martedì 26 marzo 2019

I parassiti, Daphne du Maurier

11:08
Mi sa che è da un po' che non scrivo di libri qua su, vediamo se mi riesce ancora.
(Su Instagram però ne parlo sempre e da brava egoriferita vi ricordo che se mi seguite lì mi fate tanto contenta.)
Questa volta tocca alla dea Daphne, ispiratrice dei Grandi.


I Delaney sono un incubo.
Sono tre fratellastri, Niall, Maria e Celia, nati da due geniali artisti di metà del '900. Padre cantante, madre ballerina, figli demoniaci. Viziatissimi, selvaggi, indisciplinati.
Li incontriamo in una noiosa domenica pomeriggio, ormai adulti, quando vengono chiamati 'parassiti'. Non importa chi li chiami così, tanto nulla esiste al mondo tranne loro. La cosa li porta a viaggiare in una giornata di ricordi e ricostruzione del loro passato, dove ci accompagnano fino alla fine del romanzo.

I parassiti è un romanzo che profuma di lusso e ostentazione, della vita caotica e fuori dagli schemi di chi fa l'artista di professione. Ha protagonisti che sono completamente fuori dal mondo 'reale' e coi piedi per terra di chi deve lavorare per vivere, di chi ha problemi comuni e nessuno che glieli risolva, di chi non ha governanti. Sono, a tutti gli effetti, i parassiti del titolo, che vivono del successo dei genitori senza mai concludere qualcosa di proprio , senza mai spingersi ad esplorare il mondo, senza mai chiedersi se ci sia una vita diversa da quella che hanno sempre vissuto. 
Stanno così, accomodati su poltrone di raso, che si lasciano scivolare di dosso l'insulto mentre parlano, e parlano, e parlano. D'altronde, non hanno altro da fare. 
Niall e Maria legati da un rapporto morboso che del fraterno ha ben poco, dipendenti l'uno dall'altra come dall'aria che respirano eppure incapaci di sentimenti reali per qualunque altra cosa o persona, legati solo all'altro e a se stessi, e Celia che ha sacrificato una vita al padre, schiva e mansueta come un agnellino, infelice e completamente annullata anche dai fratelli. Neppure lei, però, così all'apparenza distante dagli altri due, ha mai cercato di fare altro, di dare un senso alla sua esistenza. Lei è un personaggio splendido proprio perché ha accenni di quell'umanità che agli altri manca, ma è pur sempre una Delaney, e stare al mondo non le riesce bene. Tutti e tre sono stati in grado di prendere un talento e gettarlo al vento, perché anche i talenti più magistrali necessitano di essere seguiti e coltivati, e loro non hanno mai sentito il bisogno di farlo.

La bellezza della scrittura di Daphne du Maurier sta nel fatto che non si parli mai esplicitamente di ricchezza. Come non si parla mai del vero rapporto tra Niall e Maria, così come non si parla più di tanto della morte della madre, che viene solo accennata e poi mai più nominata. Non ne ha bisogno, perché disegna talmente bene i personaggi che tutto il resto è perfettamente comprensibile senza che se ne parli mai. Non ci sono descrizioni, non ci sono momenti di riflessioni esterne ai tre personaggi, non ci sono altro che i tre fratelli. Non serve altro che far agire loro per farci vedere alla perfezione tutto il mondo che ruota loro intorno. Solo che noi quel mondo qua lo vediamo, perché nel mondo reale abitiamo ogni giorno, mentre a loro tre scorre intorno come se non ci fosse. Ogni contatto con il mondo esterno alla famiglia Delaney è fallimentare. Sono troppo distanti dalla gente reale. Non riescono nemmeno a interagire con le persone, se non sono al loro servizio. Mamma e papà sono quelli che li hanno resi i parassiti che sono, eppure anche loro compaiono solo da lontano: figure quasi mitologiche e distanti quando i bambini erano ancora piccoli, e inesistenti da adulti, fatta eccezione per il rapporto di dipendenza che il padre ha nei confronti di Celia. Pur avendoli formati, non contano più nulla, perché nulla conta davvero.
Tutto è vano, lontano, non importante. 
Pur dicendolo sempre, però, la du Maurier non lo dice mai.
E questo è il motivo per cui è una dea.

lunedì 18 marzo 2019

The Marvelous Mrs Maisel, finalmente!

11:13
Quando internet entra in fissa con una cosa bisogna ascoltarlo. A volte si tratterà di una sola pazzesca, ma altre sarà Midge Maisel, e allora ogni sola precedente sarà valsa la pena.
Perché sì, The Marvelous Mrs Maisel è davvero l'adorabile delizia che si dice essere e perché adesso fino a fine anno siamo a bocca asciutta e per consolarmi voglio parlarne un po'.


