammanettato la moglie Jessie a letto.
Jessie deve liberarsi per non morire lì.
E questo è quanto. Cosa King possa fare con queste premesse è cosa nota. Cosa ha saputo farci Mike Flanagan è su Netflix affinchè lo possiate vedere tutti.
Un senso del ritmo perfetto, una recitazione eccellente, una narrazione ben più complessa di come avrebbe potuto essere e la consueta classe del Nostro nel parlare di temi eccezionalmente complicati. Stavolta non "solo" il lutto: il matrimonio, l'abuso, la sopravvivenza. Le più grandi paure di una persona racchiuse in un film breve e fenomenale, dove tutto avviene nella testa della protagonista e riuscendo comunque ad essere appassionante e coinvolgente. Mai un istante di noia, mai un istante di frustrazione: Gerald's Game è la conferma. Credevamo non potesse spingersi più in là di così, ma poi è successa La Cosa Più Grande Del Mondo e non ci sono più stati cazzi per nessuno.

Io di serie tv ne amo tante: Sherlock, Sense8, FRIENDS, Supernatural, Chernobyl...
The Haunting of Hill House ha preso tutto il resto e lo ha messo da parte, diventando il prodotto di finzione al quale sono più legata in assoluto. Non è solo questione di tecnica, quello Flanagan ce lo aveva già dimostrato: è bravissimo, ha uno stile inconfondibile e un talento che è in costante crescita. No, Hill House è molto più della perfetta tecnica con cui è girato (ciao episodio sei, ti pensiamo sempre tutti). Ne ho già parlato tantissimo ovunque e non mi dilungherò, ma se esiste al mondo una sola serie che dovreste guardare per l'amore del cielo fate che sia Hill House, la più grande storia familiare del mondo del piccolo schermo, il più profondo racconto di lutto e sofferenza che possiate vedere, un dono che Flanagan ci ha fatto, forse inconsapevole della grandezza di quello che stava mettendo in piedi. Fa una paura del demonio, e nel frattempo racconta la vita degli uomini con una tale accuratezza, con una delicatezza (ma che lui fosse fine lo avevamo già notato) e con una profondità senza precedenti. Nessuna famiglia è mai stata più realistica dei Crane, e nessuna si ama di più.
Non lo dimenticherete mai più, ed è la sola promessa che posso farvi.

Quando si pensava non si potesse fare di meglio, Flanagan fa una cosa talmente pericolosa che a scriverla non ci si crede. Gira il seguito di Shining. 
Lo so, lo so. Tecnicamente è il film tratto dal romanzo che è il seguito del romanzo, quella Splendida festa di morte che Kubrick ha elevato a mito, che sono due cose diverse. Non per il grande pubblico, però. Quello è il seguito del più grande film dell'orrore della storia del mondo. Una follia senza precedenti. Si poteva pestare un merdone che lo avrebbe affossato per sempre, ha corso il rischio della sua intera carriera. Ma mica è colpa sua se siamo entrati in sala con le mani davanti agli occhi per la paura del fallimento. La colpa è nostra che non ci abbiamo creduto. Un'operazione così rischiosa è la santificazione di Mike Flanagan. La certezza che da là, dove è arrivato, non si cade più.
Doctor Sleep è un film meraviglioso, poetico, dolcissimo, che ama tanto tutto il materiale che c'è stato prima di lui e che lo elogia in un film che non è certamente solo una lettera d'amore. La strada che ci porta a tornare all'Overlook Hotel è già magnifica da sola, e eleva a nostalgica evocazione solo nella seconda metà, quando siamo ormai completamente rapiti. Storia e personaggi magnifici, una messa in scena di classe e una villain strepitosa, Doctor Sleep poteva essere un errore imperdonabile e invece è un film di Mike Flanagan, ed è bellissimo.

Il modo che ha di parlare delle case, delle persone che ci vivono dentro e di quelle che non ci vivono più, parla dritto ai sentimenti. Non ha bisogno di fare caciara, i suoi film sono di una delicatezza rara eppure si fissano nella mente perché prima si fissano nel cuore. Sono sinceri, profondissimi, non hanno paura di mostrare quante diverse sfaccettature abbia l'amore, quanto le persone cambino in virtù di quello che la vita mette loro davanti, quanto gli eventi terribili che ci colpiscono ci rendono quello che siamo, quanto ognuno di noi ha il proprio modo di reagire all'esistenza e soprattutto quanto nessuno di questi modi sia migliore dell'altro. Il suo Danny, i suoi Crane, la sua Jessie e la sua Maddie sono volti cari, e mai, mai una sola volta ha pesato vedere tornare volti familiari, anzi. Il clima intimo che si percepisce guardando cosa porta sullo schermo è un toccasana per il cuore.