Se ancora non lo avete visto cercate di non saperne niente, ve lo chiedo per favore.
Vi dico solo che Miriam (Midge) Maisel è una squisita donnina anni '50, tutta sorrisi e abiti magnifici, che viene improvvisamente lasciata dall'amore della sua vita, il marito Joel. Si ubriaca, va in un club, prende in mano un microfono e parla, parla, parla.
E di parlare non smette più.

Quando ho finito il primo episodio ho spento la tele e mi sono messa a scrivere. Rimandavo da giorni delle modifiche grosse ad un lavoro che credevo finito e invece bam! Venute fuori le parole come acqua fresca. Ho trovato talmente tanto ispiratrice la serie, in ogni episodio, che non contengo le cose che voglio fare. Midge ha sì un talento naturale per la stand up comedy, ma ci lavora anche su. Prende appunti, studia, ascolta, a volte fallisce e spesso trionfa. Si fa ispirare dal mondo che la circonda e prende tutto quello che può per assimilarlo e trasformarlo in un momento di arte. E vederglielo fare, con la sua freschezza e il suo sguardo tagliente, non può che ispirare voglia di fare altrettanto.

Tutto, in Mrs Maisel, è delizioso. L'ambiente, i costumi (i costumi, i costumi, i costumi!), i personaggi, le loro interazioni, la ricostruzione degli anni '50 e dell'elite newyorkese. I coniugi Palladino ci avevano regalato la prima ventata di aria fresca quasi vent'anni fa, con l'esordio delle Gilmore Girls e del loro Una mamma per amica, e sono tornati con un ventennio di esperienza in più sulle spalle. Mrs Maisel è Una mamma per amica fatto meglio. E sia chiaro, io Una mamma per amica l'ho adorato (ma gli ultimi 4 episodi non esistono e non sono mai esistiti). Questa volta, pur con alcuni difetti soprattutto nella seconda stagione, è come se avessero dato una marcia in più a quella che era già la loro formula vincente: dialoghi brillanti, relazioni speciali, personaggi che rasentano la macchietta senza mai perdere di credibilità, trattamento nuovo di temi già visti.

I personaggi sono, come lo erano nella serie degli anni Duemila, il centro e il cuore di tutto e hanno nel corso di due stagioni uno sviluppo che è interessantissimo e credibile e profondo. Nessuno viene stravolto, ma tutti cambiano e crescono. Ad ogni comprimario è dato un tempo in scena sufficiente a farci affezionare, ad Abe più che a chiunque altro.
Joel nei primi episodi è una specie di Nino Sarratore per il quale non si possono che desiderare dolori e sofferenze. Eppure pian piano si mostra quello che è: un padre affettuoso, un uomo fragile che ha sbagliato e ne sta pagando tutte le conseguenze, un uomo spaventato dal talento e dall'indipendenza della moglie ma che non può che riconoscerne il talento e che quindi diventa spalla e supporto, un ottimo imprenditore. Ha fatto una scelta che ha stravolto la sua vita, e questo lo ha cambiato molto, lo ha fatto crescere. Alla fine ho provato una tenerezza per lui che mi ha stretto il cuore, proprio io che nei primi episodi urlavo contro di lui alla tele.
Susy è un personaggio pazzesco. Volevano mostrarcela piccola, sporca, povera e antipatica. Non le ci è voluto molto per schiudersi e diventare una perla: appassionata, determinata, piena di risorse. Ha riconosciuto un talento ed è riuscita a tirarne fuori non una ma due carriere. Non ha paura di niente e nessuno, forse perché la vita le ha già giocato contro tutte le sue carte peggiori, ha una voce e sa come farla ascoltare. Non ci sono ostacoli, per Susy Myerson, e se ci sono lei prende la rincorsa e salta sopra a tutti quanti. E soprattutto vuole bene davvero, anche quando è scorbutica e silenziosa e aggressiva. Vuole bene e combatte per i destinatari del suo affetto.

Ma soprattutto combatte per Midge, il gioiello della serie.
La perfetta casalinga anni '50: prima fan e supporter del marito, lo aiuta e consiglia, lo segue nel suo sogno anche se lui è una pippa e non si fa mai trovare struccata. Si prende le misure tutti i giorni, ha la piega impeccabile, conosce ogni segreto del make up. Ha un visino incantevole e un armadio pieno di vestiti dal taglio sartoriale.
Allo stesso tempo è sboccatissima, logorroica, spavalda, brillante, spesso inopportuna e fuori luogo, acuta osservatrice. Cerca di farsi spazio in un mondo maschile in cui argomenti legati alle donne non si possono nemmeno toccare, figuriamoci se detti dalle donne stesse.
Che poi, lo sappiamo che le donne non fanno ridere, no?
No, infatti.
Non fanno ridere, non sono credibili, non possono cavarsela senza un uomo. Quelle belle, poi, non sia mai. Quelle sono solo trofei per i maritini orgogliosi. C'è una scena in cui Midge e Susy stanno protestando perché un uomo viene meno ad un accordo. Urlano, scalpitano, si fanno valere. Niente da fare, quello non cede. Deve intervenire un uomo per aiutarle. La serie ritrae benissimo alcune di queste dinamiche per le quali non siamo considerate in grado di badare a noi stesse. Viene proprio presa per matta, perché vuole e può cavarsela da sola. Midge non solo divorzia, ma rifiuta categoricamente di riprovare a conquistare il suo uomo, e questo per l'epoca è scandaloso. Cosa potrà mai fare una donna da sola?
Lei non solo trova un lavoro, ma si costruisce una carriera parallela a quel lavoro. Non solo, la serie è stata anche criticata (da qualche casalinga frustrata su Twitter, probabilmente), perché Miriam rappresenta un pessimo esempio di madre. Verissimo, questa ha due figli che sono seminati in giro per New York e che lei vede una volta ogni tanto quando capita per casa se loro sono svegli. E va benissimo così, finalmente! Una donna che non vive solo per la prole. La risposta dell'attrice è stata semplice e perfetta. Anche Walter White e Don Draper erano genitori terrificanti. Nessuno che se ne sia mai lamentato, però.

La seconda stagione ha avuto alcuni momenti di piccolo eccesso che avrei preferito venissero evitati per lasciare spazio ad altro (la scena del pittore?), e a volte si è percepito un piccolo 'Midge ottiene sempre tutto perché è bellissima' che è stato fastidioso perché il punto del suo personaggio è essere molto, molto di più che un bel faccino e che quindi hanno stonato, ma niente di esageratamente inopportuno.

Date un po' del vostro tempo a Midge Maisel e alla squinternata banda di ebrei che è la sua famiglia. Non è solo una serie adorabile, è anche il ritratto di quello che tutte noi potremmo essere se ci lasciassimo un po' andare, se smettessimo di avere paura dello sguardo degli altri e ci lanciassimo nel vuoto.
Qualcuna finirà su un palco a fare stand up, qualcuna esporrà i propri disegni, qualcuna scriverà e qualcuna canterà. Male o bene non importa.
Basta trovare il coraggio di buttarsi.

venerdì 8 marzo 2019

Period. End of sentence.

13:44
Buona Giornata Internazionale della Donna! Che sia, come mi auguro ogni anno, lo spunto per migliorare quello che non va. La strada da fare è tanta, ma non ci ha mai spaventato.
Per festeggiare, quindi, parliamo di ciclo.


Anno del Signore 2019, Italia.
Qualche settimana fa ho tagliato i capelli e fatto la frangia. (Sì, sono in lutto e no, non ne voglio parlare.) Quando ho detto a mia mamma che sarei andata si è raccomandata una cosa: "Controlla di non avere il ciclo che poi sai che i capelli non vengono bene."
La settimana prima sono andata a trovare la mia proziotta amatissima, la cosa più simile che ho ad una nonna. Mi avvicino ammirata ad un suo ficus di più di dieci anni, allungo una mano per sfiorarlo ma lei, sfoderando una velocità inaspettata per i suoi 90 anni, mi ferma e mi chiede: "Non hai le tue cose vero nani? Non mi toccar la pianta se hai le tue cose che me la fai marcire."
(Nani, vezzeggiativo cremonese, cfr con Nano, versione mantovana.)

L'Italia vive in questa fase di mezzo: la parte meno istruita della popolazione crede ancora ad antiche dicerie sul ciclo e ne parla poco e malvolentieri, un'altra parte, più fortunata, sguazza tra i mille tipi di assorbenti di cui disponiamo (ma che ricordiamo sono beni di lussissimo tassatissimi) e addirittura sta cercando modi per gestire il ciclo che siano meno impattanti per l'ambiente.

Quando pensiamo ai milioni di problemi che hanno i paesi meno sviluppati, spesso ci capita di dimenticarci di pensare ad alcune cose che per noi sono scontate. Ecco allora che intervengono prodotti come Period. End of sentence. che, con un titolo bellissimo, ci porta in India, a capire quali problemi causi alle donne avere il ciclo mestruale e cosa The Pad Project sta facendo per aiutarle.