Uno dei grandi del nostro tempo, e ogni giorno sono grata di esserci nello stesso momento in cui c'è lui, per poter vedere questa grande cosa che è il suo talento crescere e diventare ogni giorno qualcosa a cui potersi ispirare per essere sempre un po' migliori.

giovedì 19 marzo 2020

I classici del femminismo: Una donna

20:27
Nella mia bio di instagram sono elencate le cose a cui tengo di più: il cinema dell'orrore, i libri, lo yoga e il femminismo.
Non mi ci ero mai messa, qui sul blog, a parlare anche del resto, perché già sto dietro a fatica ai miei post soliti, figuriamoci aggiungerne altri. Di yoga continuo a non parlarne, promesso, perché sono una che lo ama tanto ma che sta ancora imparando tantissimo e non ho nessuna pretesa di avere nulla da insegnare a nessuno. Di femminismo invece bisogna parlare perché ce n'è un graaaan bisogno. E quindi eccoci qua.
Tra i buoni propositi di quest anno avevo messo quello di studiarlo anche un po', questo femminismo a cui tanto tengo, e per cominciare a farlo dovevo mettermi a leggere tutti quei classici che non avevo ancora toccato. La prima è stata Sibilla Aleramo.


Ammetterò di averlo scelto a caso. Ho molti libri sul kindle pronti per essere letti, lui era semplicemente il primo in home. Involontariamente ho fatto la scelta giusta, perché Una donna è un romanzo autobiografico, nel quale l'autrice racconta la sua vita dall'infanzia fino ad un particolare evento della vita adulta, che è anche stato quello che l'ha spinta a raccontarsi. Cominciare ad esplorare la scrittrice e attivista Sibilla Aleramo partendo dalla sua autobiografia è stato un bellissimo (e straziante) modo per conoscere prima Marta Felicina Faccio, la persona dietro il nome d'arte.

La conosciamo da bambina, innamorata pazza del papà, che la inizia ad una vita di laicità e curiosità. Siamo con lei da adolescente, assetata d'amore. Infine, vediamo la sua vita prendere la peggiore delle pieghe possibili: subisce uno stupro da parte di un dipendente del padre e finisce segregata in quell'orrore che è un matrimonio riparatore.

In tutto questo, la vediamo sgambettare inquieta cercando di accontentare tutti: cercare di essere la figlioletta prediletta prima, e la moglie devota poi. Una vita passata a cercare di rendere felici gli uomini della sua vita, per poi finire con la realtà sbattuta in faccia: gli uomini possono essere creature mostruose. Prima il padre, che abbandona lei e i fratelli per la propria libertà, riducendo la madre all'ombra di sé stessa, e poi il marito, e con questo già le premesse erano un po' quelle che erano.

La sua è una storia piena di dolore. Dopo l'infanzia felice, la realtà della vita adulta non le risparmia un colpo. Dalla violenza in poi Sibilla è una persona diversa: da bambina eccentrica e piena di vita diventa un'adolescente rassegnata, che lascia che gli eventi le accadono incapace di credere di poterli cambiare. E allora ecco il matrimonio con il mostro, che rende la violenza del loro incontro la sua quotidianità, non perché lo stupro si ripeta, anche se viene fatto intendere come lei gli si conceda sempre per dovere e mai per desiderio reale, ma perché il suo non amarla si rivela nel modo meschino degli uomini viscidi. Mancanze di rispetto, aggressività, indifferenza.
Nemmeno la nascita dell'adorato figlio Walter cambia la situazione. Se possibile, piuttosto, la peggiora. Adesso non solo Sibilla non è una donna libera, ma è anche vincolata dalla più tremenda delle catene: l'amore. Il figlio la rende vulnerabile, e quei pensieri negativi che hanno abitato la sua mente dalla violenza in poi si intensificano, fino a portarla al tentato suicidio.

Professionalmente nel corso del racconto Sibilla riesce a crearsi una vita fuori dal matrimonio, con la sua professione e la sua penna, ma il vincolo è lì, e ci resta fino a che trova il coraggio di prendere una decisione straziante: rinunciare anche al figlio, pur di avere una parvenza di libertà.
Così, per spiegare a Walter perché da un giorno all'altro si sia ritrovato senza la mamma da piccino, arriva il romanzo, che giunge a noi come la più dolorosa delle lettere d'amore.

Leggerlo oggi, che siamo così lontane ma così vicine, è un'esperienza che per una donna (in divenire, che qua nella testa siamo ancora intorno ai 15/16 anni) è importantissima. A Sibilla, per avere quello che la maggior parte di noi oggi ha, e dà per scontato, è stato richiesto il sacrificio estremo. Lasciare la sola cosa che abbia mai amato davvero, per cercare di amare un po' anche se stessa.
Le Sibille sono tra di noi, nascoste tra le mamme che recuperano i bambini all'asilo, o in fila davanti a noi al supermercato.
Tendiamo una mano, se possiamo.
Quella stessa libertà che in tante viviamo senza nemmeno rendercene conto, la meritano anche loro.

giovedì 12 marzo 2020

Persone normali, Sally Rooney

09:27
Se ormai sul blog ho quasi del tutto rinunciato alle recensioni singole dei film, che trovate sul mio letterboxd, non rinuncio a quelle saltuarie sui libri.
Soprattutto quelle di libri gettonatissimi che invece io detesto con tutto il mio cuore.
Avevo capito di considerare la Rooney una gran supercazzola col primo libro, Parlarne tra amici.
Il secondo non è una cazzola: è dannoso.


QUALCHE SPOILER INCAZZATO

La storia è quella di una ragazza e di un ragazzo, Marianne e Connell, e del loro rapporto, nato al liceo e proseguito all'università.
Basta, la trama è solo questa.

Nel complesso, come il precedente, è un libro che si legge alla velocità del luce, che ha una scrittura scorrevolissima e non troppo lungo.
Vorrebbe parlare di classi sociali, di problemi relazionali, dell'adolescenza, dell'incomunicabilità dei sentimenti, della crescita, del conoscere se stessi, e lo fa concentrandosi su solo due personaggi. Gli altri sono solo pedine intercambiabili che non solo non hanno alcuna rilevanza ma non hanno alcuna caratterizzazione, fatta eccezione per un paio di casi di cui parliamo dopo. Ad un certo punto nel romanzo c'è una morte e io sono riuscita a capire di chi si trattasse solo da una piccola frase legata ad un episodio (ripugnante) di qualche scena prima, altrimenti sarei ancora qui a pensare a chi fosse il povero defunto.

I problemi leggeri di questo libro sono questi, appunto: una superficialità nella costruzione dei secondari (ricordiamo sempre che, come dice Neil Gaiman, i secondari mica sanno di esserlo, diamogli un minimo di dignità), una scrittura senza infamia e senza lode, una costruzione della storia in scene, senza fluidità, che può piacere o meno e che a me non ha colpito. Se mi parli di un rapporto attraverso singole scene non se ne percepisce lo sviluppo ma solo le conseguenze di questo sviluppo, e a me non lascia nulla. Non ho tifato per la coppia nemmeno per un istante se non verso la fine presa per sfinimento. Vi prego restate insieme e dateci tregua.

I problemi pesanti sono ben altri. O meglio, è uno solo: la superficialità, che quando riguarda argomenti leggeri è solo una mancanza, quando riguarda argomenti ben più intensi diventa un danno.
Marianne, la nostra protagonista, è vittima di violenza domestica. Subisce da sempre una sistematica violenza psicologica che a volte è sfociata in quella fisica, da parte del fratello Adam. Come lo sappiamo? Perché ogni tanto, senza alcuna continuità né tra una scena e l'altra né con il resto della vicenda, vengono mostrati piccoli episodi. Insulti, pressione, sarcasmo, sputi. Marianne subisce inerme, e di questo di certo non le farò una colpa io. Nessun episodio ha un minimo di approfondimento, non si parla delle origini, non si parla di supporto, manca un briciolo di sostegno familiare (questo potrebbe anche andarmi bene, è una famiglia disfunzionale tutta, e ok), ci sono queste piccole scene di violenza buttate lì e basta. Cara la mia Sally Rooney, così non va. Non sfrutti la violenza per dare spessore al tuo personaggio. Se non lo abbiamo perdonato a Game of Thrones che per anni una serie tv strepitosa figurati se possiamo mandarlo giù a te. E se non fosse così, perché metterla, allora? Perché così approssimativa?
Ah, sì, ecco perché: per fare la scenetta romantica nella quale l'eroe salva la principessa dal mostro cattivo.
Ma, per piacere, ci vai a cagare?
Un argomento serissimo, importantissimo, che si poteva sfruttare per insegnare anche alle donne più fragili che se ne può uscire, liquidato con Connell che va a casa, urla contro il fratello violento, il fratello si rivela un piccolo triste vigliacco (davvero???) e finisce così. Ridicola. Ridicola e dannosa.

Ma passiamo al secondo grande tema trattato con i piedi dalla nostra amatissima: la depressione.
Ad un certo punto a Connell viene diagnosticata una grave depressione con importanti tendenze suicide. Si rivolge al servizio di consulenza fornito dal college, ne vediamo una seduta, e basta.
Basta davvero. Qualche pagina più avanti si dice che Marianne lo ha tanto aiutato nel suo periodo buio e basta. Finita lì. Una gravissima malattia mentale che uccide migliaia di persone ogni anno la liquidiamo così? Beh ha avuto aiuto dalla sua amichetta del cuore, ora è tutto ok.
Io queste cose me le aspetto dai romanzetti rosa che Newton Compton porta in libreria a 4,90€. Da un caso editoriale non solo mi aspetto ben più profondità, se no certe cose le lasci fuori, ma mi aspetto, ed esigo sinceramente, più responsabilità. Questo modo così infantile di trattare temi così fondamentali è inaccettabile per un libro che sta passando milioni di mani.
Forse non ho capito nulla, forse ho perso io dettagli di grandissima rilevanza. Però sto libro è una pagliacciata piena di luoghi comuni sugli adolescenti troppo superficiali per capire il mondo (tranne i nostri protagonisti, ovviamente, loro sono spesciali e diversi), sulla violenza, sulla malattia, e pure sull'amore.