Un piccolo passo indietro.
Il documentario ha ricevuto alcune critiche severissime, ve le linko qua.
Io direi che la visione di un documentario di mezz'ora, perché così dura, e un solo articolo non fanno di me una persona preparata per esprimere un'opinione certa, quindi mi limito a lasciarvi anche la voce contraria, in modo che possiate farvi un'idea o approfondire la questione se lo ritenete.

Adesso possiamo parlare del documentario, che si apre con una squadra di ragazze che al solo parlare del ciclo davanti ad una telecamera impallidiscono. Risatine imbarazzate, ben poca voglia di toccare l'argomento e pochissima conoscenza.
Nella loro normalità il ciclo è un tabù tremendo che non solo rende complicata la quotidianità, ma che arriva ad avere conseguenze su tutto il futuro delle donne. Le ragazze smettono di studiare, spesso, quando il ciclo arriva. E non come noi che stiamo a casa un giorno al mese, poi facciamo la giustifica sul libretto e torniamo a scuola felici, contente e con gli assorbenti freschi e profumati.

Alle ragazze del piccolo villaggio che sta fuori Nuova Delhi viene inviata, dall'associazione The Pad Project, appunto, una macchina che produca con costi ridottissimi, assorbenti igienici che siano alla portata (economica) delle loro amiche, sorelle, vicine. Inizia una piccola impresa, di donne che producono e vendono assorbenti.
Non si è solo mandato loro un modo per aiutarle a contenere il sangue (30-40 ml per un ciclo medio che ci portiamo a spasso e che da qualche parte dovranno andare a finire), non sono solo stati mandati loro degli assorbenti. Hanno ricevuto la libertà.
E vedere donne che solo qualche scena prima avevano paura solo a dire che cosa succedesse al loro corpo (ogni mese, per ben più di metà della vita) stare sedute insieme a scegliersi gli assorbenti, a parlarne, finalmente, a trovare supporto l'una nell'altra, a lavorare per la prima volta, a rinunciare al timore, è stato molto commovente. Una delle ragazze ha preso delle monete in mano, le ha guardate perplessa per un po', e poi ha esclamato: 'Soldi! In tasca mia!' e aveva un sorriso così grande, che il mio cuore è rimasto lì.

Essere femministi oggi non significa solo combattere per i cartelli deficienti della Lega di Crotone (Lega. Di Crotone.). Le donne che crescono e hanno grandi opportunità possono fare grandi cose, e a volte queste grandi cose comprendono aiutare le altre, che cresceranno e a loro volta aiuteranno, in una grande e solidale rete di supporto che ci può portare fino alle stelle.
No, 'ci' non vuol dire noi donne.
Vuol dire noi umanità, tutta quanta.
Forse non tutte potremo mettere in piedi un nuovo Pad Project, o un nidi gratis project, o un antiviolenza project.
Ma forse qualcuna sì, e allora continuare a combattere ne sarà valsa la pena.


venerdì 1 marzo 2019

Cose di Febbraio

11:27
Lo so, sto trattando questo povero posto malissimo. Lo mollo, poi lo riprendo, poi me lo scordo...

È solo che per il momento sto dando la precedenza ad altro. La seconda storia per ragazzi by me medesima è finita, sto ultimando le ultime cosine poi la lancerò al mondo, solo che questa volta il mondo non sarà Amazon, almeno non subito. Se andrà male la strada dell'editoria classica tornerò con la coda tra le gambe al grande gigante gentile.
Questo non significa che non abbia visto nè letto niente, questo mese, quindi qualcosina di cui parlare ce l'abbiamo lo stesso, anche se in forma ridotta.
Il post non si chiama Preferiti come al solito perché questo giro niente mi ha rubato il cuore.

Buona parte del mio mese di letture è stata rubata da Delitto e castigo.
Conoscevo Dosto solo da Le notti bianche che mi aveva emozionato come poche altre cose prima di lui, ma prima o poi dovevo fare il salto di qualità. 
Penso sia chiaro a tutti che potendo scegliere il mio grande amore i classici russi non rientrerebbero tra le mie prime scelte, ma Delitto e castigo tocca argomenti che pizzicano la mia sensibilità e lo fa con le parolone grandi e magnifiche che rendono i classici quello che sono. Non diventerà mai uno dei miei libri preferiti, ma figuriamoci se mi metto a sindacare Dostoevskij.
Per riprendermi dall'impegno di una lettura così cicciona sono passata ad un horrorino.