E metti quella benedetta punteggiatura nei dialoghi che non sei Saramago, perdio.

sabato 29 febbraio 2020

Horrornomicon: Gli inquilini di Polanski

11:42
Parlare della trilogia dell'appartamento di Polanski mi permette di sedermi un momento qui con voi per parlare di un argomento che ancora sulla Redrumia non ci era finito, il rapporto tra artista come persona e la sua arte. Spero di essere veloce.
Prima di essere appassionata di cinema e letteratura sono una femmina, e sono una femminista. Una di quelle che detestano le stronzate alla 'Gli uomini sono tutti uguali', soprattutto nella sua variante femminile, che combatte contro le donne nemiche delle donne, che litiga per i luoghi comuni anche se sono solo pourparler. Non posso star zitta, la mia lingua si agita e la mia mimica facciale mostra quel poco che la lingua tace.
Sono l'anima della festa.
Per questo quando è (finalmente!!!!) scoppiato il caso MeToo mi sono interrogata su cosa fosse giusto fare. Del resto, come dicono i faciloni, anche Caravaggio e Picasso non erano stinchi di santo, cosa facciamo, bruciamo tutta la storia dell'arte?
No, non la bruciamo. Però ne parliamo, e capiamo insieme cosa conta davvero.
Non starò qui a criticare grandi film del passato perché il loro regista stuprava le bambine. Non taglierò tele storiche perché il pittore era un omicida. Però non farò nemmeno finta di nulla. Ogni caso va giudicato secondo la sua epoca, ma fingere che oggi non ci sia, grazie al cielo, una consapevolezza maggiore è inutile.
Se domani un film nuovo di Polanski uscisse al cinema non andrei a vederlo nemmeno sotto tortura. Non sosterrò economicamente persone colpevoli di reati sessuali, non darò i miei soldi ai molestatori.  Posso rinunciare al cinema, con dolore ma posso, alla dignità delle persone mai. Con calma, mano a mano che il mio sguardo si farà più aperto e la mia conoscenza maggiore, applicherò lo stesso metro di giudizio a un range di reati più ampio, ma oggi la mia sensibilità è più spiccata su questi. La mia decisione conterà qualcosa ai fini del loro successo? Chiaramente no, ma ho la possibilità di scegliere cosa fare e scelgo. Credo nella rieducazione e nella riabilitazione, credo (ancora) nella giustizia e non sono una che urla con le torce e i forconi. Però non dimentico, e se guardo Rosemary's Baby lo guardo con una consapevolezza ben diversa rispetto a quella che avevo qualche anno fa.
La prima volta che l'ho visto manco mi era piaciuto, tra l'altro.

Ci saranno spoiler!

Fatte le dovute premesse, e ricordato quindi che da queste parti non si dimentica, parliamo di cose un momento più leggere: i suoi film. Il che è tutto un dire, perché se al mondo esistono tre film che non sono leggeri manco per scherzo sono questi.
Nello specifico, facciamo questa volta due chiacchiere sul giretto che il regista ha fatto nel mondo dell'orrore: Repulsion, Rosemary's baby e L'inquilino del terzo piano.

Anno domini 1965: il regista si trova in Inghilterra e gira il suo primo film in inglese, Repulsion. 
Una Catherine Denevue con i capelli più belli della storia del mondo interpreta Carole. Di lavoro addetta alla manicure in un centro estetico, Carole vive da sola con la sorella e ha un grosso problema a relazionarsi con gli uomini. Li allontana, li teme, la sola loro presenza la sconvolge. Essere bellissima non è che la aiuti, gli uomini la guardano con bramosia. Quando la sorella parte per una vacanza con il fidanzato, Carole resta a casa, da sola con i suoi pensieri. Non riesco ad immaginare un solo scenario in cui questa cosa possa finire bene.