Il libro si chiama Nel buio della mente, di Paul Tremblay. 
Cosa cerca di fare, Tremblay? Ma certo! Di dare uno sguardo fresco e nuovo al tema della possessione demoniaca!
La storia è quella di una ragazza, Merry, che sta raccontando ad una giornalista la storia della propria famiglia. Quando Merry aveva 8 anni, infatti, sua sorella maggiore Marjorie ha iniziato ad avere qualche problema. Lo psichiatra non sembrava aiutarla, così il papà, non senza opposizioni della mamma, si è rivolto ad un prete. La famiglia però inizia ad avere grossi problemi economici, così per rimpolpare le casse decide di partecipare ad un reality show, The Possession, che seguirà tutta la procedura di esorcismo.
Partendo dal presupposto che a me è sembrato un libro senza infamia e senza lode, forse è il caso di argomentare un minimo.
Il punto di vista della sorellina minore è interessante, poteva offrire spunti nuovi e freschi, mentre si limita a farlo solo in parte, perché si ricade nel solito demone intrigato anche dall'altra femmina fragile di casa, che si palesa solo quando c'è lei, eccetera eccetera. Poteva anche non essere male la questione reality show, con i risvolti legati alla notorietà, al rendere pubblico qualcosa di così estremo, invece si accenna alla faccenda in un dialogo e basta, chiusa lì. Il difetto principale del libro è questo, per me: provare a portare in tavola qualcosa di nuovo e non farlo abbastanza. 
Per il resto, poi, è tutta la solita solfa: corpo che non risponde al padrone e fa cose innaturali, parolacce, masturbazione, insulti alla chiesa, camere da letto gelate, dubbio se si tratti davvero di possessione o meno ma nel dubbio facciamo un esorcismo. Bla bla bla.
Detto ciò: a me ha fatto paura? Chiaro che sì, se ci sono posseduti in Redrumia ci facciamo la cacca addosso, fossero anche posseduti scadenti.
Alla fine è un libro utilissimo per staccare la spina, che sembra essere una cosa così ambita, e chi ama le possessioni 'canoniche' ci troverà tutti gli elementi del caso.

Facciamo una breve parentesi Oscar? Facciamola.
Sono contenta per tre cose tre: la Colman, Cuaròn alla fotografia e Spiderman.
Arrivederci e grazie, per il resto possiamo chiuderla qua, perché sebbene tutti sappiamo che il valore vero di un film non lo fanno i suoi premi e tutto quanto, gli Oscar sono e restano comunque per il grande pubblico il punto più alto della carriera di chi lavora in questo ambito, e che La Favorita sia andato a casa quasi a mani vuote per favorire i buoni messaggi e la meraviglia della vita mi fa incazzare. 
Ma mai quanto i costumi e la scenografia a Black Panther. 
Quello proprio è un abominio.

Io quest anno ero partita ben poco preparata, dirò la verità, ma voi avete dato così tanto spazio a Bohemian Rhapsody che avevo ragione io a essere poco preparata, perché è un film osceno, beati voi che vi divertite così poco. E se a farvi uscire esaltati dalla sala è la scena del Live Aid dell'85, cosa che potrei anche capire, basta aprire Youtube. Quello originale sta lì, gratis, ogni volta che volete. Ma sottoporsi alla visione di quella roba lì solo per essere contenta per una scena una è una tortura che nessuno di noi merita. E una canzone dei Queen io ce l'ho tatuata addosso, non è che non mi piacciano loro, è proprio il film che non va bene.

In compenso questo mese ho visto per la prima volta Ritorno al Futuro.
Basterà per compensare?
Ah, sì, e anche Marvelous Mrs Maisel.
Ma di lei parliamo a parte, che è una meraviglia e si merita un post tutto suo.


mercoledì 6 febbraio 2019

Stagione degli Oscar: La Favorita

15:32
Uscite le nomination io l'avevo detto: tifo matto e disperatissimo per Lanthimos e nient'altro che Lanthimos. Amore, coriandoli, e trombette squillanti per Lanthimos.
Però poi mi sono accorta che non avevo scritto niente del film, quindi eccoci qua, rimediamo.



Alla regina Anna non importa più niente di niente delle questioni pratiche che il suo ruolo comporta. Non è più giovanissima, non sta una favola, ha altro per la testa. Delle sue mansioni si occupa Sarah, la sua più fidata consigliera. Erano una macchina rodata e perfettamente funzionante, ma un giorno la cugina di Sarah, Abigail, entra a far parte della corte e scombussola tutto quanto.

Lanthimos ci ha trollati tutti.
L'ultima volta che ci ha chiamato al cinema è stato per Il sacrificio del cervo sacro, siamo usciti dalla sala tutti quanti scombussolati e con un discreto bisogno di terapia. Ci si aspettava qualcosa del genere, quanto meno.
E invece no, abbiamo preso una strada diversa, indispettendo un numero considerevole dei cinefili che seguo.
Io sarò sempliciotta, ma a me questo taglio nuovo è piaciuto tanto.