Ho fatto fatica ad approcciarmi al primo film della trilogia. Non è che non mi sia piaciuto, anzi, ma Carole è difficilissima da affrontare. Dirò l'ultima cosa sulla questione molestie di Polanski, lo giuro.
La sensibilità con cui i traumi della protagonista sono ritratti è allucinante. Il modo in cui la sua paura folle, la sua repulsione, appunto, vengono messi in scena è davvero realistico, e che arrivi proprio da lui è quasi incredibile. Che certe scene di violenza arrivino da lui è surreale, non ci faccio pace con quella cosa qua. Ho finito.
C'è una scena, ad inizio film, in cui la protagonista esce dal lavoro e viene notata e seguita da un uomo. Non sappiamo ancora se si conoscono oppure se lui la voglia conoscere. Lei viene seguita da dietro (l'ho già detto? i capelli più belli della storia del cinema, Denevue non invidio nessuna quanto te) e ho temuto per lei. Per la sua anima fragilissima e spaventatissima, che viene perseguitata da uomini che non sono in grado di accettare di non essere il centro del mondo di qualcuna. Tutti i maschi di questo film sono ripugnanti: insistenti, egocentrici, superficiali, violenti. E lei, che di questi uomini è circondata, non ha altra scelta che di guardare sospirando le suore sotto casa.
Diventa se stessa solo quando in compagnia di altre donne, come la sorella o la collega. Riesce a sorridere, parlare normalmente, divertirsi, essere sincera. Quando quindi la sorella la lascia sola, ecco che tutte le sue fragilità non solo vengono a galla, ma prendono il sopravvento, in una discesa verso la psicosi che non lascia scampo, né a lei, né agli uomini che la circondano, né a noi.
Così forte è il senso di protezione verso Carole, che pur adulta è più fragile di una bambina, che l'empatia per la sua totale perdita di sé è una delle cose più profonde del film.

Tre anni dopo succede un film immenso. Il mondo riceve in dono Rosemary's baby e le cose non sono più le stesse.
Sul blog esistono due post su di lui: una secolare recensione cringe in cui dicevo che non mi era piaciuto e un addolorato pentimento, scritto in occasione di una collaborazione con gli altri blogger. Mi dà quasi fastidio che mi piaccia così tanto, perché se gli altri due sono grandissimi film questo è uno di quelli a cui vanno rivolte le preghierine la sera prima di dormire.
Rosemary e il marito Guy prendono casa in un condominio a New York. Lei casalinga, lui attore emergente, sono giovani, innamorati e pronti a mettere su famiglia. Nella nuova casa conoscono i Castevet, una coppia di anziani vicini che si prende molto a cuore la giovane coppia.
Anche in questo caso, poteva mai finire bene? Ma certo che no.
Siamo nei primi anni del satanic panic e anziché fare un opera rumorosissima e fragorosa, come farà qualche anno più tardi un tale William Friedkin, di cui riparliamo il mese prossimo, Polanski sceglie la via dell'eleganza. Il suo film è lento, pacato, subdolo. Un viscido e invadente entrare nelle vite degli altri che culmina con uno dei più strepitosi finali della storia di ogni tempo. Con la lentezza che caratterizza tutti e tre i film, la storia di Rosemary si dispiega davanti a noi, le sue insicurezze diventano le nostre, le sue paure diventano le nostre, la sua scelta diventa la nostra.
Anche qui la protagonista è una donna bambina. Se nel caso della Denevue la puerilità riguardava solo la psiche, qui è manifestata soprattutto nell'aspetto. La Farrow era un fuscello, una piccola, esilissima donna con i capelli biondi corti da bambina, il viso minuto e con i lineamenti fini, una minidonna. In compenso, il marito (un bellissimo John Cassavetes) ha colori scuri, spalle larghe, lineamenti durissimi. E infatti è il peggior villain del cinema. Lasciate perdere il diavolo, il vero problema sono gli uomini egocentrici, disposti a vendersi la madre (o, in questo caso, la moglie) per il raggiungimento di sogni resi evidentemente impossibili dalla loro mediocrità.
Il magnifico ritratto di una borghesia ipocrita e venduta che esce da qua è uno dei migliori che si siano mai visti, i vestiti di classe e i volti curati messi al servizio del Male supremo, il ruffiano viscidume di quella grottesca e straordinaria scena finale non sono da annali della storia del cinema, sono da annali della storia dell'arte.

E infine, nel 1976, arriva L'inquilino del terzo piano. 
Forse dei tre quello di cui si parla di meno, il povero film ha solo avuto la colpa di essere stato preceduto da un capolavoro di quelli grossi, ma ha il pregio enorme di essere molto stratificato e aperto ad un milione di possibile interpretazioni.
Un giovane architetto, il signor Trelkowski, vuole un appartamento in affitto. Lo vuole a tutti i costi, e se lo accaparra dopo che la precedente inquilina, Simone Choule, muore suicida. Qualcosa, nella casa e nel vicinato, però, non lo convince, e nemmeno in questo caso la faccenda può finire bene.
Sebbene, per mio gusto personale, inferiore ai suoi due predecessori, questo film ripropone in chaive maschile i temi principali dei due film precedenti, mettendoci non solo un altro di quei bei finali che rimescolano le carte in tavola ma anche la voglia di esplorare temi nuovi e controversi soprattutto per l'epoca, come l'identità di genere.