Parlare del potere a Lanthimos è sempre piaciuto tanto e lo ha sempre fatto bene, con modi e toni che rendevano il suo cinema poco fruibile. Erre, che è sempre il mio metro di giudizio 'esterno', quando ripensa al Cervo Sacro mi si impalla ancora. Si ferma letteralmente, socchiude gli occhi e cerca da qualche parte nella sua testa delle spiegazioni che non avrà. Mica perché servano dei master ricercatissimi che solo Noi Veri Autentici Cinefili abbiamo, ma solo perché non tutti amano dover uscire dalla sala e fare ore a riflettere su quello che hanno visto.
Questa volta non ci sono metafore nè troppo grottesco che a qualcuno può risultare indigesto, qui si parla di potere e lo si fa forte e chiaro, usandolo nella sua forma più famosa, se vogliamo: la nobiltà.
E questa regina è favolosa. Io devo cospargermi il capo di cenere perché Olivia Colman prima di Broadchurch mica la conoscevo. Se già nella serie aveva dato prova di essere brava, ma brava per davvero, qua proprio esce dagli argini e gli distrugge, inondando tutto. Un personaggio così desolante, insieme allo straordinario potere che ha possiede lutti atroci, solitudine, disturbi, una bocca sempre sporca di cibo. Debolissima, una cucciolona fragile che si lascia abbindolare dal primo sorriso che la illude di darle affetto. E la Colman è indescrivibile.

Una donna così non può passare inosservata, è la più ghiotta delle occasioni, nella scalata al potere. Un paio di occhi belli che si prendono cura di lei e niente, senno perso del tutto, guerra e stato in mano a chiunque, e per Anna solo amore e pace dei sensi, niente di quelle storie rognose di politica e strategia. è quando gli occhi belli diventano quattro che la faccenda si fa interessante. Bastava l'arrivo di una damina di corte dal passato complicato e dallo sguardo sveglio a spodestare Sarah dal suo trono. E allora il semplice film in costume si trasforma in una storia di competizione e ruolo. Di potere, quindi.

Tra loro due, che si venderebbero pure la famiglia pur di ottenere il prestigio del ruolo di preferita, ci sta lei, la regina, che alla fine voleva solo qualcuno che le volesse bene. Umiliata, presa in giro, distrutta anche fisicamente da un male che forse fisico non è (inizia il film in piedi ma si riduce in carrozzina), ma pur sempre la regina.
Quel finale lì lascia poco all'immaginazione: dite e fate quel che volete, ma io sono la regina e voi non siete un cazzo.
Conterà poco, per il suo povero cuore ferito, ma io una rinascita ce l'ho vista.

Per me Lanthimos ha vinto e stravinto, e se quello che serviva per farlo amare anche al grande pubblico era un film più convenzionale non solo non ci vedo nulla di male, ma anzi ben venga.
Per farsi amare al mille percento, poi, ci ha regalato Mark Gatiss con parruccone inglese, e tanto basta perché il film vinca ogni statuetta possibile.

venerdì 1 febbraio 2019

Preferiti della Redrumia: Gennaio 2019

08:54
L'anno è iniziato solo da un mese e io già portato a casa il buon proposito che era il numero uno del 2019: cambiare lavoro.
Sono ovviamente scombussolata agitata nervosa inquieta e tanti altri aggettivi senza nemmeno la virgola in mezzo, però mi sono tolta un grosso e invadente zaino dalle spalle.
In mezzo a tutti questi sconquassamenti ci ha pensato la finzione a distrarmi dal mio essere scombussolata agitata nervosa e inquieta, perché è stato un mese di cose bellissime che mi hanno riempito di meraviglia.


I primissimi giorni dell'anno sono stata a vedere Suspiria.
Se l'anno prosegue così, signori, io sono a posto. Guadagnino ha preso il film di Argento, lo ha guardato bene bene, poi lo ha appoggiato da parte per fare una cosa tutta sua, e gli è riuscita benissimo. Non si tratta solo della straordinaria ricostruzione degli anni '70, nè di attrici che avevano una gran voglia di levarsi la brutta fama di dosso (per me, Dakota Johnson, sei assolta da tutti i tuoi peccati), si parla di un'aria densa e pesante come minestrone, di immagini incise negli occhi, di una regia maestosa e di almeno un paio di sequenze che è difficile non sognarsi la notte. E poi io sto film lo avrei voluto candidato ai costumi, per le tute e i vestitoni, per l'abito di scena dello spettacolo, per il modo in cui erano vestite tutte quante alla tavolata a cena. Ma no, candidiamo sempre e solo i film in costume.