Nella maniera più assoluta, questi non sono film adatti a chi ama la chiarezza e le risposte certe. Sono film che non hanno alcun interessi a dirvi come stanno le cose, ma che amano farle vivere allo spettatore allo stesso modo in cui le vive il protagonista: il dubbio, l'incertezza, il sottilissimo confine che separa follia e paranoia da ragione. Carole è l'unica a cadere effettivamente in una psicosi effettiva, mentre Rosemary e il signor T. vivono in una realtà incerta, circondati da persone delle quali non sanno se possono fidarsi, vedendo cadere intorno a sé le proprie ben poche certezze, perdendo le persone sincere per morti misteriose (Hutch, l'amico di Rosemary) o perché nemmeno i volti amici si rivelano esserlo (Stella per L'inquilino), cercando di costruirsi un'identità in contesti nei quali viene per un motivo o per un altro viene negata.
Carole ha subito abusi che le hanno impedito di diventare la donna che avrebbe potuto, e la sua crescita è costantemente messa alla prova da persone che non la rispettano. Rosemary ha un marito (verme maledetto detesto te tanto quanto il tuo regista) che non fa altro che sminuirla, trattarla come la sola donna trofeo che la ritiene essere. Non è stimata, non è creduta, viene violentata dal marito, e infine tutto il suo corpo viene venduto, e mentre la sua mente cerca di riprendere possesso di sé ecco che viene di nuovo trattata come la bambina capricciosa che non è. Il signor T, infine, in una delle mille interpretazioni che vengono date al film, è semplicemente una donna transgender, non in grado di emergere come dovrebbe e meriterebbe. La sua vecchia identità si sta annullando, senza però essere in grado di lasciar spazio a quella nuova. Quello che potrebbe essere un film solo sulla paranoia diventa anche un film sulla conoscenza di sé, sulla manifestazione di quello che si è davvero, sulla capacità di accettarlo.
Oppure no, invece T. è "solo" una persona disturbata con una percezione falsata della realtà. Non lo sapremo mai, e il bello è esattamente quello.

In mezzo a immagini dalla bellezza straordinaria, sono soprattutto i suoi che in questi film smuovono le viscere. Sono le campane e il telefono di Carole, la ninna nanna di Rosemary (che incubi, amici miei, che notti insonni), l'urlo straziante di Simone in ospedale. Sono dettagli che elevano film molto belli a molto grandi, che contribuiscono a creare quella atmosfera distorta e confusa che ottiene così bene l'effetto di confondere anche noi.
Con tutto il risentimento che posso avere, con tutta l'ostilità che devo sempre sottolineare di avere verso chi li ha creati, amo comunque moltissimo questi film, sono lavori straordinari di qualcuno che è evidente sia in grado di creare atmosfera come pochi altri.
Sono film estremamente pessimisti, nei quali il male vince sempre e per noi non c'è scampo. Il male è ovunque, e come ci mostra molto bene Rosemary, sta a noi scegliere cosa farne.




Edit: giusto ieri sera, il 28 febbraio 2020, c'è stata la premiazione dei premi César. Polanski ha vinto come miglior regista. Ecco, sulla questione io mi pongo in mezzo a quelle che hanno lasciato la sala seguendo Adele Haenel. Adesso anche basta. Lo dirò con la femminile grazia che mi contraddistingue: ci siamo anche un po' rotte i coglioni.



mercoledì 29 gennaio 2020

Horrornomicon: A new world of gods and monsters

13:39
Io e la mia consueta sindrome dell'impostore vi diamo il benvenuto nel primo Horrornomicon del 2020. Come sempre, è per me difficilissimo parlare delle grandi icone della storia del cinema, ma ci sono volte in cui metto da parte la sindrome di cui sopra e mi decido, in nome di un grande amore, a parlare di cose ben più grandi di me. Senza pretesa di insegnare nulla, solo di condividere.
E quindi, questo mese, gli horror Universal.
Anche se temo sarà un monologo su Frankenstein.


Per me tutto è cominciato con Dracula. 
Anni fa ho fatto uno speciale vampiri, qui sul blog, e non avrei potuto evitare Bela Lugosi nemmeno volendo. Ma perché volere, poi? Pur avendo un cuore che palpita per Christopher Lee, il Conte di Lugosi è una goduria. Oscuro, silenzioso, lento. Lontano anni luce da quello a cui siamo abituati, alla frenesia, alla lunghezza, al suono incessante. Il film di Browning e il suo protagonista entrano dentro come ospiti silenziosi e aprono le porte alla meraviglia che viene dopo.
Se volessimo andare in un rigoroso ordine cronologico, dovremmo specificare che non è con Dracula che si è aperta la gloriosa stagione dell'horror di Carl Laemmle e soprattutto del figlio, i boss Universal, è stato solo il mio battesimo. Prima di lui c'è stata tutta la fase Lon Chaney, che forse affronteremo più avanti, quando me la sentirò ancora più calda di così.