Ovviamente altri film del mese non possono che essere Glass e La favorita. 
Se Glass mi è piaciuto con qualche piccola riserva, La favorita è proprio da volarci via.
Io l'avevo detto (su Instagram, mi seguite vero? ci resto male se no) che tifavo per Lanthimos prima ancora di vederlo. Poi l'ho visto ed è uno di quei film grandi grandi che quando arrivano fanno vergognare tutti gli altri. Tre donne portentose davvero, ma la Colman viene da un altro pianeta. Non vedo l'ora di vederla nella terza stagione di The Crown, la stiamo aspettando da troppo.

Se al cinema sono stata molto fortunata è con la narrativa che questo mese ho proprio sbancato, ho infilato una lettura bellissima dopo l'altra, come una quaterna secca al lotto.
Ho iniziato il 2019 con il nuovo saggio di Harari. Io ho un problema con la saggistica, perché sebbene sia abbastanza curiosa e interessata a tante cose, se non incontro una scrittura bella dinamica e che sia soprattutto all'altezza di ognuno (principalmente perché sono ignorante come uno zoccolo) la mollo, la faccio vincere a tavolino e torno al favoloso mondo della fiction. Invece Harari, che è intelligente per davvero, prende il lettore per mano e lo accompagna attraverso le sue conoscenze, leggero e spontaneo come chi la cultura la possiede davvero e non deve farne sfoggio. 21 lezioni per il 21esimo secolo è bello e tocca tantissimi abiti, dal lavoro alla politica, dalla religione al senso del vivere, il tutto con uno sguardo a lunghissimo raggio sul futuro pur cercando di tenere i piedi per terra, vicino a noi. Splendido Harari.
Di The hate you give abbiamo parlato un post tutto per lui, mentre ho ritenuto di non avere niente da aggiungere su Il deserto dei tartari. 
Il modo in cui scriveva Buzzati è fuori concorso. Non riesco a capacitarmi di come possa averlo ignorato fino all'anno scorso. Ha una prosa che non ho mai ritrovato in nessuno. Parlasse anche di idiozie senza senso, io sarei ai suoi piedi, a venerare il suo uso delle parole e persino delle singole lettere.
Ho chiuso gennaio con Pennac, poi. Io faccio così: dopo che leggo qualcuno di immenso mi viene la crisi del lettore. Chi ha il coraggio di venire dopo Buzzati scusa? Come si fa?
La mia soluzione al blocco è sempre Malaussène. Stavolta, quindi, toccava a La Prosivendola, che mi ha fatto meno ridere de La fata carabina, ma che ha certe uscite che mi hanno preso il cuore e lo hanno sbriciolato fine fine.
Ogni tanto, nel corso della mia vita, mi sono chiesta quanto tempo ho perso stando dietro ai libri. Ma chi me lo fa fare, ma cosa ci sarà di così speciale, ma cosa perso le giornate a leggere, cosa mi piace così tanto. Quando riprendo persone come Buzzati e Pennac, me lo ricordo. E mi maledico per essermelo dimenticata.

Questo mese, infine, ho ripreso a scrivere. Avevo messo da parte il Libro Per Ragazzi Numero 2 By Me perchè sono una cazzona incostante, e perché troppe volte mi sono lasciata convincere che in Italia non si vive scrivendo i libri.
Sono certa sia assurdamente difficile, leggo da troppo tempo per non conoscere nessuna dinamica editoriale, ma devo concedermi di provarci, o non me lo perdonerò mai. Sono quindi all'oscuro di novità musicali e/o cosine varie a cui mi dedico di solito: sto tutto il giorno con la mano ingrigita dalla matita e per farlo di solito ho bisogno di silenzio tombale e di una tazza di latte caldo col nesquik.

Febbraio lo sto iniziando con il nuovo Spiderman.
Mi pare che quest anno non sia male.

giovedì 24 gennaio 2019

Stagione degli Oscar 2018: Black Panther

18:06
Da secoli non faccio recensioni di film singoli. Però ho pensato che almeno per gli Oscar potevamo fare due chiacchiere insieme sui nominati, in particolare quest anno che le nominations sono state così controverse.
Ora, ribadiamo l'ovvio: sono forse gli Oscar la principale conferma della qualità di un prodotto?
No, certo che no.
Ma sono divertenti ed è come giocare al fantacalcio.
Iniziamo quindi con Black Panther, candidato a 7 premi: miglior film, miglior canzone, miglior scenografia, costumi, colonna sonora originale, sound editing e sound mixing.