Nel 1931, però, non è stato solo Bela Lugosi ad abitare gli incubi degli americani. Nello stesso anno usciva il film che, insieme al suo sequel, è stato la mia motivazione a scrivere questo post. Niente è più stato lo stesso, per me, dopo Frankenstein e, soprattutto, dopo La moglie di Frankenstein. 
Ci sono mille motivi per cui una persona ama tanto l'orrore, e se ascoltate chi ha voglia di raccontarvelo, non sono quasi mai i litri di sangue e gli sgozzamenti. A quelli ci siamo solo abituati. Il cinema di genere ha un modo che è solo suo di parlare della realtà con una sincerità che spesso ai drammi o alle commedie manca. Il ritratto dell'umanità che esce da certi film che vengono snobbati in nome del loro genere è così profondo, e genuino, e sincero, che guardarli aiuta a leggere la realtà molto meglio di quanto faccia leggere un bell'articolone sul quotidiano. (Cosa che comunque raccomando di fare). Dietro la storia agghiacciante e spaventosa c'è il mondo reale, e a volte è così difficile affrontare il ritratto onesto che ne viene fatto che è più facile snobbare. I due film di James Whale sono un modo così spietato di mostrarci quello che siamo che risuonano più forte di uno schiaffone. Non che il resto della sua cinematografia sia da meno, non fraintendetemi, ma c'è un livello in questi due film che è difficile toccare. Il ritratto di una Creatura così imponente e fragilissima insieme, che nasce priva di sovrastrutture e influenze e diventa violentissima come conseguenza del modo in cui è stata trattata è così spaventosamente attuale che 90 anni dopo ancora dobbiamo interiorizzarli, certi concetti. Il criminale che viola la legge per colpa della società in cui è inserito è ancora una follia agli occhi di qualcuno. Che siamo tutti responsabili, è impensabile. 
Eppure, 90 anni fa, in film che avrebbero potuto parlare solo di mostri, ecco che si ripete spesso la scena della folla in piena isteria, con le fiaccole, le armi. Ed eccolo lì, il circolo vizioso di cui ancora ci sporchiamo dopo così tanto tempo: io, spaventato, attacco te, fragile, e insieme creiamo la criminalità. Non è colpa mia, non è colpa tua, sa soltanto quello che non è (cit). In quasi i tutti i film Universal c'è lo scontro tra il villaggio inferocito e ferito dalle proprie perdite e la creatura mostruosa inconsapevolmente violenta. Ed ogni volta è uno scenario desolante. Non è un caso che la sola persona a non essere terrorizzata dalla Creatura sia un non vedente: non c'è percezione della diversità e pertanto la diversità non esiste. O ancora, nella mitologica scena della bambina, non c'è paura della Creatura, non incute timore per il suo aspetto. Il sorriso che Karloff tira fuori in quella scena lì fa un effetto al cuore che non so spiegare. 
I cattivi, in queste storie, sono gli arroganti: coloro che mettono se stessi al di sopra degli altri, coloro che si ritengono superiori. Non solo gli scienziati in generale, come potrebbe sembrare. Sono coloro che mettono il proprio ego e la propria soddisfazione al di sopra del bene collettivo, del buonsenso, dell'umanità stessa. Henry Frankenstein è rimasto per sempre orgoglioso del suo successo, nonostante tutto. Pretorius lo istiga, lo stimola, lo mette sotto pressione, nel sequel, ma entrambi sono gonfi di se stessi dalla partenza. Non è mai una discesa verso la follia. Frankenstein si apre con due persone che profanano una tomba, non è certo una partenza delicata. Quello che succede, invece, è che il durissimo ritratto della vita della Creatura sovrasta tutto il resto. Le vessazioni perpetrate da Fritz nei confronti del mostro sono quasi insostenibili da vedere: un mondo in cui il debole per sentirsi meglio se la prende con il più debole è un mondo difficilissimo in cui vivere, figuriamoci da ritrarre.
E invece Whale lo fa, con una sensibilità e un'onestà che lo elevano al rango dei Grandi. 
E Karloff ci regala un personaggio che non è solo diventato una grande icona popolare blablabla. Ha parlato con le mani e gli occhi, ha commosso, emozionato, estasiato. Il suo corpo, instabile e furioso, ha parlato molto meglio di quanto avrebbe fatto con la voce. 
E nel caso in cui qualcuno se lo stesse chiedendo: sì, piango tanto con i Frankenstein di Whale, piango un casino che proprio poi mi fa male la faccia. Sono film di un bello che non ci crede.


Questi film sono stati così significativi che quello che Universal ha creato dopo ha sfruttato tutti i loro elementi di forza: la scienza che quando fuori controllo diventa follia, per esempio, come ne L'Uomo Invisibile, sempre di Whale. Meno emotivo di F. ma sicuramente altrettanto forte, è un impietoso ritratto di cosa diventiamo quando qualcosa ci sfugge di mano. E ancora, folle impaurite, la voce inconfondibile di Una O'Connor, e la disturbante (vinco qualcosa ogni volta che lo scrivo? la parola più odiata del web) risata che compare dal nulla.
Meno efficace, ma solo per gusto personale, la saga de La Mummia, che ha comunque i tratti ormai distintivi Universal.
E infine, negli anni 50, un ritorno a quell'emotività che era così significativa in Frankenstein, con la creazione de Il mostro della laguna nera. 
Non c'è uno solo di questi film che non valga la pena vedere. In un'epoca che sembra di un altro pianeta, da quanto ci è lontana, Universal ha tirato in piedi, con i suoi nomi iconici, film dove si mette in dubbio l'efficacia della scienza, l'erotismo, un'omosessualità velata, l'ignoranza, la paura, la desolazione, la solitudine. 
Dopo 90 anni, non siamo cambiati di una virgola, e niente mi spaventa più di questo.

martedì 7 gennaio 2020

Chiacchieratina su Casa di foglie

15:42
Vediamo se mi ricordo come si scrive un post.
Ciao a tutti, buon anno!
Dopo un dicembre intenso colgo la fine delle feste come occasione per fare due chiacchiere insieme sul libro che ho letto a fine 2019.
Sì, avete di fronte l'ennesimo post su Casa di foglie.


Il mitologico volumone di Danielewski è tornato in libreria dopo, quanto?, quasi dieci anni?
Lettori disperati alla ricerca del libro online, sulle bancarelle, gente disposta ad immolare il proprio primogenito, lacrime versate e speranze perdute. Chi ha avuto la bella pensata di riportarcelo? Uno storico gruppo editoriale? Un editore miliardario? Una mastodontica realtà? No, 66thand2nd, un piccolo e recente editore indipendente che con questa mossa si è messa sulla bocca di tutti, a dispetto di un nome impronunciabile. Il tutto ha contribuito a creare l'alone di mistero intorno al libro, tale da spingere la sottoscritta me medesima a spendere la cifra di euro ventinove in una libreria.
Ricordo a chi mi conosce poco che io i libri in copia fisica li compro pochissimo e sempre usati, Casa di foglie mi è costato come una ventina delle mie letture abituali.

Ma di cosa parla, il libro più discusso del momento?
Non si può parlare di una trama in senso convenzionale, ma si può dire che c'è tale Johnny Truant, il nostro narratore, il tipo che porta il concetto di narratore inaffidabile ad un livello tutto nuovo. Johnny ha un amico, Lude. Nel condominio di Lude si è appena liberato un appartamento, perché Zampanò, il vecchio e non vedente proprietario, è morto. In casa di Zampanò si trovano le cose di una vita intera, ma soprattutto si trovano parole. Una montagna, una cascata, un fiume in piena di parole, su ogni superficie disponibile. Per quella che sembra essere stata una bella fetta della sua vita, il vecchio si è appassionato ad un documentario, intitolato La versione di Navidson, e sembra avere scritto un lungo e approfondito saggio sulla vicenda. Questa storia finisce per imprigionare la mente di Johnny, e la nostra insieme alla sua.

Ora, leviamoci l'ovvio.
Il punto principale di Casa di foglie, ciò che lo ha reso il libro famoso che è, è l'impaginazione. Il delirante, scombussolato, avviluppato modo in cui le parole sono disposte sulle pagine. Ci sono pagine bianche, con una sola frase, con una sola parola, pagine piene zeppe di parole fittissime e righe cancellate, colorate, sottolineate. Si tratta di un S, La nave di Teseo level extreme, un parco avventura letterario dal quale si scende con la testa che gira un po'.
Ma ne vale la pena? In effetti un'esperienza di lettura di questo tipo è certamente interessante, ma richiede anche pazienza, concentrazione, tempo. Ci vuole una storia che ne valga la pena.
Io a volte ne ho dubitato. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta se non fossi incappata nella più clamorosa supercazzola editoriale del 2019. Eppure il libro non lo posavo mai. Ho vissuto giorni incatenata alla storia (alle storie) di questi personaggi tutti lentamente in discesa verso la follia. Ho letto di menti che perdevano il controllo, di vite rovinate, di case che ignoravano le leggi della fisica e ne sono stata completamente rapita. Ho letto diari, lettere, appunti, annotazioni, saggi, spunti, voli pindarici grandi come la casa in questione. Ed è stato bellissimo.
Quindi, sto Casa di foglie, vale tutto l'hype che si porta dietro non da ora ma da anni?
Sì, assolutamente sì. Un ritratto delle ossessioni come non avevo mai letti prima, un racconto marcio dentro ad una storia inquietante e che non diventa mai spaventosa ma sa come fermarsi mezzo passetto prima, diventando così non un canonico romanzo dell'orrore ma una storia che crea quella tensione che aleggia nell'aria anche intorno a chi si limita a leggere.
Certo, non fa per voi se amate le trame in senso classico: inizio, svolgimento, fine. Qua non ci sono risposte, e se Casa di foglie dovesse fare a voi l'effetto che ha fatto a me, smetteranno di esserci anche domande.
Si vive e basta.

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