Recensione in breve per chi non avrà voglia del post lungo e polemico: nello stesso giorno ho guardato anche Gli Incredibili 2 e mi è piaciuto dieci volte tanto.


Trama molto in breve: nell'utopica nazione del Wakanda il re è morto. Sarà il figlio T'Challa a prendere il suo posto, e dovrà dimostrare di esserne all'altezza, anche se questo dovesse signiicare andare contro quello che suo padre aveva fatto prima di lui.

Premesse paraculine: non so niente niente niente del fumetto, e per una volta ho colto leggermente impreparato anche Erre, che di solito mi spiega le cose quando parliamo di cinecomics. La seconda è che spero di non essere offensiva, perché se il film ha citato o omaggiato elementi tradizionali di una o più culture africane io non lo so e non l'ho colto, e spero di non essere maldestra nel criticarlo.
Criticarlo, sì, perché dopo averlo visto vorrei prendere gli Oscar di quest anno e buttarli nell'indifferenziato, anche se siamo solo alle nominations.

Abbiamo visto finalmente le persone nere rappresentate. Abbiamo visto il continente che il cinema più snobba finalmente ritratto e protagonista, se pur con una nazione fittizia, abbiamo finalmente guardato qualcosa di diverso. Non poteva, perdio, essere anche qualcosa di bello?
Non sarà premiando questa roba ai premi più famosi che combatteremo il whitewashing. Non che lo creda possibile di portarsi a casa qualcosa, ma è frustrante vedere succedere ancora cose così.

Protagonista indiscusso del film è il Wakanda. Nazione utopica ipertecnologica e magnifica, ritratta splendidamente. In effetti, è quasi la sola cosa che mi sia piaciuta, insieme alla bellezza quasi dolorosa di Lupita Nyong'o e dei due protagonisti maschili. Mi è piaciuto anche che i poteri della Pantera siano removibili e reinstallabili come un'app del cellulare.
Apprezzabilissima la motivazione dell'antagonista, anzi un ottimo pretesto per parlare di temi fondamentali senza pesare come mattonate in faccia.
E poi c'è Martin Freeman, e lui è sempre la mia cosa preferita in ogni prodotto in cui metta la faccia.

Ma il film si apre con lo spiegone. E a me lo spiegone iniziale già predispone male. Mi sa di pigrizia di sceneggiatura. E sì, vale anche per La compagnia dell'anello. 
E lo spiegone è in italiano. Ora, i film a me piace sempre vederli in sala, quando posso. E da me le offerte in lingua originale sono limitatissime, quasi assenti, quindi vedere un film al cinema significa vederlo in italiano. E porco cane Black Panther in italiano è un insulto al caro vecchio doppiaggio italiano che i cinefili veri ci tengono sempre a definire uno dei migliori al mondo. Ha reso la situazione talmente imbarazzante che sono certa se lo rivedessi in inglese forse cambierei idea. Ed è la seconda volta che mi succede una cosa del genere e mi dispiace profondamente. Non rinuncerei mai all'esperienza in sala, ma io sono scoppiata a ridere più volte, e non nel modo in cui forse il film sperava di farmelo fare in scene indigeribili come quella delle ciabatte.
Cosa è andato storto?
Perché qua non è una questione economica. Qua qualcuno ci ha speso una montagna di soldi, e il risultato è un'aberrazione. Nessuno da salvare. Angela Bassett ridotta ad una attrice di soap latine. Che peccato, davvero.

Quando arriva il momento in cui la gente poi inizia a menarsi io e Erre diamo il meglio, di solito. Qui zero. L'inseguimento a Busan sembra uscito dritto dritto da Fast and Furious Tokyo Drift, e a saperlo prima mi sarei guardata quello che almeno mi diverte sempre tanto. Per tutto il resto del film piattume totale fino alla battaglia finale, in cui per smuovere la noia si è dovuto ricorrere ai rinoceronti che fanno sempre una bella impressione.

Ma la candidatura che non posso accettare, quella che davvero pesa sul mio cuore come un macigno, è quella per i costumi, dove porco di un cane porchissimo avrebbe dovuto esserci Suspiria e invece ci sta sto coso con la roba che pare uscita da Desigual. E parla una che ama l'estetica etnica, ma qua di etnico ci sono solo gli insulti che ho creato con la mia testa quando ho visto le nominations.

Per favore, un supereroe nero è importante. Ci sono migliaia di bambini nel mondo che vorrebbero qualcuno a cui guardare per immedesimarsi che sia del loro stesso colore, conta davvero tanto.
Fategli vedere Gli incredibili, chè lì almeno ci sta Siberius.

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